# Fino a Dogali

## Part 14

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Ma per Macchiavelli, come per la maggior parte degli artisti, scienza, religione, politica e filosofia, tutti hanno i proprii, la fibra del carattere non corrisponde sempre all'ingegno, mentre il suo ingegno stesso per essere speculativo si smarrisce nel tumulto dell'azione, alla quale poi ripensando rifà così facilmente il processo. Che cosa avrebbe detto il duca Valentino del diplomatico, che doveva diventare il suo storico, vedendolo in così triste arnese e con sì magra figura in mezzo ad avvenimenti tanto facili a prevedersi e a sfruttarsi? Macchiavelli decaduto dall'impiego rimase povero e sospettato. Il suo ingegno si offuscò, la sua abilità venne meno. Incapace di trovare adito ai nuovi padroni, dei quali non aveva saputo attirarsi l'attenzione nè col tradimento nè colla resistenza, ripiombava nell'oscurità e nella miseria con tutta la famiglia. Ma la sua era meno l'amarezza di una grande ambizione delusa che l'umiliazione di un gran disastro borghese. Le necessità della vita quotidiana sopratutto lo esasperavano, togliendogli di meditare un qualunque espediente per uscire di quella povertà, ora che il cardinale Giovanni diventato Leone X spiegava un fasto, che doveva poi restar celebre nella storia. Tutti correvano a Roma, venturieri, letterati, artisti, intriganti di ogni risma e capacità. Il nuovo papa, politicante come tutti i Medici quantunque troppo inferiore a Giulio II, tramestava moltissimi disegni. Una folla di segretari lo circondava; i letterati arrivavano a sciami. Il Macchiavelli che sentiva di non esserlo non osò muoversi, giacchè in Vaticano fra il Bembo e il Sadoleto sarebbe parso un ignorante. Si limitò quindi ad insistere presso il Vettori, legato a Roma, perchè gli ottenesse la grazia di un qualsiasi impiego dai Medici.

Ma a ciò faceva ostacolo sopratutto l'ultima congiura del Boscoli e del Capponi, infelicemente troppo simile a quella dell'Olgiati in Milano e nella quale il Macchiavelli era stato compromesso. Non già che egli avesse congiurato; il suo animo non era da tanto, ma come fautore del Governo caduto, il suo nome da quei giovani eroicamente sventati era stato scritto sopra una lista di persone che speravano aderenti. Il Capponi e il Boscoli morirono stoicamente; il Macchiavelli ricevette quattro o sei tratti di corda, e riconosciuto innocente fu rilasciato.

Su questo imprigionamento e sulla tortura patita le fantasie patriottiche, specialmente italiane della prima metà di questo secolo, hanno tessuto tutta una storia di martirio, facendo del Macchiavelli non solo un rivoluzionario moderno nato per eccessiva precocità nel quattrocento, ma un eroe. Il vero è che quasi all'indomani, poichè la lettera è del 13 Marzo e le prime carcerazioni dei congiurati erano avvenute il 18 Febbraio, il Macchiavelli scriveva al Vettori lagnandosi del tristo accidente e scongiurandolo ancora di ottenergli qualche impiego dai Medici; il vero si è, e molto brutto questa volta, che in prigione compose tre sonetti indirizzati a Giuliano de' Medici, in uno dei quali descrivendo il supplizio de' suoi compagni di corda e la tragica attesa dei condannati a morte, egli già sicuro di esserne fuori, usciva in questi versi pochissimo belli anche letterariamente:

Quel che mi fè più guerra Fu che dormendo presso l'aurora Cantando sentii dire: per voi s'òra

Or vadano in malora, Purchè vostra pietà ver me si voglia, Buon padre, e questi rei lacciuol ne scioglia

Il cinico egoismo di questa suprema imprecazione ai condannati repubblicani che l'avevano compromesso, e l'umile preghiera al buon padre Giuliano onde lo sciolga dai lacci, rivelano nel Macchiavelli l'uomo incapace di forti azioni e di eroici sentimenti, che piombato dalla nuova miseria in una impreveduta tragedia insultava e pregava, calcolando magari che l'insulto ai compagni sarebbe presso il tiranno più efficace della preghiera.

Ma qui finisce la vita politica del Macchiavelli e incomincia la letteraria. Nella prima non fu certo un politico, e i Signori che l'adoperarono e i contemporanei che lo conobbero, gli concessero ben poca importanza: non previde e non diresse avvenimenti, non fu di nessun partito e non se ne creò uno, cadde travolto nello sfacelo del governo come tutti i servitori che non sanno nè prevedere nè dividere nè profittare della ruina del padrone. L'attività politica non poteva avergli insegnato molto, giacchè non era mai riuscito ad applicare idee proprie, e non s'impara davvero che governando: aveva molto viaggiato, osservato, conversato, poco letto. Nella seconda elaborò quanto aveva raccolto e vi aggiunse quanto di latente si agitava nel suo spirito.

VIII.

Si è affermato, e il Villari è uno degli ultimi e più autorevoli in tale opinione, che con Macchiavelli comincia davvero la scienza politica, tanto meravigliosamente cresciuta in questo secolo. Se ciò fosse vero la gloria del Macchiavelli varrebbe quella del Galileo, giacchè le leggi della storia sono più difficili e non meno importanti di quelle dell'astronomia; ma se il Macchiavelli fu un osservatore solamente secondo al Guicciardini nello studio dei fatti politici e diverso in ciò da lui tentò ordinarli nel _Principe_ entro una specie di sistema, non solo non ebbe nè coscienza nè potenza di una vera costruzione scientifica, ma le sue stesse osservazioni più spesso psicologiche che sociali gli riuscirono monche e insufficienti all'argomento.

Il medio-evo aveva avuto due scuole politiche: l'una guelfa e l'altra ghibellina. San Tomaso ed Egidio Colonna dominarono nella prima, Dante Alighieri e Marsilio da Padova brillarono nella seconda. Per San Tomaso la Chiesa era la sola vera unità della vita che cominciata sulla terra si compieva in cielo: il Papa riassumeva nella propria autorità questa unità e doveva dirigere la storia verso il fine che la trascendeva. Per Dante il fondamento della società è nel diritto, che divino anch'esso, essendo la giustizia voluta da Dio, à nullameno indipendente dalla religione e costituisce la base dell'impero. L'Imperatore sintetizza in sè l'Impero come il Papa la Chiesa: debbono armonizzarsi non sovverchiarsi; entrambi universali ed indiscutibili, non dipendono che da Dio, del quale hanno in deposito sacro l'autorità e la verità. Malgrado parecchie buone osservazioni storiche sul mondo romano e le inconscie ma innegabili tendenze alla emancipazione della società laica dalla ecclesiastica, Dante non ebbe e non avrebbe voluto avere il concetto dello stato laico, che molti apologisti si ostinano ancora ad attribuirgli. Il suo dissidio con San Tomaso rimane entro la cerchia incantata della scolastica, e il suo impero è piuttosto un riflesso che un avversario della Chiesa.

Con Marsilio da Padova, che la Germania sembra aver scoperto all'Italia, appare invece e sfolgoreggia il concetto dello stato moderno. Nel suo _Defensor Pacis_, il libro più meraviglioso del medio-evo, la polemica lo porta così alto da volere addirittura sottomessa la Chiesa allo Stato; quindi esamina i vari ordini dell'attività umana, determina molte funzioni sociali, separa il potere esecutivo dal legislativo emancipandosi primo dall'autorità tirannica di Aristotile. La monarchia di Marsilio è quasi una repubblica rappresentativa colla sovranità assoluta del popolo: la Chiesa risiedente nella universalità dei credenti e nelle Sacre Scritture non ha alcun potere coercitivo nemmeno sugli eretici. Se Dante nella sua _Monarchia_ secondo la bella frase di James Bryce dettò l'epitaffio dell'impero, Marsilio nel _Defensor Pacis_ scrisse la prefazione della riforma evocando dal futuro lo stato moderno. Certo egli non poteva dir tutto, nè tutto bene come il Villari vorrebbe, ma nessuno, il Macchiavelli compreso e venuto tanto tempo dopo, disse di più. Dopo questa grande vittoria di Marsilio sulla Scolastica, ottenuta con uno sforzo allora incompreso e oggi ancora quasi incomprensibile, non vi furono altri grandi tentativi. Fra l'Impero e la Chiesa non più così compatti avversari, avendo involontariamente colle loro discordie cooperato alla trasformazione dei Comuni in piccoli Stati entro i quali l'equilibrio degli sforzi e la moltitudine delle minime differenze favorivano in fatto la libertà, il grande dissidio teoretico parve sopito. Quindi l'erudizione dissuggellò il mondo classico traendone concetti e ragioni politiche prima ignote o trascurate. L'antico Stato pagano, già rievocato da Dante, abbacinò tutte le menti nel confronto involontario coi piccoli Stati del tempo; la sua virtù politica signoreggiò come ideale di grandezza storica la virtù cristiana.

Ma i molti eruditi, che scrissero allora trattati politici, fecero misture di massime cristiane e pagane piuttosto per esercitazione rettorica e con intendimenti di sermone che con vero scopo di battaglia politica o intenzioni di scienza. La quale doveva tardare ancora troppi secoli a nascere. In quella lotta di minimi Stati, che inermi e padroneggiati dai condottieri preferivano naturalmente la guerra degli imbrogli a quella delle armi, era sorta intanto una diplomazia ribalda ed astuta, nella quale lo studio degli uomini e il conflitto degli interessi menavano inconsciamente all'esame delle realtà storiche. Ma poichè mancava lo Stato italiano e la coltura intellettuale non si appoggiava sulla base solida di una coscienza nazionale, non era possibile trovare le vere leggi sociali e la media dei singoli interessi, o dalla morale puramente precettiva delta religione risalire al diritto per determinare di qualche guisa i rapporti dell'individuo collo Stato. Poi la storia avviluppata in quella molteplice tragedia di tutte le forme medioevali dissolventisi non mostrava indirizzo; il Comune era moribondo, lo Stato non nato, la Federazione impossibile, l'unità inconcepibile, l'indipendenza dallo straniero un desiderio mutevole negli interessi d'ognuno, la libertà libera, secondo la bella frase di Macchiavelli sugli Svizzeri, un mistero che solo l'unità dello Stato e l'eguaglianza politica degl'individui potevano rivelare.

Macchiavelli e Guicciardini capitarono in questo mondo e lo scrutarono.

Se San Tomaso ed Egidio Colonna avevano formulato nella loro teorica il concetto dell'universale politico del medio-evo, Macchiavelli e Guicciardini esposero in vari scritti le idee del particolarismo che era la caratteristica del loro secolo. Nessuno di loro due fu filosofo, ma cresciuti piuttosto nel disprezzo della filosofia che il neo-platonismo del Ficino aveva finito di screditare presso gli spiriti pratici, tendevano alla giurisprudenza senza raggiungerla, come alla migliore scienza del particolare e alla vivente tradizione di quella Roma nella quale tutti più o meno cercavano un modello.

E da Roma s'inspirò la maggior opera politica del Macchiavelli.

Ritiratosi, per evitare forse nuovi sospetti, nell'anno 1513 alla sua piccola villa in Percussina e disperato dell'aspettarvi sempre un ufficio non mai promessogli, si pose con più ardore allo studio. La politica che aveva amato come una donna, e dalla quale era stato respinto, lo perseguitava ancora con fantasmi e problemi. Non essendo mai stato abbastanza forte per dominarla imponendole le proprie idee, gli si acuiva ora naturalmente il desiderio di penetrare il segreto delle sue, scoprendo i reconditi motori delle sue così strane mutazioni e come si sviluppassero le sue forme; perchè si vincessero l'una l'altra con perpetua vicenda, in qual modo gli uomini cangiassero entro di esse e sopratutto come vi si potessero mantenere. Era come una rivincita della sua passione, l'estremo sforzo di un amante che cacciato dalla bella la decompone analizzandola e si rialza vittorioso dell'averla finalmente capita. Comprendere non è forse più che volere? Il pensiero non è sempre maggiore dell'azione?

Il fondo artistico della sua natura fermentava. Tutte le osservazioni e le esperienze di quei quindici anni d'esercizio politico gli si risvegliarono tumultuando nel pensiero. Era una ressa nella quale nessun fatto andava perduto, nessuna idea restava nascosta. Una luce bianca e fredda gli rischiarava la memoria, come il sole fa a certi giorni limpidi d'inverno quando la terra è tutta coperta di neve. Pensiero, anima, tutto gli si assorbiva nella memoria. Firenze col suo interessante esperimento del nuovo governo mediceo, e l'Italia stessa con tutta la sua tragedia di dolori e di pericoli, non esistevano più; in lui la curiosità del grande problema politico soffocava persino lo spasimo della sconfitta. Non gl'importava più nulla di essere un vinto. Voleva scoprire e sapere. Non era un filosofo e non si alzava troppo smarrendosi nell'astrazione, come più tardi doveva fare Vico cercando le massime leggi della storia; la sua era l'astrazione artistica che non oltrepassa la psicologia e non dissecca mai i fatti che analizza e non dissolve mai le forme che scruta.

Studiava la stessa politica, che aveva vissuto, fatta solamente di passioni, di bisogni, di idee individuali. Tutto quanto trascendeva l'individuo rimaneva inutile all'individuo stesso ed al problema. La vita era una realtà. Lo Stato non essendo composto che di individui, questi dovevano fatalmente contenere il secreto della sua vita, giacchè ogni società è basata sulla natura dell'uomo che pensa, sente, opera unicamente per sè. I più forti s'impongono, i più deboli subiscono. Ma come possono i forti imporsi? Studiando come e perchè i deboli subiscano.

Così la storia diventa un immenso dramma di cui la sola unità è nelle scene. Le parti non essendovi prestabilite, ogni attore può impossessarsi di quella che più gli talenta, salvo ad averne la forza. Una fantasmagoria sanguinosa si apre dinanzi al pensiero, ma così incessante ed immensa che il cuore non può sopportarla se non concentrandosi in qualcuno de' suoi quadri, mentre l'intelletto, cercando il nodo che stringe scena a scena, spia già quella che finisce per indovinare la fine di un'altra che incomincia.

È come un'altra visione ariostea trasportata dal sogno della cavalleria medioevale alla storia del mondo. I vari gruppi delle scene e dei personaggi vi rappresentano gl'imperi e le repubbliche dell'antichità. Le decorazioni contigue rimangono nullameno distinte, formando ciascuna un mondo a parte. Ma in questo caleidoscopio, che pare così vario e nullameno è così uniforme, ancora un'altra somiglianza con quello dell'Ariosto, giacchè la scena che vi si eseguisce è sempre politica ed è sempre un uomo che vuol comandare ad un altro che non vuol obbedire, solo l'eroismo di chi vince o di chi perde, tanto più bello se di un capitano che si sacrifichi per il proprio esercito o di un re che muoia per il proprio popolo, può apprendere all'intelletto qualche entusiasmo. L'eroismo allora sale oltre la virtù, la morte si complica di un olocausto che esaltando l'esercito o il popolo pel quale è compito gli assicura nuove vittorie. Ecco lo stato creato dall'eroismo del tiranno e mantenuto dalla sua grand'anima.

Ma veniamo ai _Discorsi_ e al _Principe_.

Alcuni critici hanno voluto crederle due opere senza relazione, ma l'esame più superficiale di esse persuade subito che i _Discorsi_ furono la preparazione, dalla quale si formò il _Principe_, per quanto premuto da un esterno bisogno, questo uscisse prima di quelli. I _Discorsi_ non sono un trattato e non hanno costruzione scientifica: di essa il Macchiavelli non ha la più piccola preoccupazione. Dovevano essere nel suo pensiero un commento a Tito Livio, ma non gli riuscirono che divagazioni sparse di riflessioni, interrotte da raffronti, da quadri storici, da mezze biografie. Nessuna critica presiede al commento; Macchiavelli accetta il racconto di Tito Livio come verità accertata e indiscutibile. Sono divisi in tre libri, il primo dei quali discute come si fondino e si ordinino gli Stati, il secondo come s'ingrandiscano e si conquistino, il terzo come crescano e decadino. La distribuzione della materia è confusa, il richiamo da un libro all'altro, e l'inversione dello sviluppo quasi continua.

Il futuro storico fiorentino nel grande storico romano, attraverso la pompa magnifica dello stile, non cerca il critico o il filosofo, ma l'espositore: tutto è uguale per lui, il racconto di una magia e quello di una battaglia. La favola della fondazione di Roma non lo mette in sospetto, la simbolica delle prime forme giuridiche e politiche non nasconde nulla per lui quasi contemporaneo del Sigonio, che stava per aprire all'erudizione la grande via della critica. Macchiavelli non è nè un erudito nè un giurista. Il segreto della storia romana starà per lui nella vicenda delle guerre, nel gioco meccanico del governo. Dedicando questi _Discorsi_ al Buondelmonti, dice di mettersi per una via non battuta da alcuno; ma questa originalità consiste per lui nell'insegnare l'imitazione degli antichi anche nella politica, mentre era già usata nella giurisprudenza, nella medicina e nell'arte. Per progredire retrocede, anzi il progresso per lui non esiste. La sua base essendo la psicologia nella quale l'uomo risulta sempre uguale a sè stesso, il progresso è impossibile. Non esamina la civiltà delle varie epoche, non ne interroga le religioni, le arti, il diritto, l'economia: per lui la storia è già perfetta come si trova in Tito Livio e gli basterà per risolvere i problemi che si propone o gli vengono a mano a mano suggeriti dalla lettura e dai ricordi.

Così l'origine, lo sviluppo, la morte d'uno Stato non può essere che quella d'un Governo, nel quale i mutamenti riusciranno inesplicabili separati dalla ragione della vita sociale. Per Macchiavelli l'anima di un popolo non esiste, nel Governo solo che lo regge sta il segreto della sua vitalità: se il Governo non decadesse, il popolo sarebbe immortale.

Il concetto scientifico informatore di questi _Discorsi_, così evidente per il Villari che nullameno ha dimenticato di dichiararlo, non si vede. Se il Macchiavelli avesse avuto un vero temperamento di scienziato, si sarebbe anzitutto preoccupato della forma e del metodo del suo libro: se il suo ingegno avesse posseduto un'idea originale, avrebbe intorno ad esso raggruppati tutti i fatti e li avrebbe con essa interpretati. Ora l'idea originale gli manca come storico, critico e politico. Dopo l'immenso monumento della _Politica_ di Aristotile, nella quale lo Stato è concepito ed esaminato nella molteplice unità delle sue funzioni, il concetto angusto del Macchiavelli che lo scambia pel Governo, non è una originalità ma un errore.

L'uomo concepito dal Macchiavelli, indifferente ad ogni attività che non sia politica o militare, pensa solo a difendersi o ad aumentare la propria forza, cosicchè la difesa, mezzo alla vita, ne diventa lo scopo e la formula finale. Macchiavelli non imita Aristotile, lo ignora o non lo comprende. Questi, fondando il metodo induttivo nelle scienze naturali e il metodo storico nelle politiche, aveva affermato che i fenomeni della natura e i fatti della storia andavano egualmente trattati. Macchiavelli sembra non conoscere questo metodo che Leonardo da Vinci aveva già usato e Galileo doveva fra poco perfezionare; la sua induzione e la sua deduzione operano in un cerchio così stretto che i fatti debbono snaturarsi per capirvi. Il Villari trova ancora un'immensa differenza tra Macchiavelli e Aristotile, e quindi un merito di originalità nel primo, perchè mentre Aristotile già in possesso dell'idea concreta dello Stato mette a scopo della sua _Politica_ la ricerca del migliore fra i governi, il Macchiavelli dichiara inutile questa ricerca e vuole invece indagare quali essi sieno o possano essere; ma per questo gli occorrerebbe l'idea dello Stato, e non avendola nemmeno quale la possedeva Aristotile, non solo tale indagine gli rimane impossibile, ma lo condurrà a maggiori errori. Aristotile trovò lo Stato greco quasi immedesimato colla religione e l'emancipò, esaminandolo, come un fatto naturale e dichiarando l'uomo un essere essenzialmente politico; il Macchiavelli prescinde anch'egli dalla religione, ma invece di svincolare lo Stato lo isola, lo amputa, ne fa un meccanismo governativo, che muove sè stesso senza ricevere e quindi senza poter comunicare ad altri il proprio moto.

La _Politica_ di Aristotile è una delle tappe più gloriose nella storia del pensiero umano, forse il monumento più grande delle scienze storiche; i _Discorsi_ del Macchiavelli non furono e non saranno mai che discorsi di un grande ingegno vagante nella storia colla penetrazione dell'arte politica e di una varia esperienza personale.

I _Discorsi_ cominciando dal ragionare delle origini delle varie forme di governo s'appropriano, traducendolo, tutto un brano del settimo libro delle _Storie di Polibio_: le applicazioni che il Macchiavelli ne fa alla storia romana concludono a questo, che Romolo avrebbe potuto fondare diversamente Roma e diversamente informarne la storia, ma che i Romani risultarono così da lui costituiti e così durarono per gli scopi che dovevano realizzare. Secondo Macchiavelli la religione fu causa precipua della grandezza dei Romani, non per il suo contenuto, ma per avere conservato buono il costume; così la corruzione della religione cristiana organizzando la Chiesa a Stato diventò invece la vera cagione per la quale l'Italia non si potè mai riunire in nazione. E questo è un doppio errore del Macchiavelli, poichè i Romani furono un popolo pochissimo religioso e l'Italia non fu mai nazione nemmeno sotto di loro, durante la repubblica perchè non ancora unificata, nella monarchia perchè spezzata poi in provincie.

Quindi Macchiavelli arriva presto alla sua teorica prediletta, che suggeritagli dalla politica vissuta e verificata secondo lui dai racconti di tutte le storie, finisce non solo per sembrargli giusta, ma decisiva.--Ove si deliberi della salute della patria non vi è più nè giusto nè ingiusto.--L'uomo di Stato è al di sopra della morale. Ma questa verità essenziale nello Stato, che retto dalle leggi storiche non può soggiacere alla moralità delle leggi private, egli l'applica ai governi e ai tiranni senza accorgersi di scemarne il valore e di mutarne i risultati nell'applicazione. Poscia le tendenze democratiche gli si intromettono nel ragionamento guastandolo ancora: fra Catilina e Cesare per lui la differenza è solamente nel successo. La grandezza di Cesare gli sfugge perchè uccisore di una repubblica.

Strana contraddizione nell'autore del _Principe_ che ammirava il Valentino!

Prosegue quindi ad esaminare la condotta dell'uomo di Stato, quando governi un popolo universalmente corrotto e intenda mutare la forma del governo passando dalla tirannia alla libertà o viceversa; e i suoi consigli e le sue osservazioni sono sempre della stessa maniera: atterrire o corrompere. Il governo dello Stato si muta in governo delle passioni o dei vizi dei governati. Talvolta le sue frasi sono terse ed acute come un pugnale, ma l'argomentazione non gli si consolida; la causa della mancanza di nazionalità dell'Italia è sempre per lui la corruzione, alla quale non vede altra speranza o rimedio che la tirannia di un grand'uomo. Coglie a volo il guasto prodotto dalla putrefazione del feudalismo nella vita italiana e scorgendone immune Venezia crede che ciò dipenda solo dalla diversa forma della sua aristocrazia.

