Fior di passione

Chapter 6

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--Sì, ma non vi dirò il mio ideale.

--Ebbene, non me lo dite: io lo so. L'ho indovinato: il mio cuore è diventato profeta. Il vostro ideale è una donna, _quella donna_ che v'ami. Consolatevi e ringraziate il Signore. L'ideale è vivo: io v'amo, Cesare.

--Non scherzate, Laura.

--Non scherzo, vi voglio bene,

--V'ingannate, forse.

--Non m'inganno: vi voglio bene.

Egli impallidiva sempre più. Un tremolio gli agitava gli angoli delle labbra.

--Ve ne scongiuro, Laura, non mentite! Rimanete bella, malvagia, seducente, ma indifferente, ma lontana, ma inafferrabile! Se volete che v'adori, ditemi che non mi amate.

--Io non vi capisco, voi siete pazzo, Cesare: io so che v'amo.

--Addio, Laura.

--Non ve ne andrete, spero.

--Me ne vado; addio.

--Cesare, Cesare!

Ella spalancò un balcone; la viva luce del sole la ferì. Si spenzolò sulla ringhiera e gli gridò:

--Da tanto tempo, Cesare! Dal primo, dal primo momento...

--Tanto peggio--disse lui, chinando il capo.

E si perdè nella lontananza della via.

GIUOCO DI PAZIENZA.

La giovane donna si chiamava Tecla, nome duro e schioccante. Era bassa, senza nessuna nobiltà di statura, malgrado portasse la testa ritta e le spalle cadessero benissimo. Era pienotta senza esagerazione di rotondità, e pareva molto svelta nel suo busto strettissimo. Forse con l'abitudine aveva presa quell'aria di sveltezza che sembrava naturale. Si moveva con facilità, con certe mossettine carezzose che stavano bene al suo corpo di bambina felice. Aveva naturalmente un bel braccio, un po' corto, ma graziosamente rotondo, con un'attaccatura molto fine che indicava quanto fossero delicate le ossa sotto quella carne soda e fragrante di salute. La mano sembrava un cuscinetto di raso, una mano troppo morbida che non si osava stringere per timore di guastarcela. Il piede era delizioso, piccolo, sottile, inarcato, con una caviglia elegantissima: per contemplarlo, qualche volta, si dimenticava la testa. La quale aveva un singolare carattere di forza e di energia sopra quel corpo piacevolmente grassotto; era un'anomalia, una sovrapposizione bizzarra. Una testa forte su cui si ammassava una ricchezza cupa e pesante di capelli neri, intrecciati, stretti, raccolti, ma che finivano per piegare le forcinelle e per accumularsi sul collo, sfatti, a sprie semi-ritorte. Sulla fronte nè piccola frangia tagliata, nè ricciolini, nè nulla; si vedeva la nascita dei capelli gettati indietro, folta, possente, tracciando una riga nera sul bianco della pelle. Gli occhi erano nerissimi, brillanti come il _jais_, ma senza languori di sentimento, e senza profondità di pensiero. Il difetto grave era nelle sopracciglia, troppo nere, troppo folte, quasi riunite in mezzo, che davano una cattiva espressione al volto. Il naso aquilino piombava un poco sulle labbra sottili, un po' tirate in dentro, molto rosse. Tutto il volto era pallido, di un pallore opaco ma non malaticcio, leggermente rosso, un'ombra appena alle guancie. Segno particolare, delicatissimo, colorito teneramente, come quello di un bambino, l'orecchio. Altro segno particolare: un neo castano, vezzoso, sulla metà del mento. Vestiva una veste da camera di raso tessuto, a piccole righe, una riga rossa, una riga gialla, una riga nera: ampia, lunghissima, tenuta ferma intorno alla vita da un cordoncino d'oro. Al collo un riccio di trina antica, molto gialla.

* * *

La scimmia si dondolava sopra un cerchio di legno, dandosi il piacere dell'altalena. Era una scimmietta ancora adolescente, tutta magra, con le membra esili; forse non sarebbe cresciuta più. Sarebbe rimasta piccola, elegante e vivacissima, come si leggeva nel furbo e mobile occhio nero. Non faceva orrore, nè schifo: faceva meraviglia, tanto le sue pose aristocratiche rassomigliavano a quelle di una damina. Anzi, per capriccio, le avevano fatti due buchi alle orecchie e portava due stelline di perle come orecchini; il che la rendeva contenta, crollando la testa come una donnina soddisfatta. Aveva anche un abituccio di velluto rosso, come quello di una bambola, fatto per lei; ma quella mattina non aveva voluto metterlo. Se ne stava tranquilla ed illanguidita nell'angolo del salotto che le era consacrato durante la giornata: alla notte Eva andava a dormire nella serra coperta di cristalli, poichè i lumi del salotto le avrebbero dato fastidio ed impedito il sonno. Lei faceva l'altalena lentamente portando ogni tanto la zampina al collo, dove portava un filo d'oro, impercettibile, ma che era il segno della schiavitù: la catenina d'oro, di maglia veneziana, che vi era attaccata, era sottilissima, ma forte. Precauzione inutile, poichè la signorina Eva era perfettamente ben educata, e non tentava scapparsene--essendo provvista di molta filosofia. Quando venivano visite, fingeva sonnecchiare, dormendo con un occhio solo. Quando le portavano le noci, le nocciuole, le mandorle brusche, allora il suo istinto bestiale si rivelava, frettoloso, vorace, gittando attorno occhiate diffidenti, come se qualcuno volesse rapirle la preda. Finite le nocciuole, faceva un grande atto di disprezzo e si richiudeva nell'apatia di una donna malcontenta di tutto. Il più strano, però, era osservarla quando, tutta sola, faceva la donnina: prima civettuola, tutta vezzi, tutta occhiate, tutta galanterie, provocante e seducente--poi di un tratto malinconica, triste, desolata, parlando, piangendo verso un essere immaginario--e dopo immediatamente sola, tranquilla, fingendo di dar il rosso alle guance impallidite dalle lagrime.

* * *

Il manicotto della signora giaceva sopra una poltroncina, gittato là per noncuranza. Era un manicotto di volpe russa, foderato di raso nero, tutto profumato come un sacchettino di odori. Pareva piccolo piccolo, capace di nascondere solo quelle manine morbide: ma egli stesso era morbido e cedeva e v'entrava dentro un piccolo mondo di cose disparate. Vi stava prima un fazzolettino bianco, di battista, tenue come una nuvoletta, come un fiocchetto di neve: il fazzolettino portava, in un angolo, una microscopica, quasi impercettibile lettera _A_: e la signora si chiamava Tecla ed il suo cognome cominciava con la lettera _M_. Ma era impossibile che il pubblico ignaro potesse scoprire quella cifra. Questo fazzolettino era a sua volta profumato di _chypre_, un profumo lento e voluttuoso che finisce per addormentare i nervi: un angoluccio era piegato e annodato come i fazzoletti delle serve che vi mettono i denari. Vi era una carta infatti: una immagine della Madonna dei Sette Dolori. Oltre il fazzolettino vi era una piccola boccettina di cristallo smerigliato e chiusa ermeticamente col tappo d'oro; dentro vi era una sostanza bianca che poteva essere sale inglese, bicarbonato o arsenico. Non si distingueva bene. Accanto alla boccettina un minuscolo libriccino di note, legato in pelle grigia, con una violetta del pensiero, secca, attaccata sulla pelle. Dentro, nelle paginette bianche dal taglio d'oro, vi erano semplicemente certe date, ed accanto un _no_, un _sì_. Nell'ultima pagina scritta vi erano tre date e tre _no_.

* * *

La lettera era sulla scrivania, sotto gli occhi della signora. La busta aperta metodicamente, vale a dire col taglio della stecca che aveva tagliato nettamente una delle piegature, come colui che non ha fretta di aprire. La busta era forte, poichè la lettera dentro era molto pesante. Il francobollo straniero: veniva da Montecarlo. L'indirizzo: _alla signora Giovanna Jannaccone, ferma in posta, Napoli_, un nome volgarissimo, era scritto con un carattere calligrafico, rotondo, tutto a ghirigori ed a fioriture di penna: il carattere di uno scrivano, di un segretario, di un indifferente. Dentro, la lettera era composta di varii foglietti: il primo era di elegante carta inglese, dal cui angolo a sinistra era stato strappato un pezzetto su cui vi era forse una cifra, forse uno stemma. Il secondo era un foglio di carta di albergo, con l'intestazione lacerata a metà, così: _Hôtel de_.... Il terzo era un _menu_ di pranzo, dietro cui era stato scritto fittamente ed in traverso. Poi veniva di nuovo un mezzo foglietto di carta inglese, poi un pezzo di carta qualunque, comune. Tutto questo era coperto di una scrittura minuta, affrettata, maschile, ma variabilissima, ora tremante e tutta sprizzature di penna, ora ferma e netta--sempre rapida. Qui le linee pendevano verso il fondo, come prese da una mollezza; più innanzi si rialzavano, diritte, uguali, quasi piene di rettitudine. Certe parole scomparivano sotto la cancellatura, alcune supplite da altre, alcune che non avevano trovato l'equivalente. Abbondavano i punti sospensivi, come se lo scrittore si fosse fermato spesso a pensare. Qui e là l'inchiostro cambiava di colore o impallidiva. In due punti era stemperato, divenuto acquoso. Ogni foglietto era firmato con la lettera _A_. Il penultimo era scritto disordinatamente, le parole una a ridosso dell'altra, quasi impazzite. Sull'ultimo solo una parola.

Con questi pezzi il paziente lettore ricostruisca il dramma funesto che essi formano.

ASPETTANDO.

Nella notte purissima e chiara il plenilunio scintillava. Dalla terrazza del mio albergo io vedeva a destra, a sinistra i campi arati che dormivano sotto la tranquilla luce lunare; in capo alla viottola fiancheggiata di querciuoli, dopo una discesa di cinquanta passi dall'albergo, dormiva, tutta bianca, con due finestre nere, la piccola stazione; lontano, dopo una spiaggia deserta, dormiva la grande linea dell'Adriatico. Dietro le mie spalle, inerpicato sulla collina, il paesello dormiva. La profonda pace della notte era intorno a me. Io solo vegliavo, inquieto, febbricitante, esaltato, passeggiando su e giù, mentre la mia ombra si allungava, si accorciava, scompariva, mentre nulla poteva calmarmi. Io aspettava lei. Da tre giorni io l'aspettava nell'unico albergo, in quella piccola stazione intermedia che niuno conosce. Lei doveva venire, passare con me una giornata e partirsene. Io l'aspettava.

Per questa giornata io fremeva ed impallidiva da due mesi lavorando, ridendo, vivendo sotto l'imperio dell'idea fissa. Da due mesi ella palpitava come un uccello morente nel disordine delle sue lettere; da due mesi noi mentivamo atrocemente alle persone che ci erano state più care. Ogni azione, ogni pensiero, ogni speranza era concentrata in quella giornata luminosa e ardente. Per andare io ingannava un'altra donna, mia madre, mia sorella, i miei amici; io faceva venti ore di viaggio, io rimaneva sei giorni nell'albergo del paesello: per venire ella ingannava un uomo, ingannava suo padre, i suoi fratelli, i suoi cognati, sua suocera, i suoi servi, i suoi amici, si esponeva a viaggiar sola, bella e graziosa, per trenta ore di viaggio, in mezzo ai pericoli, venendo ad un pericolo di morte. Che importava tutto questo? Io l'amava e l'aspettava, ella veniva a me perchè m'amava. L'ultima settimana prima del giorno era stato un turbine quello che ci aveva travolti; eppure, in tanto disordine di ogni cosa brillava netta, lucida, matematica tutta la combinazione del viaggio. Io conosceva a mente il mio itinerario ed il suo, e lo ripeteva sottovoce, come se avessi potuto dimenticarlo. Quei nomi di paesi, quelle ore ritornavano macchinalmente sulle mie labbra. Eppure una orribile paura mi accompagnava di sbagliare un treno, di non trovarmi, di perdere la testa e due ore innanzi era alla stazione, fingendo leggere, disinvolto, bevendo dei grandi bicchieri d'acqua per calmare la mia febbre. Chi ha viaggiato con me? Non so, guardavo in volto le persone senza vedere nulla. Sentivo nelle orecchie un rumorio di voci, uno stridìo di ferro, squille di campanelle, fischi, ma non comprendeva nulla. Non ho dormito mai, mai. Mi assopivo talvolta nell'abbandono, nella stanchezza dei nervi troppo tesi, ma l'anima vegliava, un sussulto mi scuoteva. Quanti giornali ho trascorso, quanti libri ho sfogliato? Non mi ricordo. So che arrivato al paesello dove ella doveva venire, mi son sentito stringere il cuore. Forse non sarebbe venuta.

Che ne sapevo io? Era così strano il modo come ci eravamo amati, così singolare il modo come ci amavamo! Non mi conosceva; non la conoscevo. Da un momento ad un altro, lei che non era nulla, era diventata tutto per me. Che donna era? Forse non sarebbe venuta. Forse l'avrebbero trattenuta. Invano cercavo dominare questo senso invincibile di sgomento. Pure l'albergatore, un cortese e famigliare uomo che non vedeva mai nessun forastiero, non si accorse di nulla; è vero, io era pallido, gli occhi miei vagavano, distratti, le mie mani avevano la febbre, ma sorridevo, scherzavo anche. Nei tre giorni avevo visitato il paesello, la sua chiesa gotica, la sua manifattura di lana sopra un fiumicello là presso: ma i paesani che si volgevano a guardare questo viaggiatore tranquillo ed attento, non sapevano niente della lotta spaventosa che mi rodeva. Con un vetturino facevo lunghe passeggiate in carrozza e mi lasciavo narrare i suoi guai, tutte le vicende della sua vita. Anche la cameriera dell'albergo ed il servitore mi avevano fatto tutte le loro confidenze; essi avevano trovato un placido ascoltatore che approvava col capo, senza capire, rosicchiato, minato, tormentato da un sol pensiero. Diventavo stupido. La notte smorzavo il lume nella mia stanza, passeggiavo sul terrazzo, guardando la via ferrata.--Verrà di là--pensavo fra me. E come un'allucinazione mi prendeva, mi pareva che sbuffante e rumoreggiante il treno arrivasse col suo occhio verde e col suo occhio rosso che mi guardavano, che una potenza malefica m'inchiodasse sul terrazzo, ch'io vedessi di lontano la diletta dell'anima affacciarsi allo sportello, cercarmi, non trovarmi, ricadere indietro, disperata, ripartirsene senza che io, nella più orribile contrazione del dolore, potessi fare un passo o dare un grido. L'incubo si sedeva sul mio petto, me desto.

Erano state lunghe, eterne quelle ore dei tre giorni, io le aveva vedute avanzare pigre e stanche, ma le ore dell'ultima notte, chiamate invano, supplicate invano, non venivano. Lei doveva arrivare alle sei del mattino. Dalle otto della sera prima io agonizzava nell'impazienza. Non una lettera, non un telegramma. Non poteva farmene, non doveva farmene, avevamo stabilito così. Viaggiava lei verso me? Dove era lei in quel momento? Calcolando potevo saperlo. E se non venisse? Tutte le più alte, le più inflessibili deduzioni matematiche sono capovolte da un picciolissimo fatto. Passeggiavo, fumavo, morsicchiando la mia sigaretta, lasciando che si spegnesse, gittandola nella via, accendendone un'altra. Nella sera ad uno ad uno si spegnevano i lumi del paesello. Passò un treno alle nove; era un diretto, non fermò. Alle dieci un altro; fermò per due minuti; era l'ultimo. La stazione era il mio faro, la mia compagnia. Illuminata, mi riscaldava il cuore come un raggio di sole. Certo i due impiegati, i facchini, il capostazione dovevano essere molto stanchi, poichè smorzarono subito e se ne andarono a letto. Mi parve di rimanere solo, abbandonato, in un deserto, senza luce, senz'acqua. Rientrai in camera, tutto angustiato. Dinanzi ad una fioca stearica d'albergo, in piedi, fremendo, rilessi le sue lettere inquiete, agitate, febbricitanti, che mi davano la follia. Sarebbe venuta. Sarebbe venuta la regina di Saba nei dômi azzurri della mia fantasia. Io le tendeva le braccia, ella veniva. Poi mi mettevo a pensare se quel salottino e quella camera d'albergo erano degne di ricevere la sua persona. Piccole stanze, messe con un lusso un po' rustico, un po' cittadino. Ma come Cristo, vi erano tutte le stazioni della Passione. Gliele avrei fatte vedere: Vedi, qui ho pianto, pensando che tu non saresti venuta. Qui ho sperato che questo calice mi sarebbe risparmiato. Qui ho agonizzato nel dubbio della mia fatale Getsemani. Qui ho singhiozzato credendomi tradito da te. Qui ho disperato, credendo che non saresti più venuta. Questo è stata la mia tomba per tre giorni. E qui, qui, amore mio immenso, sono risorto.--E pieno di una esaltazione, uscivo sul terrazzo a gesticolare, come un lungo burrattino preso da pazzia. Forse non sarebbe venuta. Mi sedetti in un angolo, appoggiando le braccia sul muretto, e il capo sulle braccia. Ma non dormivo, no. La boccettina del cloralio era quasi vuota sulla mia tavola. La vuotai. Mi distesi sul letto per dormire. Non dormivo. Presi un libro: le _massime_ di Larochefoucauld. Tristi massime, ironiche massime, piene di realtà. Ma la passione è fuori della vita reale. Mi conturbarono. Fumai di nuovo. Avevo la gola secca, le fauci riarse, le guancie mi bruciavano. Prendevo lo sue lettere, profumate, fresche, e me le metteva sul volto, sperando averne qualche refrigerio.

Dal terrazzo, vestito, tutto pronto, cavando l'orologio nella penombra della luna tramontata e del giorno che sorgeva, vidi aprirsi una ad una le case dei contadini. Nell'albergo dormivano ancora. Pure, sapendo che col treno delle sei e mezzo aspettavo mia moglie, si alzarono. Mi nascosi, vergognandomi di farmi vedere così premuroso. Ma dalla finestra vedevo sempre la stazione, che s'era svegliata anche lei. Sotto la porta un facchino si stirava le braccia. Uscii, non ne potevo più. Nel crepuscolo mattinale la serva scopava, in basso, la stanza da pranzo. Le dissi che andavo a passeggiare. Sorrise. Non capii quel sorriso. Ero inebetito. Come l'ora si appressava, cresceva in me la sicurezza che non sarebbe venuta. Non viene, non viene--mormoravo. Me ne andai sulla via maestra, parallela alla via ferroviaria. Andavo incontro al treno, come un pazzo, come un bambino. Poi la via maestra faceva, un gomito; tornai indietro, alla stazione. Presi una tazza di caffè, poi un wermouth nel piccolo caffè, parlai col padrone. Era l'alba, ma grigia. Forse il sole non sarebbe uscito, forse ella non sarebbe venuta. Anzi era certo che non veniva. Aspettavo per scrupolo di coscienza, quasi per dovere. Avrei potuto andarmene perchè non veniva. D'un tratto un debole fischio, un suono di campanella, mi precipito fuori, in tempo per vedere un treno nero, bagnato d'umidità. Il sangue mi va al cuore, ma oso domandare:

--È il diretto?

--No, è un _merci_. Ci vogliono tre quarti d'ora pel diretto.

--È segnalato alcun ritardo?

--No, per ora.

Lei non verrà. Me ne vado nel giardinetto della stazione dove crescono le rose delle quattro stagioni ed i gelsomini cremisi in ritardo. Una lucertola mi guarda con i suoi occhietti sospettosi, una buona, simpatica e nervosa lucertola. Vorrei narrarle la mia disperazione, perchè lei non verrà. Un carabiniere è ritto sotto la porta; non mi guarda. Vorrei dirgli quanto son disperato, poichè lei non verrà. Gli ultimi minuti; prima che il treno arrivi, io li vivo triplicatamente, giunto al culmine d'ogni sensazione. Viene il treno, la campanella è stridula, le orecchie mi tintinnano. Il sole appare vittorioso all'orizzonte e il fumo bianco della macchina s'indora. Lei non vi è. Non mi avanzo, rimango immobile morendo in piedi. Scendono contadini dalla terza classe; dei signori una vecchia, un bambino dalla seconda. Lei non vi è. D'un tratto, lontano, nella penultima carrozza di prima classe, allo sportello non fa che apparire e scomparire un volto smorto.

Mi trovo la forza di aprire la portiera. In una mano ghiacciata è appoggiata una manina tremante. Non ci parliamo, ma ci guardiamo, camminiamo accanto. Quei due esseri pallidi, senza voce, tremanti come bimbi sono un uomo a trent'anni forte e coraggioso, una donna di spirito e di coraggio. Alla porta le faccio una domanda insulsa, inutile.

--Hai il biglietto?

Lo ha, me lo mostra. Passiamo. Ce ne andiamo nel polverio della via, senza osare di darci il braccio. L'albergatore dalla soglia ci sorride. Lei sorride con gli occhi pieni di lagrime, io non sento che il profumo acuto dei suoi guanti, il suo profumo...

* * *

Tu hai potuto dimenticare, io ho potuto dimenticare. Poichè questo caso mostruoso, inaudito, è stato possibile, sogghigniamo e diciamo pure che la vita, nella sua più alta espressione che è l'amore, non è che un vano e miserabile sogno.

DUETTO DI SALONE.

Le due amiche si erano, all'uso napoletano, cordialmente baciate sulle guancie. Giovannina, la maritata, taceva, affannando un poco, come se le scale l'avessero incomodata; Maria, la fanciulla, le teneva una mano fra le proprie, sorridendo e mormorando:

--Come hai fatto bene a venire, come hai fatto bene...

--Sì, carina, carina--disse Giovanna, sollevando con un dito il mento di Maria, per guardarla bene negli occhi--sono venuta appena di ritorno dalla villeggiatura. Sono rimasta laggiù, nel mio quasi castello, troppo tempo... troppo tempo... mi son lasciata prendere dalla malinconia...

--.... Malinconia? Non mi pare, Giovannina. Tu hai il viso della serenità: il sangue colorisce il tuo volto, lo sguardo brilla; non hai neppure quella brutta traccia di voglia, che è quell'ombra nera sotto gli occhi.

--Infatti, io sono serena--rispose Giovanna con un lieve stiracchiamento del labbro che poteva parere sorriso--ma non è di me che si tratta, è di te, mia ridente e placida. Sono venuta qui per sapere tutto quello che hai fatto da luglio che noi non ci vediamo, come ti sei divertita, come ti sei annoiata, quello che hai detto, quello che hai pensato,--una storia lunga, lunga, lunga, come quelle che chieggono i bambini. Ascolto, mia bella Schehezerade.

--Cara, da luglio ad agosto sono stata a Castellammare, da agosto a settembre a Sorrento.

--E dal primo ottobre sinora?

--A Napoli.

--A Napoli?

--Napoli.

Le tre parole squillarono nette e decise, tanto nell'interrogazione, quanto nelle due affermazioni. Un minuto di silenzio.

--E poi?--chiese ancora Giovannina, distendendosi con un moto voluttuoso nelle sue pelliccie.

--E poi, che cosa?

--Che hai fatto, cuor mio, in tutti questi siti?

--Ah!.. ecco. A Castellammare ho preso il bagno, ho nuotato, ho ballato moltissimo; a Sorrento ho passeggiato, a piedi, a cavallo, in carrozza; ho letto molto, ho fatto molta musica, ho contemplato molti tramonti e molte notti stellate; ho ballato ancora...

--E qui?

--Qui? Le solite cose.

--Nulla di nuovo, carissima creatura?

--Nulla di nuovo, Giovannina mia.

Giovannina compresse un vivo moto di dispetto: la fanciulla non voleva confessare il suo segreto.

--Dimmi tu che cosa hai fatto, Giovannina--domandò la fanciulla con molta bonomia.

--Sai, nulla di eccezionale, neppure quest'anno. Pei bagni, a Livorno.

--È bello Livorno?

--Stupendo, Maria.

--... e allora?

--Allora, allora ti dirò che è troppo stupendo, e che ti fa trovare insopportabili tutti gli altri siti. Là il mare poeticamente burrascoso, tanto più bello nelle ore di tranquillità: quante volte sono stata a contemplarlo!...

--Con tuo marito?

--Luigi? neppure per sogno; egli odia il mare. Poi, i mariti hanno sempre il grave difetto di odiare quello che le mogli amano. Ahimè, Maria, quante volte abbiamo litigato con Luigi, per la musica di Beethoven, per il colore del nostro salotto, per quella cara marchesa Fulvia che egli non può soffrire! Liti lunghe, aspre; egli è flemmatico, io sono nervosa...

--Tu non sei felice?

--Felice, felice!... non dimandare certe cose. Ci maritano molto bene noialtre ragazze...

--Tu amavi Luigi?

--Lo amavo, lo amavo... mi piaceva, invece. Egli portava la marsina in un modo irreprensibile, ballava il valzer, come nessuno lo balla, dirigeva il _cotillon_ come pochi lo dirigono. Ed il modo come mi faceva la corte! Follie addirittura: viaggi a rotta di collo, scene di gelosia feroci, pianti, singhiozzi, un delirio. Sai, questo fa impressione alle ragazze...

--E dopo?

--Dopo ci siamo sposati: ecco tutto.

--Vale a dire?