# Fino a Dogali

## Part 23

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Ma nel troppo lungo arringo parlamentare, il giacobinismo del suo spirito e della sua prima educazione si era logorato. L'immensa eredità della politica monarchica avviluppò il suo ingegno e schiacciò il suo carattere. Così iniziando la sua ultima carriera di statista con largo programma di riforme, alle quali venne gradatamente fallendo, non vi pose dentro alcun nuovo concetto, e non comprese quanto la monarchia di re Umberto fosse diversa da quella di Vittorio Emanuele. Eppure a nessuno dei successori di Cavour era toccata la fortuna di aprire un nuovo periodo nella storia italiana. La terza Roma entrava nel mondo con Agostino Depretis. L'epopea e la tragedia del risorgimento erano conchiuse, tutte le contraddizioni conciliate, tutte le differenze etnografiche e storiche fuse: un'altra Italia con nuova coscienza, con diverso aspetto, alzandosi sulle Alpi guardava l'Europa.

Mentre la Francia trascinata dall'ultima forma del cesarismo napoleonico a combattere l'unificazione della Germania per un falso ricordo della politica di Richelieu e di Luigi XIV, sostenendo il papato e rinnegando nella propria tradizione lo spirito rivoluzionario, era stata schiacciata dal maggiore dei disastri, e dibattendosi convulsamente fra le insidie degli ultimi legittimisti e le violenze dei recenti anarchici abbandonava la direzione della politica europea per costituire la propria repubblica; mentre la Germania, avendo d'uopo ancora per unificarsi della più arcaica forma imperiale, doveva tergiversare a ogni ora in ogni questione, smentendo ed usando tutti i principii al coordinamento politico del proprio fatto; mentre l'Austria minata dal germanesimo e dal panslavismo, povera, eterogenea, battuta, non aveva conservato altra unità che la dinastica e altra forza che la tradizione: mentre la Russia si educava nell'immenso duello fra nichilismo e assolutismo, e l'Inghilterra rientrata nella propria isola scemava la propria azione europea per accrescerne la propria attività cosmopolita; era il momento per l'Italia, giovane, forte, figlia ed erede della rivoluzione francese, di entrare in Europa capitanando i diritti e le aspirazioni dei popoli. Ella sola, non vincolata da tradizioni, con una storia più lunga e gloriosa di ogni altra, poteva mettersi al centro della rivoluzione francese maturandola in Europa.

L'Italia, necessaria per ragioni d'equilibrio, era invincibile: nessuno avrebbe potuto attaccarla senza suscitare una guerra europea. Appoggiata sulla Francia, colla Spagna di dietro, banditrice della rivoluzione, avrebbe avuto tutti i popoli con sè; la sua influenza, la sua potenza sarebbero miracolosamente cresciute. Bismark preso fra la Francia e la Russia, poco aiutato dall'Austria, non sarebbe più stato onnipotente; la sua immensa opera germanica, ancora poco compatta e troppo combattuta fra la tradizione imperiale e lo spirito rivoluzionario, fra il particolarismo dell'antica feudalità e l'antagonismo delle religioni cristiane, gli avrebbe impedito di occuparsi tanto dell'Europa.

Era il grande momento dell'Italia! Cavour lo avrebbe compreso, Rattazzi l'avrebbe osato; Depretis non comprese e non osò.

La sua politica estera, ammalata di monarchismo, osteggiò la Francia perchè repubblicana, appoggiandosi a Bismark, mentre questi aveva bisogno d'appoggi; trascinò il re a Vienna per ottenergli lo sfregio di una visita non restituita. E questo insulto dovremo pur vendicarlo! Al congresso di Berlino si presentò come subalterno e mendico, e fu accettato per tale. All'interno tutta la sua politica mirò alla disorganizzazione suprema dei partiti, i quali naturalmente disorganizzati dal nuovo momento storico, nel quale avevano a ricomporsi mutando base e metodo, si disciolsero. Fu il regno della confusione e dell'atomismo. Maggioranze e minoranze si addensarono e si rarefecero non lasciando nuclei; le migliori tradizioni rivoluzionarie, i più alti sentimenti politici s'infransero: abilità suprema fu il trionfo nelle votazioni, ultimo scopo la durata del Ministero. E in esso, con triste novità d'esempio, passò e ripassò una folla di uomini mediocri che venivano ad annullarvisi, mentre Depretis solo durava, Proteo indefinibile ed inafferrabile, che tutti condannavano e nessuno poteva colpire; politicante monarchico, che comprometteva la monarchia opponendola alla rivoluzione e sacrificandole le glorie e gl'interessi della patria.

Nullameno l'Italia doveva agire. Questa necessità, facendosi a mano a mano più intensa, forzò la politica di Depretis: Bianchi era stato trucidato, la spedizione d'Africa fu risoluta. Ma se la Francia, insignorendosi di Tunisi, era stata rapida e sicura; l'Inghilterra, conquistando l'Egitto, violenta e superba: l'Italia fu depressa e timida. Non si osò parlare, si temette di provveder troppo, si lesinarono i denari più necessari, si negarono le truppe, si economizzarono i bastimenti. Non era l'Italia, non una grande nazione che agiva: parve si aspettassero permessi, si cercasse di non essere avvertiti, non si volesse essere giudicati.

A dirigere l'impresa Depretis con servile cinismo aveva chiamato il conte di Robilant, soldato mutilato e diplomatico peggio che impotente, il quale, ambasciatore a Vienna, aveva procurato al Re lo sfregio di visitare come un vassallo, al quale non si rendono le visite, l'imperatore d'Austria. Mentre occorreva un uomo di Stato forte ed abile, l'Italia non ebbe che un parlamentare logoro e un diplomatico monco.

Un immenso palpito di passione e di orgoglio sollevò tutti i cuori italiani, quando salparono i primi bastimenti. Il mare era bello, il cielo sereno; Napoli sublime, distesa sovra i suoi colli, salutava augurando i vascelli che s'allontanavano, fisa al fumo delle vaporiere come al fumo d'imminenti vittorie. Finalmente! L'Italia, che dopo le umilianti sconfitte di Custoza e di Lissa si era con immensi sforzi d'economia e d'ingegno ricostituita una marina e un esercito, li avventava sull'Africa.

Urràh! marinaio, tu porti la fortuna d'Italia! Urràh, marinaio! Le navi sparirono all'orizzonte e tutto ricadde nel silenzio.

Solo di quando in quando si avevano notizie di minimi fortilizi costrutti, di brevi acquedotti scavati, di capanne nelle quali i soldati basivano dal caldo. Erano pochi, stavano inerti. Il Governo, per sapiente economia, non aveva nemmeno allacciato il teatro della guerra con un cavo sottomarino a qualcuno delle grandi stazioni telegrafiche.

Intanto la democrazia riprendendo il cicaleccio femminile s'impietosiva sulla sorte dei soldati, o spropositava sul diritto dei selvaggi; il Governo inoperoso dimenticava l'impresa pel quotidiano dibattito parlamentare. Bande nomadi, racimolate dal più feroce e dal più abile dei generali abissini, scorazzavano minacciose sui confini del nostro campo, marcato da fortilizi sprovveduti, mal difeso da truppe così scarse, che non potevano nemmeno comunicare fra loro senza pericolo.

Invece di vendicare l'eccidio di Bianchi, il nostro piccolo esercito assisteva inerte alla nuova strage della spedizione del Porro, che il Ministero non osò considerare italiana, e alla cattura dell'ultima missione Piano e Salimbeni, mandata secretamente dal Governo stesso. Una immensa malinconia di una viltà nè voluta nè meritata si aggravava sulla nazione: le antiche diffidenze lasciate dai disastri di Custoza e di Lissa risorgevano nella coscienza popolare; si dubitava dell'esercito regio, s'invocava il nome di Garibaldi morto, ma più vivo e grande che mai nello spirito di tutti. Dov'erano adesso i suoi garibaldini di Montevideo e di S. Pancrazio, di Marsala e di Digione? Dov'era morto Nino Bixio, tigre fra i leoni, così violento che solo Garibaldi poteva frenarlo, e così intrepido che egli stesso lo guardava ammirando? Dov'era Alfonso Lamarmora, ultimo cavaliere del Conte Rosso, che con diecimila Piemontesi aveva resistito a ottantamila Russi, strappando eroici applausi ai primi soldati del mondo, i Francesi che avevano sempre vinto, e gl'Inglesi che non avevano mai perduto?

Depretis in quello stesso momento strangolava con pessimo contratto le ferrovie italiane, e Robilant mandava le navi dell'Italia risorta a minacciare la Grecia, che aveva dato un balzo sotto il calcagno del Sultano.

Poi, ieri, improvvisa come una bufera calda di sangue e di sole, arrivava la truce novella: la nazione agitata da funesti presentimenti, che la scipita e bugiarda parola del conte di Robilant aveva avvelenato tentando quetarli, si drizzò convulsamente come ferita al cuore, il Parlamento parve destarsi; il Ministero allibì. Un telegramma di sconfitta, che i giornali inglesi avevano già avuto, era giunto finalmente a Roma.

Depretis, pallido, lo lesse balbettando alla Camera.

Massaua, 23 Gennaio 1887. Perin, 31 Gennaio 1887.

Il 24 Ras Alula lasciò Ghinda accampandosi a Sud-Est di Saati, che attaccò il 25, ma fu respinto dopo tre ore di combattimento. Nostre perdite, quattro feriti e cinque morti. Le perdite degli abissini sono sconosciute.

Il 26 tre compagnie e cinquanta irregolari partiti da Monkullo per vettovagliare Saati, furono attaccate a mezza via. Dopo parecchie ore di combattimento, la colonna fu distrutta. Novanta feriti sono già ricoverati all'ospedale di Massaua. Mi riserbo spedire particolari esatti circa le perdite e i feriti.

Causa l'eccessiva estensione della nostra linea, ho richiamato i posti di Saati, Wuà e Arafali. Ras Alula sembra essere rientrato a Ghinda, causa le gravi perdite e i numerosi feriti, e probabilmente anche per attendere l'arrivo del Negus, che si dice essere in marcia.

Il Maggior Generale GENÈ

Una battaglia era dunque scoppiata, nella quale tutti gli italiani erano periti. Un nugolo di abissini, impetuoso come il vento dei loro deserti, aveva sorvolato le aride montagne del nostro confine militare, travolgendo, rovesciando una delle nostre colonne, spiccata da Monkullo a difesa di Saati, avamposto assalito il giorno prima da Ras Alula.

La guidava il tenente colonnello De-Cristoforis, e si componeva di tre compagnie distaccate da varii reggimenti; in tutto forse un cinquecento uomini. Non avendo potuto trovare i cammelli necessarii al trasporto delle munizioni chieste dal comandante di Saati, non era potuta partire che alle 5 antimeridiane. Per unica artiglieria scortava due mitragliere. La marcia era rapida.

I soldati, consapevoli dell'attacco di Saati, camminavano fieri e guardinghi; erano tutti giovani di venti anni, usciti ieri dalle case paterne, che non avevano mai provato il fuoco. Il silenzio solenne del pericolo, la prima emozione dell'eroismo stringevano le loro coscienze. Avevano lasciato Monkullo; sarebbero giunti a Saati?

Le due compagnie rimaste a Monkullo attendevano: un eguale pericolo le minacciava. Ras Alula dov'era? Dove sarebbe piombato dopo la ritirata di Saati? Le sue forze erano relativamente immense, i suoi soldati feroci. Tutti sapevano che il maggiore generale Genè, da molti mesi chiedeva invano rinforzi al Ministero impigliato entro un ignobile dibattito parlamentare.

Alle 11 antimeridiane il capitano Tanturi riceveva due biglietti dal colonnello De-Cristoforis, il primo, datato ore 8,30, diceva: che giunto presso Dogali aveva cominciato il fuoco contro il nemico immensamente superiore di numero, e che le mitragliatrici si erano spezzate; il secondo, datato ore 9,30, dichiarava: che senza un aiuto di uomini e di cannoni non poteva più muoversi.

Dalle nove alle undici la tragedia doveva essersi compita.

Il capitano prese una mitragliatrice, una compagnia, e partì. A che scopo? Con quale idea? Se Ras Alula aveva attaccato la colonna De-Cristoforis, a quell'ora doveva già averla distrutta. Una compagnia e una mitragliatrice non potevano certo ristorare le sorti della battaglia. Partì: Mohamed Nur, che doveva seguirlo coi basci-buzuc, vi si ricusò naturalmente; otto soli fra essi s'accompagnarono coll'interprete Raduc.

Era una marcia verso la morte.

Lasciamola raccontare a lui.

«..... Poco dopo le tombe di Dogali vidi una cassa di mitraglia senza polvere e spolette, e quasi nel medesimo tempo i basci-buzuc, che erano in esplorazione, segnalavano la presenza del nemico. L'interprete, interrogati due indigeni, mi disse che tutti i nostri erano stati massacrati, e che gli abissini erano ancora numerosissimi ed in posizione.

«Ciò mi sembrò esagerato, come di fatto (essendo l'interprete poco dopo fuggito pieno di paura), e proseguii la marcia. Giunto là dove la valle si allarga di un poco, gli esploratori tornarono di corsa avvisandomi che si avanzavano cavalieri abissini. Presi immediatamente posizione facendo staccare la mitragliera e formando la compagnia in quadrato. Nello stesso tempo mandai tre soldati nella direzione ove era stato segnalato il nemico. In questo mentre l'interprete e parte dei basci-buzuc scomparvero. I soldati tornarono presto dicendomi che non avevano visto altro che tre o quattro cavalieri abissini correre velocemente verso Saati. Per essere più sicuro mandai il tenente Sartoro con una piccola pattuglia sulla mia destra, e questi ritornò riferendomi che non vi erano nemici, ma che aveva visto basti da cammello, un cammello morto, casse di cartuccie vuote, scatolette di carne, ecc. Nello stesso tempo feci arrestare un pastore Saortino che si trovava ivi presso nascosto.

«Questi, interrogato, alla meglio mi fece capire che gli abissini avevano attaccato i nostri, indicandomi anche la posizione da questi occupata. Immediatamente feci riattaccare la mitragliera e mi diressi a quella volta. Nessun segno lungo il cammino oltre quelli citati di uno scontro: solo cinque o sei tombe scavate di fresco indicatemi dal Saortino come quelle di abissini morti poche ore innanzi. Sul primo monticello, prima posizione occupata dai nostri, vidi un soldato ferito che mi disse trovarsi i nostri poco più su e tutti morti. Non credei alla funesta notizia e corsi con la compagnia sul sito indicatomi. Dietro la cresta del monticello superiore vidi l'immensa catastrofe. Tutti giacevano in ordine come fossero allineati!»

Capitano, questa frase resterà immortale come la battaglia.

Tutti giacevano in ordine, allineati, morti sulla grigia altura, dalla quale avevano resistito tre ore senza volgersi indietro. Erano vestiti di bianco, insanguinati. Il sole alto sull'angusta vallata dardeggiava impassibile infiammando i loro cadaveri col calore e col colore della vita, ma nessuna voce turbava il superbo silenzio della loro morte. La storia Italiana doveva trovarli là, allineati sulla soglia dell'Africa, nell'eroismo di un atteggiamento che il nemico stesso non aveva osato scomporre fuggendo dopo la strage; e così resteranno eternamente nella gloria della poesia! Il primo capitolo della nuova storia mondiale d'Italia doveva essere un canto epico.

L'Africa è vinta. La Persia invadendo la Grecia trovò alle Termopili Leonida coi trecento Spartani, li schiacciò, ma fu respinta: il coraggio è di tutti i popoli, ma l'eroismo è solo di quelli che debbono vincere; l'eroismo di De-Cristoforis assicura la vittoria all'Italia, Non si muore così, quando non si è che un soldato e la bandiera, intorno alla quale si è raccolti, può indietreggiare o essere strappata senza lacerare la coscienza nazionale. L'eroismo è una rivelazione improvvisa, che illumina le anime nell'ora della morte e ne toglie ogni paura, ogni desiderio mondano.

Urrah, colonnello! Lo ha raccontato qualcuno dei feriti, che voi, ultimo a cadere, credeste già morto. La battaglia, nella quale Dio solo vi guardava, è già passata nella storia: tutto è noto; la vostra estrema parola, il vostro saluto prima di morire ai fratelli morti è stato raccolto da tutto il mondo.

Fu un agguato imprevedibile, inevitabile. La vallata era angusta; vi ritraeste sul colle. Gli abissini sorgevano da ogni banda, volanti su cavalli sfrenati. Le loro urla sembravano venire dai deserti; erano confusi come il turbine. Un abbarbaglio di fiamme bianche vampeggiava sulle pelli dei loro scudi e sul ferro delle loro armi. Non era possibile contarli; erano troppi per essere battuti, troppi ancora per non sopraffarvi. Erano l'Africa selvaggia, nuda e nera nel sole, che sitibonda di sangue uccide quando perde, uccide quando trionfa, perchè la morte è il suo solo pensiero e la sua unica sensazione. Il suo ruggito, circondandovi, era come quello de' suoi leoni, quando sentendosi sicuri della preda drizzano la bruna criniera coll'occhio metallico scintillante al raggio del sole.

Bisognava morire! La battaglia era impossibile, altrimenti la vittoria sarebbe stata sicura.

Alto sul colle, col vostro drappello allineato come i gladiatori sotto il palco del Cesare romano e salutanti prima di trucidarsi, voi guardaste oltre il nemico, attraverso l'Africa, al di là delle sue montagne e de' suoi deserti, che i viaggiatori italiani avevano bagnato di sangue, ma pei quali un giorno passeranno fischiando le vaporiere.

L'Africa, prigioniera delle proprie coste, si difendeva invano assalendovi.

I soldati sono pallidi, l'ombra della morte è passata sotto quel sole che da molti mesi non conosce le nubi e ha scolorato i loro volti.

Nessun testimonio, nessuna speranza. La morte sola, orribile come l'aspetto di quella moltitudine turbitante, che si solleva da ogni parte e armata di pochi fucili rapiti in altre carneficine avventa già le prime palle. Sul drappello bianco il silenzio si stende come una tenebra.

Morire! L'Italia lontana non sa nulla di questo momento, l'Africa presente non lo comprende: solo la storia, che lo ha voluto, dovrà raccoglierlo; ma essa pure, divina memoria della vita, non potrà narrarne lo schianto del supremo ed improvviso dolore, mentre nessuno sopravviverà per confessarlo. Quel colle, arido e grigio, non è che un immenso altare, sul quale il sole africano chi sa da quanti secoli aspettava immobile ì vapori dell'imminente olocausto. Una reminiscenza indistinta dei più grandi sacrifici della storia si alza da tutte le coscienze, vacillando come le ombre di un crepuscolo oltre il quale fiammeggia la luce insolita di un altro giorno; uno spasimo di minime ed irresistibili contrazioni stringe i cuori che stanno per perdere tutti gli affetti e le memorie della vita.

Urrah! colonnello, fuoco!

Il drappello alto, allineato tuona: non è una battaglia, ma una tragedia. Gli eroi sono pallidi, bianchi come le statue e fermi del pari; il fumo della moschetteria che li avvolge sventola sulle loro teste come un'immensa bandiera, attraverso la quale il sole accende capricciosamente le iridi di tutti i vessilli del mondo. I loro movimenti sono ritmici, giacchè nella loro impassibilità l'orgoglio è succeduto alla speranza. Siccome non possono arrendersi, resistono con quel forte sentimento della morte che scoppia in ogni uomo, quando sente che la sua vita è già conchiusa e non difende più che la propria personalità.

E il fiotto nero dell'Africa si addensa, discende da tutti i colli, ondeggia e rugge. I cavalli vi nuotano furiosamente nitrendo, o vi scorrazzano invasati dinanzi come sulla ripa di un torrente che dilaghi. Un orribile tumulto vi copre il gemito supremo dei morenti e le strida dei feriti. Infatti, da tutti i suoi lembi si veggono uomini fuggire con altri uomini morti o moribondi sulle spalle, come naufraghi strappati ai suoi vortici, entro i quali terribili figure di donne infuriano confusamente tra il lampeggiamento delle armi e lo scintillio dei colori sventolanti su tutto quel nero. Non vi si distingue nè ordine nè forma: non è un esercito, non è un'orda, ma una moltitudine in una caccia, che l'agguato ha preparato e la strage deve compire. Hanno poche armi da fuoco e si avanzano carponi, balzando come le tigri, strisciando come i serpenti dietro ogni asperità del terreno, evitando il fuoco della moschetteria, che cade sovra di essi come una grandine regolare ma sempre più rada. Colla destrezza meravigliosa dei selvaggi, senza guida di capitani hanno largamente circuito quel colle e attendono che l'eroico manipolo abbia finito le cartuccie per slanciarsi all'assalto. Sarà come un soffio del Simoun, uno schianto d'uragano. La sicurezza della vittoria centuplica la ferocia della loro attesa, guardando quel drappello ancora allineato, bianco sul colle grigio, immobile sotto il sole e davanti alla morte.

Ma il fumo della moschetteria, giacchè le mitragliatrici si sono infrante ai primi tiri, non è più che un velo leggero sulla loro fronte rotto qua e là e macchiato di sangue.

Il terribile momento passa entro tutte le anime come un freddo di un altro mondo: sono inermi. I pochi che bruciano ancora le ultime cartuccie, sembrano con esse gettare un appello disperato ai compagni abbandonati come essi nei radi fortilizi di quel confine, o inerti a Massaua spiando sul mare il sorriso di una vela o di una bandiera italiana. Ma l'Italia è troppo lontana, oltre due mari, nell'incanto della sua eterna bellezza che le fa dimenticare persino i soldati morenti per lei sul primo lembo del deserto africano.

--Italia, Italia! è la loro suprema invocazione fu il grido supremo di sfida, col quale risposero all'immenso ruggito abissinio.

E disparvero.

Quel turbine nero li urtò aggravandosi sopra di loro come una nuvola, entro la quale non si distinse più nulla, ma nella quale l'ultimo gruppo che difendeva il colonnello, udì ancora il suo ultimo comando di salutare quelli che erano già morti:

--Presentate le armi!

Le presentarono e caddero con esse intorno a lui, che aveva trovato per tutti una di quelle parole, che traversano i secoli come una meteora lasciandovi una traccia inestinguibile.

Quando quella nuvola si dileguò, tutti giacevano in ordine come fossero allineati.

Era tempo.

L'Italia, troppo facilmente schiacciata nei moti del 21 e del 31, battuta per tutte le sue città e le sue campagne nel 48, scarsa vincitrice nel 59 a lato della Francia che la risollevava nel cospetto della storia, sconfitta miserevolmente nel 66 sulla fatale pianura di Custoza e nelle acque di Lissa; l'Italia, alla quale Garibaldi non aveva potuto infondere li cuore, Mazzini il genio, Cavour il senno; che entrata nel 70 a Roma di sorpresa mentre l'Europa preoccupata dell'immane duello franco-germanico non le badava e l'impero napoleonico, protettore del papato, ruinava nella ignominia di Sedan, da sedici anni stava china davanti a tutte le potenze, quasi vergognosa di aver compito la propria unità stracciando un trattato che la coscienza di nazione avrebbe dovuto vietarle di firmare; l'Italia trascinata a Vienna come damigella dell'impero austriaco, accettata a Berlino come una riserva dell'impero germanico, irrisa dal papato, mal rappresentata dal Parlamento, peggio governata dai Ministeri, aveva d'uopo di un eroismo nazionale che risollevandole la fronte le riassicurasse la coscienza. Vissuta, prima di risorgere nazione, nella servitù di ogni forte e nella gloria di un passato al quale nessun presente o futuro di popolo potrà mai somigliare; cresciuta accattando aiuti e dispregi e tremando della propria rivoluzione, perfino sotto la corazza degli ultimi re di Savoia ai quali si sottometteva per incorreggibile abitudine di servitù; discesa ipocritamente da Torino a Firenze per salire trepidamente a Roma; sospinta dalla legge storica dell'Europa all'impresa africana senza comprenderne nè il carattere nè volerne la grandezza, aveva d'uopo che un drappello de' suoi soldati trasformandosi in eroi le provasse che nelle vene del suo popolo ferveva ancora il sangue latino e che la rivoluzione, per la quale era rinata e dalla quale aveva rifuggito, proseguiva nell'impresa d'Africa sospingendola col proprio soffio.

