Fedele ed altri racconti

Part 9

Chapter 93,718 wordsPublic domain

Abbasso lo cercavano, lo chiamavano. C'era il professore Marin e poche altre persone, venute per la messa. Nessuno capiva come la porta della chiesa fosse tuttavia chiusa. Il professore entrò in casa, chiamò la Lucia, chiamò don Rocco senza che anima viva gli rispondesse. Capitò finalmente in camera del prete e si fermò sulla soglia, sbalordito di vederlo a letto.

— Ohe! — diss'egli. — Don Rocco! A letto? E la messa?

— Non posso — rispose sotto voce don Rocco, supino, immobile come una mummia.

— Ma cosa? — replicò l'altro accostandosi al letto con sincero sgomento. — Che avete?

Quel viso turbato, quell'accento affettuoso ammollirono al povero don Rocco il cuore pietrificato dal dolore e dalla sorpresa. Stravolta dalle palpebre inquiete spicciarono due vere lagrime. La bocca serrata si torceva, tremava, ma resisteva ancora. Vedendo che non rispondeva parola, il professore corse alla scala, gridò giù d'andar a chiamare il medico.

— No, no — si sforzò a dire don Rocco, senza muoversi. La voce era soffocata dai singhiozzi. Lo udì solo il professore tornando a letto.

— No? — diss'egli. — Ma cos'avete, dunque? Parlate!

Intanto tre donnicciuole e un vecchio accattone ch'eran venuti per udire la messa, entrarono spaventati in camera circondando il letto, interrogando don Rocco alla loro volta. Egli taceva come il santo Giobbe, cercando padroneggiarsi. Forse la seccatura di tutte quelle faccie curiose, pendenti sopra la sua, lo aiutò.

— Andate — diss'egli, finalmente, agli ultimi venuti. — Non occorre medico, non occorre niente, andate!

Le quattro faccie si ritirarono alquanto, ma guardandolo sempre fisso con una espressione forse di accresciuto sgomento.

— Andate, vi dico! — replicò don Rocco.

Uscirono piano e si fermarono fuori ad origliare, a spiare.

— Dunque? — fece il professore. — Cosa vi sentite?

— Niente.

— E perchè state a letto, allora?

Don Rocco si voltò con la faccia al muro. Le lagrime tornavano, adesso. Non poteva parlare.

— Ma in nome del cielo — insistè il professore — cosa c'è?

— Mi passa, mi passa — singhiozzò don Rocco.

Il professore non sapeva che fare nè che pensare. Gli chiese se volesse acqua e il vecchio accattone scese tosto a pigliarne un bicchiere, lo pose al Marin. Don Rocco non ne aveva la menoma voglia, ma ripeteva: «grazie, grazie, mi passa» e bevve ossequiosamente.

— Dunque? — domandò ancora il professore.

— Aveva ragione Lei — rispose don Rocco.

— Di cosa?

— Della femmina.

— La Lucia? Bravo, a proposito; dov'è la Lucia? Non c'è? Scappata?

Don Rocco accennò di sì. Il Marin guardava stupefatto, ripeteva «Scappata? Scappata?» I quattro tornarono in camera, fecero eco. «Scappata? Scappata?»

— Ma sentite — disse il professore. — State a letto per questo, voi? Volete avvilirvi così? Via, vestitevi!

Don Rocco lo guardò, diventò rosso fino al sommo del cranio, e strinse gli occhietti umidi in un sorriso che significava: adesso riderà, Lei!

— Non ho abiti — diss'egli.

— Cosa?

Il professore aggiunse alle parole un gesto per dire: «Li ha portati via lei?» Don Rocco rispose pure con un cenno muto del capo; e, veduto che l'altro frenava a stento uno scoppio di riso, si sforzò di sorridere anche lui.

— Povero don Rocco — disse il professore, e aggiunse, sempre col riso alla gola, parole afflitte, parole di pietà, di conforto, chiese ogni ragguaglio dell'accaduto. — Ah se mi aveste dato retta!... — concluse. — Se l'aveste mandata via!

— Sì — fece don Rocco, pigliandosi mansuetamente anche questa. — Aveva ragione Lei. E adesso, cosa dirà la signora?

Il professore sospirò.

— Cosa volete che dica, figliuolo? Non dirà niente. Accade anche questo che il vostro successore ha scritto ieri di essersi sciolto definitivamente dagl'impegni suoi attuali e di trovarsi a disposizione della contessa.

Don Rocco tacque, accorato.

— Guardo — diss'egli, dopo un'istante di silenzio — che alle nove e mezzo saranno qui col cavallo a prendermi! Bisognerebbe che l'arciprete o il cappellano potessero prestarmi un abito.

— Io, io! — esclamò il professore, pieno di zelo. — Vado a casa e ve lo mando subito. Me lo restituirete con comodo, quando potrete.

Una viva gratitudine colorò il viso e agitò le palpebre di don Rocco.

— Grazie! — diss'egli guardandosi umilmente il naso. — Grazie tante!

— Corpo di bacco! — soggiunse fra sè, mentre il professore scendeva le scale. — È una spanna più alto di me. Adesso mi viene in mente!

Ma non gli venne certo in mente di richiamarlo.

VII.

Alle nove e mezzo don Rocco apparve sulla porta di casa per fare il suo esodo. Il soprabito del professore gli ballava sulle calcagna e gl'inghiottiva le mani, sino alla punta delle dita. Il cappello a cilindro, enorme, gl'inghiottiva gli orecchi.

Il professore gli veniva alle spalle ridendo silenziosamente. Nel cortile parecchia gente corsa al rumore dell'accaduto, rideva. Solo non rideva il vecchio accattone, bizzarro uomo, mezzo filosofo. — Oh don Rocco, cosa pare! — dicevano le donne. E chi gli raccontava un fatto della Lucia, chi un altro, cose d'ogni colore ch'egli non aveva sospettate mai. — Basta, basta — rispondeva lui, turbato nella coscienza di questo sparlare. — Oramai è fatta, oramai è fatta.

Si avviò seguito da tutti, diede un'ultima occhiata al fico del campanile e, passando fra i cipressi di fronte alla chiesa, si voltò alla porta, si levò divotamente il cappello e piegò un ginocchio.

La carrettella lo attendeva sulla strada maestra. Il vetturale, vedutolo in quell'arnese, non rise meno degli altri.

Allora don Rocco si congedò da tutti, ringraziò nuovamente il professore, mandò a riverire la contessa, fece tacere quelli che dicevano ancora improperi alla Lucia. Quando fu a posto, l'accattone gli si avvicinò, gli mise la mano destra sopra una scarpa.

— Questa è Sua? — diss'egli.

— Sì sì, le scarpe sì — rispose il prete con una certa soddisfazione mentre il cavalluccio partiva.

L'accattone si recò alla fronte la mano che aveva toccato la scarpa di don Rocco e disse solennemente:

— _In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen._ —

R. SCHUMANN

(_Dall'Op. 68_)

Si ardeva, l'altra sera, nel salottino giallo di donna Valentina. Il calorifero ci soffiava fuoco nelle gambe. La bella dama vi brillava tra un sistema planetario di globi lucenti; perchè una lampada splendeva sul piano, due lampade splendevano sulle _consoles_, un astro discreto luceva fra le orchidee della giardiniera, un astro azzurrognolo, sospeso a mezz'aria, fiammeggiava sul nostro capo. E poi c'era una fragranza così turca di sigarette di Salonicco; e poi donna Valentina era così africana, con quei capelli neri più folti, con gli occhi più grandi e indolenti che mai, con la corazza nera, con i guanti che le facevano due lunghe, sottili mani d'ebano. Io guardavo, inquieto, la signora; suo marito guardava, inquieto, il termometro; gli altri personaggi, un giovane biondo, un vecchio elegante e un maturo ufficiale di artiglieria, innamorati tutti e tre di donna Valentina, erano in ebullizione.

A lei poi venivano delle idee nubiane. Si disputò se la musica possa raccontare e descrivere, o no. Donna Valentina compativa nel suo languido modo indolente, con le sopracciglia e il sorriso, con qualche parolina sommessa, il povero marito infuriato al _no_ contro i tre che lo caricavano, artiglieria in testa. Io tacevo. A un tratto la signora si alzò dal divano, pigliò fra la sua musica un fascicolo dell'_Arte antica e moderna_ di Ricordi; il fascicolo decimoquarto, mi pare. I tre si ritirarono subito, in disordine, per acclamarla e accendere le candele del piano. L'uno d'essi, però, il vecchio signore, non fu abbastanza lesto e rimase prigioniero fremente del marito, che non gli dava quartiere con le sue mazzate di positivismo greggio.

— Una prova — disse la signora, aprendo il fascicolo sul leggìo. — Io suono Loro due pagine di musica. Se v'è musica che parli, è questa. Qui c'è una scena e una storia, chiarissime. Ciascuno di Loro me la traduca subito in iscritto. E non ci sono scuse! — Lei tradurrà in versi — mi diss'ella.

Chiesi venir dispensato dai versi, avendo posata, secondo il solito, la mia letteratura nell'anticamera, con il soprabito. E poi una traduzione in versi non s'improvvisa. Intanto i due zelanti accendevano una candela per ciascuno, e io nascosi male un sorriso, chinandomi a leggere, in capo alle due pagine di musica:

R. SCHUMANN (_Dall'Op. 68_)

Donna Valentina vide il sorriso e, perchè ci conosciamo bene, v'intese un volume di cose, sorrise pure, con la finezza più europea, con uno sguardo molto lungo, molto sospetto; il quarto o il quinto che avevo da lei, quella sera.

— Scettico! — diss'ella, sotto voce. E strappò dalle viscere del piano il ripetuto angoscioso gemito che apre quella stupenda pagina di musica e vi ritorna ogni momento.

Aveva una sera felice. Nel _pianissimo_ del ritornello, dopo le prime otto battute, mi parve proprio udire il lamento di un'anima. Gli adoratori della dama, tuffati in tre poltrone, ascoltavano con una tal quale segreta angustia, contemplando l'astro azzurrognolo sospeso in aria. Finito il pezzo, ne chiesero ed ottennero la replica; dopo di che il salottino giallo diventò un Parnaso all'opera.

L'ufficiale, che nel conversare sciabolava _de omni re scibili_, si trovò, dopo due minuti, tutto attonito di non essere in vena; smise, per il suo meglio, di tirarsi i baffi e le idee. Il vecchio signore, il giovine biondo ed io, presentammo a donna Valentina le nostre opere complete.

— Adesso si legge — diss'ella. Già la scena è del deserto, e sono due amanti che vi muoiono insieme.

Il giovine diventò rosso e voleva riprendere il suo parto, ma donna Valentina non lo permise, riconobbe che la musica era una lingua senza dizionario e senza grammatica da non potersi tradurre lì per lì con sicurezza, e lesse ad alta voce questa prosa del vecchio signore elegante, persona molto a modo, del resto, e ingegno colto, ch'era una pietà di vedere umiliato ai piedi di lei da una passione ridicola.

MONDO DEI SOGNI — VALLE DELLE ROSE

_All'aurora_

— Folle sogno! Folle sogno! Nel caldo Oriente io poso giovane con lei su le rose.

Folle sogno! Folle sogno! Baciami, non parlarmi, bocca soave, non mi destare.

È lontano, è lontano il freddo paese della neve; son lontani, son lontani i tristi giorni della vecchiezza.

È fuoco nel core, nel sangue, è fuoco nel mare di rose, è fuoco nel cielo profondo. Bocca ardente, bocca ardente, fuoco tu sei e mi divora la molle fiamma.

Ti scongiuro, ti scongiuro, non obliarmi poi quando ci desteremo nel freddo paese, nei giorni tristi, quando scura, muta sarà la fiamma che divora il mio petto, ma fervente, ma potente a tornarti su le rose voluttuose per un giorno, per un'ora, a spirar fuoco nel tuo cuore, nel tuo sangue, ne l'aura amorosa a le tue grazie circonfusa.

* * *

— Pompe! Acqua! — susurrò l'ufficiale, mentre il marito, che aveva spesso scompigliate, con il suo riso grossolano, le rose dell'oriente, esclamava: — grazie di quel deserto! Grazie di quegli amanti che muoiono!

— Deserto sì — disse la signora sorridendo amabilmente all'autore. — Suppongo che i Suoi amanti non ci vorranno mica dei _flâneurs_ in questa valle delle rose. E se non muoiono, dormono, sognano. _To die, to sleep, perchance to dream._ — Adesso la Sua — soggiunse sorridendo, stavolta, al giovane biondo. E lesse:

UNA CATTEDRALE

_Notte_

_La penitente._ — Che dolore! Che dolore! Egli morì da tanti anni ed è ancor piena di peccato l'anima mia.

L'amo ancora! L'amo ancora! Cerco Dio, non trovo che lui, ardo sempre delle passate ebbrezze.

_Uno spirito._ — Amami ancora! Amami ancora! Da tanti anni, nell'ombra della morte, sono ancora pieno di te.

Non ti dolere! Non ti pentire! Solo mi ristora, nel tormento eterno, il tuo amore.

_Il confessore._ — No, non t'accostar così al Sacramento, non muovere ad ira il Signore, va, prostrati sul marmo di gelo, prega e piangi, prega e piangi, forse il tuo cuore avrà pace.

_La penitente._ — Egli soffre! Egli soffre! Io lo sento, io non prego, non voglio esser mai felice, non dolermi, non pentirmi; forse lo ristora, laggiù nei tormenti, l'amor mio.

_Il confessore._ — Empia, va, esci dal luogo santo, io t'abbandono all'impuro fuoco. Forse perdona, forse perdona il Signore a lui, non a te, mai.

_La penitente._ — Padre mio! Padre mio! Non lasciarmi, t'oppongo le mie disperate braccia, prego e piango, prego e piango, mi pento, mi pento, cado infranta a' piedi tuoi, Signore!

* * *

— Conserva di romanticismo alle cipolle — disse l'ufficiale. — Una cosa lagrimevole.

— Io la trovo bellissima — mormorò la signora con una squisita dolcezza d'ammirazione rattenuta, guardando ancora lo scritto.

— Specialmente — soggiunse il marito perchè la cattedrale è un deserto; non c'è nemmeno il sagrestano, se quei due lì, in confessione, gridano come disperati. E gli amanti non solo muoiono, ma uno è bell'e andato da un pezzo.

— Battista — disse donna Valentina — non essere insopportabile! — Vediamo un poco Lei, cos'ha scritto — soggiunse volgendosi a me. — Sono curiosissima.

Prese le mie povere fatiche, le percorse con una rapida occhiata e susurrò quasi parlando fra sè e sè:

— Non capisco.

— Lei sarà stato sublime — mi disse l'ufficiale.

— Grande — gli risposi inchinandomi. — Sublime è stato il Suo silenzio.

La signora lesse:

IL POETA E LA DAMA

_Il poeta_

— Mia signora! Mia signora! Come può Lei sopravvivere a questo diabolico inverno?

— Mia signora! Mia signora! Non gela il Suo piccolo tepido cuore?

_La dama_

— Mio signore! Mio signore! Come vive Lei col Suo cuore di ghiaccio?

Mio signore! Mio signore! Io ho un morbido nido caldo.

Ho la mia stufa legittima che conserva ancora qualche bragia e manda di tempo in tempo qualche languido focherello. Ma non basta! Ma non basta! Ho un giovane caminetto dalle vampe bionde, che non mi brucia, mi consola, mi fa sognare. Ma non basta! Ma non basta! Ho un maturo, bollente scaldamani, una palla di cannone, coperta di panno ricamato d'oro, ch'io prendo tal volta per trastullo, posando il libro o l'uncinetto. Ma non basta! Ma non basta! Ho un vecchio devoto scaldapiedi che mi serve tanto e manda pure il suo timido tepore. E se talora ho troppo caldo, apro la finestra, e guardo il cielo. Pur non basta! Pur non basta! Vorrei il Vostro spirito di poeta, vorrei un'azzurra fiamma d'alcool per il mio thè, per il diletto degli occhi miei.

_Il poeta_

— Mia signora! Mia signora! Io mi faccio, con il mio spirito, il mio umile caffè. —

* * *

Questa roba agghiacciò tutti.

— Scusi — mi disse donna Valentina — cosa L'è venuto in mente?

— Che vuole? — risposi. — Non capisco la musica. Ho scritto una sciocchezza a caso.

— Va bene — replicò la dama. — In pena, Lei non avrà il Suo caffè, stasera. O thè con noi, o niente.

LIQUIDAZIONE

LETTERA AL DIRETTORE D'UN GIORNALE

_Signor Direttore,_

Ella mi propone, molto cortesemente, di lavorare per il Suo giornale. Grazie tante, ma non sa, caro signore, cosa c'è di nuovo? Chiudo l'officina. Che vuole? I miei libri non vanno, è gran ventura se qualcuno me ne arriva alla seconda edizione; capisce, a questi tempi! Intanto gli anni passano, l'ingegno si stanca, mi cade il cuore. Creda, non v'è più avvenire per me. Ora, gli scrittori nuovi, _chissi so bravi_, come diceva don Ciccio De Capo a Massimo d'Azeglio. La roba mia non ha il taglio nè il colore che piacciono al pubblico, e non c'è rimedio; _chiù d'accussì no saccio fare_. Vuole che mi ostini a questo melanconico mestiere? Chiudo l'officina e vendo quel po' di ferri. Tutta roba in cattivo stato, roba di poco valore, ma tanto ne vorrei pur trarre qualche cosa e prego anzi Lei di venirmi in aiuto.

Ci ho, per esempio, dei meccanismi usati da romanzo. Li darei per una miseria; supponga per il volume _Chérie_ di Goncourt; e con pochissimo si possono rimettere a nuovo come tanti sanno fare.

Lei mi dice che non usano più, che ora si fa tutto vivo e naturale; tanto è vero che poi i libri muoiono naturalmente, da sè; una cosa prodigiosa. Ha ragione, non ci avevo pensato. Allora mi accontenterò se un confratello del mio stampo me li prende per qualchecosa meno di _Chérie_, per un giuoco di pazienza, per una scatola di frasi da comporre odi alcaiche, supponga. È ancora troppo? Piglierò gl'_Inni Sacri_ del Manzoni, che non valgono più niente, e facciamola finita.

Ho pure delle vecchie lenti da presbite, per osservare le cose e le anime. Veramente sono in forse di spezzarle per uno scrupolo di coscienza. Dopo averle adoperate un pezzo in buona fede, m'è venuto il dubbio amaro di non so quale occulta falsità nel cristallo. Che non sieno del tutto acromatiche mi pare impossibile; tuttavia, passi! Si può credere che abbiano preso il colore del mio spirito. Sarebbe un piccolo guaio. Una goccia d'alcool e io le garantirei perfettamente e per sempre oggettive a ogni valoroso artista che sappia guardare senza spirito. Ma il peggio si è ch'io vedo un mondo diverso da quello che vedono i miei confratelli d'arte; diverso dal vero, insomma.

Vedo un mondo ove appare del brutto, del sudicio, del vile più ancora che non ne rispecchino certi libri dei miei colleghi; e appare anche del buono, del bello che non esiste certo, perchè in que' libri non si trova mai. Pare impossibile, ma io non vedo dei grandi uomini che tutti vedono, e vedo poi invece delle donne grandi che nessuno conosce. Leggo le fantasie degli scogli alpini benchè siano così alte, e non posso leggere quelle di certi scrittori benchè siano così basse. Vedo in tutte le anime qualche riflesso bagliore di una luce ignota, di una idea sovrana; e non posso veder la luce dell'_idea sperimentale_ neppure nel cervello di Emilio Zola. Non vorrei che una goccia di maledetta poesia fosse stata mista al cristallo; perchè l'artefice fece queste lenti prima che il romanzo diventasse scienza, prima che un maestro, discorrendo di tale mirabile evoluzione, correggesse timidamente Voltaire così, presso a poco: _Nul genre n'est bon si ce n'est le genre ennuyeux._

Sa, signor Direttore, come finiranno queste lenti? Nè le vendo, nè le spezzo; le tengo, le faccio legare in oro perchè mi ricordino il generoso fuoco del mio cuore quando s'illudeva, folle ma felice, di penetrar con esse l'universo, per trarne, secondo una propria idea dell'arte, fantasmi d'anima eterna e vive ombre di esseri; perchè mi ricordino qualche spirito fedele e ardente che voleva pur seguirmi e guardar con esse, sdegnando chi ci sdegnava. E prima di morire gitterò in mare, come il vecchio re di Thule, cristallo ed oro, perchè nessuno più se ne inebbrii dopo di noi e si perda.

Lei mi chiede: e documenti umani? Ne tenevo parecchi, ma davano pessimo odore. I rispettabili personaggi delle mie collezioni ne erano stomaccati; qualcuno ne soffriva addirittura nella salute. Una bella signora altera della collezione d'ideali, un abate e due venerabili dame della collezione di macchiette parlavano di andarsene. Ho dovuto gittare dalla finestra quanto avevo di poco pulito, beneficando forse, senza saperlo, qualche spazzaturaio della letteratura; qualche povero collega, avido di lettori, di quattrini e di fama. Non dico mica di non possederne ancora, documenti umani. Ne ho di rari e curiosi che mi costarono un occhio quando li raccolsi, con infinita compiacenza, nel taccuino. Pure li cedo tutti per un solo biglietto circolare di ferrovia, de' più modesti. Quando osservo la vita, e la penso e la porto nel mio petto, essa vive ancora, dentro a me, del mio stesso calore, del mio sangue; quando la noto nel taccuino, vi muore miseramente, vi si dissecca, io vi cerco invano una ispirazione, la mia fantasia la sdegna, il mio cuore non la sente più. I miei migliori documenti umani non sono miei; mi vivono bensì intorno o almeno passano davanti a me.

Poveri ideali miei, e voi pure andrete dispersi. Questo me ne consola, che tutti, anche la bella signora schifiltosa, conoscono il fango della via e degli uomini, perchè è appunto là ch'io gl'incontrai veramente. E questo ancora me ne consola, che nessun nemico inferiore, nessun poeta dell'arte nuova dirà loro villania che li tocchi, tanto al di sopra della folla passa il loro sguardo inteso al di là della vita. Io apro ai nobili signori, inchinandomi, la porta, onde tornino nel mondo, le donne pure ad amare e soffrire, gli uomini forti a soffrire e operare. Se parleranno di me che li ospitai, certo diranno che la mia casa non era degna di essi, ma che la mia devozione lo era.

Quanto alle macchiette, ai personaggi di seconda riga, è un altro discorso. Qui faremo affari, signor Direttore. È tutta roba da vendere e da vender bene. Ne tengo di ogni qualità, vecchie e giovani, brutte e leggiadre, stupide e argute. Tengo qualche gentile signora, qualche bel cavaliere che Lei, a prima giunta, piglierebbe per ideali. Li smonti un poco e vi guardi dentro; vedrà che non c'è l'ombra d'un'idea, sono macchiette. Tengo dei personaggi solenni, dei dignitari, delle celebrità, degli aristocratici che mi guardano dall'alto in basso e non sospettano di essere graziose macchiette della mia collezione, classificate per ordine di ridicolo, ciascuna con l'etichetta della propria particolare vanità, ciascuna atteggiata giusta la propria linea comica, interna o esterna.

Poi ci ho le macchiette serie, le macchiette amabili, atte a sostituire, occorrendo, gl'ideali, a rappresentare le prime parti.

Mi pesa di staccarmene, perchè la loro conversazione quieta e modesta mi riposa lo spirito e parecchie sono veramente amiche mie, persone care.

Queste le potrei cedere solo a qualche delicato artista, capace di rispettarle, di metterle in scena con lo stesso ambiente degno, buono in cui vivono la vita reale; capace di rappresentare con maggiore sentimento, finezza ed effetto ch'io non saprei, quel vero nè sublime, nè basso, nè patetico, nè ridicolo, che si trova tutti i giorni in tutti i luoghi.

Avrei dei paesaggi quasi finiti. Ahimè, non c'è abbondanza d'altro in Italia. Il sentimento della natura, da dieci anni in qua, ce l'hanno tutti; ed hanno una ricchezza di tavolozza ch'io non possederò mai. Non ho cobalto, si figuri; come farò a descrivere un cielo che adesso paia tollerabile?

Come saprò io mettere in un volume i colori che altri oggi sa mettere in un sonetto?

Lessi di recente dei prodigi d'analisi ottica, degli spettri solari in versi. Cosa vuole che faccia io senza neanche cobalto? Chiudere, chiudere e vendere i miei paesaggi a peso di carta.

Io sono solito tenere un fiore sul mio tavolino.

Se mai vi fosse nel mondo qualche semplice creatura di molto cuore e di poco spirito che avesse letto le cose mie con una tal quale benevolenza per esse e per me, le offrirei la bianca ultima rosa che muore sulle carte abbandonate. Ci siamo amati, la povera regina ed io. Ella era una mistica poesia, uno slancio idealista della terra amorosa, e mi diede la sua idea di bellezza, il suo arcano spirito di fragranza. Io le diedi un rispettoso culto, una dimora semplice dove nè voce nè pensiero mai poterono offendere la sua fiera purezza.

Avrei ancora, signor Direttore, un po' di vecchia fede, che m'ha servito, lo dico apertamente, a scrivere. Ma, se la vendo, come vivrò?

FINE.

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