Part 12
Byron vi ha galoppato furioso e furiante dietro un'immagine o una donna; Goldsmith vi ha camminato lentamente suonando l'organetto, col quale si guadagnava le spese del viaggio; Leopardi vi ha pianto senza dubbio; Monti vi ha sparato le proprie rime inesauribili come un fuoco di moschetteria allegro e superbo. Il duca Valentino impadronendosi delle Romagne vi sognò la conquista d'Italia, Vittorio Emanuele la percorse quattro secoli dopo, luminoso nell'apoteosi di quel torbido sogno. Shelley e Guerrazzi vi pensarono entrambi alla stessa Beatrice Cenci; Augusto Lepido e Marcantonio vi si incontrarono per dividersi il mondo; Francesca da Rimini e Galla Placidia vi hanno lasciato colla loro leggenda il canto più bello e il più fino mosaico di ogni tempo; Tasso ed Ariosto vi hanno meditato peregrinando la propria rivalità; Lombardini e Paleocapa studiando i mutamenti del suo territorio vi hanno cercato i primi profili della geologia storica: Pio VII e Garibaldi vi sono passati egualmente espulsi da Roma, Teodorico e Odoacre vi si sono contesi l'impero d'Occidente; Astolfo coi Longobardi, Pipino coi Franchi v'iniziarono la lotta per il potere temporale dei Papi.
Gli avvenimenti vi si susseguono agli avvenimenti; la via Emilia, uno fra i più grandi fiumi della storia, corre sempre.
Le sue piene sono invasioni, i suoi straripamenti assumono nomi di battaglie; presso i ponti de' suoi fiumi sorgono città e villaggi. Dopo i Romani passano i Barbari, dopo i Barbari i Crociati, dopo i Crociati gli eserciti di tutta l'Europa, che vengono a battersi in Italia ancora centro della civiltà mondiale. Talvolta il suo piano echeggia sotto il galoppo leggero dei Numidi alleati dei Romani, cavalieri impetuosi come il vento dei loro deserti e altrettanto mutevoli; tal'altra risuona sotto il cupo ritmo dei cavalieri Normanni tremendamente gravi di ferro. I primi emblemi guerreschi che vi guidarono soldati furono le aquile d'argento date da Caio Mario alle legioni nella sua riforma militare, l'ultimo che vi passa oggi è la croce rossa di Savoia in campo bianco nell'iride dei colori nazionali.
Quando il medio-evo ebbe mutato tutto il mondo romano, e la croce si sostituì lungo i margini della strada agli Dei Termini, i colli della via Emilia si coronarono di castella e di torrioni. I ladri, che l'avevano naturalmente infestata a ogni tempo, si mutarono in bande di masnadieri guidate dal signore, e le scaramuccie e i saccheggi per secoli la macchiarono di sangue; ma anche allora seguitò ad essere bianca ed illare sotto la gente che vi passava frettolosa obliando una storia millenaria per gli affari d'un mattino.
Dove avvennero dunque le più grandi battaglie lungo la sua linea? A quale svolta, da qual vicolo, su qual ciglio di campo si distesero gli eserciti? Dove furono massacrati i feriti e seppelliti i morti? La storia lo racconta, ma chi rammenta tutta la storia e può dirsi passando per la strada: qui Giovanni Medici arringò le Bande Nere, o Alberigo da Barbiano insegnò le prime manovre a' suoi fanti? A qual punto della strada furono commessi quei tremendi delitti, oggi dimenticati, che hanno fatto inorridire tante generazioni? A quale altro tanta gente per noi sconosciuta vi provò la maggior felicità della propria vita?
Tutti sono passati, e secondo il proverbio di Salomone non vi hanno lasciato più traccia del fumo nell'aria, del serpente sulla pietra, della nave sul mare, dell'uomo sulla donna.
Nulla nulla nulla, ecco tutto!
Ogni rumore finisce fatalmente nel silenzio; quando finirà il rumore della storia? Sarà in una sera che copra colla pietà delle sue ombre la sconcia agonia degli ultimi pellegrini, o in un meriggio che insulti col suo fulgore al tramonto del pensiero umano? La natura, nella quale creammo il regno dello spirito e alla quale imponemmo talvolta colle scienze le nostre volontà di un minuto, sentirà in sè stessa la nostra morte, o già preoccupata della nuova vita più alta che dovrà succederci, avvertirà appena la nostra ultima caduta come negli autunni quella delle ultime foglie?
Il piano della via Emilia e di tutta la sua pianura si abbassa: ai calcoli più recenti il progressivo dislivellarsi del suolo rispetto al pelo del mare sarebbe dai dodici ai diciotto centimetri per secolo. Il pavimento del sepolcro di Galla Placidia è sotto la comune alta marea circa un metro. Invano la terra rapita ai monti dai ruscelli e portata al mare dai fiumi allunga il litorale e sembra alzarsi sul mare; il mare indietreggia, ma si drizza minacciando. La scienza sospesa non osa ancora decidere, quantunque il pericolo cresca ogni giorno, dacchè gl'ingegneri della Serenissima lo segnalarono primi nel secolo XV. È il suolo che si abbassa sotto il peso della vita che porta, o il mare che si eleva secondo l'ipotesi meteorica del Mayer, mentre la luna accelera secolarmente il proprio viaggio nei silenzi del cielo?
I pesci dell'Adriatico passeranno un giorno sulla via Emilia come vi passarono le legioni di Cesare e di Napoleone?
La strada si rifiuta forse a conservare ogni orma di viandante, perchè destinata a discendere per sempre sotto il mare, le orme umane non apprenderebbero nulla ai viventi di laggiù?
Forse!
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VII. [Niccolò Macchiavelli]
--Che cosa pensi tu dunque del Macchiavelli? Mi ha chiesto improvvisamente Berti, volgendomisi dal caminetto con le molle in mano e guardandomi con quella sua aria intelligente e curiosa. Quindi senza darmi tempo di cominciare una qualsiasi frase di risposta, si è alzato e prendendo di sul tavolo da notte uno dei tre volumi del Villari, ha soggiunto:
--Li ho letti anch'io: è un lavoro largo e minuto. Tutta la critica moderna lo ha encomiato; Macchiavelli vi è seguíto giorno per giorno, passo per passo. La sua vita vi è esplorata collo scandaglio, commentata colla finezza di un avvocato e qualche volta colla penetrazione di un romanziere: il disegno dei tempi, nei quali passa ed opera, è sicuro. Pare che tutto vi sia detto; un volume descrive l'ambiente nel quale Macchiavelli sta per entrare, due altri quello che vi pensa e fa.
E arrestandosi improvvisamente, colpito da una idea più concisa per esprimere il tumulto di tutte le altre che il richiamo di quei libri gli aveva destato:
--Sai che cosa mi è risultato dalla lettura attenta dell'opera del Villari? Mi pare di aver sempre vissuto con Macchiavelli e di non averlo capito.
--Ah! ho esclamato.
--Che te ne sembra?
--La stessa impressione che ne ho ricevuto io. L'opera del Villari ha tutti i pregi e i difetti della scuola positivista alla quale appartiene. La vita dell'uomo non può mai spiegare interamente la vita del pensatore e dell'artista, come il quadro del tempo non rivela mai tutto il mistero dell'individuo. Il Taine, ben più potente del Villari, nella storia della letteratura inglese, servendosi dello stesso metodo, ha fallito in faccia a Shakespeare tentando di ricostruirlo. Ricostruire, ecco il motto della scuola positivista; Michelet invece aveva detto: la storia è una resurrezione. Hai letto lo Shakespeare di Victor Hugo? No, non importa. Victor Hugo falsa Shakespeare col proprio riflesso, ma penetra nella sua anima. Taine riunisce con dotta e sicura analisi tutte le sue opere, come un anatomico riunirebbe saldandole con fili di ottone le sue ossa, per dirvi: questo è Shakespeare.
--E non sarebbe che il suo cadavere.
Un gruppo di amici è sopravvenuto deviando la nostra conversazione.
--Studii? mi ha chiesto Fossa.
--No.
--Scrivi?
--Nemmeno.
--Non lo credo: è un pretesto per non dirci a che cosa lavori o per non mostrarcelo. Macchiavelli! ha soggiunto pigliando dal tavolo lo stesso volume preso da Berti. Sentiamo, sentite, si è rivolto con scherzosa ironia agli amici: che cosa pensi tu del Macchiavelli?
--O del Villari? ho risposto barattando un'occhiata col Berti.
--Che m'importa del Villari! Il giudizio di un giudizio è come il racconto di un racconto, il secondo è sempre peggiore del primo; non vi è che il terzo che essendo addirittura insopportabile ci possa consolare dell'averli ascoltati tutte due. Dimmi tu, piuttosto, che cosa pensi del Macchiavelli. Io non l'ho mai letto, ma l'ho visto nel mio viaggio a Firenze, in Santa Croce: mi è parso una vecchia testina di monello intelligente. Intelligente e monello lo era di certo, ma forse qualcos'altro ancora. Che cosa pensi tu del Macchiavelli?
L'insistenza di questa domanda cominciava a turbarmi.
--Napoleone avrebbe già risposto, ha replicato Fossa sorridendo al sorriso degli amici, coi quali a ogni proposito cita sempre Napoleone I.
--E Napoleone I avrebbe risposto in due parole? ha interrotto Berti.
--Già! e una sarebbe di più se ogni fatto non è che un'idea.
--Ohè! filosofo....
--E Napoleone avrebbe detto giusto?
--Già.
--T'inganni, mio caro: nel Memoriale Sant'Elena Napoleone ha giudicato Macchiavelli, in un periodo di molto imperfettamente.
--Io non l'ho letto e non lo leggerò mai; non ammetto Napoleone che scrive.
--E così che cosa pensi tu del Macchiavelli?
--Troppo per potertelo dire qui.
--Allora sei nel mio caso, che non ne penso nulla e non ne posso parlare affatto: parliamo dunque di Napoleone I.
Un urrah di sdegno allegro ha coperto quest'ultima minaccia di Fossa, che sedendo si è messo invece a parlare dei propri cavalli. Fuori nevicava. Malgrado che le fiamme brillino da tre mesi nel caminetto, la camera non è molto calda e gli amici debbono a ogni visita far crocchio intorno al fuoco. Io seguiva coll'avidità di un infermo, da quasi quattro mesi segregato dalla società, il loro cicaleccio che raccontava forse per la centesima volta una storiella del teatro.
Poi se ne sono andati tutti insieme, ma Fossa rimasto ultimo colla maniglia dell'uscio in mano, mi si è rivolto e:
--Che cosa pensi tu del Macchiavelli? Mi ha ripetuto burlescamente. Bada che al mio ritorno mi dovrai una risposta; ti concedo di restare a letto tutti questi giorni per scriverla se ciò te la renda più facile.
Ed è fuggito ridendo.
Che cosa penso io dunque del Macchiavelli, di questa sfinge intorno alla quale si affatica da tanto tempo il pensiero dei dotti, e che mutata in simbolo sinistro esprime pei volghi quanto di più profondamente perfido e serenamente cinico possa essere la natura umana? Che cosa vi è di vero nella parola macchiavellismo per Macchiavelli? Quale fu il suo pensiero nel pensiero del suo secolo, nello spirito della storia? Ha egli meritato l'iscrizione ampollosamente semplice che in Santa Croce lo dice superiore ai due più grandi uomini dell'Italia, Dante e Michelangelo--_Tanto nomini nullum par elogium_?--La sua azione nel mondo fu uguale alla loro, e le sue scoperte ne mutarono il concetto come quelle di Galileo, che gli è modestamente accanto nel medesimo tempio?
Certo che di lui possa chiedersi questo è già tale complimento che vale poco meno dell'epitaffio fattogli dal Ferroni, oggi ancora citato fra i più belli della letteratura lapidaria.
Le vicende della vita e della fama del Macchiavelli si rassomigliano molto. Entrambe furono contrastate dal tempo, aspreggiate dalla miseria, quasi soffocate nell'oblio. Le sue opere maggiori stampate, lui morto, non ottennero subito troppa stima; il pensiero non ne fu giudicato grande, la forma perfetta. Solo il Principe colpì lo spirito del pubblico, e mantenendovisi come nello spasimo di un problema, parve salvare da una probabile dimenticanza il nome di Macchiavelli. I pochi contemporanei amici del Macchiavelli che l'avevano letto, non gli dettero, quantunque apprezzandolo, un briciolo dell'importanza che doveva poi acquistare: l'autore stesso non lo stimò mai tanto e non avrebbe osato ripromettersene la celebrità fino ad oggi triste ma universale.
La battaglia, che contro questo libro incominciarono primi i gesuiti, mutata presto in guerra, ne ebbe ogni vicenda gloriosa ed infame. Tutti vi entrarono, grandi e piccoli; uomini lo spirito dei quali doveva morire con essi, e uomini dei quali l'anima è rimasta nella storia mondiale. Poichè la politica è il motore e l'involucro della vita sociale, ognuno sentì il bisogno di decidersi in faccia al problema del Principe. Ma il suo concetto era vero nella politica umana? Il governo dell'uomo non essendo che l'azione del suo spirito collettivo sul suo spirito individuale, che debbono essere uguali sotto pena di essere inconciliabili, gli aforismi della politica possono davvero non essere che aforismi di psicologia?
La battaglia che il Principe ha sostenuto e sostiene ancora contro tutti, decideva dell'onore dell'umanità: il Principe la dichiarava naturalmente cattiva, essa si affermava naturalmente buona.
La durata della guerra è in favore del Principe, benchè la vittoria debba restare fatalmente all'umanità.
Il Macchiavelli nacque nel secolo forse più ricco d'ingegni per Firenze. I tempi erano grossi politicamente, la repubblica in continuo pericolo: la forma politica del Comune stava per tramontare in quella più larga e più alta degli Stati nazionali. La Spagna aveva già compito la propria unificazione, l'opera di Luigi XI in Francia era già sicura, Lutero preparava colla Riforma la grande costituzione dell'Alemagna. In Italia l'equilibrio studiato e ottenuto da Lorenzo il Magnifico, altrettanto fino politico che poeta, era cessato: i Francesi l'avevano invasa e non se n'erano andati che per ritornare.
Pisa ribelle a Firenze si avvicinava ad un'agonia senza gloria, profetando nella propria fine quella di tutti i municipii ancora liberi nei vecchi ordini, o indipendenti per le armi di qualche signorotto isolato nella disgregazione del sistema feudale. Genova era in preda alle ultime fazioni famigliali osteggiantisi per la supremazia: Venezia erede della universalità e del governo romano era cosmopolita nel commercio e aristocratica nel patriziato, palladio e tiranno della sua vita più ampia che nei regni recentemente riuniti, più florida che nei comuni meglio dotati, più duratura che nelle stesse monarchie destinate a prendere il posto delle repubbliche. La Romagna, la Marca e l'Umbria lacerate dagli ultimi feudatari conniventi o contrastanti coi papi vivevano nella miseria e nei massacri. Milano dopo il dramma astuto e infelice del Moro si accorgeva di non avere ormai più signore indigeno, e si preparava alla gloria umiliante di un vicereame conservando nella nuova tendenza alla servitù la cupidigia conquistatrice, che l'aveva resa nemica di Venezia e per un momento quasi arbitra d'Italia. Al di sopra dell'Italia oltre le Alpi si alzava l'ombra del sacro romano impero, autorità mistica e brutale, che pesava ancora sulla coscienza italica come un dogma, e discendeva tratto tratto su tutti i governi della penisola come una rapina.
La Francia più piccola ma più unitaria della Germania, nella quale la putrefazione della feudalità e il disgregamento dei Comuni impediva quasi ogni coesione di Stato, ricordava contro di essa le pretensioni imperiali di Carlo Magno, studiando intenta l'Italia come futuro campo delle battaglie che dovevano decidere quale sarebbe il primo popolo d'Europa. La Spagna sbarcata a Napoli sconfiggendovi gli ultimi Angioini e sovrapponendo la propria dominazione alla loro, vi aveva fondato una monarchia, la quale malgrado l'ostacolo di Roma immobile e invincibile nel mezzo d'Italia, non rinunciava alla brama di allargarsi in reame italiano. Al nord di Genova tra le Alpi, alla testa di montanari indomiti quanto astuti, poveri e capaci di tutto per arricchire, la casa di Savoia piccola, poco pregiata, male conosciuta, chiamata per disprezzo portinaia d'Italia, spiava notte e giorno colla passione instancabile del cacciatore l'occasione d'impossessarsi di qualche stanza nel palazzo che era pronta ad aprire a tutti gli stranieri.
Non vi era nazionalità, non stato, non governo, non politica italiana. Il papato solo poteva tratto tratto sollevarsi e parlare d'Italia o di giustizia, ma oltrecchè essendo universale per istinto non avrebbe potuto costringersi nella storia italiana senza annullarsi, i suoi istinti e le sue necessità di regno lo costringevano a maggiori contraddizioni e a più inintelligibili mostruosità. Talvolta il pontefice non era che il re di Roma, usufruttuario di un regno per lui intangibile come un fidecommesso; tal'altra un dinasta, che non potendo trasmetterlo alla propria dinastia tentava d'ingrandirlo per cederne così le accessioni. Poi il papa era pontefice capo della cristianità minacciata ora dal solo scisma che dovesse restare davvero importante nella sua storia.
Intanto il cinquecento si avanzava brillando. Tutte le arti rinate con Dante, il più grande artista dell'umanità, divenute adulte, si riunivano a Michelangelo quasi per finire come avevano cominciato; l'erudizione aveva disseppellito pressochè tutto il mondo classico e cominciava ad intenderlo; Colombo scopriva l'America, Copernico dava il moto alla terra, Lutero la libertà alla coscienza, Raffaello l'ultima bellezza alla forma, Ariosto l'ultimo poema alla poesia; Giulio II era l'ultimo guerriero del papato, Firenze doveva essere l'ultimo Comune italiano.
La coscienza italiana era vuota e torbida al tempo stesso; nessuna dignità di popolo o tradizione o ideale. Roma antica, straniera all'intelletto e al cuore, non viveva più che nelle memorie e nelle immaginazioni dei letterati e del volgo; la religione, divenuta superstizione in basso, traffico ed impero in alto, mescolata di magia, ignorante e scostumata, nata di una tragedia sul Golgota, sembrava finire in un carnevale che era un'altra tragedia per l'Italia e per la coscienza umana. La filosofia ospitata dalla religione nella bufera del medio evo n'era tuttavia la serva: San Tomaso guidato da Aristotile la signoreggiava; la scienza, senza vero passato, non accennava ancora a un sicuro avvenire. Però Copernico, Guttemberg, Colombo, sconosciuti l'uno all'altro, si erano misteriosamente intesi per guarantirla: la storia si dibatteva invano fra le fascie della cronaca, la lirica morta nei giardini di Lorenzo il Magnifico era già dimenticata, l'ultima epopea della cavalleria era più che mezza satira, la prima tragedia e la prima commedia non sarebbero state vitali.
Il rinascimento è un soldato, ha detto poeticamente il Michelet: il rinascimento è un assassino, non ha osato dire il Ferrari pur lasciandolo intendere, ma quando il Macchiavelli entrò nella vita, gli assassinii erano ancora frequenti e i grandi condottieri usciti dalla scuola braccesca e forzesca quasi finiti. I venturieri esteri avevano già preso il sopravvento. Nessuna figura di principe folgorava nelle armi, nessun generale proseguiva la gloria di Niccolò Piccinino; l'ultimo soldato d'Italia e il suo ultimo eroe, Giovanni Dei Medici e Francesco Ferruccio erano ancora sconosciuti.
Ma l'Italia era nullameno l'unico paese nel quale brillassero la civiltà e la ricchezza. Oltre le Alpi molte fiaccole s'andavano accendendo per la tenebra medioevale senza che il loro chiarore potesse vincerne la notte: al di qua delle Alpi invece il sole dell'antica Grecia illuminava capolavori che avrebbero fatto dubitare di sè stessa la coscienza greca. I fieri feudatari mutati ora in pomposi signori riunivano la ferocia della barbarie alla crudeltà della decadenza, mentre il popolo, piuttosto cliente che vassallo, parteggiava per loro meglio che non li servisse, e le classi sociali distinte come nel resto d'Europa erano ravvicinate dal commercio più vivo che altrove, dall'industria più progredita, dall'arte passione di tutti, dalla religione complice delle passioni di ognuno.
La lingua, l'arte, il papato, l'antichità romana, il progresso presente, la stessa mancanza di stato in tutti i governi della penisola e la condanna che pesava sopra ognuno di essi di non potere unificare l'Italia nè fondersi con altre nazioni; Dante, Michelangelo e Colombo, ecco le glorie e le ragioni della ideale unità della vita italiana, mentre la storia delle altre grandi nazioni europee aveva già raggiunto o stava per raggiungere l'unità politica.
Dante aveva conchiuso il medio-evo, Michelangelo riassumeva il risorgimento, Colombo apriva l'avvenire: tutto il mondo si accodava a questi tre italiani. L'Italia, palestra dell'Europa, non doveva chiudersi in nazione per non negarle la propria civiltà.
Macchiavelli, è stato detto, fu la coscienza italiana che nelle proprie contraddizioni meglio riflettè ed espresse le antitesi di tale posizione storica.
Niccolò Macchiavelli nacque, come si direbbe oggi, di buona famiglia: la casa non era ricca, il padre morì presto. Non si hanno del giovine le solite notizie profetanti un grande avvenire; fu educato assai bene come usavasi allora che la coltura era al tempo stesso distinzione e passione di classe. Michelangelo a ventinove anni aveva già compito parecchi capolavori, Macchiavelli invece, non distintosi in Firenze tutta piena d'ingegni, che fra un cerchio abbastanza ristretto d'amici, ottenne a stento fra quattro concorrenti l'ufficio di segretario col titolo di cancelliere della seconda cancelleria del comune. Il posto era meno che grande, il grado non illustre, ed egli l'illustrò. Marcello Virgilio Adriani, umanista importante, allora segretario di Stato, lo predilesse: era gonfaloniere Piero Soderini, onesta mediocrità che posta fra due tragedie, la cacciata e il ritorno dei Medici, finì per sembrare comica a tutti.
La politica minuta, abile e feroce, di tutti i piccoli Stati italiani era allora nella massima attività. Ogni avvenimento non preveduto o mal calcolato poteva decidere dell'esistenza dello Stato. Firenze divisa fra le parti pallesca e piagnone viveva di ringhii; i nobili quasi tutti nemici della repubblica o nemici dei Medici solo per rivalità; la plebe delle piccole arti ancora memore delle lautezze medicee ne agognava il ritorno; le grosse arti rappresentate dalla borghesia propendevano a libertà che per loro era naturalmente impero nel comune.
Nessuna milizia, molte ricchezze, commercio incredibile, arte quale i secoli posteriori più non videro e forse non vedranno; poi Massimiliano imperatore di Alemagna, signore titolare del comune, sempre pronto alla minaccia e a quietarsi per danaro, Ferrara preda agognata da tutti e quindi pomo di discordia, Pisa ribelle e guerreggiata, Alessandro Borgia a Roma, Francia sulle mosse per calare in Italia, la Romagna contrastata fra i Veneziani e il Papa, i Medici espulsi che mestavano in ogni imbroglio diplomatico e in ogni diverbio cittadino.
Questa la condizione delle cose.
Il Macchiavelli giovane, agile nell'ingegno e nei modi, senza orgoglio di classe o di carattere, libero da preoccupazioni di studi o di gloria, assetato di azione per abbondanza di vita, fu presto adoperato. Era adatto a tutto, nulla gli ripugnava. Non si mostrò ambizioso nel profondo senso della parola, e non lo era: non parve a nessuno uomo vero di parte, si accontentava di essere usato osservando intorno a sè le cose e gli uomini. Non aveva che una passione, la politica. Letterato non era e non fu mai, come intendevasi allora; non aveva imparato il greco, passione di tutti gli eruditi del tempo, sapeva il latino come ogni persona colta, ma i forti latinisti d'allora avrebbero potuto sostenere che lo sapeva male.