Chapter 5
Il domani, nel pieno meriggio d'inverno, io passeggiava nella campagna trasalendo d'emozione per la maestà del fiume che se ne andava lento al mare, per gli anemoni crescenti nell'erba umida, per i piccoli salici neri che si piegavano brulli, quasi spinosi; per gli uccelli che stridevano sul mio capo nella profondità dei cieli. Queste sensazioni giungevano squisite, soavi ai miei nervi equilibrati. Ero quieta. Quand'ecco nelle lontananze della sponda, nella gialla lucentezza meridiana, ella m'apparve col suo viso smorto, disfatto, dove vivevano soltanto i carbonchi dei suoi occhi e la bocca rossa come un granato; vestita di nero, portando al collo un ramo di corallo rosso. Questa volta non mi guardò. Tutto il mio essere sobbalzò a lei. Mentre si dirigeva lentamente alla città, io la seguii passo per passo come una bestia ubbidiente. Vedevo con paura che ella andava al luogo del convegno con quell'uomo, ma istintivamente non potevo manifestare questa paura. Vidi con spavento che quell'uomo era là, che mi aspettava, che sorrideva di orgoglio. Egli non vedeva il fantasma che gli si accostava, vedeva me che m'accostavo a lui per seguire il fantasma.
--Grazie--disse l'uomo trionfante.
Il fantasma sorrise dolcemente, ed io, che volevo urlare di dolore, sorrisi di dolcezza.
--Tu mi ami?--chiese l'uomo.
--Ti amo--mormorò il fantasma.
Io, che sulle labbra mi si affollavano gli insulti, dissi a voce alta:
--Ti amo.
--Mi amerai sempre?
--Sempre--rispose il fantasma.
Io, che agonizzavo, risposi:
--Sempre.
--Lo giuri sulla Madonna?
--Lo giuro sulla Madonna--susurrò l'ombra.
Io, che avevo il terrore del sacrilegio, bestemmiai:
--Lo giuro sulla Madonna.
Ora mi dicono pazza. Pensate che ho trascinato due anni la catena di un amore falso e volgare, che ho mentito due anni, che ho tollerato due anni la menzogna, perchè non mi amava, come io non l'amavo. Pensate al disgusto, al ribrezzo, alla stanchezza di due anni, ai giuramenti bugiardi fatti e ricevuti, ai trasporti fittizii, ai baci inutili e fiacchi, agli entusiasmi posticci, a questa commedia piena di fango. Era per lei tutto. Per fare quello che ella faceva, per dire quello ch'ella diceva, per seguirla, per imitarla. Era l'incantesimo di questa fata, di questa strega, di questa maliarda. Era il fascino, il filtro; avvinghiata ad essa che rappresentava la bugia e il tradimento, io sono stata la bugia e il tradimento.
* * *
Nel tempo, accade altro. Un altro uomo mi amava veramente, con la lealtà spirituale delle anime elette; io lo amava con l'umiltà profonda del cuore che cerca riabilitarsi. Le nostre anime vibravano all'unisono nell'armonia potente dell'amore; si fondevano meravigliosamente nell'armonia dell'amore; era un affetto solo, completo, tutto divino e tutto umano. Ma la celestiale fusione durò poco. In un'ora suprema, mentre egli mi parlava soavemente, vidi comparire fra noi la donna dall'abito nero, che portava al collo un ramoscello di corallo rosso. Questa volta i soavi occhi lampeggiavano malignamente, le sue labbra di garofano sogghignavano. Egli mi parlava d'amore ed ella ghignava, ghignava.
--Non ti credo--rispose a quell'uomo che diceva la verità.
Così l'amore nostro divenne uno spasimo. Dietro il volto di lui, onesto e buono, io vedeva l'ovale sciupato della donna che ghignava; egli diceva un _sì_ franco, sincero, e l'eco del fantasma era un _no_ duro; egli mi accarezzava col suo sguardo innamorato, ed ella lampeggiava ferocemente gli occhi.
--Non ti credo, non ti credo--ripetevo a quell'uomo, io diventata malvagia e scettica.
Poi egli non credette più a me, mi vedeva sempre distratta, assorbita, scossa da subitanee paure, o perduta in esaurimenti mortali.
--Tu non mi ami, tu sei lontana di qui; la tua anima è assente; oh ritorna, ritorna!--egli mi supplicava.
Eppure ci amavamo; la maga pallida, dalle labbra di carmino, che ci scherniva, si metteva fra noi e ne faceva gelare il sangue, e rendeva deboli i nostri baci e fioche le voci. Io soffriva infinitamente più di lui, io che vedevo la maga sedersi accanto a noi, io che sentivo lo spavento di questo spettro salirmi al cervello e farmi delirare. Io che giunsi fino ad essere gelosa di quel fantasma a cui mi sembrava che egli dirigesse le sue parole di amore; io, che in uno scoppio di gelosia furiosa, gridai:
--Tu m'inganni, tu ne ami un'altra, tu ami una donna pallida, sfinita, cogli occhi neri, le labbra sanguigne, la veste nera, il ramo di corallo rosso. Tu m'inganni, tu mi tradisci, tu ami l'altra!
Egli mi guardò trasognato.
--Tu sei quella--disse semplicemente.
Mi condusse allo specchio; vidi nel cristallo una faccia smorta, consunta dall'età, dalla sofferenza, due occhi neri, ardenti, due labbra brucianti, una veste nera, un ramo di corallo rosso. Vidi la sua figura, che era la mia figura; urlai come una bestia:
--Non sono pazza, non è la mia testa che devono curare, ma è la più fiera nemica che è entrata in me; il fantasma si è messo nell'anima mia. L'altra non vuole andarsene, vuol vivere in me, così siamo due; bisogna esorcizzarmi; chiamate un prete, e dica sul mio capo le parole sacre della preghiera che libera le anime!
SCENA.
Tutta chiusa ancora nella pelliccia di lontra, con la veletta nera del cappellino ancora abbassata sugli occhi, con le mani ficcate e strette nel manicotto, donna Livia, ritta innanzi al caminetto, si riscaldava i piedini intirizziti alla vampa. A un tratto, nell'ombra della sera nascente, ella vide biancheggiare qualche cosa accanto a sè.
--Chi è?--disse buttandosi indietro, improvvisamente sgomentata.
--Sono io, Livia, non aver paura--rispose il marito, con tranquillità.
--Ah! sei tu, Riccardo? Non ti ho inteso venire--e la voce si era subito raddolcita, era diventata tenera.
--Non capisco come non abbiano portato i lumi.
--Sono rientrata ora da Villa Borghese--mormorò lei, fiaccamente. Poi, tastando un poco, trovò il campanello elettrico sul muro e vi appoggiò il dito. Un servitore entrò con due lampade coperte da paralumi di seta azzurra che mitigavano la luce. Il salottino apparve nelle sue tinte un po' triste di velluto oliva con broccato oro vecchio, molto smorto; una quantità di rose thea sorgeva dai vasi di porcellana, dalle coppe di cristallo. Don Riccardo era in marsina, cravatta nera, gardenia all'occhiello.
--Già pronto?--chiese donna Livia.
--Ho sbagliato l'ora, non sono che le sei: aspetterò.
E si distese nella poltrona, accanto al fuoco, incavalcò una gamba sopra un'altra.
--Qui si fuma, eh Livia?
--Certo. Cerca un po' le sigarette; sono su quel tavolinetto.
--Ne ho anch'io,
--Le mie saranno migliori, Riccardo.
--Chi te le ha date?
--Le ha portate Guido Caracciolo da Costantinopoli.
Ella stessa gli portò i fiammiferi aspettando che lui accendesse.
Egli si distese di nuovo, fumando.
--Dunque, questo vostro pranzo di fondazione al Circolo è per le sette?
--Sì, cara Livia, alle sette. Un pranzo tutto di uomini: sarà molto noioso.
--Oh! noiosissimo.
Donna Livia si sbottonava lentamente i guanti di capretto nero.
--Almeno avessi dei vicini di pranzo divertenti: ti seccheresti meno, Riccardo mio.
--I vicini sono Mario Torresparda e Filippo Ventimilla.
--Quella Villa Borghese è una ghiacciaia--mormorò lei rabbrividendo dal freddo, presentando le manine inguantate alle fiamme.
--Fai male ad andarci, allora--rispose il marito colla sua bella calma che niente arrivava a turbare.
--Sai... l'abitudine. Oh, vi era una quantità di gente, giorno di festa, molte facce sconosciute oltre alle solite. La regina aveva una piuma rosa pallido sul cappello di velluto nero. Credi tu che mi stia bene il rosa pallido, Riccardo?
--Tutto ti sta bene, cara!
--Bella risposta! Infine ho incontrato Maria, Clara, Margherita, Teresa, Vittoria; Giorgio era solo, nel _phaeton_; Paola mi ha fatto segno se ci vedevamo stasera, le ho risposto di sì. Ci vieni tu?
--Sì, dopo il pranzo.
--Bravo! Ci sono restata troppo, a Villa Borghese, non mi accorgevo che era notte, poi sapevo che avrei pranzato sola. Brutto cattivo che sei! Sono stata anche da Sofia, prima di Villa Borghese; oh, se sapessi quante cose ho fatte oggi, dalle tre! Povera Sofia, il bimbo è sempre con le febbri e si è fatto magro, giallo; domani lo avvolgeranno negli scialli, lo metteranno in carrozza chiusa e lo porteranno a Tivoli; chi sa che il cambiamento d'aria gli faccia bene...
--Federico parte con Sofia?
--No, andrà ogni giorno a Tivoli. Che uomo freddo e antipaticissimo! Non ha vegliato una sola notte accanto al suo bambino, e Sofia da dodici notti non dorme...
--Dicono che non sia suo, quel bambino,--osservò don Riccardo, scotendo le ceneri della sigaretta nel portacenere.
--Lo dicono, è vero. Sofia si è troppo compromessa con Guido. L'ho incontrato, Guido, in piazza di Spagna, mentre andavo dalla sarta. Sono stata anche da questa sarta, per il vestito grigio, che, è inutile, per quanti sforzi ella faccia, e per quanto tempo mi faccia perdere, non arriva ad essermi conveniente. Un vestito è come un quadro: quando è sbagliato non si corregge più, bisogna buttarlo via e farne un altro.
--Mi sembri poco soddisfatta della tua sarta da qualche tempo. Perchè non cambi? Perchè non fai venire tutto da Parigi? Io non me lo spiego.
--Hai ragione, ma come fare? Questa qui mi si raccomanda, e poi spesso da Parigi mandano degli intrugli di colore di cui è impossibile servirsi. Crederesti che a Giulia hanno mandato un vestito verde! Piangeva, oggi. Sono stata anche da lei, un minuto, per vedere questo vestito che lei aspettava con una certa ansietà. Fiasco, Riccardo mio, fiasco! Un vestito verde chiaro!
Il suo riso strillò per la stanza, poi, essendosi tolto il cappellino e sbottonata la pelliccia, si distese anche lei sulla poltroncina dall'altra parte del fuoco.
Ora la volubilità nervosa con cui aveva parlato si chetava. Ella si passava lentamente le dita nei capelli biondi ondulati come per lisciarli. Don Riccardo accese un'altra sigaretta, e guardando il fuoco parlò così:
--Livia, oggi tu sei uscita alle tre con la _vittoria_. Sei subito andata da Sofia e vi sei rimasta fino alle tre e venti; di lì sei andata da Giulia, dove sei rimasta dieci minuti; alle quattro eri innanzi al portone della tua sarta in piazza di Spagna; sei entrata di là e ne sei immediatamente uscita dalla porticina che dà in piazza Mignanelli. Hai preso una vettura chiusa da nolo che portava il N. 522. Sei andata in via Cesarini al N. 170, al primo piano, dove Mario Torresparda ha un appartamentino per ricevere le signore del bel mondo che si compiacciono d'andarlo a trovare. La sua abitazione legale, dove riceve gli amici e le _cocottes_, è altrove. Sei restata là dalle quattro e dieci minuti fino alle cinque e cinquanta minuti; sei discesa, la vettura da nolo t'ha ricondotta in piazza Mignanelli; non avevi moneta spicciola, poichè non si pensa mai a tutto, hai date dieci lire al cocchiere, sei subito uscita dalla grande porta di piazza di Spagna, sei montata nella _vittoria_, che ti ha condotta per venti minuti alla Villa Borghese, d'onde sei ritornata subito qui.
Ella era scivolata sul tappeto e gli stendeva le braccia mormorando:
--Perdonami, perdonami, era la prima volta!
--La prima volta, lo so. Mario Torresparda ti fa la corte da luglio, quando eri a Livorno; cominciò una sera di plenilunio; fu niente, prima, uno scherzo, poi dalla Svizzera dove era lui, in Sabbina dove eri tu, ti ha scritto prima spesso, poi ogni giorno. Hai sempre risposto; saranno state da cinquantadue a cinquantacinque fra lettere e biglietti. Qui vi siete visti due volte, al Pincio, di mattina, venerdì diciotto novembre e domenica ventotto. D'allora gli prometteste d'andare da lui, ma hai già mancato di parola due volte, lunedì e giovedì della settimana scorsa. Oggi finalmente ci sei andata per la prima, volta.
--Oh Riccardo, oh Riccardo!--singhiozzava donna Livia come un bambino--Perchè non mi uccidi, invece di dirmi queste cose?
--No, mia cara, io non ho l'abitudine di ammazzare nessuno e non voglio cominciare adesso, io. I mariti che uccidono le mogli si vedono nei romanzi di Ohnet e nei drammi del medesimo autore. Io non sono di questo parere: ho certe mie idee sull'onore che trovo inutile di sottometterti, perchè tu non le intenderesti. Sangue, no; non vale la pena, cara. Ci siamo voluti bene, prima e dopo il matrimonio, per un bel pezzo; poi tu non me ne hai voluto più, come è perfettamente naturale, e naturalmente ne hai voluto ad un altro. Non mi parlare di lotta, di battaglia, di acciecamento, di passione contrastata; non servirebbe a nulla, io non ci credo. Gli amori finiscono, ed è logico che sia così. Il tuo, per me, è durato abbastanza, mi pare.--Non mi lagno, come vedi; tu non hai fatto nulla di irregolare; anzi con quella lunga abitudine femminile, per quella tradizione a cui non mancate mai voialtre, per quel raffinato gusto per cui siete tanto seducenti, tu hai scelto il mio buon amico Mario Torresparda. Io gli volevo bene a Mario Torresparda, e glie ne voglio ancora. Non mi batterò mica con lui, per dar gusto a te ed al pubblico. Vuoi forse dirmi che egli ti ha sedotta? No, cara, non è vero: forse tu stessa credi che sia così, sei in buona fede; ma disilluditi, sono le donne che cominciano sempre a sedurre, e l'uomo si lascia prendere. Che colpa ha Mario Torresparda? Nessuna. Ha trovato una donna che faceva la civetta con lui, si è lasciato invescare, poveretto, si è innamorato. Lo compatisco, esser l'amante di una donna maritata non è molto piacevole, è una posizione piena di fastidi.
--Oh come hai ragione di disprezzarmi!--singhiozzò lei.
--No, cara. Io non ho nessun sentimento a tuo riguardo. Mi sono informato del tuo amore, per sapere la verità, per semplice bisogno di posizioni nette. Ora, per l'avvenire, fa quel che ti piace, io non mi prenderò neppur la pena di appurarlo. Ti avverto però che Mario Torresparda è innamorato sul serio di te, e fargli subito un tiro non sarebbe umano. Addio, son le sette, vado a pranzo; buon appetito.
--Non mi perdonerai mai?--gridò essa, afferrandolo per un braccio.
--Ma che perdono? Non ve n'è bisogno punto. Trovo, così, in massima generale, che noialtri uomini abbiamo torto a pigliarvi sul serio e a sposarvi in conseguenza. Se questa è una scortesia, scusami tanto. Vado, perchè son le sette. Verrò da Paola, dopo, a prenderti. Buona sera.................................
--Il pranzo è pronto--disse il servitore entrando.
Donna Livia, seduta sul tappeto, guardando il fuoco che moriva, pensava quanto suo marito, don Riccardo, fosse più _chic_ di Mario Torresparda.
IDEALE.
Laura, ritta presso il tavolino, col capo chino, s'occupava seriamente dei molti bottoni del suo guanto; sulla spalliera d'una seggiola era gittata una mantiglia ricamata in oro; un gran ventaglio di raso rosso da una parte, giallo e nero dall'altra, giaceva semiaperto sul tavolino. Laura era vestita di broccato nero, con uno strascico inverosimile; sulla scollatura triangolare del petto era appuntato un grande gruppo di fiori rossi e gialli; un ramo fitto di fiori rossi o gialli ornava i capelli bruni, compariva sotto l'orecchio e le lambiva il collo. Cesare entrò, senza far rumore, la guardò un momento, pensò a quello che doveva dire, e finì per dire:
--Buona sera, signora.
Ella non si scosse. Si volse, sorrise, stirò il suo guanto e domandò:
--Siete voi, Sanseverino?
--La domanda è singolare.
--Contentatevene. Ve ne ho risparmiata un'altra che poteva essere impertinente.
--Contessa, stasera siete un...
--Fenomeno, non è vero?
--Di bontà. Una cosa nuova. Mi risparmiate una impertinenza, mi siete indulgente! Qualche orribile sventura mi minaccia, dunque?
--Chi sa?
--Preferisco l'impertinenza, contessa. Già me lo immagino. Volevate dirmi: Che venite a fare qui?
--Voi indovinate troppo, Sanseverino; è una scienza pericolosa.
--Per me solo. Vengo qui...
--Per vedermi, perchè siete innamorato di me. Conosco il ritornello.
Sanseverino impallidì, nonostante la sua disinvoltura. Carezzò nervosamente il suo mustacchio sottile:
--...già--disse poi.--Ma non l'avrei detto. Non si crederebbe, contessa, ma riesco ad essere un uomo di spirito anche dinanzi a voi.
--Tutto merito mio, Sanseverino.
A lui si annebbiarono gli occhi, ma l'orgoglio gli ridette un sorriso ironico.
--Quanto vi è di buono in me e di felice nella mia vita, lo ripeto da voi, contessa--rispose, con un inchino troppo profondo.
--Benissimo, ecco un grazioso complimento che è il principio di quelli che udrò fra poco al teatro.
--È vero, voi andate al teatro--disse lui come riavendosi da una distrazione.--Perchè ci andate?
--Per annoiarmi in mezzo a molta gente.
--Annoiatevi con me, allora. La proposta è egoistica, non lo nego. Ma io mi moltiplicherò per farvi annoiare come al teatro. Se volete, aprirò il pianoforte, e vi suonerò le più gravi, le più soavi melodie del _Lohengrin_ che dovreste ascoltare al San Carlo. Parlerò con voi di trine, di amoretti, di gite, di nastri come potrebbe farlo la vostra amica Evelina. Vi farò la corte scioccamente, come ve la potrebbero fare Giorgio, Arturo, Adolfo o Gino. Poi, in un intervallo finto, fingerò di venire io stesso a farvi una visita, e vi dirò quello che vi direi...
--Mi piacerebbe più quello che non mi direste.
--Tristi cose in verità--rispose lui con un accento profondo.
Vi fu un minuto di silenzio. Caso meraviglioso, la contessa Laura pensava. Ma si scosse:
--E la platea? Ci mancherà la platea. Chi farà da platea?--domandò.
--Che dice la platea di noi?
--Oh! una cosa molto volgare, Sanseverino. Che mi amate e che non v'amo.
--E soggiunge le ragioni, bella contessa?
--Non le soggiunge, perchè non ve ne sono. Si ama senza ragione e non si ama anche senza ragione. L'amore e l'indifferenza si rassomigliano.
--Voi proferite una frase mostruosa--disse lui placidamente.
--Arriverò tardi al teatro--mormorò lei impazientandosi.
--Sono appena le nove. È ignobilmente presto. Chi è due volte contessa e tre volte marchesa come voi, non può andare al teatro a quest'ora. Io non oserei accompagnarvi.
--Vi farebbe piacere l'accompagnarmi?--chiese lei, lampeggiando vanità dagli occhi.
--... immenso piacere--mormorò lui, comprendendo la malvagia idea--malgrado il susurrìo di compassione che susciterei nella vostra famosa platea, contessa. Sono sicuro, vedete--e la sua voce tremolò di collera--che mi si compiange.
Ella non rispose nulla. Dopo una pausa, gli domandò:
--Foste al ballo in casa Della Mana?
--... ci fui.
--Mi attendeste inutilmente?--riprese, scherzando graziosamente col ventaglio.
--Inutilmente.
--Mandai a dire che ero ammalata. Vi impensieriste? Non era vero. Il mio abito, giunto da Parigi, era un capolavoro di bruttezza.
--Questo di stasera è odioso.
--Vi pare? Eppure voi dovreste preferire questi fiori dai colori passionati. Non andate predicando da per tutto: Amore, amore, passione, passione?
--Ma non artificiale come i vostri fiori, contessa, come il falso colore dei vostri nastri, come la falsa Turchia del vostro ventaglio, come voi stessa...
--Eh!--fece lei, rivoltandosi vivamente.
--Perdono. Ho sbagliato... ho la testa un po' confusa. Qui vi è un profumo penetrante che mi dà ai nervi.
--Ora va bene--approvò lei col capo, agitando lievemente il ventaglio.
--Ho sbagliato, vi ho offesa. Voi non siete falsa; voi siete molto leale. Nulla mi avete promesso e nulla mi avete mantenuto. Dal primo istante che vi vidi, vi giudicai: siete rimasta immutabile. Mi congratulo con voi, contessa Laura: voi avete carattere. Carattere d'indifferenza, di apatia, se vogliamo, unito ad una giusta misura di vanità. Bel carattere: io vi ammiro.
--Credete voi che Teresa Realps sposerà vostro cugino Mario?--disse lei, reprimendo un piccolo sbadiglio.
--Questo matrimonio pare che vi diverta come le mie incoerenze. Sarebbe meglio per voi andare al teatro.
--Grazie; per me è lo stesso. Se volete, rimango qui sino a mezzanotte. Mi diverto anche qui.
--Che cosa potrebbe farvi piangere, Laura?
--Mi chiamate per nome, mi sembra--disse lei lentamente e freddamente, guardandolo fisso col suo sguardo grigio.
--Vi chiedeva che cosa potrebbe farvi piangere, contessa Mormile.
--... non so... non so... ma qualche cosa ci deve essere. La troverò.
--E me la direte?
--Forse. Vi piacerebbe veder le mie lagrime?
--Io non le vedrei--disse Sanseverino, abbassando il capo.
--Bah!--fece lei, stringendosi nelle spalle. E si alzò per prendere la sua mantiglia.
Scesero lo scalone, l'uno a braccio dell'altra, muti, senza guardarsi. Allo sportello della carrozza egli salutò con una grande scappellata. Laura sorrise.
--Verrete più tardi al teatro, Sanseverino?
--A far che?
--Quello che tutti fanno.
--No. Me ne vado a giuocare al Circolo.
--Questo vi distrae?
--Punto. Tutto è inutile, tutto. Buona sera, contessa Mormile.
--Buona sera, duca Sanseverino.
* * *
Nel meriggio di settembre tutto taceva. Nella campagna attorno era un grande silenzio. Ogni tanto, di lontano, s'udiva il rumore di una carrozza che passava sulla strada maestra. Nel pianterreno della villa un paio di servitori dormivano sulle panche dell'anticamera, una cameriera agucchiava presso una finestra, un guattero strofinava silenziosamente l'argenteria in cucina. La contessa Laura non amava il fracasso in campagna. Ella stessa stava nel suo salone favorito, che era un po' salone, un po' _veranda_ e un po' serra, dove le tendine moderavano la luce, il ponente soffiava amabilmente, uno zampillo d'acqua rinfrescava l'aria, e i fiori d'autunno appagavano l'occhio. La contessa vestita di casimira bianca, coperta di merletti bianchi, adorna di rose bianche sul seno e nei capelli, si dondolava in una poltroncina americana.
--... Voleva dirvi, Sanseverino--continuò con la sua voce seducente e molle--che rimarrò a Capodimonte sino alla fine di ottobre.
--Così tardi? Eppure voi non amate la campagna, non l'avete mai amata.
--Vi sembra? Non so veramente se io l'ami ora. Ma la sua pace mi attrae, mi soggioga. La città deve essere orribile, arsa dal sole, corrosa dalla polvere, piena di gente borghese e piena di chiasso. Che caldo deve fare laggiù! La sera, quando sto sul terrazzo, mi par di vedere Napoli fumare come una grande macchina a vapore. Ed il vostro Sorrento come lo avete lasciato?
--Bellissimo ed elegante; vi è tutto il vostro Circolo. Ognuno si domanda perchè voi manchiate.
--Anche voi lo domandate?
--Io non oso domandare più nulla, lo sapete. Sono i vostri amici. Fanno commenti, supposizioni...
--Che dicono?
--Io non lo ripeterò mai.
--Anzi, me lo ripeterete.
--Per comando?
--Per comando.
--Dicono che avete un innamorato.
--Credete voi che io abbia un innamorato?--domandò lei fissandolo stranamente.
Egli sentì come un brivido passargli per le ossa, e rispose:
--Non lo credo.
--E perchè?
Sanseverino tacque. Ella raccolse una rosa da un cestino che aveva accanto e glie la gettò. Egli la prese a volo e la odorò lungamente, mentre ella osservava con attenzione. Aveva baciato il fiore o aspirato solamente il profumo?
--... ditemi, Sanseverino, a Sorrento, avete spesso pensato a Napoli?
--Vale a dire, contessa?
--... a Capodimonte?
--A Capodimonte?
--... voleva dire a me--concluse lei con voce dolente e arrossendo un poco.
Egli la guardò, sorpreso. Ma ella non gli dette tempo di rispondere:
--Ho letto, ieri l'altro, una parola misteriosa in un libro misterioso. È la parola: _ideale_. Non sorridete, la conoscevo: ma non comprendevo bene che fosse. È la nuvola che passa, non è vero, l'ideale? È la musica che abbiamo nella mente? È il quadro dipinto nella fantasia? È un fantasma adorato? È tutto questo, non è vero?
--Tutto questo ed altro ancora, signora.
--O amico, voi dovete averlo ed amarlo un ideale. Ditemi qual è.
--Io non posso dirvelo.
--E che? non mi amate voi forse?--sclamò lei, con gli occhi lucenti.