# Fino a Dogali

## Part 24

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Quei cinquecento soldati, che prigionieri di un'immensa moltitudine non avevano nemmeno rivolto il capo per cercare istintivamente il lido lontano di Massaua, erano l'Italia nuova. Parlamento, Ministero, Monarchia, tutto disparve in loro, davanti a quest'Africa selvaggia che voleva respingerli, e sorpresi si disponeva a trucidarli. Indietreggiare era sottomettere la loro coscienza all'istinto di quei selvaggi, che si battevano per non diventare uomini.

Non bastava morire, poichè la morte era inevitabile, ma bisognava morire colla impassibilità di un orgoglio nel quale la morte non è più una sconfitta, con un valore che provasse ai nemici quanti africani valesse un solo soldato d'Italia.

L'Africa antica incatenava le proprie legioni per impedire loro di fuggire: l'Africa moderna, ancora uguale all'antica, vedrebbe un manipolo più compatto che se stretto di catene resisterle tre ore e cadere simultaneamente conservando nella morte l'allineamento della battaglia, simbolo dell'ordine superiore della loro vita. Questo eroismo non aveva uguale e non poteva averlo come inizio di epoca nuova. Leonida difendendo le Termopili non ebbe che l'eroismo della passione; i Maccabei non superarono Leonida, i Fabii non sorpassarono i Maccabei. In tutti gli eroismi immortalati dalle cronache o consacrati dai poemi la passione è l'anima quando la disperazione non è tutta la forza; nei cinquecento di Dogali l'immobilità della battaglia e della morte provano una coscienza sollevata al di sopra della vita da una di quelle rivelazioni improvvise, che la storia fa nell'anima di un popolo.

Si sentirono grandi, e lo furono.

Il loro colonnello, crivellato di ferite, ravvolto nell'immenso turbine africano, riassunse morendo tutto il loro orgoglio per gettar loro un saluto, che nè Rama nè Achille, nè Sigfried nè Orlando avrebbero compreso.

--Presentate le armi!

e gl'ultimi feriti, forse poveri contadini degli Abruzzi o della Sicilia, lo compresero e presentarono le armi ai loro morti, offrendosi inermi agli ultimi colpi dei sacrificatori.

La poesia immortale ha protetto la vita di uno di quegli oscuri eroi per salvare dall'oblio quella parola che nessuno de' suoi più grandi poeti, da Valmiki a Firdusi, da Omero a Dante, da Shakespeare a Hugo nelle più fervide ispirazioni del genio avevano saputo trovare, e che l'eroico colonnello pronunciò davanti ai proprii morti nell'oblio del mondo, per la civiltà del quale moriva.

E nell'Italia, istupidita nelle viltà privilegiate della sua borghesia costituzionale, vi fu chi non credendo a questa parola l'analizzò per giudicarla inventata. Da chi? Dal povero soldato che avrebbe mentito per la gloria del proprio colonnello morto. Ebbene: dite a Carducci che ceda a quel ferito il proprio posto di primo poeta d'Italia, perchè se quel soldato ha mentito è molto maggior poeta di lui. Andate a Caprera e ripetetela sulla tomba di Garibaldi: egli la crederà e perdonerà forse all'Italia che, lui morto, ha ancora dei De-Cristoforis, di aver negato per riguardi cortigiani e vaticani il rogo al suo cadavere.

Ma la tragica solennità di Dogali non ha potuto sollevare la nazione dal fango della sua vita politica. Mentre i superstiti, sui quali la ferocia degli abissini si abbandonò alla più selvaggia demenza di sangue, erano trasportati a Massaua, tagliuzzati evirati, deformati, il Parlamento s'imbrogliava nella procedura contro il Governo non osando cacciarlo. Depretis è ancora presidente del Consiglio, il conte di Robilant dimissionario è adulato perchè non se ne vada, Ricotti ministro della guerra, politicante insidioso quanto inetto generale, più d'ogni altro colpevole della catastrofe di Dogali, rimane ancora alla testa dell'esercito, che avrebbe costretto al disonore d'una sconfitta se l'eroismo della morte non l'avesse trasformata in gloria immortale.

Il generale Genè da lui costretto ad allargare la linea militare del confine, assottigliandone fino all'assurdo la difesa, ha richiamato gli avamposti e si trincera in Massaua. Dopo aver romanamente risposto a Ras Alula minacciante con barbara iattanza di trucidare la spedizione Salimbeni catturata prima della battaglia, se tutta l'Africa non fosse immediatamente sgombra d'italiani: che considerava morti i prigionieri e s'affretterebbe a vendicarli; dietro ordini del Ministero, adesso impaurito da un probabile scoppio di ira popolare all'annunzio di altre vittime, ha dovuto mancare alla propria parola e mercanteggiare col barbaro e consegnargli un migliaio di fucili sequestrati ad un suo mercante e cedergli cinque capi di tribù assaortine a lui nemici e riparati nel nostro campo sotto la protezione dell'onore italiano.

E Ras Alula li ha fatti immediatamente massacrare, e dei nostri tre prigionieri riscattati con tanto sacrificio d'infamia, non ne ha liberato che due.

Ora i giornali annunziano che Depretis accoglie nel ministero Francesco Crispi, l'audace rivoluzionario che preparò la spedizione di Marsala, e senza dimettersi, giacchè morente di troppo lunga malattia, gli consegna la direzione del potere. La sua implacabile vanità di parlamentare non gli permette dunque di morire semplice cittadino come Lamarmora che vinse alla Cernaia, Garibaldi che trionfò dappertutto, Lanza che entrò sulla breccia di Porta Pia. E così morrà. I funerali splendidi di tutti gli onori dovuti al presidente dei ministri saranno la sua ultima compiacenza di moribondo: tutte le rappresentanze della Camera, del Senato e della Corte accerchieranno la sua bara, ma la nazione severamente impassibile non avrà un palpito per l'ultimo e il peggiore dei politici, cui in difficili momenti dovette affidare le proprie sorti, mentre i reggimenti allineati lungo la via al comando:

--Presentate le armi,

crederanno di udire la voce del colonnello De-Cristoforis morto sulle alture di Dogali, e imitando il suo eroismo le presenteranno.

XIII. [Ex Imo]

Sono passati quattordici mesi dalla caduta.

Mi sono alzato, ho zoppicato, sono stato due volte nell'estate ad Abano. È un paese squallido: gli stabilimenti immensi e deserti aspettavano invano i soliti forestieri, che la paura del cholera scorrazzante per la provincia ha dispersi. Vi ho fatto novanta fanghi in quarantacinque giorni, conquistando l'ammirazione di tutti gl'inservienti, che non ricordavano d'alcun altro tale follia.

E come tutte le follie è stata inutile.

Ora sono di nuovo a letto per un mese, ma il mio amico Loreta, l'illustre clinico bolognese, mi ha giurato sul suo onore di gentiluomo che fra non molto guarirò perfettamente.

E sia.

Intanto i vescicatorii applicati sul ginocchio mi costringono da quindici giorni alla più dolorosa immobilità.

Nelle _Assemblee del sabato_ Boguet narra di una contadina, che recandosi ad una di quelle tragiche veglie, nelle quali tutto il popolo raccolto intorno ad una congrega di streghe invocava da Satana la consolazione della vita invano redenta da Cristo, si fermò a lungo considerando una pietra solitaria. Era di notte; la luna alta nel cielo inondava di melanconico splendore la campagna. I boschi tacevano. Per la distesa dei prati un silenzio d'ineffabile stanchezza si dilatava fino alle più remote lontananze, che sembravano naufragare in una tenebria trasparente.

Era il secolo XV. La lunga tragedia medioevale aveva esaurito perfino il dolore nella coscienza popolare. Tutto aveva pesato sul popolo, le invasioni, le crociate, le feudalità, l'impero, la chiesa: ogni miseria aveva avuto il proprio sopravvento ed era stata soprafatta da un'altra: tutte le speranze erano morte nelle anime cristiane. I campi abbandonati non producevano più le messi necessarie alla esistenza umana: le case non riparavano più gli abitanti, sui quali il signore poteva sempre stendere la mano per strappare loro il primo fiore o l'ultimo frutto della vita.

L'antica passione pagana, che alla decadenza di Atene e di Roma aveva spinto il popolo alle feste dionisiache, restava sola negli spiriti cristiani: Satana, l'eterno nemico sconfitto da Cristo sul Golgota, si drizzava dal fondo di tutti i cuori con un sorriso di dolorosa simpatia. No, non era vero che egli fosse il malvagio. Il paradiso terrestre non aveva mai esistito, perchè Dio non aveva mai amato l'uomo condannato da tutta l'eternità a lavorare per vivere, a far soffrire la propria madre per nascere. Dio che puniva i bambini delle colpe dei padri era stato in ogni tempo coi potenti, coi crudeli che spremevano dai dolori del popolo i piaceri della ricchezza e del comando; e s'era fatto fabbricare chiese dorate, mentre il popolo non aveva nemmeno capanne, voleva le gemme per gli altari, la seta per gli addobbi, le decime per i preti, la servitù verso i signori. Dio era il nemico, che nessun dolore aveva mai impietosito, nessuna preghiera commosso, nemmeno quella di suo figlio morente sulla croce per espiare la condanna dei popoli che dovevano ancora nascere.

E Satana, il grande ribelle precipitato dal cielo perchè non aveva voluto adorarvi il tiranno, diventava l'amico del popolo, il suo eroe più antico, non fiaccato nemmeno dalla onnipotenza di Dio. Egli solo poteva ancora offrire qualche consolazione agli infelici, liberandoli da tutti gli scrupoli del peccato che toglievano loro perfino l'uso delle proprie carni; egli solo, che non s'era curvato al Signore del cielo, poteva rialzare la fronte del popolo troppo piegata davanti ai padroni della terra.

La passione di Cristo non era nulla in faccia a quella di Satana condannato al fuoco eterno: la passione di Cristo non aveva consolato nessun dolore, tolta nessuna miseria.

Il mondo era sempre così, i poveri sempre poveri.

E allora tutti i cuori si volgevano al più antico infelice, che non aveva mai ricevuto conforto, che aveva sorriso sdegnosamente della redenzione di Cristo e lo invocavano, lui il dannato che li aspettava nell'inferno, chiedendogli un atomo di felicità, un atomo di gioia.

Anche la terra era ammalata di dolore: d'inverno soffriva il freddo come i poveri, aveva tutte le loro malattie e tutta la loro fame. Adesso non produceva più. La grandine e il fulmine non cadevano sopra di essa che dal cielo.

Dio lontano, in alto, superbo ed insensibile, non domandava che incensi, non esigeva che ringraziamenti.

La demenza tragica delle antiche orgie dionisiache scoppiava in tutti gli spiriti travolgendovi misteri e riti cristiani; si chiamava Satana, si volevano i suoi miracoli, la sua incarnazione di un momento nella strega, l'emancipazione di tutta la vita e di tutta la natura dalle leggi di Dio. Era la rivolta della debolezza costretta a sfogarsi nella empietà.

Le feste si facevano di notte perchè il sole era di Dio. La luna abbandonata e fredda poteva sola comprendere l'abbandono della terra. Era come il delirio doloroso di tutti quei lavoratori che per generazioni di generazioni si erano estenuati a fecondarla e vedendola estenuata com'essi volevano consolarla. Sentivano i suoi lamenti nei boschi, il suo silenzio disperato nei prati, il suo pianto lento nelle rugiade.

La terra piangeva, la terra soffriva. Il suo destino era come quello del lavoratore: i signori le calpestavano nelle guerre e nelle sue caccie le poche messi, le abbattevano le quercie per i loro castelli, le uccidevano i più miti animali per allevare i più infesti.

La terra pativa immobile, chissà da quanti secoli.

E quella contadina sorpresa da una angoscia di pietà guardava la pietra solitaria, che il sole e il ghiaccio avevano tanto bruciata: quante grandini, quante pioggie l'avevano sferzata! La pietra non poteva muoversi. La sua faccia pallida in quel lume di luna era tutta corrosa, bucherata come quella dei poveri vaiuolosi, con una lebbra arida che solo il vento di quando in quando spazzava.

Quella pietra era lì abbandonata senza speranza, senza consolazione.

Ella si chinò.

--Che cosa fai?

--La volto.

L'altra contadina, che era con lei, ebbe un tristo sorriso.

--Povera pietra! come dev'essere stanca di stare sempre sul medesimo lato.

Come sono stanco io pure di stare sempre immobile!

* * *

Stamane è venuto il mio editore per chiedermi un libro nuovo; gli ho mostrato il manoscritto sul tavolo da notte.

--Già finito?

--Libri come questi lo sono sempre.

Lo ha preso e se n'è andato sorridendo:

--Appena il libro sarà stampato ella sarà guarito.

--Accetto l'augurio e possa fare il libro migliore strada della mia.

FINE.

INDICE

Don Giovanni Verità Pag. 1

La via Emilia » 189

Niccolò Macchiavelli » 213

Tragedia » 355

Dogali » 374

Ex Imo » 429

PRESSO GLI STESSI EDITORI

=Al mare! Al mare!= o la difesa navale delle coste . L. 1 --

=La disciplina militare,= bozzetti, di G. C. Cassio. » -- 50

=La milizia in Italia,= pochi pensieri di un sottotenente in fanteria » -- 50

=Delle riforme e delle discipline nell'esercito,= di A. Bignami » 1 --

=La difesa dello Stato,= considerata relativamente all'oro-idrografia del paese ed indole delle guerre odierne » 2 --

=L'esercito Federale della Germania del Nord,= cenni sulla sua organizzazione » 1 --

=Il fatto di San Salvario,= colla biografia del capitano Vittorio Ferrero » 1 --

=Ricordi dell'Alsazia,= di B. Prina » 1 --

=I Volontari dell'anno 1886,= di A. Ghislanzoni » 1 50

=Spedizione dei monti Parioli= (23 Ottobree 1867) di G. Cairoli » 2 50

=Le tre giornate d'Italia,= di F. Dall'Ongaro: 21 giugno: S. Martino e Solferino | 20 Settembre: Roma. } » -- 50 25 dicembre: il Moncenisio. |

=Le scuole militari di canto,= di B. E. Maineri » -- 50

=Corrispondemza di Giuseppe Mazzini con X= » 2 --

=Ricordo di Massaua.= Elegante Album di 33 fototipie ed una carta geografica (legato) » 2 --

=Le forze terrestri e marittime d'Italia= esposte e giudicate da un ufficiale tedesco. Studio pubblicato dal signor Wachs » 1 --

NOTA DEL TRASCRITTORE

Nell'originale, i titoli delle parti risultano solamente dai capipagina e (talvolta leggermente diversi) dall'indice. Li abbiamo riportati in parentesi quadre in corrispondenza della prima sezione nella forma dei capipagina.

Sono stati corretti i seguenti refusi:

col rosario i terrori dell'infermo al vecchio garibaldino all'eroismo di un sarcerdote che salvando Garibaldi che in una piazza di Gerusalmente dopo la morte violentemente assoggettati alla interpretazione vacana. Senonche tutti i cuori e le menti religiose stettero religiosa, aveva urtato impetuoso nell'ingnobile solo rattenendolo negli accessi per magnaminità di che volessero rimproverarlielo. Roma, che aveva quasi imcomprensibile, non vi furono altri anni d'esercizio politico gli si risvegliarano tumultuando i nuovi cortigiani si adontarono de' suoi sensentimenti riprese. Quiudi lo vedremo dopo un libro sull'arte ottenere il favore del popolo aiutando la costitutuzione che ne fu il mestatore e che consisteva nell'ofrire di quelli pei quali muiono, e daranno della loro dal Nido e aperta sul mare: la Nigrizia, aggravandovisi, dalla forma filosofica di Mazzini e epica di Gairbaldi dilaghi. Un orribile tumulto vi copre li gemito supremo

