Fino a Dogali

Part 2

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I rettori del comizio sembravano agitati. Alcuni erano calvi, altri canuti, nessuno aveva sembianza di soldato, tranne l'ultimo a sinistra, un fornaio, bella figura di littore romano, tozzo ed energico, che non potendo restar seduto era venuto a postarsi presso l'ultima bandiera e gladiatoriamente atteggiato pareva quasi pronto a brandirla al primo impeto di rivolta. Vicino alla poltrona centrale occupata da un signore ventruto, il sindaco giallo, sottile come una distinzione scolastica, floscio si accasciava sul tavolo cercando fra alcune carte che erano forse telegrammi. Alla sua sinistra la testina viva, oramai bianca ai capelli e tutta rossa al viso di un medico toscano, vecchio democratico dalla frase violenta e dall'accento gentile, si torceva vivacemente parlando con chi le stava dietro.

Degli altri le fisonomie svanivano nella penombra.

E il comizio cominciò colle solite agghiaccianti formalità.

Ma quando uno degli oratori si trasse leggermente in disparte e col braccio spinse innanzi una figura nera, recalcitrante, e con enfasi di voce gridò:

--Ecco Don Giovanni Verità, il salvatore di Garibaldi!

La scossa nel pubblico fu così violenta che produsse come un tuono.

Primo il Comitato si era levato, e dietro lui tutti gli invitati avevano fatto altrettanto. Le bandiere salite più alto del ritratto del Generale squassavano guerrescamente e tutti dalla platea, dai palchi, dal loggione, protesi coi cappelli in mano gesticolando, urlavano con un impeto, uno scroscio irrefrenabile ed onnipotente. La violenza dell'urrah era tale che quasi vi si sarebbe sospettata della collera. Cresceva sempre, saliva di tonalità arrivando allo spasimo dell'impotenza, mentre le voci meno robuste strozzate dallo sforzo rantolavano o guaivano e nei gesti cominciava come un tremito di disperazione. Ma l'urrah aumentava ancora, come un vento che sollevava tutti i cappelli, investiva le bandiere, agitava le fiamme dei candelabri, ruggiva nella penombra dei palchi, s'ingolfava nelle corsie, urtava nella vôlta e, riabbassandosi, strisciava su tutti i palchi, e tutti vi sorgevano per lanciarsi nella sala, di cui la folla sollevata da un conato incomprensibile si premeva contro il parapetto del palcoscenico e stava per soverchiarlo.

In quell'urlo nessuna parola era possibile, nessun gesto intelligibile.

Poi tutte le bandiere, alte dinanzi al ritratto del Generale, quasi sventolanti al vento di quell'ululo oceanico, si abbassarono contemporaneamente come per istinto colle lancie verso la testa del prete, scoprendo il ritratto del morto Generale.

Erano gli stendardi di cento vittorie, che si chinavano a toccare la veste del prete che aveva salvato il vincitore. Non si videro più che la testa del Generale olimpicamente sorridente e la testa del prete curva come le bandiere, quasi nel dolore di averlo invano salvato, poichè alla fine il Generale era morto.

Perchè dunque applaudire? Garibaldi era morto!

Le bandiere sempre più chinate parevano cadere, il volto del prete piegato sul petto si era coperto di un pallore cadaverico.

Era la festa della morte.

Garibaldi era morto, Don Giovanni non tarderebbe molto a morire.

Lo osservai.

Benchè tutti fossero ritti intorno alla tavola, la sua figura spiccava singolarmente. Non era nè molto alto nè molto grosso, ma si sentiva ancora in lui una vigoria senile, che rendeva facilmente credibili tutte le avventure eroiche della sua gioventù. Il suo soprabito nero da prete non differiva quasi più dagli abiti degli altri signori del Comitato, ora che la testa china tristamente sul busto gli nascondeva il collare.

Capelli grigi e duri la coprivano così che la chierica vi si distingueva appena. Una profonda commozione lo sopraffaceva. La bufera dell'applauso passando sopra la sua testa, pareva piegarla senza scuoterla, mentre le bandiere curve al pari di lui sotto lo sguardo del Generale in una tragica stanchezza ubbidivano forse al medesimo irresistibile senso di morte, che l'entusiasmo soldatesco di quella ovazione non vinceva più.

Io lo osservavo.

Le sue mani ossute, brune dal sole di tutta una vita di caccia, e più scure in quella penombra, tremavano sul cappello da prete posato ingenuamente sul tavolo: lo sforzo come di un singhiozzo represso gli sollevava a volta a volta le spalle. Improvvisamente con atto affaticato, disperato di naufrago, sollevò la testa.

Era un bel volto nero di contadino dai lineamenti angolosi, livido in quel momento e nullameno impresso d'una grande aria di bontà. La fronte naturalmente bassa erasi alquanto alzata in un principio di calvizie, che pel colore più bianco della pelle la cingeva come di una benda; l'arco dei sopraccigli vigoroso e sporgente ombrava senza nasconderlo il suo sguardo scintillante di cacciatore. Tutto il volto raso e rugoso tremava di una commozione, che metteva come un sorriso in tutti i suoi lineamenti modellati robustamente sulle ossa. Gli zigomi erano sporgenti, il mento quasi quadro come negli uomini capaci di forti azioni, gli occhi rotondi, il loro colore non si distingueva, acuti e vibranti come quelli di un falco. Ma la sua bocca colle labbra di un rosso cupo di mattone lasciava vedere i denti ancora bianchi a traverso un sorriso timido, che i fremiti di quel trionfo scomponevano ad ogni istante.

Stava piegato, ma era naturalmente un poco curvo.

Le sue spalle larghe e quadre si erano leggermente incurvate col peso degli anni; nullameno ognuno di quel popolo osannante avrebbe potuto ancora salirvi senza piegarle maggiormente. Garibaldi vi era montato per guadare un fiume rigonfio e lo avevano portato asciutto ed incolume all'altra riva. Era stato in una fosca notte di temporale scelta abilmente dall'eroico prete.

Se ne ricordava egli in quel momento, mentre tutta Faenza applaudiva e tutta l'Italia fremente e l'Europa stupita ripetevano il suo nome raccontando l'epico aneddoto di quella notte? Quando nel buio di quella tempesta notturna, al mattino della quale era così facile essere sorpresi e fucilati, giunti in riva al torrente aveva imposto a Garibaldi, l'intrepido marinaio invano recalcitrante, di salirgli sulle spalle colle semplici e superbe parole:

--Generale, voi conoscete il mare, ma io conosco il mio fiume! e si era lanciato nell'ombra entro l'acqua furiante: aveva egli pensato che verrebbe un giorno, nel quale tutto il mondo lo ringrazierebbe, e che la storia scriverebbe il suo nome sulla pagina breve e luminosa degli eroi di questo secolo?

Lo guardavo attentamente: ebbene, giurerei che anche allora egli era semplice ed ingenuo come in quell'istante nel quale rischiando la propria vita si era appena accorto del pericolo. Nessun orgoglio, nessuna spavalderia gli venivano da quel trionfo, nel quale tutti ingrossavano forse la voce per la speranza di farsi notare. La teatralità di quella scena antipatica malgrado la sincerità della commozione generale gli sfuggiva interamente; il suo volto restava tranquillo, le sue mani non facevano un gesto, mentre il suo orecchio sembrava non udire alcuno dei mille complimenti che i più vicini gli susurravano.

Tutti gli invitati del palcoscenico si erano stretti intorno a lui: nessuno osava toccarlo con una mano, ma le spalle e i volti si premevano sul suo. L'umiltà della sua posa umiliava quella gente tanto a lui inferiore e così superba del proprio strepito. Se tutti non volevano essere ringraziati, tutti avrebbero almeno preteso che egli sentisse per un minuto la sincera grandezza di quel trionfo meritato da tutta la sua vita.

Una profonda emozione s'era impadronita del mio animo.

Era dunque vero che tutti gli eroi fossero semplici e tutte le feste volgari? Nessun popolo per quanto buono o ingenuamente commosso, stringendosi colle lagrime della riconoscenza o col singhiozzo dell'entusiasmo intorno ad un eroe, non giungerebbe dunque mai a toccare la sua anima, poichè nella meraviglia universale per la propria azione questi sentirebbe la bassezza della umanità e l'insufficienza di ogni grandezza individuale?

L'umanità è dunque ben piccola se gli eroi sono così grandi!

Ma Don Giovanni alzò finalmente il capo. Il semicerchio delle bandiere si era stretto in quel tumulto intorno ai capi della tavola, cosicchè una arrivava quasi a toccarlo colla lancia dorata. Egli la vide, corse collo sguardo su tutte le altre, che gli si appuntavano quasi al petto, cercando ansiosamente il Generale.

Garibaldi era là, vestito come nelle battaglie, sorridendo come da vivo in faccia alla morte, come un immortale per cui le follie della gratitudine o della sconoscenza non hanno più valore, buono ma altero, ora che il genio della sua vita, compiuta l'opera, era salito nella storia.

--Viva Garibaldi! tuonò la moltitudine, che comprese per istinto quello sguardo di Don Giovanni.

Don Giovanni si volse, aperse la bocca, fece un gesto vivace, urlando forse un viva Garibaldi che non s'intese e ricadde seduto, quasi intendendo così di scomparire nella gloria del generale che aveva salvato, dell'amico che aveva perduto.

Il comizio proseguì.

Molti oratori parlarono commentando la vita di Garibaldi, ma il popolo restava freddo, malgrado la voglia che tutti avevano di commuoversi e di applaudire. I discorsi male concepiti, peggio pronunciati, fors'anco poco intesi passavano nel silenzio del pubblico come un mormorio insignificante. Le bandiere ritte intorno al ritratto del Generale non squassavano più, l'inno dell'epopea garibaldina era cessato da un pezzo. I suonatori borghesemente vestiti non si discernevano nella folla.

Al banco della stampa i giornalisti scrivevano con atteggiamenti e velocità di copisti.

E appena un oratore finiva ne sorgeva un altro: parevano una nidiata di pulcini uscenti dal pollaio per pigolare intorno al cadavere di un'aquila.

Che ne sapevano essi di quest'aquila, che aveva visitato tutte le terre, valicato tutti gli oceani, gridato vittoria sull'albero di cento navi, sulle torri di cento fortezze, sulla cima di cento bastioni, sulle Alpi e sulle Cordigliere, sul Campidoglio e sull'Etna, aspettata e conosciuta da tutti i popoli? Che ne sapevano essi di quest'aquila così tremenda e così mite, così indomabile e così mansueta, che figlia delle aquile romane e napoleoniche aveva lacerato l'aquila bicipite d'Asburgo fra gl'inni di tutti i poeti e gli anatemi di tutti i papi, mentre al suo strido i falchi della plebe rispondevano esultando dai tetti e i gallinacci della borghesia fuggivano chiocciando per i cortili a riparare nelle stalle?

Che ne sapevano essi?

Quale dei molti garibaldini accalcati nel teatro aveva una coscienza chiara ed intera della epopea cui aveva preso parte? Chi aveva capito il significato delle sue battaglie così piccole militarmente e delle sue vittorie moralmente così grandi?

In questo secolo che comincia con Napoleone e si chiude con de Moltke, perchè Garibaldi un soldato quasi di ventura che comandò sempre pochi battaglioni, un ignaro che dalle scuole non apprese nulla e alle scuole non lascia nulla, che veniva non si sa donde e andava dove pochi, oggi egli morto, sanno ancora: che predicava la pace in mezzo alle battaglie, creava una nazione con una piccola orda di armati, fondava una monarchia affermando una repubblica, regalava libertà ai popoli e reami ai re, conquistava una patria agl'italiani e perdeva la propria, rovinava il papato in faccia al mondo e assicurava la repubblica francese contro l'Impero germanico, moriva a Caprera nudo e povero come lo scoglio al quale nudo e povero aveva approdato: perchè Garibaldi che i centurioni degli eserciti stanziali deridevano, che i ministri spregiavano, che i popoli stessi sembravano abbandonare, perchè morendo diventava così incredibilmente grande e soverchiava Napoleone e Moltke, e tutti dall'America adolescente all'Asia decrepita, dall'Europa ancora centro della civiltà all'Africa ancora teatro della preistoria, dall'Australia che essendo una terra non è ancora potuto diventare un paese; perchè tutti dalle steppe della Russia dove un vero dispotismo schiaccia alle officine d'Inghilterra dove una falsa libertà assassina, dalle foreste germaniche ancora dominate da castelli feudali ai monti spagnuoli ancora ammalati di conventi cattolici, dalle isole che il mare fece libere e altere alle immense valli continentali tuttavia ombrate da millenarie monarchie; perchè da tutti i poveri, da tutti gl'infelici, da tutti i poeti, da tutti i prodi, da tutti i lavoratori, da tutti i pensatori, da tutti i giovani che anelano alla vita non conoscendola, da tutti i vecchi pronti ad abbandonarla avendola troppo conosciuta, scoppiava il medesimo sentimento, erompeva il medesimo urlo: Garibaldi non può essere morto, non deve essere morto, non è morto: evviva Garibaldi!

Forse appunto perchè era morto allora allora, nessuno poteva anco riconoscerlo bene.

Pochi sono gli occhi capaci di abbracciare tutto un paesaggio trascorrendolo, meno ancora gl'ingegni così larghi da comprendere tutto un fatto nel quale abbiano vissuto ed agito.

Come ogni vero grand'uomo, Garibaldi è un immenso viluppo di contraddizioni, che la sua anima unificava, ma nel quale gli altri si perdono analizzando.

Gli oratori del comizio non vi si smarrivano nemmeno perchè non vi arrivavano.

Nessuno di loro si chiedeva il significato della nostra risurrezione, il perchè l'Italia e la Grecia dopo diecine di secoli riapparissero nel mondo col nome di nazione, mentre nella storia come nella vita non vi sono e non vi possono essere risorti. Quali idee riapportavano dunque la nuova Italia e la nuova Grecia? Come dalle sue generazioni decrepite, per replicate infusioni di sangue barbaro e di idee civili, era sorta un'altra gente? Quale secreto veniva essa a rivelare? Dov'erano i segni della sua nuova vita, i testimoni della sua legittimità? Nell'attuale civiltà, che mischiando tutti i popoli ha fusi tutti i caratteri, certo è ben più difficile il distinguere le nazionalità spirituali che non nella storia antica ancora senza unità apparente e tutta occupata dall'antagonismo delle razze onde era composta: ma poichè la storia è una tragedia, nella quale ogni popolo è un personaggio che deve avere qualche cosa a dire o a fare, bisogna pure riconoscerli tutti sotto pena di non comprenderne alcuno.

L'Italia moderna deve avere quindi alcuni uomini grandi diversi da quelli che formarono l'Italia antica, perchè nella storia non vi sono duplicati e ogni grande vi è fatalmente originale. Quali erano dunque le figure veramente nuove dell'ultima Italia? Da quali caratteri derivava la loro originalità? La nostra rivoluzione figlia del 89 perchè aveva tardato mezzo secolo a prodursi e che cosa aggiungeva ai principii che l'avevano creata, al disegno storico nel quale entrava? Conchiusa entro la monarchia costituzionale dei Savoia, la più vecchia, la più abile se non sempre la più illustre e generosa delle case dinastiche d'Italia, non aveva certamente avuto origine monarchica, mentre tutti gli eroismi di pensiero e di azione, coi quali aveva trionfato, sembravano aspirare a una forma più alta e più pura di governo: e nullameno una piccola monarchia montanara, della quale le ultime tradizioni erano meno che gloriose, l'aveva costretta nel proprio àmbito, coordinando il suo impeto e profittando delle sue vittorie, logorando il suo entusiasmo e organizzando i suoi bisogni, uccidendo il suo ideale e rianimando i suoi interessi.

Se la forma monarchica aveva vinto sulla repubblicana, la vittoria era legittima, poichè nella storia i deboli e quindi i falsi non vincono mai; non pertanto questa vittoria poteva bene non aver creato la forma definitiva della rivoluzione, se alla morte di Garibaldi, il vinto volontario, i vincitori non osavano fiatare e tutto il popolo si levava altero in faccia alla monarchia, che aveva seppellito nella volgarità di un immenso trionfo artificiale il proprio re.

Vittorio Emmanuele dormiva sotto la vôlta del Panteon, deformato a tempio cristiano, in un silenzio di abbandono che i passi della guardia d'onore rompevano soli; ma Garibaldi vigilava ancora sullo scoglio di Caprera e Mazzini intendeva dai colli di Staglieno, mentre Cavour che li aveva entrambi avversati e battuti, riposava quasi dimenticato nel santuario di Superga.

Questi, forse il più destro e profondo politico di questo secolo, afferrando subitamente l'antitesi di una temporanea necessità monarchica nel moto repubblicano, vi aveva soverchiato le due massime figure, senza riuscire vincendo a mettere nel proprio governo un'anima schiettamente rivoluzionaria e moderna. Tutti, aderenti e ripugnanti, avevano sentito nella fatalità di questo processo che la repubblica era immatura, ma che la monarchia non poteva essere longeva. Quindi gl'interessi sopraffecero i sentimenti, Garibaldi riparò a Caprera e Mazzini rimase nell'esilio. Ma in essi solo era la vitalità e la legittimità della nuova Italia.

Italiani come l'Italia non ne aveva più avuto dopo Dante e Michelangelo essi furono mondiali: nel piccolo moto nazionale riassunsero tutti i principii dell'evo moderno, vincendo in Italia le loro vittorie appartennero a tutto il mondo. La rivoluzione del 89, che dopo l'Impero napoleonico la Francia non aveva potuto continuare fuori di sè stessa, ridivenne per opera loro universale. Se l'Italia non avesse prodotto Mazzini e Garibaldi non sarebbe risorta: essi furono i rappresentanti della sua terza giovinezza che ricominciava un'era nuova pel mondo. Quindi tutti i popoli se li appropriarono. Ogni moto liberale della prima metà di questo secolo si fece nel loro nome, per tutte le sconfitte ci fu del loro sangue, in tutte le vittorie ci fu del loro genio. La razza latina che aveva fatto la rivoluzione in Francia con Danton e distrutta l'Europa feudale con Napoleone, creava l'Europa liberale con Garibaldi e con Mazzini; mentre il suo antico genio dell'impero insegnava a tutti con Cavour la disciplina necessaria alla rivoluzione per riuscire feconda nelle inevitabili transazioni storiche. Ma Cavour ebbe molti rivali in questo secolo, benchè nessuno di loro potesse poi forse vantare risultati simili ai suoi, e Gladstone in Inghilterra, Bismark in Prussia, Frère Orban nel Belgio, Gambetta in Francia mostrarono nelle combinazioni parlamentari e diplomatiche un ingegno e una scienza certo non inferiore alla sua.

La rivoluzione italiana però rimase e rimarrà eternamente incarnata in Garibaldi e in Mazzini: Ercole e Prometeo, tanto maggiori oggi di quanto il mondo antico greco è inferiore al mondo moderno.

E il comizio finì freddamente.

Me ne ricordo: il pubblico era accigliato, quasi triste.

Aveva veduto il volto di Garibaldi in un ritratto, non aveva sentito l'anima di Garibaldi in nessuno di quei discorsi che avevano durato quasi due ore.

Don Giovanni era dileguato fra la folla.

Non lo vidi più.

Quella notte dopo la sua morte, ritornando dal caffè, pensai lungamente a Don Giovanni. La sua villica e schietta figura mi si presentava al pensiero in tutti i racconti della sua vita. Lo vedevo cinto di contrabbandieri trafugare ai confini della Toscana i rivoluzionari romagnoli, vestito di una piccola giacca col fucile sulle spalle: lo vedevo prete al letto dei malati, al banco degli sposi, agli altari delle chiese: lo ritrovavo cacciatore sui monti col gabbione sulle spalle, a sera innanzi la piccola casa curando gli uccelli nelle gabbie assistito dagli stessi monelli che lo aiutavano nel paretaio; lo seguivo nelle caccie alla lepre. Era un semplice e un forte. Alla mattina dissi che sarei partito per Modigliana.

L'amico che doveva accompagnarmi era un giovane signorile, fanaticamente liberale, che mi aveva spesso aiutato a ricopiare i libri che do alle stampe.

La giornata brumosa e fosca accennava a piovere. Nullameno, attaccammo il ronzino e partimmo. I monti in quella melanconia dell'autunno parevano più belli: i campi erano già seminati e i boschi cominciavano a perdere le foglie. Discendemmo a Riolo, dove molti che si disponevano a partire per Modigliana ci salutarono; erano tutti giovani eccitati che parlavano entusiasticamente di Don Giovanni. A poche miglia da Riolo calando verso Castel Bolognese ci trovammo davanti una lunga fila di biroccie cariche di legna: i birocciai, che al solito camminavano loro innanzi un cinquanta passi, si rivolsero al tintinnío delle nostre sonagliere, ma invece di ritornare ai loro cavalli per darci il passo seguitarono ciarlando. La strada non molto larga era quasi chiusa dalle biroccie. A sinistra le loro ruote rasentavano i mucchi della ghiaia preparata per l'inverno, a destra lasciavano un piccolo vano; misi il cavallo al passo, e riconoscendo inutile ogni appello ai carrettieri tentai di passare. Lo stretto era minimo ma sufficiente: però quando il mio cavallo arrivò colla testa alla groppa del cavallo da bilanciere della prima biroccia, questo si torse come per sferrargli un calcio. Il mio indietreggiò, una ruota scivolò dal ciglio della strada. Il cavallo, sentendosi tirare al petto dal peso del biroccino, si ritrasse di un altro passo; feci per saltare, era troppo tardi e rotolammo giù nel burrone. Non era molto profondo ed era il solo lungo la strada da Riolo a Castel Bolognese. Nel fondo alcune acacie vi ombreggiano una fontana che serve ai contadini dei dintorni, ma tagliate il giorno innanzi presentavano come tante cuspidi sui cespi. Cadendo dall'altezza di cinque o sei metri andai a battere col ginocchio destro, rattrappito, sopra una di quelle punte. La percossa fu così forte che quasi non la sentii, ma quando volli alzarmi, prevedendo che il cavallo rimasto a mezza costa nel primo sforzo per drizzarsi mi sarebbe rotolato addosso col biroccino, m'accorsi che la gamba non veniva.

--Mi son rotta una gamba, urlai al compagno che già stava in piedi incolume e sorridente.

--Che!

Il cavallo non si mosse. I birocciai avevano proseguito senza nemmeno voltarsi.

Quindi accorsero contadini dai prossimi campi.

Abbreviamo questo racconto che non può interessare alcuno. Per non svenire dallo spasimo mentre mi portavano di peso su per il pendio della strada, misi il labbro inferiore fra i denti e lo perforai senza accorgermene: fui trasportato nella casa più vicina. Il medico di Riolo, un amico, accorse prontamente e non constatò che una forte contusione al ginocchio, che parve impressionarlo: il mio compagno, prevedendo che il racconto della caduta sarebbe giunto a Casola spaventando sinistramente i nostri genitori, mi consigliò di ritornare alla villa invece di discendere a Faenza. Acconsentii. Il medico del villaggio giudicando la cosa leggiera non volle mettere nè ghiaccio nè sanguisughe sul ginocchio: al mattino una sinovite enorme era già determinata.

I dolori infierivano.

Feci telegrafare a Modigliana l'accaduto e attesi fra gli spasimi che ritornasse qualcuno a raccontarmi dei funerali.

Allora io stesso non credevo la cosa molto grave.

La notte seguente non dormii. L'indomani verso sera venne a trovarmi un gruppo dei giovani che dovevo rappresentare.

I funerali erano stati imponenti per concorso di popolo, ma scarsi di oratori e quel che è peggio infelici. Il sindaco di Ravenna, del quale è inutile ricordare qui il nome, goffa figura di zoccolante diventato poi deputato, aveva quasi asfissiato il pubblico con un discorso dei più lunghi e dei più grevi. La gente, mi raccontavano quei giovani, aveva ascoltato strabiliando le sue frasi mezzo pretine pronunciate a voce chioccia.

Nullameno i funerali erano stati belli, gli oratori non avevano potuto guastarli.

Quei giovani se ne andarono e rimasi solo.

II.