# Fino a Dogali

## Part 22

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Intanto l'Italia, che sta per sorgere, prosegue coll'Egitto l'antico commercio e le sapienti relazioni: Rosellini ne disegna forse le tavole migliori, Belzoni e Caviglia penetrano nelle Piramidi e scoprono le tombe degli antichi re: Servolini, un mio compatriota, succede a Champollion e tenta superarlo nella interpretazione dei geroglifici. Passalaqua riporta a Torino la prima mummia: ieri un altro italiano, l'illustre Maspero, disseppelliva quella del grande Sesostri, il conquistatore centenario, e ne leggeva nelle fascie l'iscrizione al mondo meravigliato. Ad Alessandria e al Cairo la colonia italiana se non la più numerosa è la più importante: oltre l'Egitto altri italiani s'inoltrano. Piaggia, Antinori, Gessi risalgono il Nilo e origliano e stringono le ciglia verso il centro dell'Africa. Ma la gloria di traversarla sarà divisa fra Stanley e Pellegrino Matteucci, il mio eroico e mite compagno di scuola.

Stanley ha raccontato con epica e superba sobrietà il proprio viaggio; Matteucci invece ne è morto a Londra, mentre si disponeva a ritornare trionfante in Italia, forse per scriverlo. Solo con un compagno, quasi senza aiuti, egli, intraprese questa spedizione, per la quale il suo avversario americano non aveva nulla risparmiato. Matteucci non aveva ancora trent'anni. Era stato prima verso la terra dei Gallas e il sole gli aveva annerito il viso, accendendogli così l'anima che in Europa si sentiva straniero.

Il deserto lo attirava, immenso, mobile, biondo, pieno di abbarbagli come il mare, ma senza la sua trasparenza che è un inganno e la sua schiuma che pare una malattia. Il silenzio del mare è un tumulto paragonato a quello del deserto. Mentre il cielo sotto le vampe del sole s'arroventa come il metallo e diviene quasi bianco, il deserto assume tutti i toni dell'oro, liquido e vaporante dove il vento agita lieve le sabbie lontane, unito e caldo nelle distese inerti, opaco nei seni delle ondulazioni, vecchio addirittura entro l'orma stampata dall'ambio del camello o dai salti del leone. Essere solo nel deserto, del quale non si conosce la carta e pel quale forse nessuno è ancora passato, neppure dai selvaggi che errano a' suoi confini! Essere il primo uomo per gli animali, che vi scorrazzano e che ignorano l'uomo come i selvaggi ignorano la civiltà!

Appena si entra nel deserto tutto il mondo della nostra memoria e del nostro sentimento dilegua. In alto mare il vascello, sul quale si naviga, è ancora quel mondo che abbiamo abbandonato: tutte le sue gerarchie, le sue scienze, le sue industrie, le sue miserie, le sue glorie vi si trovano condensate, e quindi più vive e vibranti. Per essere veramente soli in mare bisogna naufragarvi, altrimenti la barca è un compagno. Solamente nel deserto si è soli. Là bisogna camminare, vincere, esaurire l'immensità di quello spazio: si ritorna come al primo giorno della creazione, si procede inermi ed intrepidi: tutto è luce e fiamma, e il pensiero brilla e fiammeggia.

Matteucci, che aveva visto il deserto nel primo viaggio, n'era rimasto fatalmente innamorato.

Ripartì superbo e malinconico.

Qualche cosa forse lo avvertiva che quello era il viaggio della morte. Ne' suoi occhi, che all'abbarbaglio del sole africano avevano acquistato una vivezza per noi strana, passavano dei lampi; la sua fronte era minacciosa, il suo gesto aveva talvolta delle ampiezze, che a noi le nostre città e le nostre campagne egualmente rasserrate non consentono. Ci disse addio con uno squillo nella voce che a me parve un appello. Matteucci era un cristiano dei primi tempi, che aveva potuto traversare con noi l'università senza che la sua fede trepidasse un momento. Forse s'era innamorato del deserto perchè nella sua sfolgorante immensità sentiva meglio Dio.

Il deserto lo ha ucciso.

Un anno intero è durata la lotta del viaggiatore col deserto, dell'atomo coll'infinito. Non sappiamo nulla di questa epopea e non la sapremo mai, nè possiamo colla temeraria fantasia riprodurcela. Che cosa è un giorno nel deserto con quell'arena, con quel sole, con quel cielo, quando nessuno ci vede e nessuno ci ascolta, quando si può ridivenire vili senza avvilirsi ad alcun occhio; quando si può piangere ed è inutile, o si può essere ancora impassibili e quest'eroismo pel quale la gloria non esiste può rimanere sopraffatto istantaneamente dal primo leone che passa o dal primo insetto che vola? E la notte col terribile freddo della evaporazione quando le sabbie nelle quali si è coricato si assiderano e non si ha che lo stesso mantello che al meriggio ci riparava dal sole, e le stelle si affacciano nel cielo diventato di un sereno vitreo, e il deserto è ancora biondo ma percosso da urli di animali vaganti per la notte in caccia? Dove sarà l'Oasis? Dove ci coglieranno le febbri, giacchè la febbre sale il giorno dalle sabbie fra i baleni e vi ridiscende la notte colla rugiada!?

Un anno durò quella marcia, e il deserto si esaurì e le sue Oasis si perdettero in lontananza e apparvero fiumi, territori fertili, valli di paradiso. Tutta la preistoria fu attraversata e il deserto ricomparve, i monti si drizzarono vergini ed inaccessibili, i laghi si distesero immensi come mari non ancora solcati dall'uomo, tutte le fiere passavano fuggendo dinanzi agli occhi del viaggiatore. Uccelli strani dai colori incredibili e dalle immense ali si libravano attoniti sulla sua testa, le nuvole degli insetti urtavano nel suo volto, le serpi scivolavano sotto ai suoi piedi. E avanti avanti: la febbre entrata nel sangue dell'intrepido viaggiatore glielo bruciava la notte e glielo gelava il giorno. Ma la marcia proseguiva sempre. Le centinaia e le migliaia di chilometri restavano dietro a lui; il centro era oltrepassato, un'altra spiaggia e un altro oceano lo attendevano. L'Africa era vinta, la gloria conquistata, L'Italia aveva scoperto un nuovo mondo. Il viaggiatore, che si sentiva morire, voleva vivere; l'anima gli raddoppiava le forze. Le ultime tappe furono senza dubbio sublimi di eroismo. Lacero, sfinito, marciava sempre; adesso contava i giorni, e la distanza scemando sembrava aumentare alla sua impazienza. Morire allora sarebbe stata una indegnità da parte di Dio, ma il credente era sicuro e Dio non lo abbandonò.

Toccò la spiaggia, una nave francese raccolse lo sconosciuto e lo sbarcò a Londra. Quando il mondo seppe della sua traversata si alzò un urlo di ammirazione: l'indomani ne scoppiava un altro di dolore. Pellegrino Matteucci era morto delle febbri prese nel deserto.

L'Italia si scosse e fece un glorioso funerale alle spoglie del Pellegrino; ma Pellegrino Matteucci aveva avuto compagno nella traversata il tenente Massari, che l'Italia dimenticò presto avendolo prima scarsamente applaudito. Adesso il nome di Matteucci è scritto sopra una linea rossa che traversa il continente africano e si chiama via di Pellegrino Matteucci; tutta la sua gloria e la sua opera è in questa riga rossa, che i ragazzi guarderanno indifferenti nei loro atlanti, ma che resterà sull'Africa come la cintura onde è avvinta alla storia.

La morte di Pellegrino Matteucci non fu sola nè inutile. Altri si slanciarono sulle sue orme e quasi tutti perirono; Chiarini Giulietti, Bianchi, Porro furono trucidati. Cecchi più fortunato mutò l'epopea in romanzo cavalleresco e rimase cinque anni prigioniero amato dalla regina di Ghera, preparando pei poeti dell'avvenire uno di quegli ammirabili temi che ebbero nell'antichità i poeti della Persia e della Grecia.

Ma intanto che gli eroi morivano, il Parlamento e il Governo come inconsapevoli di questa tragica e storica attrazione dell'Africa sull'Italia sembravano persino dimentichi della loro compra massanina, o interpellati da qualche generoso negavano ogni solidarietà colla morte di quei precursori.

Quindi la nazione sembrò sollevarsi così sdegnosa che il Governo credette di passare dalla compra alla conquista.

La vendetta della strage di Bianchi ne fu il pretesto: non si ebbe, non si volle, non si osò avere alcuna idea. Eppure il momento era storicamente solenne. Dopo secoli e secoli la bandiera italiana tornava minacciando sui mari che sembravano averla dimenticata, e non era la bandiera di Venezia o di Genova che aveva scoperta l'America e salite le mura di Costantinopoli, non la bandiera di Roma papale che aveva annichiliti i Turchi a Lepanto, ma la bandiera d'Italia che sventolando sull'asta delle antiche aquile romane riprendeva la loro via. Dacchè le aquile romane erano state uccise dallo stormo degli sparvieri nordici, il mondo non ne aveva viste altre, e nullameno eternamente memore del loro volo le aveva eternamente cercate sulla cima di tutti i pennoni e di tutti i vessilli, che lo percorrevano trionfando. Il nuovo stendardo italiano portava nell'iride dei più espressivi colori il simbolo redentore della croce.

Tutti gli sforzi millenari dell'Italia per costituirsi in nazione, il sangue de' suoi eroismi e le tragedie del suo genio non miravano che a questo giorno nel quale rientrando, attrice immortale, nella storia dopo essersi circoscritta nei confini del proprio diritto, veleggerebbe un'altra volta sui mari portatrice di nuova civiltà.

Il popolo sentì, senza dubbio, la grande ora quando fremente d'inesprimibile emozione si accalcò sul porto salutando con epico orgoglio i soldati che tornavano in Africa. Sì, tornavano in Africa, perchè da tremill'anni durava la lotta fra l'Africa e l'Italia, e l'Italia vi aveva già vinto Annibale, imprigionato Giugurta, sottomessi i Tolomei, vinti i Saraceni, dissipati i Barbareschi; perchè l'Italia, altra volta sintetizzando tutta l'Europa e profetandone l'avvenire, vi si era battuta contro tutto lo sforzo dell'Oriente e aveva vinto. La guerra ricominciava. Poichè l'Europa stava per aprire tutta l'Africa, l'Italia risorta non poteva, non doveva mancare all'impresa. I suoi soldati avrebbero ancora ritrovato su quelle arene le orme degli antichi padri: l'Africa destinata alla civiltà era quindi votata alla sconfitta.

Ma Parlamento e Governo, l'uno più meschino dell'altro, non compresero nulla dell'immenso significato dell'impresa: il Governo intese a sminuirla dandole aspetto di rappresaglia contro pochi ladroni; l'opposizione non vi scorse che uno sperpero di pochi milioni, e guaì le solite doglianze sulle miserie del popolo. L'ingresso trionfante dell'Italia nella storia mondiale contemporanea si mutò in una entrata di soppiatto, senza coscienza di sè medesima e con troppa coscienza de' suoi più grossi vicini che la spiavano.

Il momento della gloria si cangiò in un momento di vergogna.

Garibaldi, Mazzini e tutte le coscienze eroiche della rivoluzione erano morti; una volgare democrazia snaturava la grandezza del loro genio e del loro carattere nelle più miserevoli interpretazioni; non si voleva nessuna guerra coll'Africa riconoscendole lo stesso diritto nazionale dell'Italia; si confondevano storia e preistoria, si pareggiavano le loro diverse epoche e le loro contradditorie personalità. Si dimenticava che se i più civili non avessero sempre conquistato i più barbari, la civiltà non sarebbe mai cresciuta: che se Alessandro non avesse invaso l'Asia, la fusione fra Oriente e Occidente non sarebbe avvenuta: che se Roma non avesse assoggettato tutto il mondo, lo spirito greco non l'avrebbe penetrato e la sua unità non si sarebbe costituita: che se il Cristianesimo non avesse debellato tutte le idolatrie, non si sarebbe stabilito: che se i barbari non avessero invaso l'impero romano, il medioevo non si sarebbe avverato: che se le crociate non avessero assalito l'Islamismo, l'Europa feudale vi sarebbe soggiaciuta: che se la Spagna e l'Inghilterra avessero rispettata la nazionalità degli indigeni americani, adesso l'America non sarebbe quasi pari all'Europa e la scoperta di Colombo non le avrebbe giovato più che l'essere già stata tanti secoli prima scoperta dai groenlandesi, dai giapponesi e dagl'indiani. Nutrita del principio di eguaglianza morale e politica, la democrazia non comprendeva che tale alta verità diventava falsa applicata fuori del proprio periodo storico a popoli barbari: che il loro contatto cogli inciviliti, reso oggi inevitabile, doveva costringerli alla guerra come a un saggio della loro potenzialità. O resisterebbero all'urto, difendendo la loro nazionalità coll'assimilarsi rapidamente le nostre industrie e le nostre scienze, o perirebbero. La storia, anzichè consacrare l'intangibilità di nessun popolo, ha sempre distrutti tutti quelli, che non potevano entrare nel suo disegno.

La redenzione dell'Africa non è già quella degli africani attuali, ma la sostituzione di una più alta vita alla loro: che se essi non possono raggiungerla hanno vissuto fin troppo vivendo inutilmente.

Per penetrare nel centro dell'Africa bisogna quindi conquistare tutti i suoi imperi litoranei; l'Europa e più particolarmente le sue nazioni adagiate sul Mediterraneo non hanno altra missione. L'Europa, che non lo fu mai, non può essere oggi scopo a sè stessa. Se la terribilità di questo processo storico iniziantesi fatalmente colla guerra e colla distruzione irrita l'ammalata sensibilità di quei recenti cultori del diritto, che sognano la diffusione della civiltà con mezzi esclusivamente pacifici, giudicando popoli circoscritti da migliaia di anni nell'inferiorità della propria razza siccome capaci d'intenderli e di mutarvisi così da poter servire nei periodi storici che succederanno al nostro; questa terribilità è antica e fatale quanto la storia stessa. L'Europa che per tre secoli si è rovesciata sull'America creandola, ora preme sull'Africa e punta sull'Asia per aprirle. La razza bianca disputa il terreno alle razze inferiori chiamandole alla propria civiltà: quelle che non rispondono sono condannate, quelle che resistono saranno distrutte.

L'Italia, stata due volte il centro del mondo e risorta oggi nazione, non può sottrarsi a quest'opera d'incivilimento universale, di cui le tragedie per essere inevitabili diventano incolpevoli. La storia segue la stessa morale e lo stesso diritto della natura nel trionfo della forma più perfetta e dell'idea più alta: e poichè vincitori e vinti saranno pareggiati dalla stessa morte, la disparità del loro trattamento scompare nella idealità conquistata.

L'odierna democrazia, che negando ogni impresa come quella d'Africa, vorrebbe che Francia, Inghilterra e Russia abbandonassero a sè medesimi i popoli conquistati, lasciandoli ricadere nella immobilità del loro stato storico, invece di ritenerli forzatamente nella mobile orbita della storia mondiale e costringendo quelli incapaci di mutarsi o troppo numerosi per essere prontamente distrutti a contribuire colle loro ricchezze allo sviluppo della civiltà europea, non si è certo chiesto il perchè della terza resurrezione italica. Evidentemente la storia non può averla consentita nel solo interesse degli Italiani dopo averla negata a tanti altri popoli che come noi soccombettero in altre epoche. Se l'Italia è ridivenuta nazione, il secreto di questo fenomeno storico sta nella necessità che la storia mondiale può avere della sua opera e nella facoltà del nostro popolo a prestarla.

Ma se la democrazia abbandonata dal grande spirito rivoluzionario non capì l'impresa d'Africa, impigliandosi nelle contraddizioni del diritto politico col diritto storico, non meno inetti si mostrarono coloro che accettandola le imposero i brevi calcoli dell'interesse industriale e, facendo pompa di scienza nell'analisi de' suoi possibili vantaggi, conclusero a rigettarla perchè nel nuovo libro mastro l'entrata non sarebbe stata pari all'uscita. E rifecero quindi la critica delle colonie provando come tutte costassero più di quanto rendessero, ma dimenticando di chiedersi come mai tutte le nazioni fossero potute tanto facilmente cadere in un errore di semplice aritmetica. Nessuno di loro sospettò nemmeno che l'interesse industriale e commerciale fosse una illusione necessaria nella storia per produrre il fatto delle colonie, le quali, come modo di propagazione civile avevano per iscopo non già lo sviluppo di una nazione ma la creazione di un'altra. Le colonie piantate ad immense distanze non furono mai e non sono ancora che stazioni e fari facilitanti alla storia la sua marcia pel mondo. Nemmeno i recenti luminosi esempi moderni parvero bastare. Quindi si affermò che le colonie non andavano fondate perchè appena grandi si emancipavano, come oramai ha fatto tutta l'America, quasi che la trasformazione trionfante di questa in popolo originale non fosse lo scopo recondito e il premio supremo delle sue prime colonie. Non si sa ancora abbastanza che la storia di ogni paese è non solo coordinata, ma soggetta alla storia universale, e che ogni impresa vi oltrepassa sempre l'interesse di chi la compie, lasciandogli per sola grandezza quella di adempierla bene.

L'impresa d'Africa per l'Italia era la prima conseguenza del suo risorgimento. Potenza storicamente e geograficamente mediterranea, uscendo di sè stessa non poteva agire che in Africa; alla politica de' suoi uomini di Stato scegliere il momento più opportuno, il lido più adatto a discendervi colla più sapiente preparazione.

Ma l'Italia, scivolata dopo la morte di Cavour nelle mani di uomini meschinamente parlamentari, dovette eseguire il proprio ingresso in Africa con Agostino Depretis, volgare rivoluzionario costituzionale, che aveva contrastato accanitamente nella Camera Subalpina la spedizione di Crimea al grande statista. Giammai il corso storico esercitò sopra un individuo più crudele ironia: colui che aveva negato al Piemonte di diventare Italia, associandosi colle maggiori nazioni nella guerra contro la Russia, dovette vecchio spingere l'Italia in Africa associandola alle grandi potenze mondiali.

La sua vita politica tutta circoscritta nel Parlamento aveva limitato fatalmente il suo ingegno, rendendogli più malleabile il carattere e instancabile il temperamento. Fra i capitani di Alessandro, come Giuseppe Ferrari chiamò con sdegnosa ironia i successori politici del conte di Cavour, egli non ebbe dapprima importanza. Il giacobinismo, che rimase sempre la parte più nobile del suo spirito, lo rendeva sospetto e inadatto in quei momenti tanto difficili per la monarchia, nei quali bisognava esautorare la rivoluzione attirando con ogni favore nell'orbita costituzionale la grossa maggioranza retriva del paese. Il Cavour, che aveva iniziata l'opera con meravigliosa destrezza, era morto troppo presto, ma i suoi migliori scolari la perseguirono credendola meno un espediente necessario alla consolidazione del fatto rivoluzionario che una vera legittimità del principio monarchico più alto della rivoluzione medesima.

La tradizione politica e moderata, nella quale il Cavour aveva agito slargandola, era ancora viva nel nuovo partito costituzionale, che considerava come nemici i rivoluzionari. Depretis rimase dunque sospettato e subalterno: la sua indiscutibile abilità parlamentare non gli permise di stare a paro con Minghetti e con Ricasoli, il miglior borghese e il miglior aristocratico del nuovo governo, nè di abbinarsi col Rattazzi, che solo aveva potuto rivaleggiare col Cavour e in alcune qualità forse lo superava.

Ministro a più riprese, possibile in tutti i gabinetti di mezzo carattere, capace di disimpegnare qualunque funzione come a reggere ogni portafoglio, insinuante, indifferente sui mezzi politici e privatamente onesto, avido di attività più che di azione, ambizioso di potenza meglio che di gloria, si destreggiò per quindici anni fra i successori del Cavour, abili partigiani, che istintivamente retrivi avrebbero voluto immobilizzare la rivoluzione nei propri sentimenti. Ministro della Marina nel 1866 per una di quelle fantasie della nostra infanzia costituzionale, che prendendo i portafogli per balocchi se li distribuiva al di fuori di ogni tecnica capacità, subì se non preparò colla propria imperizia il disastro di Lissa; prima sconfitta che una flotta veramente italiana patisse dopo migliaia di anni. Inattivo durante la intrepida e profonda combinazione di Mentana tentata dal Rattazzi, arrivò a Roma lasciando a Quintino Sella, ultimo giunto nella fazione moderata e migliore di quanti v'erano rimasti, la gloria di spingere il Ministero reluttante su per la breccia di porta Pia. A Roma il partito costituzionale, che con Cavour aveva assunto di disciplinare la rivoluzione entro le forme parlamentari, italianizzando la monarchia piemontese coll'insediarla in Firenze e nazionalizzandola col sollevarla sino al Campidoglio, doveva esaurirsi.

La sua transazione storica, iniziata nel Parlamento piemontese e proseguita in quello nazionale, aveva raggiunto il proprio scopo logorando ogni varietà di uomini e d'ingegni. Del vecchio mondo italico nelle nuove generazioni non restava più nemmeno il ricordo; tutte quelle necessità di accomodamento e di concessioni, spesso trascorse oltre il ridicolo o discese troppo spesso fino sotto la viltà, erano non solo cessate, ma diventate inintelligibili alla nuova critica non giustificavano più nè la bassezza di certi metodi nè l'ignominia di parecchi risultati. La monarchia accettata dalla maggioranza come una forma ancora idonea alla vita nazionale, non era più venerata per tradizioni domestiche o considerata per pregiudizi di educazione come unico rifugio contro le ferocie ribalde della rivoluzione. Il nuovo re doveva conquistare personalmente l'adesione dei propri sudditi per regnare, o accontentarsi altrimenti di essere tollerato come una forma poco nociva per la nazione sino al momento opportuno per sostituirla.

Con Roma capitale l'Italia era organicamente e storicamente perfetta. Se qualche lembo de' suoi confini stava ancora fra le mani dell'Austria, secolare nemica, alla prima bufera che ne minacciasse l'impero eteroclito, l'Italia saprebbe abilmente e valorosamente riconquistarlo.

La lotta dello Stato colla Chiesa passava colla conquista di Roma dalla politica alla scienza, giacchè il diritto nazionale, ormai invincibile sul Campidoglio, avrebbe rispettato e imposto rispetto al diritto religioso.

La politica del Governo entrando in Roma doveva dunque murarsi, poichè la stessa rivoluzione dalla forma filosofica di Mazzini e epica di Garibaldi scendeva ad un'altra più precisamente politica ad impararvi i metodi parlamentari e a ricorreggervisi con studio più calmo nelle scienze. Tutti i rappresentanti del vecchio partito moderato erano caduti lungo la via, o caddero toccando Roma. La loro fine fu triste. Malgrado gli eminenti servigi resi e la gloria del tempo nel quale avevano operato, il paese li dimenticò vivi, non li curò moribondi, non li compianse morti. Il difetto della loro opera, maggiore nelle intenzioni che nei risultati, giustificò l'indifferenza della nazione; la quale sentiva come tutti quegl'illustri avessero meno lavorato per lei che per la monarchia, mentre lo spirito dell'avvenire stava ancora nella rivoluzione lasciatasi generosamente immolare alla gloria e all'utilità della monarchia. La morte di Garibaldi e di Mazzini lacerò tutte le coscienze, quella prematura di Cavour le aveva sbigottite: la morte de' suoi successori così varii di ingegno, alcuni così egregi di carattere, tutti così benemeriti di lavoro, non destò nè paure nè rimpianti. La nazione sicura di sè medesima non poteva turbarsi per la morte di uomini, che non avevano voluto fondersi con lei. Mentre la piazza rimaneva calma, forse la corte diventava pensosa.

Agostino Depretis, superstite di tutti quei morti, fu il loro erede universale.

