Fedele ed altri racconti

Part 6

Chapter 63,686 wordsPublic domain

Appuntò l'indice al fuoco e proseguì:

— Guardi là. Se vorrà la cenere...

Marcòn mise un grido soffocato alzando le braccia come gli mancasse il respiro, andò al caminetto, e giratosi subito a Vasco, fece due passi verso di lui con la mazza in aria. Si arrestò, mise, scrollando le braccia minacciose, un muggito sordo, trottò a dar di fianco nell'uscio come una catapulta, e, spaccata di colpo la serratura, passò fra la signora Carlotta e la Tonina, traboccò giù per le scale.

Le due donne saltarono nello studio.

— Cosa è stato? — chiese la signora Vasco.

— È stato — rispose suo marito, ancora tremante di emozione — che voleva rubarmi e l'ho fatto scappare.

— Rubarti che, straccione?

— Oh, niente — disse il povero signor Zanetto senza guardar sua moglie e scotendosi tutto in un singulto di riso forzato. — Un libro.

— Un libro? Hai un libro di valore, tu?

— Peuh, peuh — fece Vasco, ricominciando a soffiare — poca cosa. Qualche centinaio di lire... forse cento... anzi cento al più... fra le cinquanta e le cento insomma.

— Ah brutto tabaccone, — esclamò la signora. — Hai un libro così e non dici niente, e fai patire tua moglie e tuo figlio! A me questo libro!

L'avvocato allibì, non rispose.

— Gliel'avresti dato? — disse sua moglie con una faccia, con una voce da far paura.

— No, no, no — rispose Vasco di fretta. — Non gli ho dato niente. Però, se non lo do a lui, bisognerà che lo dia a un altro, perchè la roba mia è tutta dei creditori.

La signora Carlotta non avrebbe creduto che buaggine umana potesse toccare a tal segno, e guardava suo marito con uno sguardo ineffabile, in silenzio. Quindi scoppiò in insulti, in invettive, fulminando tutto intorno a lei, il pancione stupido, la casa coniugale, la Tonina che difendeva il padrone. Le intimò di uscire; e poichè colei si ribellava, le afferrò un braccio, la trasse alla porta. Se n'andarono così tutt'e due, tempestando, via per l'anticamera.

Vasco, intontito da' primi colpi, non udì altro. Dopo un certo tempo s'accorse che lo avevano lasciato solo, riconobbe sullo scrittoio il suo manoscritto dell'_ultimo desiderio_, e pianse lagrime lente, le più roventi, le più amare della sua vita; lagrime, quasi, di una profonda intatta vena, cui finalmente il dolore arrivasse.

* * *

Intanto il giorno cadeva, lo studio si faceva scuro. Venne l'ora del pranzo, ma nessuno chiamò l'avvocato, nè lui ci pensò. Preso dal freddo, si trascinò stentatamente a chiudere la finestra, e sedette poi davanti al caminetto, dove poche brage ardevano ancora mettendogli un lieve tepore alle gambe, un chiaror fioco sullo sparato della camicia e sulla fronte. Il capo gli si faceva grave e torbido, ma una calma nuova gli entrava nel petto. Si sentiva meglio, si veniva quietando nella confusa idea d'un bene vicino. Vedeva con soddisfazione inesplicabile, lì nel caminetto, il suo caro Ariosto fatto cenere e brage, vedeva e di tempo in tempo mormorava le parole misteriose: _eden anto_. Si stupì di trovare allora per la prima volta come si convenissero anche a lui, alla sua propria vita, che, nella mente scossa, gli comparve florida e lieta, piena solo di ardente amore per i suoi, per la verità e la giustizia. Quest'allucinazione della memoria gli generò poi un dubbio bizzarro, materia di stupore ancora e di meditazione profonda: come mai avesse potuto proporsi, anche un solo istante, di morir volontariamente. Pensò, pensò, non intese, sorrise di sè stesso. E qui il suo spirito intenerito passò a considerar la bontà e la grandezza di Dio, giunse a poco a poco al barlume di quest'altra idea che la Provvidenza faceva a lui, come al suo Ariosto, la grazia di sciogliersi in calore e luce, tranquillamente.

Qualcuno bussò all'uscio, e non udendo rispondersi, lo aperse pian piano con un timido «è permesso?»

— È permesso, avvocato — ripetè, entrando, quel prete che da tanto tempo era in traccia di lui. Pensò che Vasco, di cui vedeva la mole oscura, si fosse appisolato.

— Sono don Clemente — disse a voce alta.

Allora finalmente l'avvocato mormorò «servitor suo», si agitò un poco, tentando, per un'ossequiosa abitudine, alzarsi.

— Comodo comodo comodo — s'affrettò a dire don Clemente. Gli sedette accanto, mise fuori qualche frase sul freddo, sull'umido, sui piaceri del caminetto e dell'oscurità. Vasco non rispondeva mai.

— Mi son permesso d'incomodarla — disse poi il prete — perchè avrei da comunicarle qualche cosa su quel famoso frontispizio. Si ricorda che quando ebbi l'onore di fare la sua conoscenza, abbiamo parlato di un'edizione antica dell'Ariosto?

— _Eden anto_ — susurrò Vasco. — Sissignore.

— Appunto, _eden anto_. Ossia, Lei leggeva _eden anto_, e anche l'abbate Bottoni di Ferrara ha letto così; ma è un equivoco.

— Nossignore — susurrò Vasco.

— Scusi, non c'è dubbio. Non ci può esser dubbio. Se si ricorda, mi pareva licenziosetto quel greco, licenziosetto. Adesso mi hanno scritto da Roma. È una cosa conosciutissima. I caratteri sono sbiaditi, vede; possono trarre in inganno. Bisogna leggere F. DE NANTO abbreviazione di _Franciscus de Nanto de Sabaudia_ ch'è il nome dell'intagliatore perchè Tiziano ha solamente disegnato. Questo stesso frontispizio lo ha l'edizione romana delle lettere del cardinal Bessarione contro i Turchi.

Vasco tacque.

— Accendendo il lume... — soggiunse il prete, esitante — se Lei ha una lente... si potrebbe vedere...

— Nossignore — balbettò l'avvocato.

L'altro non osò insistere, suppose che il vecchio avesse un sonno invincibile. Si trattenne ancora un poco, in silenzio; quindi dal respiro affannoso dell'avvocato argomentò che dormisse, e uscì a tentoni, in punta di piedi.

Il povero Vasco si disponeva infatti a dormire un sonno invincibile. Pochi minuti più tardi, il rapido fuoco senza fiamma, che correva talora per le reliquie nere del volume, rivelò scomposta la sua mite accorata faccia di bambino. Sulla soglia del Vero, l'ultima illusione gli dava l'ultimo calore, l'ultima luce.

Morì nella notte.

QUARTO INTERMEZZO

MARTINI

GAVOTTA

(_Imitazione all'8ª_)

(Un vecchio e una fanciulla ballano la gavotta all'aperto, conversando. A misura che la fanciulla dice, il vecchio segue).

EGLI ELLA

Leggero e grazïoso Ballate com'io ballo. Leggero e grazïoso Movo col suono e poso Guardami come ballo. Piede non metto in fallo Dietro a te movo e poso. Sol se tu falli io fallo. Sorrido e vo pensando Nel core mio, ballando, Sorrido e vo pensando Un folle giovinetto Nel core mio, ballando, Che adesso avria dispetto La Lena giovinetta Mentr'io col mio vecchietto Che a casa ora m'aspetta Ho placido diletto. Bisbetica vecchietta. Lesto, messere, a voi! Qual tratto avria vendetta, Porgetemi il mazzetto. Tempo già fu, di noi. Eccovi i fiori in fretta. Dolce così ballare Come si balla noi, Bello così ballare Ridendo, pianamente; Come si balla noi, Il cor non s'infiammare, Pian piano, dolcemente, Non perdere la mente. E non sudar, soffiare, Pigliarsi un accidente. Dolce ballar così Sul fresco prato a sera Dolce ballar così Or che odorosa è qui Sul fresco prato a sera Tepida primavera. Con te che ridi qui. Vezzosa primavera. O l'una o l'altra gota Baciatemi, messere, Tra l'una e l'altra gota, Come gavotta vuole. Un bacio, a mio vedere, Meglio posar si suole. M'è vostra usanza ignota; Amabil cavaliere Ah, tale usanza ignota Baciar così non suole. A le tue labbra fiere Non insegnar mi duole. Ballate com'io ballo Che piè non metto in fallo.

Io come posso ballo Lasciate il sospirare, E sospirando fallo. Follia ch'è stata è stata; Mi muove a sospirare Potrò dimenticare La bocca tua rosata, Che fui così baciata. Vorrei dimenticare Ch'è a sera la giornata. Posiam, forse v'offende Omai l'umida notte, Il tuo parlar m'offende La tosse vi riprende, E non l'umida notte, Vi mordono le gotte. Amara mi riprende Messere, ite a la Lena. Tristezza e non le gotte. Miglior di te era Lena. Ed io sui prati errando A la nascente luna, I prati attraversando Cantando andrò, lodando A la nascente luna Mia vita e mia fortuna Meco verrò ammirando Sì placida e serena; Sì come ancor fortuna Con riso andrò pensando A naufragar ci mena Quale follia vi mena In savia etate, quando Tutti ad un laccio stretti, Ne tenta una sirena. Vecchietti e giovinetti. Addio, torno a la Lena, Messere, ite a la Lena, Vado a trar lei di pena, Ite a trar lei di pena, Bella, addio, buona notte, Ite ite, buona notte, buona notte. buona notte.

Buona notte. Buona notte.

UNA GOCCIA DI RHUM

Gli occhi suoi mi dissero di tacere; un domestico entrava con il vassoio del thè.

— Per me sola — diss'ella a mezza voce — come Leopardi. — Amava, benchè straniera, Leopardi, che io le leggevo qualche volta; e non soffriva, allora, che chicchessia ne udisse un sol verso. Quella sera non leggevo, avevo una febbre di passione troppo forte; dicevo all'amica mia le visioni avute di lei e del nostro amore immortale prima di conoscerla, prima ch'ella venisse in Italia. Non so qual genio m'ispirasse le parole ardenti che salivano dal mio cuore come onde in furia, mi si rompevano sulle labbra. I domestici non avevano, forse, molto ad apprendere sul nostro legame; ma Elena si crucciava veramente che altri m'udisse, anche solo un momento e per caso, nelle rare effusioni dell'anima mia.

— Accendete — diss'ella al cameriere. Mi spiacque che non lo congedasse subito, e, quando restammo soli, tacqui guardando sul vassoio la pura fiamma azzurrina come uno spirito dell'argento. Elena pure taceva; ma, dopo un lungo silenzio, vidi due lagrime rigarle il viso, benchè gli occhi gravi non esprimessero, quasi, dolore.

— Elena! — esclamai.

Ella fermò il mio slancio con un sorriso ed un gesto. Mi accennò di spegnere e disse:

— Devo parlarvi.

Non mi sorprese che adoperasse il _voi_ invece del _tu_; qualche volta diceva anche _lei_, ed ero avvezzo a queste bizzarrie; ma mi fece paura l'accento. Non parlò subito; vôlta alle grandi invetriate che chiudon la loggia da ponente, guardava giù nella scura notte piovosa i lumi di Firenze, stringendo una fronda del colossale rhododendron, tutto fiori sanguigni sopra il suo capo.

Il thè era pronto. Lo versai nella tazza d'Elena e ricacciandomi l'angoscia in gola, le feci con la solita voce la solita domanda:

— Latte o rhum?

Mi si permetta di non dire perchè Elena non voleva che io le domandassi mai espressamente di rimanere con lei un'ora o due dopo la mezzanotte, quando si spegnevano, di solito, i fanali del cancello, la lampada del vestibolo. Era convenuto fra noi che se Elena prendeva rhum nel suo thè, invece di latte, questo favore mi veniva concesso. Dunque le domandai:

— Latte o rhum?

Elena si voltò. Non le si vedevano più in viso le due righe lucenti.

— Senti — diss'ella come se non avesse intesa la mia domanda — mi hai detto una volta che vi sono troppi enigmi nel mio carattere, ch'esso è troppo inverosimile per farne una creazione artistica. Non me l'hai detto?

Era vero e lo confessai.

— Non dev'essere così — riprese Elena con impeto. — Tu ami troppo le donne della tua fantasia! Io sono più bella, più viva e più vera! Chi è questa gente che mi troverà inverosimile? Che t'importa di loro, a te? Credi forse che avrai mai fama? Non ti amerei tanto! Io non degno neppur ricordarmi di tutta questa povera gente al di sotto di noi. Voglio che tu faccia di me un poema quando cominceresti a dimenticarmi.

La interruppi protestando, le afferrai una mano.

— Voglio — proseguì abbandonandomi la sua gelida mano — rinascere nella tua mente, essere amata da te come _le altre_ e più ancora. Me lo prometti?

— Elena — esclamai — mia, per sempre mia Elena, perchè mi parli così, come mai pensi?...

Ella impallidì, gli occhi suoi lampeggiarono d'impazienza.

— Me lo prometti? — ripetè affannosa — me lo prometti?

— Sì, sì — le risposi, e volevo soggiungere altro; ma ella si portò con tant'impeto la mia mano alle labbra che una commozione senza nome mi spense la voce.

— Guardami bene gli occhi — diss'ella, alzando il viso: — devi essere un pittore fedele.

— Mai mai — le risposi — non potrò descrivere i tuoi occhi magnetici!

Ella lo sapeva, glie lo avevo detto altre volte che non c'era espressione umana per descrivere il carattere singolare del suo sguardo. Sorrise tristemente e soggiunse ponendosi la mano sul cuore:

— Ma il più difficile è qui.

— Elena — le dissi con tenerezza — è per questo che piangevi, è per questo che mi hai fatto paura?

Fu allora ch'ella mi disse le parole amare di cui, dopo tanti anni, la memoria mi assale ancora di notte e nella solitudine. Le avevano scritto dalla Lituania; parenti poco degni di lei, forse poco leali, facevano appello, dopo una lunga storia, alla nobiltà del suo cuore, perchè ritornasse colà nella fredda patria; ed ella, sapendo che il clima e l'amore l'avrebbero uccisa, partiva l'indomani, con la sua fatale sete di sacrificio, per Vilno, dove _nessuno_ la poteva seguire.

Vorrei dimenticare le folli cose che dissi e feci, malgrado la mia solita calma scettica, in quell'ora terribile; ma avrei spezzato il marmo del tavolo che tempestavo col pugno fremente, prima di piegar Elena con le preghiere o lo sdegno. L'accusai per ultimo di egoismo; le dissi che pensava solo a sè, sempre a sè; che metteva la virtù come un abito di Parigi e il sacrificio come un gioiello, per ammirarsi sopra ogni creatura. E subito le caddi a' piedi, le chiesi perdono.

— No — diss'ella, alzandosi — è forse meglio lasciarci così; si soffre meno.

Invano la supplicavo, la scongiuravo, sempre ginocchioni, trattenendole una mano.

— Si soffre meno — ripeteva — si soffre meno.

La sua voce lottava col pianto, ma vi si sentiva il dispetto di questa debolezza dei nervi; la mano che trattenevo mi fu tolta.

Sorsi in piedi. In quel momento suonò mezzanotte.

Elena, ritta, non mi parlava, non mi guardava, pareva aspettar ch'io partissi.

Tolsi dal volume di Leopardi, ch'era sul tavolino, un ramoscello d'_olea fragrans_ postovi da lei per segno la sera innanzi, e dissi piano:

— Permette?

Allora ella mi guardò con quel suo sguardo divino di una volta, ma non fe' cenno nè disse parola. Posai il ramoscello; mi sentivo morire.

Mi fermai prima d'uscire, sulla soglia e mi voltai per un tacito saluto. Elena susurrò senza muoversi:

— Lei mi farà migliore e mi amerà più nel suo libro che viva.

Il domestico entrò ad avvertire che c'era la mia carrozza, ma che pioveva molto.

— La prego — mi disse Elena sorridendo, come per nascondere a colui la nostra emozione — un'altra goccia di rhum.

Mi accostai al tavolo barcollando come un ebbro, mentre il domestico usciva. La boccia di cristallo era vôta. Nei miei trasporti di prima le avevo fatto un'incrinatura sul fondo, e il rhum era colato silenziosamente sul pavimento.

— Ve n'è ancora per due — disse Elena.

Ell'aperse una piccola custodia nel suo braccialetto d'oro, vi raccolse, sorridendo fra le lagrime, l'ultima goccia di liquore che oscillava sull'orlo del cristallo, la povera ultima goccia del nostro tempo felice. Si recò il braccialetto alla bocca; ma, prima che lo porgesse alla mia, io colsi sul suo labbro l'umore ardente.

Ne serbo ancora nel petto un fuoco che solo la morte può estinguere: e sempre sempre, quando lavoro al libro in cui Elena rivive, tutto quello che mi esce veramente dal cuore ha la straniera fragranza, il fuoco fantastico di quella goccia di rhum.

QUINTO INTERMEZZO

CHOPIN

_Opera, 17 — N. 4_

(Parla una donna al marito, che giace sul letto, morto)

Placido posa il mio amore, nè un lieve respir si sente; Lo vo' svegliare pian piano, gli vo' cantar dolcemente.

Non dormir, folle amor mio; non sai? la diletta è qui. Ancor? No, no! Mi fai male! Ah scherzi, forse, così. Deh scherza, sì, con un riso balza su, stringimi al cor. Non lo fai? Ma perchè mai? Or mi sdegno, mio signor. Avevo, signore, un dono qui sulla bocca per Lei; Or no, non più, ho male al core, tu l'amor mio più non sei. No, così parlai per giuoco, scherzo io pur, non t'adontar, Perdono! Son gaia, vedi! Vo' rider, caro, e danzar. Che folle gioia danzare ne le tue braccia possenti, Come portata dal mare, come aggirata dai venti, Col viso stretto al tuo petto, bevendo il tuo ebbro diletto, Bevendo te pien di me che un tal paradiso aspetto! E dormi ancor! Palpitando le man ti bacio; che gel! Che gel! Non so, non intendo che abbia la mano fedel. Tremo, mi slancio alla bocca; è gel! T'abbraccio sul cor; Tace! Che angoscia! M'ascolta; ti parlo a ginocchi, amor.

Odi ben, ti parlo grave, se lasciarmi pensi è male, Tu lo sai cos'hai giurato, non puoi farti disleale. Dimmi in che t'offesi mai, qui lo dici a Dio presente, Egli giudichi se amai! Terra e cielo mi eran niente. A me stessa cara io fui sol perchè mi avesti cara, Patria, casa e madre mia senza te mi parve amara. Nulla posso ancora offrirti, tutto, misera, donai, E tu freddo, senza un bacio, da me tacito ten vai. A te grido, al mondo, a Dio, chiamo, chiamo, mi dispero; Ahi per me nessuno è pio, tutto è sordo, è muto, è nero.

Oh signor, tu sei sovrano, la mia bocca or delirava, A tua posta vieni e parti; che t'importa s'io t'amava? Ma pur se una volta ancora, se un'ora sola, un istante... (Eri sì dolce e clemente, eri sì tenero e amante!) ... Se, sorridendo di questa tua semplicetta che resta, Tanto, lo vedi, soletta, tanto, concedilo, mesta, Pria di partir tu volessi un solo istante serrarmi Ma tutta, così, ma forte, Dio! sul tuo seno e baciarmi... Pietà, pietà, mi dispero!

Amore mio, dormi ancor, Son stanca, sento mancar pensiero, voce, dolor, Ho sonno, sorrido a le ombre d'un sogno, manco, ma in pace. Con te?... Su questo tuo letto...? O mio sovrano, ti piace? Quanto è potente il mio sposo, quanto serena mi rende, Com'è profondo il riposo che dal suo letto mi ascende! Lo sguardo mio più non vede, l'orecchio mio più non sente, Ne l'ombra lenta del sonno si oscura e perde la mente.

PEREAT ROCHUS

I.

— Bel caso, don Rocco — disse per la quarta volta il professore Marin, raccogliendo le carte e sorridendo beatamente, mentre il suo vicino di destra inveiva furioso contro il povero don Rocco. Il professore durò a perseguitare costui con un risolino a bocca chiusa, con lo sguardo scintillante di benevola ilarità; poi si volse alla padrona di casa che dormigliava in un angolo del canapè.

— Un bel caso, contessa Carlotta!

— Ho capito — rispose la signora — e mi parrebbe anche ora di finirla; non è vero, don Rocco?

— No, don Rocco — riprese il professore, serio. — Se ci pensate bene, è un caso da congrega.

— Altro che da congrega! — disse il vicino di destra.

Don Rocco, rosso come un papavero, ficcate due dita nella tabacchiera, taceva a capo chino con un certo suo cipiglio compunto, opponendo alla tempesta il cranio lucido, guardando sottecchi, fra un batter di ciglia e l'altro, le carte sciagurate. Quando udì ripetere dal suo temuto compagno la parola _congrega_, gli parve che le cose volgessero al faceto, fece un sorrisetto e strinse il tabacco fra le dita.

— Eh, voi ridete! — ripigliò l'implacabile professore. — Non so se avendo giuocato a _terziglio_, e fatto prendere un cappotto simile al vostro compagno, possiate celebrare in pace, domattina.

— Eh, posso posso — borbottò don Rocco, aggrottando ancora le ciglia e levando un poco la sua buona faccia contadinesca. — Fallano tutti, fallano. Falla anche lui; e anche Lei, forse, qualche volta.

La sua voce pareva il grugnito di una bestia pacifica, tribolata oltre ogni mansuetudine. Al professore scoppiavano le risa dagli occhi.

— Avete ragione — diss'egli.

Il giuoco era finito, i giuocatori si alzarono.

— Sì — disse il professore con serietà canzonatoria — il caso di Sigismondo è più complicato.

Don Rocco strinse in un sorriso gli occhietti lucenti, chinando il capo con un misto incomprensibile di modestia, di compiacenza, di turbamento, e brontolò:

— Anche quello va a tirar fuori!

— Vedete — soggiunse il professore — che sono informato. Si tratta, contessa, di un caso che don Rocco deve sciogliere alla prossima congrega.

— Qui non c'è congreghe — disse la contessa. — Lasci stare.

Ma non era così facile cavare una vittima dalle unghie del professore.

— Non ne parliamo più — diss'egli tranquillamente. — Sentite però, don Rocco; io non la penso come voi su quel punto. Per me, _pereat mundus_.

Don Rocco fece un cipiglio feroce.

— Io non ho parlato con nessuno — diss'egli.

— Don Rocco, avete chiacchierato, e lo so — riprese il professore. — Abbia pazienza, contessa, giudichi Lei.

La contessa Carlotta non voleva saperne, ma il professore tirò via imperturbato a esporre il caso di Sigismondo, come la Curia vescovile lo aveva proposto.

Un tale Sigismondo, colto da improvviso malore, chiede di confessarsi. Appena è solo col prete si affretta a dirgli che altri sta per compiere un omicidio di cui egli fu istigatore. Proferite queste parole perde la voce e i sensi. Il sacerdote dubita se Sigismondo abbia parlato in confessione o no, e non può impedire il delitto, non può salvare questa vita umana in pericolo, se non usando della confidenza ricevuta. Deve egli farlo, o lasciar uccidere un uomo?

— Don Rocco — conchiuse il professore — vorrebbe che il prete facesse da carabiniere.

Il povero don Rocco, martoriato nella coscienza dallo scrupolo di trattare questo argomento in una conversazione profana e dall'ossequio al suo canzonatore, ecclesiastico di età matura e professore nel Seminario vescovile di P., si contorceva, masticava delle scuse.

— No... ecco... dico... mi pareva...

— Mi meraviglio che si scusi, don Rocco — disse la signora. — Mi meraviglio che pigli sul serio gli scherzi del professore.

Questi protestò e strinse con sottili domande i panni addosso a don Rocco, si mise a spremerne adagio adagio quella miscela d'istinto retto e d'argomenti storti che aveva in capo, ripulendolo con garbo d'ogni cattiva ragione e d'ogni buon senso, per lasciargli uno stupore pieno di contrita umiltà. Ma il giuoco durò poco, perchè la signora congedò la compagnia col pretesto ch'eran suonate le undici. Trattenne però don Rocco.

Era la contessa Carlotta che lo aveva scelto, pochi anni prima, a rettore della chiesa di S. Luca, proprietà della signora stessa. Ella pigliava con lui un'aria vescovile che il giovane prete, semplice di spirito quanto umile di cuore, comportava in santa pace.

— Farebbe meglio, caro don Rocco — diss'ella quando rimasero soli — a occuparsi meno dei casi di Sigismondo e più dei Suoi.

— Perchè? — chiese don Rocco, interdetto. — Non so niente.

— S'intende; lo sa il Comune, ma Lei non sa niente.

Gli occhi della signora soggiunsero chiaramente: povero mammalucco! Don Rocco tacque.

— Quando torna la Lucia? — chiese lei.

Questa Lucia era la serva di don Rocco ch'egli aveva lasciato andare a casa per quattro o cinque giorni.