# Fino a Dogali

## Part 13

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In Firenze tutta piena di artisti, tra un popolo di statue e un sorgere quasi per incanto di palazzi e di chiese, era forse quegli che se ne occupava meno; in tutte le sue opere non si trova un periodo per le arti figurative, che costituivano allora la pompa e dovevano restar la più alta gloria, la vera originalità del secolo già decadente. I negozi politici attiravano tutta la sua attenzione snodandogli lo spirito; ma per sè stesso non faceva nulla. Eccellente impiegato, arguto nella conversazione e sagace nelle pratiche, era senza passioni: non si prescelse un partito, non aspirava a comando. Preparare un disegno, scoprirne un altro, calcolare le eventualità cittadine e italiane; comprendere e dell'aver compreso una volta servirsi per comprendere ancora estraendone regole, astraendo dal fatto e dalle persone per stabilire una massima, avendo messo nello studio dell'una e dell'altra la maggiore esattezza e il più vivo piacere: ecco il Macchiavelli dei primi tempi.

Amava l'azione o per dir meglio l'esercizio, ma non era uomo d'azione nel significato che si dà oggi a questa parola. Se fosse stato altrimenti, nato non in alto, corto a danari quanto proclive allo spendere e senza forti parentadi, avrebbe presto dovuto comprendere che per salire davvero bisognava attaccarsi a qualcuno che fosse al potere o stesse per giungervi, servendolo da complice per diventare poi suo padrone. Non solo Firenze, ma tutta l'Italia era allora piena di cotesti ambiziosi, che tramavano pel principato, e osavano tutto per conquistarlo o conservarlo.

Guicciardini, di lui più giovane e meglio nato, rinunciò non ancora trentenne a una dote relativamente grossa per imparentarsi coi Salviati, famiglia potente, creandosi aderenze. Ma Guicciardini era aristocratico e Macchiavelli democratico, l'uno sentiva come un gentiluomo, l'altro si lasciava spesso andare a modi e vizii plebei: entrambi osservatori eccellenti. Nel primo il calcolo personale vegliava sempre, e una equazione involontaria del proprio interesse con ogni avvenimento o disegno si formava in tutti i giudizi; nel secondo il calcolo personale non sorpassava mai lo stipendio e non si destava che a qualche maggiore ristrettezza economica, mentre il suo pensiero si alzava sulle osservazioni per ordinarle in serie e formarne un codice.

Quest'uomo, che quasi tutta l'umanità doveva condannare come il teorico della immoralità, è un moralista: non inculca il bene ma studia il male, pessimista come tutti i moralisti veri. La sua passione suprema è l'analisi, il suo trionfo la formula: un caso per lui non è bello se non perchè è un problema, non è utile se non perchè sciolto può preparare la soluzione di un altro. Un disinteresse d'artista e di scienziato lo distingue da tutti coloro che operano e studiano con lui. Egli s'oblia nella osservazione.

Del resto ha i costumi del suo tempo; non è ateo ma irreligioso, prende le donne come un balocco; solo gli affari gli paiono importanti, perchè allora gli affari decidevano spesso della vita. Nella politica del secolo la frode e l'assassinio erano mezzi talmente comuni, che la coscienza pubblica riconoscendoli malvagi, non vi trovava più nulla di anormale, e Macchiavelli li accetta. Il mondo andava così. Ma il cinquecento era, e si vide bene nelle arti, una reazione del realismo sul misticismo, nella quale la realtà diventava la sola verità. Politicamente l'unico ideale possibile era la gloria del proprio Comune, e Macchiavelli fonde con essa la propria passione politica, alzandola così da poter scrivere per essa le più belle pagine della letteratura nazionale, slargandola fino a fantasticare un'Italia intera, servendosene come di una soluzione morale alle osservazioni che le cose e gli uomini gl'imponevano fatalmente all'ingegno.

Poichè la realtà della vita era così e non si poteva cangiarla, il miglior modo di purificarla stava nel renderla utile alla patria, entro la quale solamente gl'individui per natura malvagi possono mutare sè stessi fondendo il proprio nel suo interesse generale. Ma in lui questa conclusione derivava piuttosto da un accordo spontaneo d'istinti, che da un processo tragico della sua anima respinta duramente dalla realtà e costretta a conciliarla in sè medesima per vivervi.

Allora Macchiavelli non meditava ancora sè stesso, come più tardi nella disgrazia del ritorno mediceo, quando scrisse per commissione del cardinale Clemente le storie; e s'abbandonava alla spontaneità della propria natura con tutta la foga di una gioventù, che vizii e passioni non avevano ancora domato.

Le sue legazioni incominciate presto non gli dettero mai vero carattere di legato. La piccolezza della sua condizione che lo impediva allora, non crebbe mai abbastanza per la stima che il pubblico facesse del suo ingegno, da meritargli grado di ambasciatore di Firenze.

La prima fu a Forlì presso Caterina Sforza, la seconda presso il duca Valentino ad Imola. La forte e astuta donna, della quale riveggo ora nella memoria lo stupendo ritratto del Palmezzani conservato a Forlì nella biblioteca, battè il giovane e forse presuntuoso diplomatico, che in una lettera dovette confessare, e questa è una prova di forza, di essere stato tenuto a bada per otto giorni senza nulla indovinare o sorprendere. Il duca Valentino l'affascinò e diede la propria forma agl'incerti fantasmi che si agitavano nel suo ingegno di pittore della politica. Perchè Macchiavelli non fu mai veramente altro.

Forse questa affermazione sconcerterà il volgo delle persone colte e farà sorridere più di un dotto; nullameno, dall'attento esame delle opere del Macchiavelli interpretate colla sua vita, tale verità esce raggiante.

Non so se il duca Valentino fosse allora bello come lo dipinse Raffaello al ritorno di Francia in costume di gentiluomo francese, e quale nel divino ritratto posseduto dal principe Borghese a Roma è tuttora. Oggi dopo quasi vent'anni risento ancora la prima impressione del suo incontro, giacchè nel ritratto è vivo e vi guarda e pensa. Ero solo in una delle immense sale della pinacoteca Borghese: l'aria era umida e la luce si velava. Una figura pallida attirò il mio sguardo da una parete. Sembrava staccarsene ed inoltrare. Avevo in mano la tabella dei nomi dei quadri e l'occhio mi cadde proprio sul numero di quel ritratto; il duca Valentino. Diedi un balzo. Avevo letto il volgare romanzo del D'Azeglio, e la brutta figura fisica e morale che egli vi fa del Valentino m'era rimasta nell'animo; ero ancora un ragazzo. Raffaello m'illuminò.

Quello era il ritratto di un grand'uomo: non ho più veduto fisonomia così nobile, romantica e grande. Il ritratto è a mezza figura colla faccia di tre quarti, un berretto rotondo gli copre il capo: ha il giustacuore a righe, le maniche e i calzoncini a piccoli sbuffi, ma si notano appena. Il suo viso affascina. Un pallore che forse il tempo ha dato al quadro gl'imbianca tutto il volto immobile in un pensiero che rende più grande l'abituale superbia dei lineamenti: la fronte s'aggronda sugli occhi ma liscia e impenetrabile quanto il marmo, il naso leggermente arcuato fa pensare a quello di Napoleone I, le labbra strette, più rosse, sembrerebbero una cicatrice: il mento è quadro. I suoi occhi grandi hanno l'immobilità dell'occhio degli uccelli rapaci, ma quella immobilità è un effetto dell'anima. Tutta la sua fisonomia esprime la volontà appena dissimulata dalla bellezza, resa simpatica dall'ingegno.

Il duca Valentino ebbe comune coll'Aretino il fascino dell'ascendente, e la metà delle sue imprese e della vita d'entrambi rimane inesplicabile; ma sopra tutto fu il personaggio più complesso del suo secolo. Suo padre, Alessandro VI, era uomo di molto ingegno e politico non volgare, per quanto i vizii della vita fra le necessità della famiglia e nell'indole dei tempi gli facessero mutare troppo spesso i disegni e impiegarvi mezzi eccessivamente ribaldi.

Il duca Valentino avrebbe potuto menare la vita più pomposa ed epicurea del secolo, ma invece era dissoluto come Catilina, bruciato dall'ambizione come Cesare. La sua natura aveva impeti di tigre e lentezze di serpente, esigeva il comando, aspirava alla gloria. Gentiluomo perfetto, fu l'ammirazione della Corte francese; comprendeva le arti, viveva nella politica. Giovane capì subito i vizii di quella del padre e si affrettò a giovarsi del suo pontificato per costituirsi un regno. Essendogli fallito il matrimonio di Milano colla principessa Carlotta, il suo occhio di uomo di Stato non lo rese dubbio nella scelta: la Romagna sola, sempre agognata dai papi, poteva essere conquistata; ma per questo bisognava diventar capitano, destreggiarsi fra Firenze e Venezia raggirando i migliori diplomatici del tempo, giovarsi della Francia, tener l'occhio a Ferrara, non fallare un'occasione, mutar disegno ad ogni evento, calcolare l'impreveduto e fronteggiare l'imprevedibile.

Il cinquecento riassumeva, disfacendolo, il medioevo. Dal Municipio alla Signoria e al Regno tutte le combinazioni della libertà popolare di fronte ai nobili e al re si amalgamavano contrastando nell'Italia: gl'istinti e le vicende della nobiltà contro il popolo e la regalità si agitavano ancora; la mancanza di unità politica nella nazione deformava ogni ordine politico: il frazionamento degl'interessi che il commercio divideva meglio che non unisse, rendeva instabili tutte le relazioni; la tirannia straniera poteva aprir l'adito a tutti i disegni preparando con eguale facilità l'apoteosi e la decapitazione. L'Italia era inerme. Per la troppo frequente sovrapposizione dei domimii barbari e la loro fugacità e la mistura che ne era risultata, il popolo sempre servo da secoli non era stato armato: la forma della feudalità italiana, per essere l'impero lontano e il papato suo nemico presente, non aveva potuto prodursi veramente militare come al nord dell'Europa; poi l'Italia, agone sempre aperto di guerre che oltrepassavano i suoi destini, non v'era intervenuta che parzialmente, seguendo sempre il più forte e costituendosi in varie provincie che di vittorie non proprie approfittavano per ampliarsi. Così fra le battaglie di una guerra sempre diversa di nome e di guerrieri e pur sempre la stessa, l'Italia era rimasta perennemente ingombra di soldataglie, le quali disciplinandosi in bande avevano cangiato la guerra in mestiere.

Era una nuova forma di oppressione per il popolo agricolo ed industre, che non volle e non potè reagire. Il comune e la feudalità dovettero quindi usare l'uno contro l'altra queste bande, giacchè il nuovo armamento e la maniera del combattere rendeva il popolo nullo in una guerra, nella quale cento uomini d'arme bastavano a prendere una città. Allora sorse il condottiero, che fu il tipo più originale e complesso nel medio evo. La supremazia militare sopra un popolo inerme gli permise di far tutto e di arrivare a tutto; egli solo aveva il monopolio del coraggio e della forza, e riunendo tutti i problemi della diffidenza universale poteva ad ogni istante essere l'arbitro di tutti. Principi che non volevano armare nè il popolo nè la nobiltà, repubbliche sempre in sospetto di una dittatura militare, aristocrazie gelose della popolarità di un loro vincitore, tutti reciprocamente disarmati avevano dovuto reciprocamente accettare il condottiero. Allora sulla volontaria umiliazione di tutti, questi si eresse gigante. La scure che troncò il capo al Carmagnola non potè impedire a Francesco Sforza di farsi signore di Milano: poco dopo Lodovico il Moro era tradito da' suoi mercenari, e Firenze condannava invano Paolo Vitelli, per finire tradita dal Malatesta. La politica informandosi dal condottiero divenne vile, mentre principi e diplomatici, lontani dal campo di battaglia, dovendo anzi tutto assicurarsi di chi vinceva o perdeva per loro, finivano fatalmente per correre più volontieri i rischii delle congiure che quelli della guerra.

Il Valentino, mettendosi principe fra i condottieri, volle diventarlo per conto proprio. Il suo problema a distanza di secoli impicciolito nelle proporzioni storiche dell'Italia d'allora, ricordò quello di Annibale: costituirsi un esercito per impadronirsi dell'Italia. Se la famosa frase del carciofo non fu vera, basta alla gloria, del Valentino che gli sia attribuita. Ma incalcolabilmente superiore ai condottieri del tempo, che dagli splendori di Francesco Sforza e di Niccolò Piccinino precipitavano all'ultima decadenza, egli fu un politico profondo come i migliori veneziani, efferato come tutti i tirannelli di allora. Non bisogna dimenticare che gli Aragonesi, gli Estensi, i Riario, i Bentivoglio, gli Sforza, i Comuni, i Pontefici, le Repubbliche, tutti erano egualmente subdoli e feroci. Il pugnale e il veleno erano in fondo a tutti gli amori e a tutte le diplomazie.

Il Macchiavelli mandato dalla Signoria al Valentino nella più difficile crisi della sua conquista in Romagna potè studiarlo. Tutti i condottieri gli si erano ribellati; egli temporeggiò, li ingannò, li uccise tutti: era fatale, era morte per morte. L'impresa della Romagna lo esigeva, l'Italia politica approvò, Macchiavelli ammirò il coraggio e la destrezza di quel processo. Il duca Valentino gli si ingigantì nel pensiero. Infatti, quel figlio di papa gittato nella tormenta della politica d'allora senz'altro appoggio che quello precario del pontefice, e nullameno così forte da pretendere a un regno; parato ad ogni fine, capace d'ogni mezzo, gran signore, impenetrabile, romantico al punto da mescolare imprese galanti a tragedie di guerra, non obbliandosi mai: sobrio e dissoluto, spezzando impassibile i proprii migliori strumenti come Don Ramiro appena gli si appesantissero nella mano, era bene la più gagliarda figura italiana del secolo. L'orrore che adesso in noi desta il solo suo nome era allora quasi tolto dai costumi del tempo; solo la sua idea e la tragica costanza nel seguirla restavano grandi. Involontariamente il Machiavelli lo paragonò a parecchi eroi dell'antichità e il Valentino uscì trionfante dal paragone: Agatocle non era certo nè maggiore nè migliore di lui.

La relazione mandata dal Machiavelli alla Signoria sulla strage di Sinigallia pare scritta sul marmo, tanto freddo ne spira; mentre il suo disprezzo per Vitellozzo e Oliverotto, che non sanno coraggiosamente morire, rivela più che ogni altra frase, l'ammirazione inspiratagli dal Valentino impassibile nella buona come nell'avversa fortuna.

La figura del duca dominò quindi tutta la vita del Machiavelli, che la pratica della politica veniva riconfermando nella necessità dei mezzi da lui adoperati. Lo studio di Roma antica colla sua virtù puramente politica e la gloria universale lo attirava invece nel sogno di una nuova Italia libera e grande.

Ritornato a Firenze, la titubanza della Signoria e la timida insufficienza del Soderini dovettero ancora fargli sentire più vivamente quello che avrebbe potuto diventare il Valentino signore di Firenze. Quindi ebbe altre cariche; provvide all'ordinanza della milizia e vi accudì al punto di fanatizzarsene e farne la base di tutto un sogno politico, la ricostituzione dell'Italia mediante la costituzione di una milizia nazionale. Poi fu mandato a Siena incontro al Cardinale di Santa Croce legato del papa all'imperatore Massimiliano, che minacciava di scendere in Italia a cíngere la corona imperiale. L'incarico del Machiavelli era d'indovinare possibilmente dal legato quale potesse essere l'animo dell'imperatore. Allora la Francia colla sanguinosa repressione di Genova risorgeva in potenza, e Massimiliano naturalmente suo rivale era una testa così bizzarra da pretendere qualche volta di farsi persino papa; ma la Dieta, lesinandogli uomini e danari, gli impediva anche quelle imprese che sembrava consentirgli.

Massimiliano aveva chiesto a Firenze in nome dell'impero 500,000 fiorini. I Fiorentini che non potevano pagare così grossa somma, temevano di negarla, e non avrebbero osato concederla per non perdere l'amicizia francese.

Si pensò a mandare ambasciatori a Massimiliano, ma parve finezza farli precedere da qualcuno che saggiasse il terreno. Il Soderini nominò Machiavelli; ma questi era un subalterno. L'orgoglio fiorentino protestò; fu mandato il Vettori. Il Macchiavelli non era dunque arrivato, dopo parecchi anni di ufficio, questi che doveva passare ai posteri per il più furbo dei politici, a conquistare in Firenze nemmeno l'importanza di un Vettori, volgare letterato e politicante, che solo la sua amicizia con lui ha salvato dall'oblio.

Finalmente dopo molto armeggio il Soderini, che lo proteggeva, riuscì a mandarlo al Vettori come corriere apportatore di uno schema di accordo coll'imperatore, che il Vettori solamente doveva giudicare se presentabile o meno. Dalle lettere del Macchiavelli risulta che quel tenere a bada l'imperatore dilazionando il pagamento, gli pareva altrettanto inutile che pericoloso; ma i fatti gli diedero torto, poichè la tregua concordata nel Giugno 1508 fra Massimiliano e Venezia salvò i Fiorentini dal pagamento.

Il Machiavelli scrisse su questo viaggio nella Svizzera ai confini di Alemagna un rapporto, nel quale si è voluto vedere una grande profondità politica, I Tedeschi ne sono andati lieti per i complimenti alla Germania, gl'Italiani come di una scoperta fatta da uno dei loro. Fra i primi il Gervinus, solito ad ingannarsi sui letterati italiani, come nei giudizi sul Foscolo e sull'Alfieri, giudicò, cedendo al fascino del patriottismo, questo rapporto del Macchiavelli come un capolavoro di analisi sul governo tedesco e sull'imperatore; mentre il Mundt con più fine accorgimento vi notò l'influenza della _Germania_ di Tacito; fra i secondi il Villari facile ad ammirare il Macchiavelli, deve pur confessare che le relazioni dell'ambasciatore veneto Quirini sono anche più acute, e che il Guicciardini a parità di caso è sempre più sicuro. La meraviglia davvero singolare di questo rapporto è invece l'oblio della rivoluzione religiosa e politica che agitava allora la Germania. Il Macchiavelli non sembra nemmeno sospettare che la Germania sia in preda a una delle più grandi rivoluzioni del mondo.

Le sue osservazioni sulle costituzioni svizzere e tedesche non oltrepassano le forme militari e politiche apparenti: raccoglie dati statistici, s'impressiona alla differenza del costume nordico, robusto perchè feroce, coll'italiano corrotto per troppa coltura, e ne fa un idillio di virtù nazionale che la Germania era ben lungi dall'avere in quel tempo. I libri stessi di Lutero, e lo studio fatto ora della grande riforma lo hanno largamente confermato. In questo primo rapporto si scopre già l'errore scientifico che informerà tutta l'opera del Macchiavelli, il barattare sempre il Governo per lo Stato, isolando le forme politiche dalle grandi ragioni sociali. La questione religiosa d'allora, che conteneva tutta l'odierna civiltà, gli sfugge quanto il cinquecento italiano collo immenso movimento artistico, nel quale viveva. In quel rapporto da lui parecchie volte rimaneggiato non fa alcun accenno alla storia tedesca; senza dubbio l'ignora, ma trascurandola del tutto sembra giudicarla inutile alla conoscenza del presente. Tutte le sue osservazioni sono sulla superficie; della coscienza del popolo, delle idee che compongono la sua civiltà, de' suoi bisogni spirituali, de' suoi ideali nessuna preoccupazione. Vessel e Huss non gli richiamano al pensiero Savonarola. Il Cantone svizzero non gli ispira alcun vero confronto col Comune italiano, la feudalità teutonica e italica per essere egualmente ostili al comune non hanno per lui essenziali differenze. Se gli Svizzeri e i Tedeschi sono militarmente superiori agli Italiani, egli spiega volgarmente tale inferiorità nazionale colla corruzione del popolo e l'insipienza dei governanti, senza sospettare che una causa più profonda, debba produrre questi effetti che gli paiono cause.

Così nei Ritratti delle cose di Francia non avverte il moto religioso che già vi fermentava e non analizza l'opera compita da Luigi XI: nota il Parlamento ma non l'esamina, coglie a volo la devozione e l'accentramento prodotto dall'eccessiva unità di comando, contentandosi di ripetere sul carattere francese le osservazioni di Giulio Cesare.

In questo torno il Machiavelli nominato commissario al campo di Pisa intese quasi esclusivamente all'ordinanza della milizia, confermandosi nelle idee che doveva poi esporre nei _Dialoghi dell'Arte della guerra_; e siccome finalmente Pisa gli si arrese, potè per la prima volta dopo molti anni di pratiche politiche, sfruttando l'opera dell'illustre e sfortunato Giacomini, acquistare in Firenze una certa importanza, la quale nè durò nè crebbe. A traverso tutte le conflagrazioni italiche d'allora il governo repubblicano del Soderini si approssimava fatalmente alla morte. Infatti, dopo la battaglia di Ravenna il cardinale Giovanni de' Medici, che doveva poi diventare Leone X, l'assalì: il Macchiavelli si illuse sulla vitalità del governo e sulla stabilità della propria ordinanza, che a Prato fu ridevolmente sbaragliata dal primo assalto degli Spagnuoli. I Medici rientrarono in Firenze, e il Macchiavelli, impiegato subalterno ma fedele del governo vinto, fu licenziato.

Questo, che fu il maggiore avvenimento della sua vita, rivela il suo carattere e il suo ingegno politico.

Democratico per istinto, Macchiavelli non aveva certo tempra repubblicana; pittore della politica, non era politico vero, giacchè a nessuno, anche minore di lui nell'ingegno, poteva o doveva sfuggire l'inanità del governo del Soderini e la forza crescente del partito dei Medici. Il Macchiavelli che disprezzava il Soderini, e morto lo colpì col migliore dei proprii epigrammi, lo sostenne sino all'ultimo per rivolgersi, appena lui caduto, ai Medici chiamandoli bassamente padroni. Voleva così ottenere da loro la riconferma nell'impiego, che invece gli fu tolto in quelle prime ore della diffidenza. La sua condotta non fu quindi nè abile nè forte: impiegato ligio al governo e senza fede ne' suoi uomini si limitò, egli che poco dopo doveva scrivere il _Principe_ per consigliare ad un Medici l'arte d'imporsi con qualsiasi mezzo, a conservare in quel trambusto che decideva della fortuna e della vita di molti, il posto povero e inferiore di segretario; e ne fallì persino il modo. La fedeltà nel suo caso non poteva essere che eroica o volgare: politico del cinquecento, doveva tradire la repubblica condannata irremissibilmente a morte e cacciarsi nelle file dei Medici nuovamente arbitri dell'Italia; repubblicano, doveva cadere colla repubblica rinunciando all'impiego per esulare o congiurare. Invece sorpreso come Soderini dagli avvenimenti, non si mostrò che impiegato devoto a ogni padrone e preoccupato anzitutto dello stipendio.

