Chapter 4
Si pose a sfogliare le rose, lasciandone cadere i petali nella cassa, come una pioggia delicata; buttò via gli steli nudi e verdi. Poi sfogliò i gelsomini che le cadevano fra le dita, lievi ed olezzanti. Rimase a guardare l'opera sua, tutta sorridente. Zia Angiolina crollava il capo con la sua grand'aria sentimentale. Che faceva il ventaglio nero, laggiù, nell'oscurità? Si era chiuso, con una discesa secca come una risata sardonica. Cecilia, quasi fosse stata sorpresa in una contemplazione poetica e puerile, arrossì. Stette immobile, lo sguardo vagante, distratta, cercando qualche cosa da fare o da dire. Poi si dette di nuovo all'opera sua.
--Cesare, Cecilia, non vanno bene insieme?--mormorava.
--Vi è una fatalità nei nomi--rispose gravemente la zia.
--Ancor questa fatalità. La mettete dappertutto, zia. Mi rattrista, ve lo assicuro. Ascoltate, zia: ho da domandarvi due cose gravissime, di una importanza eccezionale. Credete voi, zia, che quando non avremo nessuno a pranzo, io posso scendere in veste da camera ed in pianelle? Credete voi che Cesare sia innamorato di me?
--Debbo rispondere alla prima o alla seconda domanda?
--Sono egualmente interessanti, ma via, rispondete alla seconda.
--È cosa triviale citare un proverbio, ma questo qui l'ho fatto io. Chi ama bene, sposa presto. Da quanto tempo conosci Cesare?
--Da un anno; da sei mesi mi fa la corte, da tre mesi è mio fidanzato.
--Secondo i calcoli matematici, Cesare è innamorato di te.
--N'ero convinta avanti di chiedervelo, zia. Era così innamorato di voi, lo zio Astolfo?
--O cara! Lo zio Astolfo era molto diversamente innamorato. Allora si amava in un altro modo. Ci amammo per quattro anni contro la volontà dei nostri parenti, tre volte progettammo di morire, e tutto era pronto per un rapimento, quando saputosi tutto, finirono per dirci di sì. L'amore era un romanzo, allora.
--E adesso?
--Prosa, mia cara.
--E come scenderò vestita, zia, quando non avremo gente a pranzo?
Le due donne, con la massima serietà discussero l'abito, le pianelle, il goletto, la sciarpa, come avevano discusso l'amore. Nella strada vicina un organetto suonava una romanza di Tosti, allargandone molto il tempo, in modo da renderla più malinconica di quello che era. Poco a poco esse tacquero. Ascoltavano. Abitando al primo piano, con le finestre aperte, tutti i rumori di una sera d'estate salivano netti e chiari. Un fanciullino piangeva, con quel lamentìo insonnolito dei bimbi che si addormentano, un ciabattino batteva forte sopra un tacco di suola, a colpi rapidi, con un rullìo. Una voce femminile, accompagnando sottovoce l'organino, canticchiava:
Vorrei morir quando tramonta il sole.
Involontariamente, Cecilia si pose a canticchiare anche lei:
Quando nel prato spuntan le vïole,
mentre la musica soave, l'afa della serata di luglio e la stanchezza le mettevano addosso una tenerezza grave, una voglia di piangere. Era caduta sopra una sedia, guardando il soffitto, le braccia prosciolte e abbandonate, pensando ad una quantità di cose malinconiche. Dalla via, la vocina femminile continuava a cantare:
Vorrei morir... vorrei morir...
Cecilia lasciò che due lagrimoni le cadessero giù per le guance. Si sentiva impietosita e commossa per quella donnina che cantava così mestamente, pel suonatore dell'organetto, per sè stessa che si maritava, per la zia che era vedova e leggeva _Diane de Lys_, e forse più di tutto per quel ventaglio nero che si rimaneva tranquillo e silenzioso nel vano del balcone. Tutto ciò durò poco. L'organetto suonò il _Funiculì-funiculà_.
Tutta la mestizia di Cecilia si dileguò. La vita era bella, nevvero? e Cesare sarebbe arrivato l'indomani presto. Bisognava sbrigarsi.
--Siete rimasti d'accordo per le partecipazioni, Cecilia?
--Sicuramente. Vi lasceremo la nota degli indirizzi e voi le manderete.
--Sei fortunata, eviterai le visite di nozze.
--E laggiù, in campagna, credete che i signori dei paesi vicini, i sindaci, vorranno evitarci questo noie? Quante sindachesse, quante mogli di giudici, quante provinciali sfileranno in casa mia! Come mi divertirò, come farò bene la castellana, come sarò amabile e quante riverenze farò!
--Sei una bambina, Cecilia. Il matrimonio è una cosa grave e pericolosa.
--Pericolosa?
--Pericolosa.
--Perchè, zia?
--... nelle conseguenze.
--Non capisco.
--... tu non sai nulla...
--... forse... forse... perchè vengono i bimbi?
E una fiamma viva le corse al volto.
--Anche... ma vi è dell'altro...
--Forse perchè vi sono queste orribili marchese Susanne, queste principesse Albertine, queste contesse Elene?
--Tu non sai nulla. La vita è un romanzo.
--Il mio è bello, zia.
--Sono i primi capitoli. Occhio all'amore, fanciulla.
--Io amo Cesare, egli ama me--rispose lei con grande semplicità. E guardò intorno intorno, nello stanzone, quasi prendesse l'ombra a testimonio di quella verità. Niente aveva voce, nessuno le rispose; ma ella rimase quietata e soddisfatta, avendo riassunto presente ed avvenire.
L'armadio era vuoto. Cecilia riponeva lentamente nel cassone gli oggetti minuti di biancheria, i goletti, i polsini, le cuffiette, le scatole dei fazzoletti. Prima di mettere al suo posto l'oggettino, lo guardava, lo ammirava, gli parlava sottovoce, quasi lo carezzava. Era molto felice, felice di avere tutti quegli ornamenti candidi, leggieri, morbidi di stoffa, fioccosi per trine, gentili di forme. Vi giuocava, quasi, come una bimba con gli abitucci della bambola.
--Vi sarà molta gente al Municipio, zia?
--Molta gente.
--E il vice-sindaco mi dirà qualche cosa di molto pauroso? avrà un aspetto spaventoso con la sua sciarpa?
--Il vice-sindaco è per lo più un avvocato annoiato e frettoloso. Ma gli articoli della legge fanno pensare, Cecilia.
--Naturalmente, le signore saranno in cappello bianco, zia?
--Bianco, specialmente per le fanciulle.
--Abito corto, nevvero?
--Corto; è volgare il più piccolo segno di coda.
--Si piange al Municipio, zia?
--È a piacere, mia buona. Per lo più si preferisce piangere in chiesa.
--... già, in chiesa. In chiesa è una cosa seria; vi saranno fiori, incensi? E i belli chierichetti biondi e rossi come cherubini, con la cotta bianca a piegoline? Come sarà grazioso tutto questo!
--E se vi fosse un amante disperato dietro una colonna, Cecilia? Se questo amante si avanzasse, ti maledicesse, si ficcasse un pugnale nel petto!
--Questo qui si vede nel libretto della _Lucia_. Non è più di moda, zia.
Risero cordialmente ambedue.
--Credi tu, zia, che mio marito sarà buono con me? Come farò io per farmi amare? Debbo io essere buona o cattiva con lui?
--Dumas dice in un modo e Giorgio Sand in un altro.
--Ed io, zia?
--Metti il romanzo nella tua vita, bambina. Nulla si fa senza la poesia.
--Dove la trovo questa poesia? Io non ne so nulla. Sono una sciocca; sono disperata, zia. Tu mi farai morire, zia.
Una desolazione quasi infantile le si dipingeva nel volto giovanetto. Zia Angiolina se ne stava tutta preoccupata, come se si desolasse anche lei pel romanzo della sua immaginazione.
--Zia, zia, dove metterò i gioielli?
--Nella cassetta di cuoio nero.
--Potrò ora portare quanti anelli mi piacciono? Ne avrò all'anulare, al medio, al mignolo; potrò finalmente avere gli orecchini di brillanti.
E Cecilia rimase rapita, con una luce negli occhi. La cassa era piena, sgombra la tavola, sgombre le sedie, tutto a posto. Pure ella non chiuse subito la cassa, restò a fissare il coperchio, quasi smemorata, quasi cercasse ricordarsi qualche cosa. Girò così, due o tre volte, per la grande sala, frugando con lo sguardo negli angoli oscuri: ritornò e d'un colpo solo abbassò il coperchio, chiuse le serrature con le chiavicine. Le tremarono le mani. Venne verso sua zia, pallida, e con la voce incerta, le disse:
--O zia, o zia, io me ne vado domani!
Nelle braccia l'una dell'altra piansero. Si sciolsero dinanzi alla svelta e leggiadra figura di giovanetta, vestita di lana bianca, che era apparsa alle loro spalle, lasciando il vano del balcone. Restarono un po' confuse, un po' mortificate.
--Delfina, tu devi trovare tutto questo supremamente ridicolo--mormorò Cecilia.
No, ella non rispose. Ma alla stanchezza dell'occhio bruno, alla piega ironica della bocca purissima, a tutta l'espressione di noia che deturpava quel viso giovanile, si vedeva che ella trovava tutto ciò supremamente ridicolo.
CUORE DI PORCELLANA.
Me ne duole per voi, ottimi e capricciosi lettori, ma questa storiella che debbo raccontarvi è vera, perfettamente vera, vera da cima a fondo. Le storielle vere hanno il potere d'irritare sommamente i lettori che non possono fare le loro osservazioni, dare dello stupido allo scrittore, poichè si trovano in faccia alla verità. Ho sempre un po' di paura quando incomincio a narrarle, e vorrei andarmene per le lunghe. So che oggi vi annoierò o vi farò irritare; nè posso evitarlo. Quando una di queste storielle chiede la sua vesticciuola per uscire a fare un giretto nel mondo, bisogna dargliela e lasciarla partire. Invano si vorrebbe metter fuor di casa la sorella maggiore, o la minore, o il fratellino: è lei che deve andar via. È ostinata, cocciuta, invincibile: e non resta che benedirne melanconicamente il volo, seguirla con l'occhio sinchè scompare, per rimanere impensierito della vita breve ed infelice che avrà.
Ecco, io non faccio mai preamboli, e questo qui mi pare abbastanza lungo e noioso. Risolvermi a parlarvi d'Alfonsina sarebbe bene, raccorciando la storiella, copiando dalla verità. Quest'Alfonsina era una ragazza provinciale, di Salerno. Suo padre era impiegato all'Intendenza di Finanza--ella aveva due sorelle e due fratellini, ancora piccini. Di estate ella andava a passare quindici giorni, dal venti agosto al cinque settembre, in un villaggio presso Salerno, in una casa baronale che faceva inviti molto larghi. Ci andavano gente da Cava, da Potenza, da Napoli, da Castellammare; ci andavo anche io. La scusa era la festa e fiera di Sant'Anna che si celebrava coi soliti fuochi d'artificio, mortaretti, bande musicali, pranzi spaventosi e balli popolari. In fondo ci divertivamo come tanti giovanotti allegri, che eravamo, in compagnia di molte ragazze che ridevano dalla mattina alla sera. Quest'Alfonsina ci veniva, ma non le piaceva fare il chiasso: noi la chiamavamo la _sentimentale_, come usa nella borghesia meridionale, specialmente in provincia, per indicare una fanciulla malinconica. Ella non si dispiaceva del nomignolo. Questa creatura aveva venti anni, era di statura media, magra, le spalle un po' aguzze, il giro della vita assurdamente piccolo. La testa era anche troppo piccola, come quella di un uccello, ed afflitta da una massa inconcepibile di capelli castani, d'un colore morto e che si abbandonavano volentieri sul collo; una bocca minuta, che si storceva un poco nel sorriso; un nasino senza carattere, gli occhi tranquilli e castagni, ma un po' cisposi. La mattina li lavava col vino e non ci sembrava più. Pallida molto, le gengive smorte, anemica come una candela di cera. Belle le mani, sottili e fredde. Portava spesso un vestito blu cupo, con una grande cravatta di merletto bianco che serviva ad ingrandirle un po' il busto, che era meschino. Aveva anche un abito di lana bianca per i ballonzoli della sera ed uno di seta nera per la Messa della mattina. Anzi, era troppo lusso per la figlia di un impiegato, ragazza povera e senza dote. Era buona come tutte le fanciulle quando non hanno ragione di essere cattive; parlava con molta soavità e alzava gli occhi al cielo con una certa grazia. In fondo, era alquanto stupida. Si occupava vivamente, con un'assiduità disperante, di un suo eterno lavoro, a stelline di _frivolità_, lavoro leggiero, bellino ed inutile. Portava in tasca, in una scatoletta, il gomitolo del refe e la spoletta di avorio:, appena arrivata in un sito, la cavava di tasca e ricominciava i suoi giri rapidi, i suoi nodellini brevi, tutt'assorta in quella _frivolità_. Ne voleva fare tutto un corredo, tutta una casa, all'ardore con cui lavorava.
Questa ragazza, come tutte quelle di provincia, era innamorata. E seguendo una regola generale, era innamorata d'un giovanotto che non le volevano dare. Il giovanotto si chiamava Giovanni, era basso, tarchiato, robusto, rosso, con una criniera nera, le mani un po' pelose, il collo bruno--era maleducato, ricco e cretino. Sorvegliava i suoi coloni, andava a caccia, guidava il suo calesse, mangiava forte e beveva molto. Anche lui era innamorato di Alfonsina; con un grosso amore di asino per una cosina gentile e delicata. Le scriveva delle lettere piene di punti esclamativi, di frasi scelte nei romanzi di Mastriani, che aveva tutti letti. Lei, dicono, di notte ci piangeva su, il che poi le rendeva gli occhi cisposi al mattino. A Salerno parlavano tutta la sera, lei da un terrazzino, lui da una scaletta di servizio; quando pioveva lei s'imbaccucava in uno scialle, ma ci prendeva certe costipazioni che le rendevano il nasino rosso come il fuoco, gli occhi lagrimosi e le labbra scottate. Lui no, perchè era avvezzo all'umido dei pantani dove andava a caccia. I genitori di lui proibivano il matrimonio; solito dramma in moltissimi atti, di dolore. Alfonsina raccontava i suoi dispiaceri alla _frivolità_, poichè quando ci lavorava, muoveva lievemente le labbra. Giovannino bestemmiava coi villani. Malgrado le proibizioni, si vedevano in chiesa, alla passeggiata, al teatrino, in certe riunioni di famiglia, in cui pietosi amici offrono un terreno neutro agli innamorati infelici. Anzi, nell'estate, si vedevano per quindici giorni di seguito, nel castello baronale; era la loro luce, la loro felicità quella quindicina. Giovanni sfoggiava cravatte incomprensibili, polsini abbaglianti, un costume da caccia nuovo; Alfonsina lasciava cadere sulle spalle le sue grosse treccie castane, che erano la sua sola seduzione e si faceva piccina, debole, più smorta ancora, piena di brividi, perchè quel giovanottone fosse lusingato nella sua parte d'innamorato protettore. Noi reggevamo il moccolo gaiamente, ma anch'essi lo reggevano a noi. Erano servizii scambievoli che ci rendevamo. La sera, erano coppie innamorate, sotto il portico, nel giardino, sul terrazzo.
Le penombre erano piene di pericoli e di amore; le mamme chiudevano gli occhi. A cena, alla grande cena, volti pallidi, e volti rossi, mani tremanti che non reggevano il bicchiere o disappetenza delle ragazze, appetito dei giovanotti. Tutto candidamente, onestamente, con fine di matrimonio, come sempre in provincia. Alfonsina non mangiava, il che faceva ringalluzzire Giovanni; ella si faceva trasparente; se le accendevano una candela alle spalle, sarebbe sembrata di porcellana. Una sera egli l'aveva incontrata fra due porte e l'aveva abbracciata baciandola ruvidamente sul collo; gli era quasi svenuta nelle braccia. Lui guardava orgogliosamente i propri polsi poderosi e schiattava dal ridere, dicendo: Se la stringo troppo, vedete che la spezzo. Questi brutali complimenti li rendeva sempre più innamorati.
Ma il papà e la mamma tenevano fermo a non volergli far sposare quella ragazza pezzente. S'era sperato lungamente che dopo il matrimonio della sorella di Giovanni, le cose si sarebbero potute accomodare: Alfonsina aspettò pazientemente altri due anni. Ma dopo, fu peggio. Ogni mese la madre di Giovanni gli trovava una sposa nuova: lui rifiutava, gridava, rompeva le sedie. O Alfonsina o la morte--e bestemmiava, dando calci nelle casse. Alfonsina, facendo la _frivolità_, doveva ripetere: o Giovannino o la morte. Continuavano a parlare dal terrazzino. Poi ci fu un caso grave: vale a dire una proposta di matrimonio per Alfonsina da parte di un impiegato del Dazio di consumo. Fu tranquillamente respinto dalla ragazza e fu bastonato dal giovanotto: uno scandalo enorme in cui spiccava grosso e grasso l'amore di lui, alto e sottile come una fiammolina inconsumabile l'amore di lei. Ma se Alfonsina rimaneva quieta, aspettando tacitamente e fedelmente un giorno, _quel giorno_, Giovannino diventava aspro, col sangue alla testa per la minima cosa, gridando, urlando, stringendo le pugna. Si faceva un villano. Qualche volta la sua collera si riversava sull'innamorata. La tormentava con una gelosia feroce, le rinfacciava la guerra civile della propria casa, gli anni perduti dietro lei. Alfonsina lasciava andare la _frivolità_ e piangeva silenziosamente. Una sera, in un ballonzolo, arrivò a darle un pizzicotto così tremendo che lei strillò come in agonia e tutti se ne accorsero. Lui, furibondo, la piantò. Per tre mesi bevve molto, andò a caccia e si spassò con le contadine, diventando bestiale. Lei non dormiva più la notte, e quando le portavano le notizie, tremava e sospirava. Poi Giovannino, ripreso dalla tenerezza, si rappaciò, promise di sposarla presto. Ma la tresca con Fortunatella, la moglie del colono, non fu spezzata: si parlava di un bambino. Per dissuadere Alfonsina dall'aspettare più Giovanni che diventava un mascalzone, ci si misero in mezzo amici, amiche, confessori. Lei diceva di sì col capo, ma significava no. Era un'ostrica calma, col suo volto dilavato e le vene senza sangue. Aveva la fermezza della passività. Curvava il capo e non si muoveva più. Lui a riprese, quando era infastidito di Fortunatella, cercava di far la pace con Alfonsina e ci riusciva, ma le cose non duravano molto così bene. Lui la maltrattava nelle lettere, come quando schiaffeggiava Fortunatella. Era una guerra d'ogni giorno--e guai se qualcuno osava gironzare intorno all'Alfonsina. Erano minacce spaventose. Questa vita durò dodici anni. La fanciulla oramai viveva di anima, tanto era stecchita e meschina.
Poi un giorno, i briganti si presero Giovanni; dicono che fosse un agguato tesogli da un colono furioso d'essere stato maltrattato; alcuni dicono preparato da un altro amante di Fortunatella. I briganti chiesero trentamila ducati di riscatto e tagliarono le orecchie del prigioniero. Poi gli tagliarono il naso ed il dito mignolo, e chiesero settantamila ducati, poi, come invece del danaro, vennero i bersaglieri, lo ammazzarono con una pugnalata nello stomaco.
Fu allora solo, che la pallida Alfonsina dagli occhi cisposi, si decise a sputare quel po' di sangue roseo che le rimaneva nelle vene e partì un anno dopo di lui.
LA DONNA DALL'ABITO NERO E DAL RAMO DI CORALLO ROSSO.
_A M... M..._
Sentite ora il mio segreto, uno spaventoso segreto che mi rode l'anima. L'ho taciuto sinora per l'orrore della mia mostruosità. Ma dentro, lo spasimo mio assume mille forme, io sento due martellini battermi sul cuore mortificandolo di colpi; io ho una vite d'acciaio che mi rotea nel petto come un cavaturacciolo; io ho un migliaio di spilli ficcati sotto il cranio; io ho un chiodo confitto nella tempia dritta. Eppure, in questa lunga agonia, io non posso morire; dalla febbre il mio sangue si rinnovella, dalla tortura le mie fibre si disseccano, ma si rinvigoriscono dall'incitamento; la forza dei miei nervi si raddoppia. Morire no, non mi è concesso. Altri dovrebbero morire, meco. Scrivo il mio segreto non per sollievo perchè non ne spero, ma perchè si sappia la verità del caso mio.
Sentite. Non è vero che io sia pazza; io vivo, sento, ricordo e ragiono. Quelli che mi tengono imprigionata, nel manicomio, s'ingannano.
Mai ho posseduto tanta lucidità di mente, tanta solidità di cervello; mai ho contemplato con tanta serenità di dolore la mia sventura. Non sono pazza. È inutile la doccia sulla testa, il camerotto foderato di materassi, il bagno caldo, la sorveglianza continua. Questo non può guarirmi, perchè non sono pazza. Per me non ci vuole il medico, ma il prete. Deve venire il prete con il libro santo dei Vangeli, con la stola ricamata d'oro, con l'acqua benedetta. Deve leggere le preghiere per scongiurare gli spiriti maligni, mettermi sul capo la stola e aspergermi di acqua santa; deve battersi il petto, inginocchiarsi, pregare l'aiuto del Signore su me. Poichè io non sono pazza, ma qualcuno si è impossessato di me; io non sono pazza, ma qualcuno è entrato in me, vive con me. Dentro l'anima mia vi è un'altr'anima. Dentro la mia volontà vi è un'altra volontà. Dentro la mia ragione vi è un'altra ragione. Bisogna esorcizzarmi, bisogna cacciar via la mia nemica, togliermi quest'altra anima che mi riempie di terrore. Noi siamo due...
* * *
Quanto tempo è che ho veduto lei, l'altra, per la prima volta? Non so, la data non potrei dirla, perchè mi sfugge. Certo era un tramonto più rosso d'autunno; io correva nelle vie infangate, affrettandomi a una casa dove qualcuno che mi amava moriva. Correvo col capo chino sotto la pioggia mormorando le parole di consolazione e di perdono prima di giungere. D'un tratto, alzando gli occhi sotto la luce rossastra di un fanale a gas, vidi camminarmi accanto una figura femminile. Era una donna di mezza statura, col volto pallido e allungato, sciupato dall'età, dalle sofferenze; ma in quel volto consumato ardevano gli occhi neri, bruciavano di sangue le labbra. Era vestita tutta di nero, il nero dei suoi occhi; portava al collo, come spillo, un ramoscello di corallo rosso come le labbra. Camminava accanto a me, guardando la terra; un sol momento mi alzò gli occhi in viso, ma li riabbassò subito. Io fui colpita da questa apparizione e distesi la mano quasi per toccarla, ma ella si allontanò rapidamente. La seguii quasi per istinto senza saper perchè, presa da necessità di andare dove andava lei, di fare quello che lei faceva. La seguii con gli occhi fissi nella sua figura bruna, raggiungendola ogni tanto per vedere quello sguardo nero e ardente, quelle labbra febbricitanti, quell'abito nero come l'occhio, quel ramo di corallo rosso come le labbra. Ella se ne andò per le strade con il suo passo ritmico, fermandosi innanzi alle mostre delle botteghe, salutando qualche creatura ignota, fermandosi a discorrere con qualche essere volgare. Io feci, dietro a lei, tutto quello che essa fece. Ella prese la via del teatro, salì le scale, entrò in un palco e si pose immediatamente a dardeggiare la folla col suo sguardo nero. Si pose subito a ridere con le sue labbra di sangue; io in un palco dirimpetto a lei, imitandola, guardai sfacciatamente la folla, e risi, risi sempre. D'un tratto ella scomparve, io m'abbandonai in un'atonia come se mi mancassero gli spiriti, poi mi risvegliai nell'amarezza saliente dei rimorsi. L'amico che m'aspettava, a cui dovevo portare le parole di consolazione e di perdono, era morto, solo, mentre io rideva al teatro.
* * *
Io non amava quell'uomo. Anzi non amavo nessuno in quel tempo. La mia indifferenza in fatto di sentimento era serena: non amavo, non avevo il rimpianto dell'amore, non avevo il desiderio dell'amore. Poi quell'uomo era un essere volgare e miserabile di cui io vedeva tutta la miseria, tutta la volgarità. Il suo amore fatto di vanità, di capriccio, di puntiglio, non aveva il potere di irritarmi, ma aveva il potere di nausearmi. Le sue parole mi lasciavano inerte, le sue lettere non mi scuotevano, le sue mani che stringevano le mie non mi facevano impallidire. Odiarlo non potevo, e amarlo neppure: tutta la meschinità, tutta la bassezza del suo spirito, la misuravo. Egli, divorato dal desiderio, ch'era vanità, fremeva di rabbia, fremeva di falso amore, e pregava e scongiurava, versava lagrime di dispetto. Io mi rifiutava; tranquilla, immobile, sorridente, quasi insolente, m'immergevo sempre più in quella indifferenza che è il dono dei forti. Finchè lui un giorno, in una scena di collera, mi disse:
--O domani o mai più.
--Mai più--dissi io freddamente.