Chapter 7
--Vale a dire che non m'importa più come porta la marsina, poichè lo vedo spesso in giacchetta; con me non ci balla più. Mi ha sposato, non piange più, non freme più, non impazzisce più, crede alla mia virtù, crede al mio amore, crede alla propria onnipotenza...
--Ebbene, questo non basta? Non è questo l'amore?
--.... no, viene un giorno che questo non basta. Di fronte alla placida indifferenza dello sposo, dinanzi alla sua regale aria di conquista, la donna prova un senso di irritazione...
--Il matrimonio è la pace, Giovannina.
--No. L'irritazione cresce quando quest'uomo trascura poco a poco tutti i mezzi per sedurre sua moglie, tutti i mezzi per piacerle, tutti i mezzi per essere verso lei il più bello, il più nobile, il più intelligente, il più innamorato fra gli uomini...
--La moglie non è l'amante, Giovannina.
--Che ne sai tu, fanciulla tranquilla ed inconscia? Io so che Luigi mi amava prima del matrimonio e spasimava per ottenere l'amor mio; ora non m'ama più, poichè è sicuro di essere amato.
--Tu non sei indulgente con lui, Giovannina. L'amore è fatto di indulgenza.
--No, è fatto di giustizia. Sono io meno bella, forse? Sono io meno elegante, meno graziosa, meno amabile? No: è lui che è mutato. Dal maggio io ho notato una decrescenza nel suo affetto. Ora è indifferente.
--Tu puoi ingannarti, Giovannina. Sei tu sicura della serenità del tuo giudizio?
--Sicura? Vedi, io adoro il mare. Non potendo stare a Napoli, nell'estate, decido di andare a Livorno--lui ci viene a malincuore, seccato, trovando l'acqua salsa inutile e Pancaldi noioso. L'Ardenza non lo commuove punto... si può immaginare di peggio?
--Ma perchè non venivate via?
--Per dargliela vinta?
--Il sacrifìcio è lieve quando si ama.
--Dunque tutti i sacrificii debbo farli io? Noi donne non saremo sempre che l'esempio dell'abnegazione? Noi ad amare, noi a sopportare i fastidii, noi a scusare le ridicolaggini del marito, noi a lusingarci che ci ami ancora, noi ad offrirgli dei prestiti per la sua indifferenza! È troppo, è troppo, la misura soverchia!
Giovannina si era riscaldata poco a poco, come se nessuno l'ascoltasse, come se facesse un discorso con sè stessa. Invece la fanciulla l'ascoltava attentamente, guardandola coi suoi grandi occhi luminosi di bontà.
--È grave, è gravissimo--riprese Giovannina--questo maritarsi con una persona con cui non si è avuta nessuna intimità. Dumas lo deve aver detto molte volte; egli lo pensava, io lo sento. Dio mio! Pranzare, passeggiare, cenare, abitare, vivere tutta la vita, con un uomo con cui si è solamente _walzato_! È comico ed è funebre. E un brutto giorno, sapete di che ci accorgiamo noi? Sapete la paurosa scoperta che facciamo? Noi scopriamo di non amare più!
--Oh! fece solamente la fanciulla, e si nascose il volto fra le mani.
--Non amiamo più. Nulla vi ha più in noi, nulla risuona più nel nostro cuore. In noi si è fatto il silenzio e la solitudine: invano cerchiamo scuotere questa inerzia, invano ci ribelliamo contro questa indifferenza. L'amore è morto: e se quella sua forma fu una falsità, quella falsità è scomparsa. Allora tutti i difetti di quell'uomo, del nostro marito, ci appaiono nudi, brutti, odiosi; tutto in lui ci respinge, tutto in noi lo respinge. Allora malinconiche, desolate, giovani, con una piena di sentimento che si perde miseramente cerchiamo l'amore altrove...
--Altrove??
--.... In un altro cuore che c'intenda. L'altro è sempre pronto, bello, poetico, cavalleresco, fatale, al cui paragone nessun marito regge. L'altro ha l'aureola della poesia intatta, sa amare, sa perdere la testa, non sa, non capisce che la passione. La donna ama quest'altro per logica necessità, perchè non ama più, perchè deve amare di nuovo, perchè l'altro è l'eletto del suo cuore! Ma immagina tu, fanciulla, con che disperata passione la donna si attacchi a quest'altro, immagina con che forza di animo si avvinghi a quest'altro che per lei rappresenta l'amore e la colpa, il dolore e la felicità! Immagina se questa donna che ha gittato in un giorno tutta la sua vita, voglia lasciar mai quest'uomo ad un'altra...
E la parola si affogò nella strozza, per collera, per amore, per gelosia. Poi ella si rizzò in tutta la sua altezza:
--Sposi tu Roberto Montefiore, Maria?--chiese brevemente.
--Lo sposo, Giovanna--disse quella in piedi, seria, tranquilla.
--E perchè?
--Perchè l'amo.
I due sguardi, egualmente innamorati, egualmente disperati, s'incontrarono come due lame nemiche.
AL VEGLIONE.
La stanzina era immersa nell'oscurità. Ogni tanto, un bagliore rossigno si rifletteva sul muro: veniva dalla finestra. Nella via passavano gruppi di gente mascherata e con torcie che girava per le strade, cantando, ballando e schiamazzando. Verso le undici della sera una chiave girò nella toppa. Magda entrò, nell'ombra; senza accendere il lume, camminò nella stanza, a tentoni. Un profondo sospiro le sollevò il petto.
--Che silenzio...--mormorò sottovoce.
Rimase così un pezzo, immobile nel mezzo della stanza, come una statua nera nell'ombra. Si lasciava avvolgere da quell'ambiente cupo e deserto.
--E che freddo!--soggiunse, rabbrividendo.
Poi, quasi por sottrarsi a quelle cattive impressioni, accese rapidamente due o tre candele, gittò pezzi di legno nel caminetto. Con le mani delicate sollevò il soffietto e accese il fuoco. Subito la stanzina s'illuminò. Era tutta gaia nella stoffa chiara dei suoi parati a fiorellini rossi, nei suoi mobili eleganti, nelle trine della sua _toilette_. Gaia di colore, ma deserta. Magda si guardò attorno. Aveva freddo, sempre che ritornava ad aspettare in quella stanza solitaria colui che doveva venirci. Non si riscaldava che al solo suo arrivo: anzi, appena ne udiva il passo per le scale, le mani le bruciavano come per febbre, il sangue le dava una vampata alla faccia. Ora essa gelava, coi brividi che le passavano sul volto bianco, che le ammollivano le radici dei capelli fulvi. Da dieci giorni egli mancava da quella stanza. Lei lo aspettava ogni giorno.
--Neppure questa sera verrà--pensò lei, sciogliendosi i magnifici capelli per pettinarli.
Ma guardandosi nello specchio, si rincorò. Si trovava bella nelle labbra rosse e carnose, negli occhi verdi che si facevan fosforescenti alla sera, nella bianchezza senza macchia della fronte, del collo.
--Verrà sicuramente--pensò rassicurata.
Si assorbì nel ridurre a minime proporzioni la ricca capigliatura che ondeggiante rassomigliava alla criniera di un leone, nel prodigare alla sua persona le cure più minute che una donna bella, ricca e disoccupata può inventare. Un passaggio di torcie la sgomentò.
--Quanta gente per le vie...--pensò--ma egli verrà sicuramente.
Pure, come l'ora passava, cresceva la sua inquietudine. Le mani si stancavano, andavano a rilento, cadevano fiacche in grembo: tutta la sua persona era presa da un senso di infinita debolezza.
--Coraggio, egli verrà--ripeteva a sè stessa.
Così andò all'armadio di legno scolpito e ne cavò fuori un costume completo da _Follia_, metà di raso azzurro, metà di raso rosa, tutto a sonaglini di argento, col berrettone puntato, ornato di campanellini. Era un costume corto, scollato, quasi senza maniche. Vi mise le calze, una di seta azzurra, una di seta rosa, gli stivalini anche differenti fra loro: era pronta anche la _marotte_ carica di sonaglini. Tutto questo insieme di abbigliamento le fece vergogna. Lei abituata agli strascichi di broccato e di trine, alle severità dei velluti, aveva orrore di quell'ignobile abito corto da ballerina, da saltatrice di corda. Non l'avrebbe mai messo, mai. Rimaneva in piedi, presso il divano, contemplando col viso addolorato quell'abito. Non avrebbe mai osato metterlo, mai.
Suonò mezzanotte. Non aveva che un'ora per vestirsi ed andare, un'ora sola. Lentamente, sedendosi ad ogni istante, abbattuta ad ogni istante da subitanei abbandoni, rialzata da impeti subitanei, senza guardarsi nello specchio, arrossendo nelle spalle nude, dal collo alla fronte, rabbrividendo come una febbricitante. Quando vide che sotto la gonna si distinguevano i piedi sino al collo della gamba, si buttò sul divano, tutta raggricchiata, non osando più muoversi; quando si fu decisa ad appuntare sul capo il berrettone e che solo facendo un movimento tutti i campanellini suonavano, ella ebbe tutta l'angoscia del suo ridicolo. Non sarebbe mai andata.
--Non importa, egli verrà--pensò ancora, con un eroismo muto.
Mise alle dita i suoi anelli gemmati che le facevano rassomigliare la mano a qualche cosa di fulgidamente alato, infilò il dominò di raso nero, che la coprì tutta. Prima di partire fu presa da una esitazione, quasi che abbandonasse per sempre una persona cara. Pareva che tutto le dicesse sommessamente: Rimani, rimani.
--No, io andrò--disse lei a voce alta, quasi per incoraggiarsi--poichè egli verrà.
Solo nella via sentì il freddo delle spalle nude sotto il raso nero del dominò; non aveva messo pelliccia, lei abituata a stare calduccio. Ma come la febbre divoratrice le saliva al cervello, non sentì più il freddo. Una nuova paura fu quella di non trovare carrozza. Camminava impacciata e guardinga, gelata dal freddo, riarsa dal caldo, urtando nelle colonnine; smarrendo la via sotto la maschera. Già qualche viandante si era fermato a veder passare questo dominò imbarazzato, profumato ed elegante. Uno l'aveva chiamata, offrendole da cena. Lei tremava, lei, la contessa, abituata alla devozione dei servi, al rispetto degli amici--sola, abbandonata, morente di vergogna e di paura. Finalmente una carrozza passa, ella chiamò, vi salì dentro come un naufrago che giunge a riva.
--Che importa? Egli verrà.
Era la sua giaculatoria, la sua litania, la sua ultima, solenne, grandiosa speranza. Era la preghiera: in lui si riassumeva tutta la sua vita. Non vide la via, non avvertì il tempo trascorso. Si trovò innanzi all'atrio senza sapere come. Scendendo di carrozza, sulla soglia, un dominò la complimentò brutalmente sulla bellezza del piedino. Ella tirò innanzi rapidamente, non trovando il corridoio buono che la menasse al suo palco, smarrita, mordendosi le labbra sotto il sussulto nervoso.
--Pazienza, egli verrà.
Quando arrivò al suo palco era la una, l'ora dell'appuntamento. Lei si mise a guardare attentamente nella platea, dove si agitava una folla nera e urlante, variegata di costumi vivaci e di dominò chiari. Ballavano, saltavano, con le braccia in aria, le gambe di qua e di là, come burattini chiassosi e fracassoni. Una nebbia rossastra saliva al soffitto del teatro; non si distinguevano molto le faccie. Lei fissava i suoi occhi acuti attraverso la maschera; un turbamento le appannava la vista.
--Egli verrà, egli verrà.
Dopo aver esplorato la platea, esplorò i palchi, uno per uno. Nulla.
--Verrà, verrà, verrà.
Stette a guardare un lunghissimo, un interminabile _galopp_, di cui la fila danzante pareva un serpente, ora squassante la coda, ora balzante, rotto a tronconi. Tutta la sala si lasciava prendere dalla follìa del chiasso. Si udivano le voci sottili, in falsetto, delle maschere che non volevano farsi riconoscere. Uno stridìo acuto, un urlare incomposto. Lei se ne sgomentò. Tutto questo le pareva una ridda infernale, un'orgia di dannati. Giammai sarebbe discesa laggiù, nella bolgia.
--Egli verrà, verrà qui.
Qualcuno entrò nel palco; Magda non lo conosceva. Le parlò come ad una mascherina sola, che aspetta avventure; lei impallidiva di sdegno, lei, la fiera contessa indomata. Non rispose: il qualcuno, stancato, finì per andarsene. Erano le due e mezzo.
--Sarà forse nella sala, avrà dimenticato il numero del palco. Se lo cercassi? Così egli verrà.
Combattuta fra la paura e l'amore, discese lentamente nella sala, cercando lui. La chiamavano da ogni parte, vedendola sola, sentendo il maledetto e ridicolo tintinnìo dei campanelli: chi la prendeva pel braccio, chi la urtava, chi le gettava una parola sul volto bianco della maschera, chi gliene susurrava una all'orecchio. Lei resisteva, si scioglieva, non rispondeva, tirava innanzi, mezzo impazzita, cercando sempre, come una belva ferita, con lo sguardo feroce ed umile nel medesimo tempo.
--Egli verrà, egli verrà.
Non lo trovò, non lo sapeva cercare forse. Poi la sormontava il dubbio che lui fosse andato in palco, mentre lei era assente. Risalì aspettando ancora, morendo ad ogni minuto, fremendo ad ogni calpestìo nel corridoio, tremando ad ogni rumore di voce, stirando i guanti sotto le larghe maniche, sfilacciando la trina del suo dominò.
--Egli verrà.
* * *
Alle quattro del mattino, mentre tutta la sala si abbandonava all'ultimo sfrenato ballo, diventato un delirio, Magda, nel suo costume di Follìa, corto e scollacciato, piangeva silenziosamente sotto la maschera, poichè egli non era venuto, poichè mai più sarebbe venuto.
VITTORIA DI ANNIBALE.
Dopo un anno di matrimonio, la duchessa Adriana di Castroreale fu abbandonata da suo marito, corso dietro alla principessa Natalia Lapouckine, russa, che viaggiava l'Europa. Allora il bel mondo si pose a osservare e domandò: Chi sarà il consolatore della duchessa Adriana? Ma la bella signora, che era dotata di un temperamento nervoso, molto eccitabile, con una lieve inclinazione all'originalità, si montò la testa per questo abbandono, si persuase di essere disperata, pianse per due giorni, vegliò per tre notti, si vestì di velluto nero ed uscì in carrozza chiusa. Niente balli. Il teatro, qualche concerto, qualche società di beneficenza, ma con l'abito rigorosamente chiuso al collo, senza fiori in testa, senza gioielli. Naturalmente, si accese nell'idea di non avere alcun consolatore, e rinunziò all'amore, come aveva rinunziato ai diamanti. Ogni _corte_ celata o manifesta, ogni amoretto nascente, ogni passioncella furtiva, furono respinti con alterezza metodica. Ci si provarono i più valenti; ma non si vince un preconcetto alimentato, non dalla ragione, ma da una fantasia ostinata. La sconfitta più clamorosa fu quella del conte Giorgio Filomarino, uomo bruttissimo, spiritoso, audace ed irresistibile, che volendo giuocare di ardimento sbagliò tutto, offese la duchessa e fu messo addirittura alla porta. Dopo di che il mondo disse: la duchessa Adriana è insensibile; e come ogni filosofia muore quando ha trovato la sua formola, così ogni donna non è più interessante quando è stata definita. Adriana passò fra le donne _classificate_: la principessa Giovanna era intelligente e cattiva, la contessa Francesca montava troppo a cavallo, la principessa Ester era bionda e sensibile, la duchessa Adriana era insensibile. Ella passò fra le risposte prestabilite, fra le frasi fatte, fra le definizioni immutabili: le era stata assegnata la sua parte, non si pensò più a lei.
* * *
Ella, che comprese tutto questo, s'insuperbì della propria virtù, si riscaldò in un ideale di vita illibata, severa; credette sinceramente alla fermezza del proprio carattere, alla singolarità della propria anima. Le sue amiche, parlandole, le dicevano: Tu, Adriana, che sei una donna insensibile, ecc., ecc. Sua zia, la marchesa di Sorito, diceva: mia nipote, che è una donna insensibile, ecc., ecc. I suoi amici arrivavano fino a dirle: lei, duchessa, che è una donna insensibile, ecc., ecc. In tal modo si avvezzò a pensare di sè stessa, a ripetere da sè stessa: Io, che sono una donna insensibile, ecc., ecc. A poco a poco gli adoratori diradarono. All'amore succedè l'ossequio che carezzava la sua vanità, ma la lasciava deserta. La salutavano con profonde scappellate, suscitavano intorno a lei che passava un mormorio d'ammirazione, ma le visite si facevano scarse nel suo palco ed in casa sua. La rispettavano troppo. Quando un novellino si metteva a farle la corte, vi erano subito pronti gli amici ad avvisarlo che era inutile, che avrebbe perduto il suo tempo, e lui abbandonava il campo prima ancora che la duchessa lo licenziasse con uno sguardo glaciale o una parola mordente. Adriana si esaltava sempre più nella sua parte di donna insensibile, malgrado le piccole ferite al suo amor proprio; e provava una specie di ebbrezza nei sagrifici che faceva.
* * *
Ma vi era Annibale Massenzio, un giovanotto strano e ragionevole, che non credeva all'insensibilità di nessuna donna. Se ne avesse avuto le prove, non si sa; ma su questo punto aveva profondi convincimenti. Egli diceva dappertutto che le donne finiscono per amare, e che basta saper trovare il momento in cui vogliono amare. Quando gli parlavano della insensibilità di Adriana, si stringeva nelle spalle. Onestamente disoccupato come era, cominciò a farle la corte quasi per scherzo: lei si ribellò, come era solita ribellarsi, il che servì a mettere un certo interesse nell'animo di Annibale.--Mi piacerebbe d'innamorare questa donna--pensava fra sè. Visto che con l'assiduità non vi riusciva, trovando sempre quell'aria severa di virtù offesa che lo irritava, si allontanò tentando il più comune dei mezzi, a cui molte donne si lasciano pigliare. La duchessa non se ne curò che per un giorno solo, chiedendo di lui ad un'amica comune. Egli lasciò dire da molti che avrebbe sposato Maria Mormile, una bellissima giovinetta, per osservare che effetto avrebbe fatto questa diceria sulla duchessa: e lei, la prima volta che lo rivide, gli fece le sue congratulazioni con una disinvoltura che nulla aveva di stentato. Annibale comprese che aveva da fare con una donna non volgare, e tralasciò i mezzucci soliti. Ritornò in casa di lei. Fu accolto con compitezza, ma senza gioia. Solamente, nella profonda notte, nella oscurità della sua camera, la duchessa Adriana si permise di sorridere per compiacenza. Ma l'indomani scontò quel sorriso, raddoppiando di rigore, corazzandosi nella più glaciale indifferenza. Come si consolava all'interno, così si mostrava noncurante e sprezzosa all'esterno; i piccoli e quotidiani peccati di vanità che commetteva inasprivano sempre più le apparenze della sua virtù, simile in questo ai mistici appassionati che si esaltano maggiormente nella voluttà amara del pentimento. Del resto, era perfettamente sicura di sè stessa.
Quegli che si eccitava al giuoco pericoloso era Annibale. La duchessa Adriana lo metteva fuori di strada, egli non comprendeva più il modo come si riesce con le donne, commetteva errori sopra errori, stordito, ostinato, incapricciato come un bambino. Tante volte egli faceva a se stesso un bel ragionamento, provando che Adriana era incapace di amare e che quindi era meglio lasciar stare, se non volea correre il pericolo d'innamorarsi per davvero, il che sarebbe stata una disgrazia grande in quelle condizioni: ma era troppo infastidito dal contegno di quella donna antipatica per decidersi ad una ritirata. Poi, poco a poco, vedendola più spesso, avendo colpito certi momenti rivelatori, egli si persuase che Adriana poteva amare, avrebbe amato quando avesse compreso che cosa fosse l'amore, quando l'animo di lei fosse stato educato al sentimento, quando ella avesse vissuto accanto all'amore. Egli formò il bel progetto di questa educazione, di questa rigenerazione, col coraggio entusiasta di chi crede dover compiere una missione. L'ozio elegante della sua vita era finito, egli aveva trovato come riempire di azione la sua giornata e di sogni la sua nottata. Bene spesso, come la sua natura sarcastica prendeva il di sopra, egli si burlava lungamente di un paladino, di un cavaliere errante che rispondeva al nome di Annibale Massenzio.
Eppure, malgrado le ironie ed i frizzi di cui era prodigo con sè stesso, la sua corte alla duchessa diventava più assidua, più completa, più aperta. Col pretesto di educarla all'amore, egli le mandava i fiori ogni mattina, andava a trovarla ogni giorno alle due, la rivedeva alle cinque alla passeggiata, le scriveva un bigliettino dopo pranzo, la ritrovava ogni sera al teatro, al ballo, al concerto, alle riunioni famigliari. La gente cominciava a compatirlo. Ma non glielo dicevano ancora, credendo che la cosa sarebbe finita lì per lì. Invece la cosa durava: ad una corte accanita Adriana opponeva una resistenza vivace, quasi che si fosse formato un perfetto piano di difesa. Qualche debole e meschina concessione, uno sguardo più languido, una intonazione di voce più amabile, una mano più abbandonata, confortavano per un istante Annibale, ma duravano anche un istante. In realtà, egli finiva per disperarsi; in realtà, aveva finito lui per innamorarsi come tutti quelli che fingono troppo d'amare. Scriveva ad Adriana certe lettere riboccanti di passione per cercare di scuotere quel cuore immobile: e ne riceveva in cambio una frase cortese, una parolina di gentilezza, un sorriso che lo calmavano per breve tempo. Quando stavano insieme era una lotta continua in cui l'eloquenza dell'amor vero infiammava le parole di Annibale, in cui la passione lo rendeva più bello, più seducente: una lotta in cui Adriana combatteva strenuamente negando sempre, ricorrendo a tutte le sottigliezze della dialettica, con quell'arte infinita dei paradossi e degli assiomi che le donne variono all'infinito. Da queste lotte Annibale usciva estenuato, disfatto, con la testa perduta, ogni giorno volendo fuggire, ogni giorno rimanendo; ma Adriana era anch'essa ogni giorno più debole, più sgomenta. L'amore di Annibale la martellava ad ogni ora sul cuore per entrare: i fiori la illanguidivano, le lettere la intenerivano, le parole calorose, gli atti di disperazione la scuotevano; voleva irrigidirsi contro queste impressioni, ma non vi riusciva. Per eccesso opposto diventava crudele con Annibale che, innamorato come era, non sapeva, non poteva accorgersi dei suoi vantaggi. Ella s'inferociva contro lui, lo scacciava dalla sua presenza e, quando rimaneva sola, piangeva. Annibale nulla sapeva di queste lagrime. Adriana viveva in un'atmosfera di amore, era impregnata d'amore, satura d'amore, sognando ad occhi aperti tutte le sue dolcezze, comprendendo il trionfo del sentimento; ed Annibale, vedendola più fiera, più rude, più cattiva, si convinceva della infelicità della sua passione. Stette un giorno senza vederla, ma passò la notte a passeggiare per la riviera di Chiaia; non le scrisse per due giorni, ma quattro lettere lunghissime furono lacerate. Poi si ritirò per una settimana in una sua villa a Capodimonte...
--Se ha anche un'ombra di affezione per me, mi scriverà un biglietto--pensava l'innamorato, desolandosi nel suo eremitaggio.
* * *
Per quattro giorni la duchessa Adriana resistette a non aver notizie di Annibale. Ma si sentiva vinta e non cercava che di prorogare il momento in cui la prima parola di amore sarebbe uscita dalle sue labbra. Annibale non veniva, la casa le pareva deserta. Si annoiò mortalmente al teatro. Una mattina entrò in chiesa, cercando rifugiarsi nel misticismo, ma, dopo una convulsione nervosa, si trovò l'animo più afflitto di prima. A casa, nella sua camera, pianse due volte. Desiderò di morire, vestita di raso bianco, coi capelli disciolti, coperta di fiori. Rimpianse di non essersi fatta monaca. Vagava nei suoi appartamenti come un'anima in pena. Una tenerezza grave le saliva dal cuore alle labbra. Finalmente una sera si decise. Stanotte, a mezzanotte, scriverò un biglietto ad Annibale, lo avrà domattina: fu la sua risoluzione. Mentre stava distesa sulla poltroncina, presa da un grande abbattimento, le annunziarono il conte Giorgio Filomarino.
--Benvenuto, mi distrarrà--pensò lei.