Fino a Dogali

Part 6

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La rivoluzione dell'ottantanove si riassumeva in loro, Garibaldi ne era il soldato, Mazzini l'apostolo; e poichè la rivoluzione era mondiale, la sua ultima battaglia si combatteva naturalmente a Roma. Tutta l'Europa feudale era discesa sotto le sue mura; perfino la Francia, agonizzante nell'agonia di una falsa repubblica che doveva produrre un più falso impero, mandava i proprii soldati a mutare quell'assassinio in fratricidio.

Tutto sembrava perduto.

Se l'Italia fosse insorta nella rivoluzione e sopraffatta dalla reazione monarchica d'Europa avesse soccombuto, non sarebbe stato nemmeno un disastro. La libertà conservata nelle coscienze avrebbe preparato la rivincita, mentre l'unità del pensiero, la concordia del sentimento, l'identità degl'interessi avrebbero consolato una disfatta istantaneamente mutata in vigilia di guerra.

Invece il popolo credulo ai sofismi del clero, che gli mostrava nella ripristinazione del romanismo la verità della religione cristiana, ammirava la forza degli stranieri invasori.

Giammai nella storia vi fu momento più tragico.

Garibaldi, reso feroce dalla disperazione, irrompeva dalle mura di Roma come Ettore chiamando ad alte grida l'Achille de' nuovi greci, ma dal campo nemico nessuna voce d'eroi gli rispondeva, mentre una immensa moltitudine d'armati lo obbligava invano reluttante a riparare nelle mura. I suoi soldati di un giorno non avevano nè armi nè scampo: italiani di ogni provincia, chiamati dalla rivoluzione, erano venuti a morire nella sua tragedia. Non un dubbio, non un lamento. Roma eterna si stendeva accidiosa dietro loro dalle mura. Il suo popolo troppo pieno di cortigiane e di bastardi, rimasuglio di tutte le schiavitù, guardava con suprema indifferenza di servi, che usi a non pagare lo spettacolo non vi portano più e non ne risentono passione. I fastigi dell'impero e del papato dominavano immani quest'ultima battaglia, che stranieri italiani sostenevano contro stranieri d'oltre Alpe.

L'assedio non poteva essere lungo. Ogni giorno scemava il numero e le forze degli assediati. L'Italia vile come Roma non osava nemmeno incitare i combattenti sopraffatta dal dubbio della vittoria. Nulla. In alto, sopra un colle, non uno dei sette immortali della storia antica perchè sovr'esso doveva cominciare la storia moderna, Mazzini pallido e sereno dominava una piccola assemblea, che percossa dal rombo dei cannoni gli si stringeva intorno. L'immensità storica e il silenzio attuale di Roma sbigottivano la Costituente, assemblea di sbandati, senza nè l'energia del senato nè l'impeto dei comizi antichi, in un momento nel quale nè l'uno nè l'altro sarebbero forse bastati.

Campidoglio e Vaticano, ambedue deserti, intendevano dalla sublimità della loro grandezza a Villa Medici, sede del nuovo Parlamento.

Roma taceva.

Il suo silenzio di quel momento fu un silenzio di morte.

La città, che dopo aver soggiogato il mondo coi Cesari l'aveva dominata coi papi, era esaurita; vi sarebbe ancora una nuova Italia, non vi sarebbe più una terza Roma.

E su quel silenzio di due mondi millenari, che il fuoco degli assedianti non bastava a rompere, Mazzini pronunciò la parola della vita nuova proclamando la repubblica moderna. Dopo i cesari i papi, dopo i papi il popolo. Roma assediata dagli ultimi barbari della monarchia liberava nuovamente il mondo; ma era l'anima italiana che parlava in lei. La proclamazione della repubblica, appena udita per le vie della città, echeggiò dovunque. Un'altra êra incominciava bagnata di sangue come tutte.

Ma unico fra i forti italiani d'allora che affermasse l'unità d'Italia, mentre i più intrepidi di spirito non ne sorpassavano la confederazione, anche Mazzini dovette contraddirsi proclamando una repubblica romana. La sua grand'anima resistè allo schianto di questa contraddizione, che annullava l'affermazione di tutta la sua vita in un momento che la morte rendeva libero da ogni menzogna. Senonchè l'unità da lui affermata magnanimamente non era ancora cosciente nell'anima d'Italia, e Genova e Venezia risognavano le proprie repubbliche marinare, e la Toscana si affermava superbamente augusta in sè stessa, e Napoli invidiosa del Piemonte accarezzava contro di lui la stessa vanità di egemonia, e la Lombardia di tradizioni più incerte evitava di risolvere, e nessuno malgrado le molte adesioni al Piemonte sentiva davvero che l'unità sola poteva produrre l'indipendenza e l'unione d'Italia.

Non v'era che un soldato italiano, Garibaldi, nel quale l'amore d'eroe per l'Italia non fosse scemato dalla passione di nessuna delle sue provincie. Mazzini condotto a Roma dalla stessa fatalità che diciannove secoli prima vi attirava S. Pietro, non potè, limitato più dalle singole insurrezioni italiane che dagli stranieri assedianti, proclamare la repubblica italiana: Napoli e Torino, Firenze e Venezia gli avrebbero risposto negando. Si sarebbe accusato il triumvirato di tirannia, le dinastie sabaude e borboniche colpite nell'egoismo di regno avrebbero urlato alla conquista.

L'unità mancava e doveva mancare ancora dieci anni dopo, giacchè il trionfo della forma monarchica sulla repubblicana significa anche adesso che la coscienza italica per comprendere la propria unità politica aveva duopo di vederla prima in una unione esterna ottenuta dalla conquista di un principe italiano sugli altri, e che la soggezione al nuovo regno calmava le paure della maggioranza sugli effimeri disordini inseparabili da una rivoluzione.

Roma proclamerà la repubblica quando l'Italia sentirà davvero nella coscienza la propria unità.

Allora Mazzini non potè affermare che la repubblica romana, sapendo benissimo che uccisa all'indomani profitterebbe colla propria morte all'Italia. La repubblica romana proclamata fra il Campidoglio vuoto e il Vaticano deserto chiudeva per sempre le loro due epoche; durando, avrebbe invece negata l'unità italiana. A Roma, non più centro del mondo ma capitale d'Italia, la repubblica non può essere che italiana.

Don Giovanni dai colli di Modigliana non guardava più che a Roma. Le notizie arrivavano peggio che incerte, contradditorie. Nella piazza del paese l'albero della libertà, piantato dalla canaglia nella prima effervescenza della sollevazione, si essiccava al sole del tramonto, visitato tutto il giorno da ogni classe di persone concordi nella stessa ironia. Nei paesi vicini gli stessi alberi erano già stati rovesciati. Quello di Modigliana resisteva ancora senza speranza.

In quel tempo la vita di Don Giovanni fu esercitata da terribili agitazioni. L'energia della sua natura eroica lo avrebbe spinto a marciare su Roma cinto dei più intrepidi fra i suoi amici contrabbandieri, mentre la sua coscienza di cristiano e di rivoluzionario glielo impediva. La rivoluzione era immatura nel cattolicismo e nell'Italia; clero e popolo non la sentivano. La generosità di una rivolta, che una morte quasi sicura avrebbe bastato ad assolvere in ogni paese, diventava problematica allora che gli spiriti avevano cessato d'intendersi. Nessuno parlava più della libertà d'Italia: Roma e Venezia sembravano due città straniere assediate da stranieri che si difendessero senza speranza; le vittorie austriache ingigantendo nelle fantasie atterrite la potenza dell'Austria rendevano ridicole e criminose le resistenze. Perchè battersi ancora facendo massacrare tanti poveri giovani? E il clero rispondeva insinuando che la rivoluzione non era per l'Italia, ma contro la religione, e il popolo credulo per secolare abitudine malediva ai rivoluzionari, invocando nel papa il santo dei santi. Le minute superstizioni e i miracoli paesani rifiorivano; lo scombussolamento e le morti della rivoluzione che avevano già esasperato le donne e i vecchi, facevano ormai prorompere gli adulti. Si denunciavano all'odio popolare le società secrete, si ricordavano i tempi della schiavitù colla pace delle anime e degli interessi sotto la sacra tutela del papa.

I volontari ritornati dai campi delle varie guerre regionali erano guardati con orrore misto di scherno: avevano voluto distruggere la religione e vinti erano scappati. Malvagi e vili, ingannati o ingannatori.

Il papa sarebbe presto ritornato a Roma e tutto sarebbe finito.

Infatti Roma dovette capitolare. Gl'Italiani che la difendevano, ridotti senz'armi e senza munizioni, si arresero. Roma non si mosse. Molti romani generosi avevano certamente partecipato alla difesa della città santa, ma il suo popolo vi aveva assistito come ad uno spettacolo. Se Roma si fosse difesa come Saragozza, gli eserciti stranieri discordi non l'avrebbero presa; se le popolazioni delle sue provincie fossero insorte, li avrebbero fatti prigionieri. Roma non era più Roma; i Latini, i Sanniti, i Bruzii moderni non somigliavano più ai confederati di una volta, frammezzo ai quali Annibale non aveva osato inoltrarsi. La Costituente si disciolse prosaicamente; Mazzini, ultimo italiano, dovette nuovamente esulare solo.

Appena tacquero i cannoni, squillarono le campane.

La città dei preti e dei servi, usa a vivere della ospitalità degli alberghi, accolse gl'invasori precedenti il pontefice e che tronfi della facile vittoria rattenevano a stento il disprezzo per un popolo senza coscienza di patria in una città, che era stata la coscienza del mondo.

Tutto era perduto. Caduta Roma, Venezia vincitrice non avrebbe giovato nè a sè medesima nè all'Italia.

Un silenzio di morte si stese sulla penisola, rotto dalle chiocce invocazioni del clero osannante nelle chiese al ritorno del pontefice, mentre un gran vuoto si faceva improvvisamente nelle coscienze di tutti. Quella rivoluzione vinta, insultata nell'agonia, morta diventava qualche cosa. Rivoluzionari e reazionari al rumore della caduta di Roma si guardarono in viso allibiti: che cosa significava quella repubblica vissuta un giorno nella gloria tragica di un assedio senza scampo e morta di ferite fratricide senza gettare un grido di paura o di odio?

I suoi soldati, ultimi superstiti di un'epopea che forse un giorno avrà un poeta grande quanto Omero, si dicevano usciti dalle mura, dispersi. Che cosa era avvenuto di Mazzini? Garibaldi era forse prigioniero?

Ognuno se lo domandava, nessuno lo credeva.

Un fascino misterioso circondava quest'uomo rendendolo superiore a tutte le circostanze.

Mazzini esulava, Garibaldi si ritirava, nessuno dei due fuggiva.

Coi rimasugli dell'esercito, forse un quattromila uomini, Garibaldi era uscito al momento della resa da porta S. Giovanni. Il popolo lo aveva visto ritirarsi con un senso di ammirazione paurosa. Come avrebbe egli potuto salvarsi per una campagna tenuta da tre eserciti, ognuno dei quali tanto maggiore del suo? Garibaldi andava innanzi pallido e biondo. La serenità della sua fronte entrando dalla porta nella campagna, era degna di Roma; aveva perduto la battaglia ma la guerra proseguiva. Invece i soldati laceri e sfiniti, senza quella fede incrollabile del generale nella unità d'Italia, cadevano quasi sotto il silenzio di Roma. Non uno sguardo dalle mura dell'immensa città li seguitava per la morta campagna.

La ritirata cominciava senza meta e senza scopo. Perchè salvarsi? Dove salvarsi? La desolazione della campagna, eterna come Roma, avvolgeva la disperazione di quelle ultime ore. Solo Garibaldi alzava la fronte sul deserto e lo dominava colla sicurezza di chi scruta oltre i suoi confini nelle terre che lo attendono. Roma era presa, ma l'Italia poteva sollevarsi ancora. Perchè la ritirata da Roma non sarebbe un ritorno dall'isola d'Elba? Il numero dei soldati non montava, giacchè il popolo è senza numero, e dai monti, dalle valli, dalle pianure che vanno a bagnarsi nelle paludi, dalle città che nessuna milizia occupava, dai villaggi, dai porti, dai litorali deserti, fino dalle vette più inesplorate insorgerebbero italiani al tuono delle nuove battaglie, che inseguito da tutti i nemici egli darebbe a tutti loro per tutte le terre d'Italia. Ora che le singole rivolte erano fallite doveva cominciare la resistenza generale. L'Italia medioevale aveva fatto le ultime prove in questa insurrezione frammentaria, inspirata e sorretta dalle energie delle tradizioni locali, ma un'altra Italia disciplinata da Mazzini nelle società secrete, rappresentata al supremo sacrificio di Roma da' suoi figli più prodi poteva sorgere e vincere.

Traversare l'Italia, sollevarla, spingerla sugl'invasori e mentre essi dispaiono nella battaglia di tutto un popolo contro un esercito, salire sulle Alpi e gridare all'Europa attonita: che la rivoluzione ha vinto e un'altra Italia comincia per tutti una nuova storia di libertà....

Era il sogno di quel momento, l'alba che egli vedeva attraverso il crepuscolo sinistro di quel giorno di sconfitta.

Il pericolo dell'aperta campagna rianima la piccola truppa; Roma si allontana all'orizzonte, mentre il deserto dell'agro romano si distende oltre lo sguardo e le memorie dei più in una desolazione così sublime che rivela loro la grandezza della propria.

L'anabasi incomincia: tre eserciti li cingono e li perseguono. Garibaldi li cansa, scivola fra i loro vani, li delude, li inganna; muta passo e direzione ad ogni ora, aumenta di velocità, dissipa le proprie traccie, è introvabile, invincibile. Agile come un serpente, ha dei balzi e delle ferme di leone che seminano nei persecutori la confusione e la paura: guadagna i monti e vi si perde, sempre inseguito e sempre in salvo, moltiplicando gli stratagemmi e gli eroismi, lasciando ad ogni tappa una gloria e una speranza.

Il popolo non si è mosso e non si muove. I contadini lo guardano passare svelto e superbo pei campi, seguito da soldati che di umano non hanno più che la fatica e il dolore, e abbassano gli occhi colla indifferenza di una ignoranza cui nulla più commuove, di una servitù che da secoli non ha più tentazioni di libertà. Le città e i villaggi, dove giunge, non lo ricevono o almeno non vorrebbero riceverlo, percossi dalla notizia degli eserciti che lo inseguono o meravigliati di vederlo vivo e forte, mentre una voce misteriosa lo annunziava morto ad ogni ora. L'orrore dei sacrilegi immaginari di Roma allontana da quei superstiti ribelli la pietà dei credenti, che il ritorno del papa ha entusiasmato; le amare delusioni rivoluzionarie li colpiscono, il solito disprezzo pei vinti li insulta.

Il piccolo esercito non è più che un manipolo, la stanchezza disperata delle marcie ha di già abbattuto la maggior parte dei soldati avviliti dalla indifferenza ostile del popolo. Solo Garibaldi, che non spera più, non cede ancora. Invece di irritarsi di quella viltà del popolo, la comprende e lo compiange. Tre o quattro secoli di schiavitù non si cancellano in un giorno: il popolo che non ha ancora potuto credere, malgrado ogni dimostrazione scientifica, al giro della terra intorno al sole, perchè crederebbe subito che la storia giri intorno alla libertà? I dolori centenari della sua immobilità sulla gleba fecondata sotto l'occhio avaro del padrone e il sorriso beato del prete erano ben maggiori delle sofferenze di quella ritirata, che la morte poteva ad ogni istante interrompere e consolare: ma il popolo che non muore e non si ritira, non poteva credere ancora alla propria resurrezione, nè all'eroismo di coloro che avevano invano tentato di morire per ottenergliela.

Garibaldi marciava sempre. Amici e nemici, nessuno in Italia sapeva bene dove si trovasse; egli stesso ignorava la propria meta. Un istinto lo guidava. La reazione trionfante in tutta l'Europa si ricordava appena di lui per chiedere sbadatamente se lo avessero fucilato, il popolo l'abbandonava, Mazzini l'astro del suo pensiero era scomparso o si era spento, Roma si stordiva d'incenso e di scampanio, i tedeschi stavano per uccidere Venezia, Genova più infelice era stata riconquistata dai Piemontesi.

Egli solo, inerme capitano di un manipolo d'inermi, restava all'Italia.

La sua coscienza lo sentì. Per una di quelle attrazioni che la poesia è pronta a cogliere ma delle quali il volgo ride, avendo invano traversato l'agro latino, l'Umbria, le Marche verso la Romagna, si diresse a S. Marino per disciogliervi, ultimo difensore della repubblica romana, nella libertà della sua minima ed antica repubblica, le supreme reliquie dell'esercito, col quale aveva sognato di sollevare l'Italia. I tempi non erano maturi: d'altri dolori e di più profondi studi aveva d'uopo l'Italia per risorgere.

Egli riservato a quel giorno doveva restar solo e sparire.

Quindi senza un lamento congeda il drappello degli ultimi che l'avevano seguito. Napoleone aveva singhiozzato a Fontainebleau stringendo la mano al generale della sua vecchia guardia, e sublime egoista le aveva gridato: Scriverò nell'esilio quanto operammo insieme! Garibaldi moralmente più grande si perde nella sventura d'Italia e non ha un solo motto d'orgoglio dopo tanti eroismi. Al momento di sbandarsi generale e soldati, egualmente profughi e cercati a morte, dimenticano ogni gerarchia di merito e di ufficio per stringersi semplicemente la mano, forse per l'ultima volta, e si separano.

Egli volle restar solo.

L'epopea si muta in romanzo. La ritirata è finita, il pellegrinaggio incomincia. Invano gli consigliano di radersi la barba e di mutare abito, giacchè la sua fisonomia e il suo abbigliamento reso popolare dai ritratti è nella coscienza di tutti. Egli nega, non sa dirne la ragione, ma nega. Tale prudente menzogna del viso e delle vesti avrebbe mutato il suo pellegrinaggio in una fuga, e Garibaldi non può fuggire. Sua moglie Annita, meravigliosa fusione di Andromaca e di Clorinda, lo segue incinta e non teme; un amico solo, un capitano, li accompagna. Come ha egli ottenuto questo privilegio? Forse da Annita troppo ammalata malgrado tutto l'eroismo del suo cuore.

Da S. Marino scende al mare, s'imbarca, approda tra le valli di Comacchio, s'interna nella pineta di Ravenna; perchè raccontare tutto questo? Troppo e troppo sconciamente lo dissero poi tutti coloro che lo giovarono di aiuto. La vanità dei salvatori fu questa volta maggiore della grandezza del salvato; egli aveva sempre ricordato nel silenzio della gratitudine, essi si percossero di contumelie dopo la sua morte, litigandosi ognuno il vanto di averlo salvato e confessando così tutti insieme di non averlo conosciuto.

Ma la sventura d'Italia persegue l'ultimo italiano; come l'Italia aveva tutto perduto in quell'ora, a lui non doveva restare nulla, nè un soldato nè un amore. Annita vinta dal travaglio di quella caccia, che non dà requie, s'arresta un momento e spira. Garibaldi, solo, non può nè soccorrerla nè seppellirla. Il suo dolore rugge colla bufera che tormenta la pineta, ma la sua anima non cede tuttavia alla tentazione della morte.

Morta Annita, l'Italia moribonda che aveva con lei diviso il suo cuore, vi rimane sola, sventurata erede di nuova sventura; ma il cuore di Garibaldi non si restringe. E i pericoli si rinnovano, la morte incalza. Adesso tutto il mondo sa che Garibaldi, congedati gli avanzi dell'esercito col quale era sfuggito alla capitolazione di Roma, erra sul littorale di Ravenna in cerca di scampo: spie e pattuglie lo cercano. Appena ravvoltolato nella sabbia il cadavere della povera Annita, che i cani scovrirono e rosicchiarono nella notte, muta ricovero di capanna in capanna, protetto da povera gente, più triste perchè più solo, ma quasi tranquillo. Tutte le speranze d'Italia erano ospitate nel suo cuore: egli lo sentiva e camminava senza affrettarsi e senza nascondersi, seguendo le guide che il destino gli mandava e dicendo a tutti:

--Sono Garibaldi, insegnatemi la strada.

Quale?

E lo guidavano al sicuro.

Fra tanti, cui si scoperse, nessuno dubitò di lui e lo tradì. Un fascino fatale lo proteggeva. Biondo, coi capelli lunghi come la criniera di un leone, coll'occhio azzurro come l'azzurro delle più belle albe italiane, vestito come tutti i soldati d'Europa l'avevano veduto sulle mura di Roma fra le tempeste dell'assedio, nessuno dei tanti drappelli nemici, cui s'imbattè, lo riconobbe. Se gli avessero chiesto il nome, avrebbe risposto:

--Garibaldi.

Non glielo chiesero.

Egli taceva abbandonato al proprio destino, non avvertendo quasi più nulla di quanto accadeva intorno a lui. Una quiete superba si veniva facendo nel suo spirito, come una inesplicabile sicurezza di essere già in salvo per potere più tardi salvare l'Italia, e che raggiandogli da tutta la persona assoggettava istantaneamente quanti gli si accostavano per aiutarlo. Non pareva più un proscritto, ma un incognito fatato e fatale. Comandava e accettava serenamente grato della assistenza e sicuro nel comando.

E alla voce che lo gridava già morto quando nei giorni passati alla testa di quattromila uomini scorreva l'appennino, ora più solo e abbandonato che in alcun tempo della sua vita, ne era succeduta un'altra che lo diceva salvo. Nessuno sapeva nè dove nè come, ma Garibaldi doveva essere salvo.

Dai monti di Modigliana Don Giovanni tendeva l'orecchio a questa voce.

Per lui Garibaldi era ormai tutta l'Italia. La rivoluzione fallita per sola colpa degli Italiani, che l'avevano indebolita disgregandola nelle vanità delle singole provincie, non aveva avuto che due uomini, Garibaldi e Mazzini: tutti gli altri per quanto alti di pensiero e generosi di sentimento non erano arrivati al concetto in una sola Italia. La maggior parte di essi, mascherando le vanità paesane di piccoli studi storici, invocavano una federazione che mancando dell'idea fondamentale dell'unità non avrebbe mai potuto produrre la necessaria unione di tutti gl'interessi divergenti per combattere lo straniero e conquistare la libertà. La confederazione possibile in uno Stato già indipendente o livellato da una servitù uniforme, nell'Italia d'allora non era che una ipocrisia dietro la quale i suoi piccoli Stati tentavano salvarsi dalla rivoluzione; e coloro fra i rivoluzionari che la caldeggiavano, e ve ne furono d'illustri, dimenticavano la vera necessità del momento politico per smarrirsi nella compiacenza di un futuro discentramento amministrativo, il quale giovandosi dei caratteri spesso antagonisti delle nostre razze, e delle incredibili differenze del nostro clima, traesse poi da tutte le nostre forze parallelamente ordinate tutta la varia quantità di risultati che possono dare.

Don Giovanni si era accorto fra i primi dell'errore della confederazione. I moti parziali che avevano preceduto il 48, determinati dalle diverse energie e condizioni delle provincie, erano miserevolmente finiti: gli stessi dolori li avevano eccitati, le medesime vanità li avevano condotti a fallire. Austria e clero tremendamente unitari avevano sempre riso e seguiterebbero a ridere di ogni tentativo rivoluzionario senza unità di mezzi e di scopi. Le monarchie italiane costrette dalle necessità dei tempi a simpatizzare colla rivoluzione, negandola nel proprio secreto per egoismo d'esistenza, parlavano naturalmente di costituzione e di confederazione per indebolire con piccoli fatti liberali e con grandi promesse di libertà l'apostolato di Mazzini, che secondata abilmente l'illusione federale monarchica, era ritornato più forte di prima alla predicazione dell'unità.

Ma i tempi immaturi gli avevano mancato. Austria e clero coalizzati avevano trionfalmente resistito a tutti gli sforzi del suo genio. Caduta Roma, l'Italia rientrava nella infermità delle proprie forme storiche, uscendo dalla rivoluzione come da un brutto sogno.