Fino a Dogali

Part 9

Chapter 9 3,643 words Public domain Markdown

Chiusa l'epoca delle congiure e posate le armi, Don Giovanni non lasciò più l'aria serena dei proprii monti che per recarsi a Torino, dietro invito del Ricasoli, ad impedire che il dissidio fra Garibaldi e Cavour degenerasse in guerra aperta. La situazione, già molto grave di per sè, poteva risolversi funestamente. Garibaldi esasperato dalla cessione della propria patria alla Francia, punzecchiato da tutte le invidie dei giornali monarchici inveleniti di una gloria che stentavano a comprendere, offeso quotidianamente dalle fatali viltà di una politica parlamentare, che mirava a sminuire la grandezza della sua opera per ingrandirne la monarchia di Savoia così stretta fra l'aiuto dei rivoluzionari e dei francesi da soffocarvi quasi, ebbe uno scoppio formidabile d'indignazione. I suoi garibaldini, che avevano operato per la patria più di quanto la monarchia di Savoia avesse fatto per sè medesima accettando l'Italia dalla rivoluzione, erano dal nuovo governo peggio che obliati, percossi. Allora egli che, ceduta Napoli a Vittorio Emanuele, era ritornato a Caprera non trasportando sulla piccola barca, frutto di tanta conquista, che un sacco di fagiuoli, rientrò in Parlamento per ripetere con accento più formidabile di Napoleone I il 18 brumaio, a Cavour fatto sicuro dalla sgomenta inesperienza del Parlamento: Che cosa avete fatto delle mie legioni?!

Quel giorno la nuova monarchia tremò: il lampo dello sguardo di Garibaldi coperse l'aurea luce della recente corona posta dalla servile compiacenza dei popoli ancora immaturi alla libertà sulla fronte di Vittorio Emanuele. La coscienza italiana sentì uno strappo improvviso e si trovò bagnata di sangue prima ancora di aver gettato un urlo per rispondere al grido di Garibaldi.

Allora Cavour, che nel pericolo acuiva la naturale astuzia dell'ingegno, si ricordò di Don Giovanni Verità e a mezzo di Ricasoli potè condurlo a Torino per pacificare il Generale.

Don Giovanni andò, ebbe con Cavour un colloquio, nel quale la rude franchezza del montanaro umiliò più di una volta la subdola abilità del diplomatico, ma comprese tosto che la fortuna d'Italia esigeva da Garibaldi, come supremo sacrificio, l'olocausto de' suoi soldati ai codardi rancori, alle insaziate cupidigie delle genti nuove necessarie a sorreggere il governo in quell'ora, e ricusando con nobile orgoglio le offerte del ministro promise non già l'opera propria, ma in nome stesso di Garibaldi, che il Generale si sarebbe un'altra volta sacrificato sull'altare della patria. Così fu, Don Giovanni raccontò a Garibaldi il suo abboccamento con Cavour; forse sospirarono assieme sulla viltà di quell'ora, e l'eroe abbandonò al re la sorte dei soldati che gli avevano conquistato più che la metà del regno.

Ma Don Giovanni, incapace per indole e per studi di comprendere i viluppi del problema nel quale era stato chiamato, conservò sempre del Cavour una spiacevole impressione. La viltà parlamentare e l'egoismo monarchico gli si erano soli mostrati nel grande statista, che pure aveva pianto di rabbia all'annuncio del trattato di Villafranca.

Quindi nel 1866 l'Italia monarchica fu vinta miseramente sugli stessi piani, che diciotto anni prima avevano veduto la sconfitta del Piemonte. La tradizione di Emanuele Filiberto era cessata per sempre nella casa di Savoia, ma l'astro aspettato vanitosamente da Carlo Alberto sul suo ultimo e fantastico scudo di re medioevale brillava sulle alture del Tirolo espugnate da Garibaldi.

Dio e l'Italia erano con lui, vecchio che guidava in carrozza i volontari della nuova generazione.

La monarchia battuta a Custoza e a Lissa impose tremando al solo vincitore d'Italia, che retrocedesse; e il vincitore superò le viltà dell'ordine colla sublime concisione della risposta: Obbedisco!

Quando Don Giovanni potè leggerla nei giornali pianse.

Garibaldi, come Cesare, aveva vinto sè stesso.

Ma fedele alla propria missione, Garibaldi ritentava nell'autunno susseguente l'impresa di Aspromonte, a ciò incuorato e impedito secretamente dal Rattazzi, che nell'audace profondità di una politica allora maledetta, e oggi ancora incompresa superava continuandole le più difficili e gloriose combinazioni del Cavour. Aspromonte era stata l'ode, Mentana fu il dramma. Papato ed impero francese vi perirono, mentre la monarchia italiana ne uscì moralmente diminuita. Garibaldi sconfitto per l'ultima volta vi si trasfigurò in eroe mondiale eccedendo nella sua lotta col papato le proporzioni di una battaglia italiana. Napoleone ripetè imperatore l'errore, al quale aveva troppo cooperato come membro della repubblica, rivelando nell'agonia dell'impero il secreto delle sue origini ed affrettandone la catastrofe fra l'odio della coscienza francese e il disprezzo della coscienza europea; il papato assalito ancora una volta da Garibaldi non osò chiamare il proprio popolo alle armi e invocò dalla Francia un aiuto ai mercenari, confessando così che il suo regno era una soperchieria senza diritto e senza avvenire. Garibaldi ritirandosi dai campi sanguinosi di Mentana traversò l'Italia di Vittorio Emanuele silenziosa ma fremente di sdegno contro il governo. Rattazzi, che con audacia di genio aveva voluto un attacco contro Roma dalla rivoluzione, risoluto ad impedirne il trionfo finale che sarebbe stato la morte della monarchia, calcolando che l'impero francese con questa suprema difesa del papato libererebbe per sempre l'Italia dal debito del 59, cadde dal ministero, percosso da tutte le ire, magnanimamente silenzioso e superbo.

Quella fu la più grande giornata del Parlamento italiano.

Don Giovanni, che nella sua fede in Garibaldi aveva profetato fra gli amici la presa di Roma colla fine del potere temporale, ne rimase sconcertato. Egli non capiva, e non capì forse nemmeno più tardi, che se Garibaldi avesse preso Roma, l'Italia avrebbe dovuto proclamare subito la repubblica, essendovi tuttavia immatura per difetto di scienza e di coscienza.

Garibaldi a Mentana aveva tagliato il nodo del papato e dell'impero, lasciando alla monarchia costituzionale d'Italia, larva incerta di repubblica, di strapparne i capi tre anni dopo.

Roma e Parigi si liberarono quasi contemporaneamente del papa e dell'imperatore.

Fu in una notte tiepida e serena che a Modigliano giunse il telegramma della presa di Roma. Da qualche giorno la campagna era cominciata, e quantunque il nemico fosse più che spregevole, il popolo non era senza inquietudine. La tradizione dei disastri monarchici, quando la monarchia si era battuta colle sole sue forze, pesava su questa spedizione, che non meritava nemmeno il nome di guerra. Si raccontavano aneddoti di La Charette generale dei zuavi, che fedele alla memoria del proprio nome infestava la campagna romana deludendo e superando i bersaglieri di Lamarmora, e allora l'anima del popolo si voltava a Garibaldi. Ma questi, che sapeva di aver ucciso il papato a Mentana, ne abbandonava le spoglie alla monarchia di Savoia incaricata dalla storia di saldare l'una all'altra tutte le membra d'Italia. Un'altra più grande idea occupava il suo spirito. Francia, Italia e Spagna, tutto il vecchio mondo latino doveva riunirsi per rattenere entro i limiti della nazionalità l'espansione del mondo tedesco, contrabilanciando in Europa il dispotismo ancora chissà per quanti anni necessario al mondo russo per sorgere alla propria unità. Francia e Italia, congiunte a Solferino, divise a Mentana, dovevano provare a sè medesime che le loro effimere differenze dipendevano dagli inevitabili egoismi dei loro governi, non già dal loro storico ideale. Garibaldi, che aveva perduto per opera della Francia contro il papato, vinse per lei contro la Germania a Digione; mentre l'Italia dichiarando al mondo la fine del papato salutava con Garibaldi una nuova Francia fra le rovine dell'impero napoleonico e il trionfo momentaneo dell'impero tedesco, fondatrice della repubblica moderna.

Solferino aveva congiunto le due nazioni, Digione fuse i due popoli.

Era la notte del 20 settembre.

Siccome le notizie arrivavano tardi e contradditorie, tutto il giorno si era discusso vivamente; si bestemmiava, si scherniva l'esercito monarchico, che per colpa del suo vizioso organismo a cento passi dal confine era già rimasto senza viveri. Cadorna il generale era già condannato, Bixio furioso e furiante bruciava gli ultimi razzi garibaldini cercando di affrontarsi con La Charette e minacciando di bombardare il Vaticano. Il popolo, che sollevatosi unanime aveva spinto il governo su Roma, si agitava ancora nel medesimo oscuro senso della propria epopea moribonda. L'ultima onda del canto s'innalzava per frangersi in un supremo scroscio di battaglia, mentre la monarchia, chiusa nella secolare prudenza che le aveva permesso di profittare delle virtù e dei vizii di tutta l'Italia, sembrava restringersi nella irresponsabilità del proprio alto ufficio, lasciando ai ministri la cura dell'impresa. E fu errore. Vittorio Emanuele cavalcante sotto le mura di Roma e penetrante primo dalla breccia di porta Pia avrebbe giovato nell'anima del popolo alla propria dinastia più che la stessa conquista di Roma.

Così la monarchia avrebbe sciolto il problema del papato; invece il millenario problema si disciolse in essa. Il papa morente e sicuro di risorgere maggiore come pontefice potè guardare ironicamente il re, che non avrebbe profittato a lungo della sua morte e non sarebbe certo risorto come presidente di repubblica. Infatti la morte del papato se produsse per la conquista di Roma un grande vantaggio alla dinastia, rimase e rimarrà gloria della sola democrazia; la monarchia, come principio, invece di avvantaggiarsene ne ammalò per non guarirne forse mai più, giacchè oggi stesso il Pontefice sovrasta a tutti i troni d'Europa e colla sicurezza di chi non ha più niente da perdere offre loro, minacciando, come ultima difesa le proprie armi spirituali.

Era la notte del 20 settembre; l'ultima gente stava per rincasare.

Improvvisamente giunse la notizia della resa di Roma. Fu uno scoppio, una vampa. Tutti corsero a casa per comunicare la buona novella; usci e finestre si aprivano, i dormienti destati di soprassalto si affacciavano alle vie, bianchi nelle camicie come fantasmi: si scambiavano parole, erompevano grida.

--Le campane, le campane! urlò una voce; e tosto un gruppo di giovani si divise per arrivare contemporaneamente alle tre o quattro chiese della cittaduzza. Molti già usciti formavano capannelli sulle porte.

--Roma è presa!

--Ah!

--Bene...

--Viva Roma capitale d'Italia!

--Viva!

L'applauso scoppiava da tutti i petti, mentre la gente si stringeva la mano come rammemorando i giorni angosciosi delle congiure quando tutto era pericolo, e promettendosi per l'avvenire una vita più alta e felice. A un tratto da vari punti squillarono le campane, da una finestra spuntò una bandiera: la notte era serena, la luna splendeva, un vento tiepido alitava.

Quella bandiera infiammò le fantasie, che le campane scrollavano coll'impeto disordinato dei loro rintocchi.

Don Giovanni, che rincasato da poco aveva il sonno leggiero dei cacciatori e dei vecchi, ne fu desto. Discese dal letto, udì rumore alla propria porta, si gettò addosso i primi abiti che potè afferrare e corse ad aprire.

--Che c'è? esclamò spalancando l'uscio.

--Don Giovanni! Roma presa...

--Ah!

--Roma presa! urlarono quei giovani.

--Ah...

E il vecchio prete non potè rispondere altro. Le campane suonavano a distesa come impazzite dalla gioia, tutte le finestre si schiudevano, la gente si affacciava interrogando, ed era sempre quella risposta che saliva di tono mutando voce ed accento, ripercuotendosi su tutte le coscienze, cangiandosi in grido, scoppiando in urrah, affermandosi violentemente quasi fosse troppo grande per essere creduta, e tutti si guardavano in faccia commossi da una gioia che non trovava parole, perchè non abbastanza limpida negli spiriti. Qualche grande cosa era crollata, qualche grande cosa incominciava. Le donne sbigottite dal rumore si mostravano appena alle finestre, più bianche nella maggiore ampiezza dei corsetti, e ascoltavano non sapendo quasi nulla, indifferenti alla enormità del caso, ma guadagnate a mano a mano dalla emozione generale, impallidendo e sorridendo. Qualche fanciullo cacciava una nota acuta nel frastuono crescente della strada, voltandosi verso le campane che seguitavano a rispondersi di campanile in campanile, mentre le chiese restavano tristamente mute al di sotto e il soffio blando del vento, lambendo le finestre aperte e gremite, sembrava lenire la violenta caldezza di quella emozione, che nessuno poteva dominare e alla quale nessuno il giorno dopo avrebbe saputo trovare una spiegazione.

Don Giovanni aveva rinchiuso quasi automaticamente l'uscio ed era caduto ginocchioni colle mani giunte ringraziando.

--Roma, Roma!...

La sua preghiera di quel momento era il riassunto di tutta la sua vita.

V.

Dopo quella notte, nella quale si era avverato l'ideale di tutta la sua vita, D. Giovanni si chiuse nella calma silenziosa degli uomini forti che si sentono finiti. Quanto accadeva intorno a lui nella nuova Italia non lo interessava più. L'attitudine incerta della monarchia combattuta da troppe correnti interne ed esterne, l'agonia del vecchio partito repubblicano, che nella morte di Mazzini perdeva l'ultima ragione col solo uomo dal quale ripeteva la vita, l'infanzia oscura e plebeamente bassa del socialismo, al quale nessun uomo di vero ingegno aveva ancora aderito, e che gittava ogni tanto per le piazze grida incomposte e bestemmie pazze, gli erano peggio che indifferenti, sconosciute. Il suo doppio sogno era stato la risurrezione dell'Italia e la morte del papato politico; al di là di esso per lui doveva cominciare il sonno eterno.

La generazione, colla quale aveva sofferto combattendo, oramai dispersa nelle tombe, non era più rappresentata nella vita che da pochi sbandati, solitari nella politica del momento, costretti ad occuparsi di quesiti amministrativi o contristati dagl'insulti della nuova generazione sopraggiunta come un'orda di saccomanni sui campi di battaglia.

Malgrado le seduzioni dei repubblicani, cui la defezione dei migliori personaggi assottigliando ogni giorno la vita consigliava di presentare al popolo in ogni circostanza le poche glorie rimaste, non volle mai uscire dalla propria oscurità. Cacciatore negli ultimi autunni della vecchiezza come nei primi della gioventù, parve anzi sfuggire con senso pauroso di modestia alla celebrità che lo veniva cercando pei colli di Modigliana.

Poi Garibaldi morì.

Questa volta Don Giovanni non pianse, perchè se lo aspettava.

La morte, non mai temuta, gli sembrava ora la più ineffabile delle grazie serbate all'uomo da Dio; d'altronde, anche per lui la vita fisica dell'individuo, quando la sua missione storica è compita, perdeva ogni senso e valore.

Solo la raccomandazione suprema dell'eroe, che un minuto prima di spirare confidava all'amore della famiglia le due capinere da lui educate nei dolorosi ozii della lunga malattia e che sentendolo morire gli mandavano dalla finestra, già abbandonata dal sole, il più dolce saluto della vita, gli trasse sugl'occhi una lagrima.

Tutta la grande anima di Garibaldi si rivelava in quell'estremo pensiero.

Solo gl'invitti possono essere così sublimemente delicati!

Quando lo invitarono al comizio di Faenza per la morte del Generale accettò e discese.

Lo vidi allora per la prima ed ultima volta.

Egli non parlò, non si accorse quasi della generosa emozione destata dalla sua presenza; morto Garibaldi si sentiva già moribondo e camminava a testa bassa, quasi contando i passi che lo avvicinavano al sepolcro. Ritornò frettolosamente ai proprii colli; di lui si seppe solo qualche anno dopo che era morente.

Ma la sua morte fu come la sua vita.

Il clero che lo aveva sempre dispettato, vendicando sopra di lui la viltà di non avere osato condannarlo salvatore di Garibaldi, stimò di poterlo sopraffare nell'agonia; e siccome Don Giovanni era sempre rimasto prete, molti fra i suoi stessi amici credettero che avrebbe abiurato le opinioni di tutta la propria vita per morire sicuramente nella religione cattolica. Così poco era stato compreso il suo carattere, e per gl'increduli romanismo e cattolicismo sono ancora la stessa cosa!

Il vescovado fu sossopra. Tutti i giornali d'Italia recavano i bollettini della salute dell'infermo, il paese era agitato.

Don Giovanni, calmo anche negli ultimi istanti, chiese i sacramenti e si confessò; ma quando il confessore per concedergli l'assoluzione gli domandò un'abiura di ciò, ch'egli chiamava le sue eresie e che, lui sano, la Chiesa non aveva mai condannato interdicendogli l'esercizio sacerdotale, il suo volto s'illuminò d'un sorriso.

Forse, anzi senza forse, si aspettava a questo.

Ricusò, umile e fermo.

Gli amici repubblicani, che soppravennero, lo complimentarono colle solite frasi della incredulità sulla sua fermezza, e Don Giovanni sorrise ancora. Il suo spirito limpido coglieva meravigliosamente il doppio egoismo dei due partiti, che si disputavano la sua morte per farsene argomento di battaglia. Nullameno sereno ed austero non mise un lamento, non differenziò le due assistenze, che si contendevano il suo letto.

Senza dubbio vi furono incidenti dolorosamente comici fra gli addetti dei due partiti egualmente ammessi nella camera del moribondo, ma li ignoro, e coloro che vi assistettero non li confesseranno. Il vescovo rimase inflessibile e ricusò l'assoluzione; gli altri desideravano una morte da libero pensatore.

Prete e cattolico, Don Giovanni che voleva morire come aveva vissuto, sentendosi veramente vicino al gran passo, benchè avesse sempre taciuto operando in vita, comprese il dovere di parlare. La sua morte come la sua vita dovevano esprimere il medesimo principio: dettò questa dichiarazione.

Modigliana, addì 19 novembre 1885.

«Sono nato nella religione di Cristo e in essa desidero e intendo morire.

«Ho professato le sue massime, come quelle che furono fonte principale di tanta civiltà. Credo nella vera religione di Cristo, non in quella che è stata deturpata dal mondo e da' suoi ministri, che causa delle conseguenze derivate dalla loro ambizione, prepotenza e crudeltà, hanno fatto versare tanto sangue al mondo e specialmente alla patria nostra, e Dio nol voglia che per essi si sparga altro sangue e non ne venga l'estrema rovina all'Italia.

«Non sarebbe accaduto così, se i ministri della Chiesa e il loro capo avessero ricordato quei detti di Cristo:--Il mio regno non è di questa terra: date a Cesare ciò che è di Cesare.

«Non posso aggiungere altro perchè mi vengono meno le forze.

«DON GIOVANNI VERITÀ.

Era sfinito.

Allora accadde una gran cosa: il prete mandato dal vescovado per ottenere dal moribondo l'abiura, tocco di quella modesta e serena fermezza, diede senz'altro l'assoluzione. Don Giovanni si comunicò. La novella si sparse subito nel paese, cosicchè il confessore appena uscito dalla casa fu attorniato, complimentato. Il dramma era finito. Al vescovado invece scoppiavano molte collere, ma poichè non si era osato processare Don Giovanni all'indomani del salvamento di Garibaldi, e solo più tardi con meschini pretesti gli si era tolta la Messa, per ridargliela poco dopo senza alcun accenno alla grande opera della sua vita, anche il suo confessore non fu scomunicato. Qualche giorno dopo Don Giovanni moriva e il clero ricusava alla sua salma gli uffici pietosi della religione. Non si era osato nulla contro il vivo, si osava troppo contro il morto.

Naturalmente, il partito liberale s'impossessò del cadavere per farsene argomento di trionfo. Tutta Italia ne fu commossa, i funerali per concorso di gente e per sincerità di commozione riescirono quali nessuno, nemmeno fra i più vecchi, ne ricordava nelle Romagne; il popolo vi fu ammirabile, gli oratori, secondo il solito, rimasero troppo al di sotto dell'idea e del fatto che dovevano esprimere.

Quindi si fece silenzio.

I giornali non si occuparono più oltre dell'oscuro prete romagnuolo, che aveva avuto tanta parte nel risorgimento italiano: nessuna rivista, nessun libro, ch'io sappia, ha ancora studiato i problemi posti e risolti da Don Giovanni nella sua vita. La semplicità, che è l'ultima forma della verità, è anche troppo spesso l'ultima ad essere compresa.

Un amico, al quale l'ho richiesta, mi ha portato l'originale della dichiarazione di Don Giovanni. Molti spiriti forti di quella mezza coltura che fa disprezzare tutto permettendo di parlare su tutto, avranno sorriso leggendola; infatti la sua forma letteraria è meno che meschina, il suo contenuto filosofico piuttosto volgare. Io stesso al primo tempo non sono riuscito a difendermi da un sottile senso di scherno che si è poi mutato in ammirazione studiando e ricostruendo tutta l'eroica e semplice vita di Don Giovanni.

Queste pagine che, ammalato per causa sua, scrivo di lui, a letto, senza dormire e senza muovermi da una positura che mi toglie spesso di seguitare a scrivere, sono ben lungi dall'essere uno studio storico e psicologico; appena appena vi ho fissato le idee principali senza nemmeno coordinarle in un disegno, che riveli la loro natura intima e i loro più necessari rapporti. Divagazioni di malato, che cerca nell'attività del pensiero l'oblio di dolori fisici, avranno forse un giorno più alto valore biografico per chi voglia occuparsi dello scrittore che non siano oggi una biografia di Don Giovanni.

Divaghiamo, divaghiamo!

In quel dubbio supremo della sua dichiarazione «che il papa possa ancora riuscire fatale all'Italia insanguinandola in una guerra forse più civile che straniera» Don Giovanni ha egli inteso di alludere ai tentativi di conciliazione col Vaticano, che incominciati colla stessa rivoluzione l'hanno sempre accompagnata di tappa in tappa, insidiandone la sincerità dell'opera quando non riuscirono a infirmarne il movimento?

Per coloro, che conoscono tutta la sua vita, il dubbio non è nemmeno possibile, ma senza dubbio egli non ebbe un'idea molto chiara del terribile problema accennato dalle sue ultime parole.

La rivoluzione italiana, conseguenza della grande rivoluzione francese e sintomo di una maggior rivoluzione futura, ha avuto contro sè stessa il cattolicismo disciplinato e riassunto da Roma papale; il popolo che la seguì inconscio come sempre, era ed è ancora dominato nella coscienza da tutte le idee cattoliche, che non giunge e non giungerà per lungo tempo a sceverare dalle idee politiche del Vaticano. L'odio ai preti e il disprezzo della religione non sono ancora che molto superficiali: nel sentimento delle masse il matrimonio vero è quello ecclesiastico, unica religione il cattolicismo; si battezzano pressochè tutti i bambini, si affidano al clero per la prima educazione, s'iniziano in tutti i gradi della religione. Si diffida dei collegi laici, si amano tuttavia i conventi mutati in educandati; tutte le Madonne e i Santi miracolosi sono più che mai vivi nella illusione del popolo, un sottinteso scinde tutte le coscienze: si vuole la libertà della vita pubblica e si crede ancora nella servitù della vita spirituale. La scienza, incerta nei metodi, dubbia nei risultati, contradditoria nelle affermazioni, rimane in alto, retaggio e culto di pochi: la filosofia è quasi sconosciuta, la letteratura disertata dai campi dell'ideale per una irreflessiva passione scientifica non è più che pittura di superficie. La rivoluzione nata e vissuta d'istinto non si è ancora mutata in riflessione. La maggior parte di coloro che l'hanno sostenuta, morendo la sconfessano, onde i preti se ne vantano affermando che la sua verità non resiste in faccia alla morte.

Il sogno esposto da pochi, accarezzato da quasi tutti è di una conciliazione, che accordando la coscienza religiosa colla coscienza politica induca quella calma, che altri secoli hanno conosciuto.