# Fino a Dogali

## Part 20

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Il risorgimento sfuggì al Macchiavelli. Predilesse la repubblica quando diventava impossibile, credè al Valentino che era l'ultima espressione del principe fuso col condottiero, sognò la milizia quando cessava la patria, lo Stato mentre mancava ancora la nazione, offrì ai Governi futuri la politica dei Governi passati, non s'accorse che la religione stava per rinnovarsi, il diritto per prodursi, la libertà per regnare. E il suo regno dovendo essere nella coscienza, la libertà religiosa era la prima.

Come i suoi _Discorsi_ sono senza l'idea del progresso, così il suo _Principe_ è senza quella della morale, e le sue _Storie_ senza l'altra del diritto, e la sua arte senza passione.

Macchiavelli nel proprio secolo è uno straniero; se ne ha i vizi, non ne ha le idee e non ne sente le passioni. Ha l'istinto del nuovo, ma non lo afferra e si avviluppa in contraddizioni insolubili; chiarissimo nella visione dei fatti, l'intorbida appena ne cerca la ragione: realista, è un sognatore. Non comprende e nessuno lo comprende, vuole agire e non può, insegnare e non gli si bada; consiglia il dispotismo ed è un democratico, adora il proprio comune e vorrebbe una patria italiana, odia Roma e non si volge verso Lutero: è un artista e non parla mai d'arte, è un indipendente sempre in cerca d'un padrone, un libero che ignora la libertà.

Così diventa a sè stesso e agli altri inesplicabile, ma la sua spiegazione sta nel suo secolo, nel quale muore tutto il medioevo e nasce il mondo moderno. Egli vi è il vertice di tutte le contraddizioni, la vittima di tutti gli antagonismi. La sua coscienza era solo nell'intelletto, la sua infallibilità nell'istinto; vuole l'impossibile e l'impossibile diventa la verità del futuro; si stima un politico e rimane un letterato. A Boccaccio, a Petrarca non era succeduto altrimenti; divennero celebri per le opere cui davano meno importanza, il _Canzoniere_ e il _Decamerone_. Del resto questa incoscienza è la caratteristica del tempo. Uno solo, il più grande fra i grandi d'allora, sente il vuoto e la morte intorno a sè: la sua anima è tragica, Michelangelo Buonarotti. La diversità delle sue attitudini e la varietà delle sue opere non lo distraggono come Leonardo, la bellezza non lo appaga come Raffaello, la ricchezza non lo soddisfa, la gloria non lo consola. In un secolo dissoluto è casto, in un'epoca irreligiosa sente sopratutto la religione; ha tutte le fierezze di un cittadino nella dignità dell'uomo. Rimane scapolo, non lascia figli.

Come Dante, il suo grande antecessore, sovrasta al medio-evo, Michelangelo domina il risorgimento; entrambi tragici ma sereni, riassumendo il loro tempo, sono universali.

Il cinquecento, che pare tutto corruzione, ha pure una grande sanità nel popolo, che Michelangelo rappresenta: ecco l'avvenire.

La generazione che sta per sorgere avrà tutta la coscienza che manca a quella che tramonta; Campanella, Telesio, Bruno, Tasso, Sarpi, Galileo, filosofi, scienziati, storici, poeti, tutti diventeranno martiri nella coscienza e per la coscienza. Tragedia e carnevale sono finiti, comincia il dramma. La vita diventa una conquista del mondo interiore ed esteriore. La _Mandragola_ e il _Principe_ non si capiscono più; alla delicatezza della forma è succeduta quella del sentimento.

L'indagine si sostituisce alla ipotesi, la prova alla autorità; il papato, che aveva accettato la dedica dei libri di Copernico e di Macchiavelli, processa Galileo, pugnala Sarpi, imprigiona Campanella, brucia Bruno. Le corti respingono Tasso, il grande poeta che muta l'eroe classico e il cavaliere romanzesco nel gentiluomo moderno.

Ma nessuno di questi grandi scrittori, nemmeno il Galileo, supera il Macchiavelli nella prosa. Quasi sempre più fluido, spesso più limpido del Macchiavelli non ne ha l'eloquenza, il rilievo, la sicurezza dei moti bruschi ed improvvisi. La prosa del segretario fiorentino considerata nel suo tempo è un miracolo di potenza e di originalità. Non vi si sentono influssi latini nè contorsioni scolastiche, tutto vi è vero, tutto vi è fuso; ha la bellezza greca alla quale non occorre la grazia e che ignora gli ornamenti. Pensiero e parola, frase e periodo, tutto è colato in un solo getto: l'argomento, che vi si svolge, l'avviluppa, la conduce seco, l'anima e n'è animato. Il colore viene alle parole dalle cose, la sonorità vi è ritmata sul sentimento senza che una volontà straniera o un gusto posteriore l'àlteri per abbellirla.

Macchiavelli, che non era un letterato nel senso attribuito allora a questa parola, e che credendosi un politico non scriveva per scrivere ma per esprimere il proprio pensiero reso lucido dall'evidenza della percezione artistica e dalla sicurezza di una dialettica che nessun dubbio filosofico inceppava, trova senza cercarla, come doveva fatalmente accadere, la prosa italiana. Se fosse stato più artista, forse non avrebbe saputo sottrarsi al gusto dell'epoca; se fosse stato un filosofo o un vero politico, le difficoltà della materia gli avrebbero disturbata l'armonia della forma. L'entusiasmo col quale si obliava nelle proprie teorie e la passione che metteva nei fatti loro favorevoli, erano la sua coscienza e la sua verità di scrittore, giacchè senza l'una e senza l'altra non si può esserlo.

Macchiavelli si è contradetto spesso, ma non ha mentito mai a sè medesimo; nessuno fu meno macchiavellico di lui.

La sua prosa è uno specchio, il quale riflette tutto il suo pensiero con tale nettezza che a nessuno può venir in testa di credere che fra quella e questo l'ipocrisia abbia calato i proprii veli.

Che se questa gloria di aver fondato e perfezionato nel medesimo tempo la prosa italiana paresse troppo scarsa agli ammiratori del Macchiavelli, la gloria di Dante fondatore della poesia non dovrebbe sembrar loro molto maggiore, giacchè fra prosa e poesia la differenza non è poi grande quanto il volgo immagina, essendo entrambe egualmente necessarie alla vita del pensiero nazionale. E alla prosa solo Macchiavelli deve la popolarità delle sue sentenze, che luoghi comuni al suo tempo la coscienza non potè poi ratificare e nullameno lette una volta non uscirono più dalla memoria nemmeno di coloro che le respingevano dall'intelletto. Questa immortalità della bellezza se non vale quella della verità, non è seconda a nessun'altra, e Macchiavelli smentito dalla storia, abbattuto dalla scienza, misurato dalla critica, non più temuto o vagheggiato dalla coscienza moderna, può rimaner calmo nella sicurezza dalla propria gloria, poichè fino a quando in Italia si pensi e si scriva la mente di tutti ricorrerà involontariamente alle sue opere, invidiandone quella bellezza d'espressione, nella quale sola il pensiero trova la coscienza di sè medesimo e l'immortalità.

XI. [La Tragedia]

Pare strano a me stesso: in questo libro incominciato come sfogo agli orribili spasimi della mia malattia, non riesco a parlare di me. Un orgoglio intrattabile mi vieta di gettare in pascolo al pubblico dolori che hanno talvolta vinta la mia volontà e fiaccato il mio carattere, giacchè mi sembrerebbe in tal modo di elemosinare coi lenocinii della frase quella compassione, che gli accattoni di mestiere tentano coi lenocinii della voce.

Ho scritto cento pagine sul Macchiavelli in venti giorni, ma d'allora non ho più toccato la penna.

La primavera è tornata, sono ancora a letto. Mi hanno seppellito per tre volte la gamba entro una parete di gesso e mi hanno detto di restare calmo.

Quando potrò alzarmi la debolezza sarà tale che dovrò per qualche mese usare le gruccie.

Così rientrerò nella vita.

Vi sono dei giorni che sento sollevarsi dal fondo dell'anima dei turbini di collera, che fischiano e ruggono come il Simoun può fare nel deserto. Tutta l'energia della mia volontà non può nulla su la mia gamba ferita: per muoverla debbo chiamare la povera Lucia, che me la solleva come un tronco. E tutto questo perchè? Se avessi ricevuto nel ginocchio una palla di falconetto come Giovanni dalle Bande Nere, alla buon'ora! ferita e morte avrebbero un significato; invece sono caduto come l'ultimo degli imbecilli, e quanto soffro e tutto il tempo necessario a guarire è dolore e tempo perduto.

L'inutilità della sofferenza, ecco il dolore del dolore!

Alzate dunque un patibolo davanti ad ogni morente, giacchè val meglio essere ucciso che morire; nel primo caso è una lotta, nel secondo un esaurimento; la tragedia è un diritto dell'uomo, la morte è una fine da animale.

Quante volte mi sono inteso chiedere che cosa sia la tragedia e quanti libri si sono scritti per spiegarla! Ma domanda e risposta egualmente malinconiche confondevano tragedia e morte. No, non è vero. La tragedia non è la morte, ma la morte umana, nella quale lo spirito discende colla coscienza della propria immortalità. Sapendo di morire l'uomo è il solo che non muoia nella natura. L'animale si esaurisce: esso non sa nè come nè quando sia nato, ignora le leggi della vita, non si domanda se il paesaggio nel quale passa abbia un passato, e che cosa sia venuto a rappresentarvi. L'uomo invece interroga, apprende; tutto passa nella natura, ma ciò che è passaggio in essa diventa serie nel suo pensiero; la serie gli dà la legge, la legge gli rivela il secreto. Appena lo spirito pensa sè medesimo, ripensa il mondo nell'antichità della sua geologia e nell'eternità della sua durata. Solo l'eterno può pensare l'eternità.

Ma lo spirito è nell'uomo e non è l'uomo: colui che pensa non è pari al proprio pensiero; il pensiero si realizza in lui e non è lui. L'uomo morrà e il suo pensiero sarà immortale, ecco la tragedia. La morte accade dunque dentro di noi e sotto di noi. Il nostro spirito può contare i passi coi quali si avvicina, studiare il riflesso della sua ombra sulla nostra fisonomia, analizzare le impressioni del suo freddo nel nostro organismo. I sentimenti che nel nostro spirito soffrono e gridano non sono della sua natura, ma saliti dal fondo della nostra animalità si sciolgono come vapori nella impassibilità adamantina del suo cielo.

Che cosa importa al sole delle esalazioni, che incapaci di salire fino a lui ricadono in pioggia a fecondare i campi, che il sudore di tutte le generazioni umane non basterebbe ad inumidire?

La prima tragedia si svolse sulla terra col primo uomo. Era egli un animale perfezionato o una statua animata dal soffio di Dio? In ambo i casi la tragedia fu uguale, giacchè animale era diventato uomo col pensiero, statua riteneva il pensiero che l'aveva vivificata. Ma nella sua coscienza di primo sentì egli tutto ciò che sarebbe accaduto nella sua posterità? In questo mondo, che forse lo guardava colla stessa meraviglia onde era da lui spiato, vide egli l'immensità del teatro che doveva accogliere le tragedie di tutti i suoi nascituri? Quando il sole tramontò la prima volta a' suoi occhi, pensò egli che la morte doveva essere come l'ombra? E quando la luna sorse a diradarla, comprese egli che l'ombra e la morte non erano che apparenze come tutte le negazioni?

Lo stormire delle foreste e il murmure del mare gli parvero voci come la sua, nelle quali più grandi parole esprimessero un più grande pensiero?

In questo secolo si è potuto rifare la preistoria, ma chi ci darà la psicologia del selvaggio? Chi analizzerà i sentimenti che la sua lingua non può tradurre e hanno impresso sulla sua faccia quella terribile immobilità contemplativa, davanti alla quale la temerità della nostra analisi, che ha decomposto Dio, si arresta interdetta?

Poi la tragedia divenne storia appena l'uomo invece di battersi colla natura si battè con sè medesimo. Alla terribile seduzione dell'ignoto, colla quale la natura attirava il selvaggio negl'antri delle selve e nelle voragini del mare, la storia sostituì l'attrazione delle idee, e gl'individui si avventarono verso di esse, generazioni intere si slanciarono, popoli innumerevoli si precipitarono, e muoiono ancora gli uni sugli altri per estrarle dagli abissi dello spirito, donde fiammeggiano cerulamente come le stelle nelle alte notti sull'oceano. Tutto passa e non ne resta nella scienza e nella coscienza che un'idea: ideale per le genti che volevano conquistarla, ricordo per le genti che l'hanno ereditata.

Il popolo più grande nella storia è il più tragico, l'ebreo, che si immola al conquisto di Dio: l'uomo più grande è Cristo, che si lascia uccidere per diventare Dio, e lo diventa.

Tutto è tragedia. Se il popolo vi è inconscio e nel giubilo delle proprie forze vi agisce obbliando la fine, la tragedia diviene epopea, e allora il suo canto ha la sonorità delle onde, l'impeto del venti, la trasparenza del cielo. Ovunque l'epopea è uguale a sè stessa. L'uomo vi si muove in una superba giocondità, che lo rappatuma colla natura da lui chiamata a parte del suo trionfo sulla idea nella quale si trasfigura: ma l'epopea è breve e non si rinnova mai più. Pochi popoli vi arrivarono, nessuno vi è ritornato. E non appena il canto epico finisce, comincia il coro tragico. La grande idea, nella quale l'anima del popolo sperava di quietare, diventa un promontorio da cui si scorgono più radianti lontananze, una stella dal lembo estremo della quale si vedono carovane di stelle migrare per l'infinito.

E la tragedia riappare nella severità del proprio pensiero, mentre il suo ritmo è spezzato dai singhiozzi dei morenti sotto lo spasimo della nuova disillusione. Ma se nell'epopea il popolo si era sollevato in massa, slanciandosi collo sforzo di un sentimento comune verso il prossimo ideale che lo inondava di luce e di calore, nella tragedia vera il popolo guarda aggrondato in cupo silenzio i suoi più intrepidi eroi ripetere soli quel conato, che tutti avevano fatto e che a tutti per un momento era sembrato trionfare.

È l'era dei grandi individui. Qualunque sia l'idea alla quale s'immolano o il fatto nel quale soccombono, la loro tragedia non muta: mentre tutto il popolo guarda nell'immobilità della stanchezza o nel terrore della disperazione, essi soli osano levarsi. Che la loro fronte sia coperta da un elmo o da un'infula, la loro mano armata di spada o di compasso, si avanzano verso la morte. Il progresso umano esige in quell'ora il sacrificio dei migliori, perchè solamente la loro morte può rendere intelligibile a tutti il secreto della legge che la storia sta per rivelare.

Ma al momento culminante della tragedia il popolo, che non capisce quasi mai, maledice l'eroe morente per lui. È questa la suprema differenza della tragedia colla epopea. Nell'una l'eroe è acclamato prima della battaglia, sostenuto in essa da tutti i voti, pianto dopo di essa da tutti gli occhi: nell'altra l'eroismo è come un insulto alla impotenza del popolo, che spia quindi arcigno la lotta cercando nella catastrofe una ragione alla propria inerzia.

Eppure di tutti i destini individuali il più degno d'invidia è il più tragico.

Se nell'epopea l'eroe rappresenta il popolo, nella tragedia lo riassume, giacchè vi compie la vita della propria generazione iniziandola in quella della generazione non nata. L'epopea è un meriggio, la tragedia un'aurora, nella quale la esultanza della luce erompe dalla lacerazione delle tenebre.

La tragedia antica, la massima rimasta nell'arte, ha per tema un Dio, non in quanto è tipo religioso ma per quanto si mescola nella vita umana e vi opera. Amore ed eroismo vi sono quindi espressi con un'altezza di sentimento e di linguaggio quali l'arte posteriore non seppe nemmeno più comprendere. Le prime battaglie significate nelle prime tragedie esprimono o la lotta che l'individuo spirituale impegna colla natura, e vi brilla il raggio giocondo dell'epopea; o quelle che impegna con sè medesimo, e sono la vera tragedia nella quale la vittoria o la morte diventano egualmente impossibili. Ercole può acquetarsi nell'amore o morirvi: Prometeo è immortale, e non può nè vincere, nè morire, nè essere liberato. La battaglia che il suo spirito ha cominciato coll'infinito ricomincerà a ogni ora, in ogni uomo, in ogni popolo. Tutti vi saranno uguali. Nell'epopea la gerarchia sembra costituire o almeno risultare dall'eroismo; nella tragedia il grande pensatore e il selvaggio, l'austero e il dissoluto, il mistico che crede a tutto e lo scettico che dubita di tutto, saranno egualmente trattati. Se la loro ragione cercherà di evitarla, il loro istinto la troverà nelle proprie profondità; la tragedia è nel pensiero umano, che limitato dalla propria umanità sente l'infinito e l'eterno non potendo nella propria forma momentanea essere nè l'uno nè l'altro.

E mentre la prima tragedia si ripete nella immobilità dei proprii dati a traverso tutte le generazioni, scoppiano fra di esse i drammi storici composti di tragedia e di epopea. In essi l'urto non è più fra il pensiero umano e il pensiero cosmico, ma fra il pensiero storico di una generazione e quello della serie alla quale essa appartiene. Il ritmo dei periodi e delle forme storiche regola i mutamenti della scena e delle parti; i maggiori individui dì ogni generazione non recitano che nei prologhi e nei finali, giacchè il loro ufficio è doppio e debbono significare in sè stessi la morte e la risurrezione. La loro vita si diffrange in questo sforzo per ricomporsi nella idealità del tipo storico.

Nessuna generazione di popolo è quindi senza tragedie. La loro sceneggiatura potrà variare dall'olocausto all'assassinio: i personaggi avranno o crederanno di avere in sè stessi scopi ben più piccoli di quelli pei quali muoiono, e daranno della loro inevitabile sconfitta finale meschine ragioni di più meschini errori commessi; ma la fatalità delle idee, che per tragica spira discendono dall'infinito spirituale nella realtà storica, saranno le vere cause delle loro catastrofi.

A distanza di secoli le grandi vittime si rimandano il medesimo grido di dolore e di orgoglio; a distanza di continenti e di mari le cime tragiche si veggono l'una l'altra, e Cristo morente si volge verso il Caucaso, e Napoleone da Sant'Elena guarda verso il Golgota.

I più grandi uomini, che conchiusero o iniziarono le più grandi epoche, soccombettero nelle più disperate tragedie, Mosè morì sul Tabor, Cesare sotto il pugnale di Bruto, Alessandro nelle acque del Cidno: Colombo, che scopre l'America, ne ritorna carico di catene, il rogo brucia quasi tutti coloro che agitano nelle tenebre la fiaccola del pensiero, il trionfo è negato a tutti quelli che vincono nel campo dell'idea. La tragedia del pensiero umano col pensiero cosmico ricompare nei drammi storici, nei quali il grand'uomo non può interamente assorbire nè la generazione che spinge nel futuro, nè indovinare quella che ne evoca; e allora tutto quanto rimane fuori di lui, o dietro alle sue spalle nella storia del suo popolo, o davanti alla sua fronte oltre i raggi de' suoi occhi nel destino del popolo che sta per sorgere, si congiunge sul suo capo come un'immensa vôlta che si abbassa e lo schiaccia.

Una più tragica necessità aggiunge ancora la commedia alla tragedia. Quindi tutte le generazioni innumerevoli dei piccoli si addossano feroci al grand'uomo per rattenerlo lungo la via, o insinuare almeno nell'eroico dolore della sua meditazione lo spasimo della loro mordacità animalesca; e lo odiano come non possono odiarsi fra sè medesimi, e lo perseguono col coraggio che la coscienza del numero dà agli insetti e l'inconscio dell'istinto ai bruti. Dietro al tallone di ogni Achille vi è sempre un Tersite, a fianco di ogni Sigfried vi è un Hagen.

La commedia ride delle ferite che prodiga senza accorgersene, e ha ragione; ma ride anche di quelle di cui s'accorge, e ha torto. Nullameno, le sue bassezze sono necessarie all'altezza della tragedia per attirare l'attenzione di coloro, che migrano nella storia e guardano continuamente indietro per rinvigorirsi il coraggio di andare avanti.

Mentre la tragedia segna il passaggio di un periodo ad un altro, e quindi ha per ragione di dolore e di grandezza la differenza fra la totalità di quanto una generazione morente consegna a quella che nasce e la piccola originalità che vi aggiunge, differenza e contraddizione che spiegano il disprezzo delle generazioni pei proprii grandi troppo preoccupati del futuro; la commedia invece è tutta circoscritta nella vita storica della generazione che la produce. E come non può abbracciare tutta la sua vita, giacchè cogliendone l'agonia si muterebbe in tragedia, così in quella stessa dell'individuo non può cogliere che un momento, il quale isolato diventa falso. La commedia non esprimerà mai tutto l'uomo, non potendo farlo morire: ma se non può farlo morire, non può nemmeno farlo vivere. La vita comica nell'arte e nella natura non sarà mai che un frammento ingannevole della vita reale.

Se la commedia tripudia nella gioia del proprio istante, presto si cangia in farsa; se pensa nel proprio tripudio e sale fino alla satira, tramonta tosto nella tragedia. Essa non è dunque che un sorriso su due labbra fatte per parlare o in due occhi aperti per vedere.

L'efficacia delle rappresentazioni comiche e tragiche è quindi profondamente diversa: il riso suscitato dalle prime inclina l'anima verso il piacere irreflessivo del sentimento, l'angoscia eccitata dalle seconde l'innalza sulla cima più alta del pensiero, scoprendole il destino del quale vive e del quale deve morire.

Nessun grand'uomo è passato senza tragedia nella storia. Quando la catastrofe non potè livellare la sua testa alle altre colla mannaia, la sua vita sopportò tutta la contraddizione che parve mancare alla sua morte. Il presente fu per tutti i grandi uomini una carcere, donde spingevano il pensiero nel passato e nel futuro: il loro linguaggio non era quello dei discorsi loro indirizzati, la loro parola suonava come un'eco che rispondesse ad echi lontani. Sulla loro fronte, che di rado il diadema segnò del proprio peso, le rughe s'impressero ben presto; i loro occhi avevano e comunicavano l'abbarbaglio d'invisibili visioni. Invano talora i piccoli impietositi offersero loro con ingenua vanità il conforto della propria ammirazione: una superba malinconia isolava quegl'inconsolabili e metteva sulle loro labbra un triste sorriso perfino nel tumulto dei maggiori trionfi.

No, non compiangete, non adorate! Lasciate Cristo morire sulla croce: tutta la vostra riconoscenza non vi farà penetrare nel secreto della sua bontà; lasciate Socrate bere la cicuta: il perchè del suo eroismo resterà sempre un mistero per voi che non l'avreste fatto; lasciate Dante errare nell'esilio: cacciato da Firenze discenderà nell'altro mondo; lasciate Colombo ritornare dall'America carico di catene: egli che l'emancipa, ne riporta le catene all'Europa che deve spezzarle; lasciate Napoleone morire a Sant'Elena: egli che ha liberato l'Europa dal dispotismo, ultimo despota deve finire prigioniero; lasciate Garibaldi esulare a Caprera: egli ha fatto l'Italia; che cosa potreste voi fare per lui?

Che cosa v'importa se Galileo diventa cieco e Beethowen sordo? Non sono già gli occhi che scoprono i segreti della natura, o le orecchie che ne sorprendono le armonie. Che cosa v'importa se Camoëns muore all'ospedale e Giannone in carcere? I loro poemi e le loro storie non saranno per questo meno liberi, poichè la fortuna della vita non ha mai influito sulle opere dei grandi. Essi vivono soli: anche quando il mondo li acclama si sottraggono per un invincibile orgoglio alle ovazioni. Vittor Hugo si rifugia a Guernesey, Carlyle si chiude nel proprio studio come in una cella, Wagner erra per tutte le campagne come un bandito.

