Fedele ed altri racconti

Part 3

Chapter 33,901 wordsPublic domain

Si picchiò all'uscio; era la signora Giovanna con una lettera urgentissima. Bianca prese la lettera senza guardarla, pregò sua madre di scendere a pranzo, di lasciarla sola. Non voleva trovarsi con papà prima d'essere un po' più calma; temeva che certi discorsi la irritassero troppo, le facessero dire quello che non avrebbe voluto. La signora Giovanna se n'andò sospirando mentre sua figlia, chiuso l'uscio, si sorprendeva dell'oscurità sopravvenuta nella camera, del torbido mare che saliva davanti alle finestre. Vide per un momento ancora i fantasmi dei vasi ritti sul muricciolo della spianata, qualche altro spettro di piante vicine; poi niente, neppure un'ombra nel bianco immenso, eguale, impenetrabile. E stette a guardarvi su, attonita, sentendo la voluttuosa dolcezza di trovarsi lì nella sua piccola camera tepida, a pensare, in grembo a quell'oceano silenzioso; sentendo una rispondenza arcana, indefinibile delle cose esterne con i pensieri che le empivano il cuore. Si ricordò a un tratto della lettera che aveva in mano, l'accostò a' vetri per decifrarne il carattere.

«Oh Dio!» diss'ella.

L'aperse in furia con le mani convulse. Vi trovò uno scritto e una fotografia. Ravvisò tosto la barba bianca, l'abito nero, il fiore all'occhiello; lui insomma, Ermes Torranza.

Sentiva di dover leggere subito, non ci vedeva, non sapeva che si facesse, andava per la camera con la lettera in mano cercando a tastoni una candela che non v'era. Abbrancò un cerino sul suo tavolino da notte e l'accese. La fiammella mise un picciol lume sul legno lucido e sul crocefisso di bronzo, un gran buio nella camera. Bianca s'inginocchiò, macchinalmente, e lesse, sempre ginocchioni, lo scritto che segue:

Padova, 26 ottobre 1879.

«Cara, non si turbi, non si sgomenti; legga questa lettera come io la scrivo, con la tranquillità più serena. Non è niente; il vecchio codino Torranza, che cosa strana! se ne va. Mi dia la buona notte, cara Bianca; dispongo perchè questa lettera Le sia inviata appena spento il lume.

«Avvertito da una voce interna, ho fatto stamane, spontaneamente, quello che fece, prima di morire, il codino mio padre; adesso mi sento nel cuore qualcosa che si allenta, e insieme un silenzio pieno di riverente aspettazione. Avrò forse ancora quattro, sei, otto giorni; mi basta un'ora, per Lei.

«Bianca, nei nostri passati colloqui Ella mi parve temere, qualche volta, di un'ombra; il suo gentile affetto per me n'era turbato, non sapeva come esprimere un risentimento. Non è vero? Pure vi è solo nel mio cuore una tenerezza che in questo stesso momento solenne non offende i pensieri più alti; tutta la colpa è del vecchio sangue fantastico che lascia sempre un po' di colore sui sentimenti e sulle parole. Mi perdoni e sorridiamone insieme, oramai.

«Ho a farle un'altra preghiera e voglio porvi su il suggello della morte. Mi è amaro non averle dato in addietro più prudenti consigli circa i Suoi dissensi domestici e discender nella tomba con questo pensiero. Bianca, per il bene Suo, per il bene di persone che Le son care e un poco anche per la mia pace nel mondo a cui vado, mi ascolti; non resti a Monte San Donà. Ella, in fondo al cuore, ama certo ancora Suo marito. Questo povero giovane fa pietà. L'altro giorno mi ha parlato di Lei per un'ora, con le lagrime agli occhi. Mi disse di averle scritto più volte, mi riferì le Sue risposte che gli tolgono ogni speranza se i vecchi non acconsentono a una separazione, o, almeno, se non promettono mutare contegno con Lei; e coloro non piegano nè all'una nè altra cosa. Bianca, pensi che qualche diritto ceduto in silenzio, qualche torto patito senza sdegno, non per timore, ma per pietà delle persone ingiuste che ci pensano offendere, leva l'anima nostra al di sopra del loro contatto irritante. Torni con suo marito. Non vi è tanto amore nel mondo da gettar via questo ch'è pur fedele, pur tenero, e non toglie la pace.

«E ora, se si ricorda le nostre conversazioni sul mondo invisibile e sui fenomeni che il secolo nega perchè lo umiliano, non troverà strano ch'io desideri manifestarmi a Lei, dopo la mia morte, in qualche modo sensibile. La sera del giorno stesso in cui riceverà questa lettera, si trovi sola, fra le dieci e le dieci e mezza, nella Sua saletta del piano. Apra la porta che dà sul giardino; le ombre della notte devono poter entrare. Suoni quindi la breve introduzione della romanza che Le ho inviata venti giorni sono. Dopo di questo, se Dio permette ch'io sia presente e possa darne segno, anche lieve, lo darò. Ella non conosce paura e vorrà consentire all'ultima fantasia sentimentale di un vecchio poeta che muore.

«È tempo di dirvi addio, Bianca. Ho qui davanti a me la testina leonardesca che Vi somiglia. Gli occhi dell'incognita sono men grandi, i capelli più chiari; ma l'espressione originale del viso è la stessa. Questo dolce sole d'ottobre che passa tra i miei libri chiusi, brilla sul quadretto. Vi vedo viva, depongo la penna, Vi guardo, Vi guardo, un'ultima irragionevole lagrima mi cade e si perde per sempre, come lo merita. Addio, addio!

«Ponete questo ritratto nel vostro salotto di Padova.

«ERMES TORRANZA».

— Sì, sì, sì — singhiozzò Bianca appassionatamente. — Tutto! — Si chiuse il viso tra le mani, promise a Torranza, con uno slancio del cuore, che avrebbe appagato tutti i suoi ultimi desiderî e pregò, senza parole, per esso.

Cadendo quell'impeto di fervore, il suo pensiero si assopiva, si perdeva, senz'avvedersene, in un altro campo. Ella non pregava più; aperte le mani, guardava la fiammella del cerino, si sentiva tornar nel cuore le conversazioni avute con Torranza sui misteri d'oltre la tomba. Non cercava nè combatteva queste memorie; le lasciava venire, inerte. Ad un tratto spense il cerino, pregò un altro poco e si rizzò. Era notte, il bianco oceano silenzioso empiva sempre le finestre; pareva essere in un'isola. Le venne in mente, malgrado sè stessa, un racconto meraviglioso fattole dal poeta, una camera buia nel vecchio castello reale di Stoccolma, in mezzo al mare; il re Carlo XI che siede taciturno al fuoco ascoltando il dottore Paumgarten parlar della regina morta, poi si alza, va alla finestra e dice al conte Brahe: Chi ha acceso i lumi nella sala degli Stati?

Qui non apparivano lumi; appoggiando il viso ai vetri si vedeva in alto, nella nebbia, un diffuso chiarore lunare. Bianca non potè a meno di pensare alla sala del piano, di vedervisi sola con le candele accese, ad aspettare uno spirito.

Alle sette e mezza uscì di camera senza lume, discese la scala rischiarata dai quattro finestroni che rompono tutto un fianco del palazzo, del primo piano alla cornice. Attraverso i due superiori si vedeva la luna mancare e tornare fra le nebbie fumanti; dei vani azzurrognoli si aprivano e si chiudevano nel cielo.

— Sei qua? — disse dal fondo della scala la signora Giovanna.

Subito dopo, la fessa vocina stizzosa di Beneto gridò più da lontano:

— Presto! Oramai, tanto, la poteva anche andare a letto, mi pare. Presto!

Bianca non gli badò. Quel padre amoroso voleva proprio farle costar poco il ritorno in casa Squarcina!

Egli era in salotto, picchiava e ripicchiava sulla tavola un mazzo di carte, impaziente che sua moglie venisse per la solita partita.

— Qua! — diss'egli, brusco. — Qua! Andiamo!

La rassegnata signora prese il suo posto all'angolo della tavola, presso una lucerna a petrolio. Bianca sedette sul canapè, nell'ombra. Povera mamma, pensava, che vita! Emilio era debole, non sapeva proteggerla; ma però, qual differenza da suo padre! Ella era sicura che suo marito, se non ci fossero i vecchi, la farebbe regina in casa propria. Era andato a piangere da Torranza, povero Emilio! Sentiva di volergli bene anche lei; e bisognava pur prenderlo come la natura lo aveva fatto.

— _A vu!_ — brontolava tutti i momenti il sior Beneto. — _A vu!_ Presto!

Egli non rivolse mai una parola a sua figlia, e dopo le otto e mezzo se n'andò, com'era solito, a letto. Allora la signora Giovanna, che prima non aveva mai osato fiatare, si pose attorno a Bianca perchè pigliasse qualche cosa, offerse quanto seppe con una premura timida e appassionata nel tempo stesso; ma Bianca non accettò nulla.

— Quella lettera? — disse sua madre. — Era di casa tua?

— No.

— Disgrazie?

— No, mamma.

— Perchè ho visto _urgentissima_ — rispose l'altra, esitante.

Bianca si rizzò e l'abbracciò.

— Mamma — diss'ella sottovoce — se andassi via presto? Se tornassi con Emilio?

— Oh Dio! — rispose la signora Giovanna commossa — cosa vuoi che ti dica? In coscienza non potrei mica dirti di no.

— Forse lo faccio, mamma.

Alla signora Giovanna vennero le lagrime agli occhi.

— Ma che ti maltrattino poi, no, sai! — diss'ella con voce soffocata, e soggiunse dopo un breve silenzio:

— Se fosse per il papà, sai bene com'è fatto. Non bisogna mica badare a certe apparenze.

— No, mamma, non è per il papà.

— Bene, cara, cosa vuoi che ti dica?

La povera donna prese la sua calza e si mise a sferruzzare frettolosamente. Dopo le asciutte risposte di Bianca non osava toccar della lettera urgentissima, quantunque comprendesse bene che il segreto di questo probabile ritorno in famiglia doveva trovarsi lì. Lavorava e taceva, sperando ottenere qualche spiegazione col silenzio ch'era come un dignitoso dolersi del riserbo di Bianca, un espresso aspettare che parlasse. Ma Bianca non aperse bocca, per cui, verso le dieci, la buona signora, mortificata e non avendo il coraggio di usare autorità, posò il suo lavoro, chiese alla figlia se volesse andare a letto.

Bianca rispose di non aver sonno. Sarebbe andata volentieri nella saletta del piano a fare un po' di musica. La mamma voleva tenerle compagnia, ma ella protestò tanto nervosamente che la signora Giovanna le chiese scusa e, accesale una candela, salì le scale con la sua cerea faccia curva sul lumicino a petrolio.

Bianca s'avviò invece per il corridoio che mette alle camere deserte nell'angolo nord-ovest della casa. Entrò in una sala non grande, ma molto alta, tutta istoriata di affreschi mitologici, vuota; e accese con mano ferma le candele del suo piano attraversato a un canto. La lenta luce si allargò, a destra, sopra un tavolino zeppo di musica; a sinistra, sopra una giardiniera; in alto, su per le membra enormi di non so quali Divinità. Non v'erano altri mobili in tutta la sala; i passi della giovine signora vi pigliavano un suono lungo, vibrante.

Ella guardò l'orologio: le dieci erano imminenti. Cercò un pezzo di musica e lo posò sul leggio del piano. Poi si trasse dal petto il ritratto di Torranza, guardò a lungo la calva testa scultoria del poeta. Oh, voleva bene accontentarne l'ultimo desiderio quand'anche fosse una follìa, voleva fedelmente comporgli la scena poetica, cui egli aveva forse pensato con qualche compiacimento prima di morire!

Si giustificava, così con sè stessa, dei suoi preparativi e della sua emozione, senza confessarsi che aspettava davvero, con uno scuro istinto del cuore, qualche cosa di straordinario. Posò il ritratto sul leggìo e stette un momento, involontariamente, in ascolto. Che cosa si muoveva dietro a lei? Niente, un foglio scivolava dalla catasta della musica. Bianca si piegò a leggere i versi riprodotti sulla copertina del pezzo che aveva davanti. Erano stati composti, lo sapeva, fra il contrasto della passione con il sentimento religioso, da un giovane amico di Torranza, morto pochi mesi dopo, presso la donna non sua che amava malgrado sè stesso, in silenzio; e dicevano così:

=Ultimo pensiero poetico=

Le finestre spalanca a la luna; T'inginocchia, mi sento morir. Da i terror de la cieca fortuna, Da la guerra de i folli desir,

Esco e salgo ne' placidi rai Lo splendente universo a veder, A bruciar ne l'amor che bramai, Che non volli qui impuro goder.

Ma se orribile un ciel senza Dio Tra le stelle funeree mi appar, Ricadrò su quel cor ch'era mio, Disperato m'udrai singhiozzar.

Bianca si coperse il viso con le mani, si rivide dentro alla fronte le sinistre parole:

Ma se orribile un ciel senza Dio Tra le stelle funeree mi appar.

Immaginava con un brivido quel che proverebbe se udisse piangere vicino a sè nel vuoto. Aperse la romanza per dar una passata all'introduzione, non troppo facile, che avea letto una volta sola. Ma le pagine non volevano stare aperte, si chiudevano tutti i momenti fastidiosamente. Le fermò col ritrattino di Torranza e suonò, sotto voce, le quindici o venti battute d'introduzione che ricordano molto, in principio, la _Dernière pensée musicale_ di Weber.

Dio, come parlava quella musica! Che amore, che dolore, che sfiduciato pianto! Entrava nel petto come un irresistibile fiume, lo gonfiava, vi metteva il tormento di sentirne la passione sovrumana senza poterla comprendere. Bianca si alzò con gli occhi bagnati di lagrime, andò ad aprir le imposte della porta che mette in giardino. «Le ombre della notte» aveva scritto Torranza «devono poter entrare nella camera».

La notte era chiara. Gli alberi del giardino si vedevano sfumati nella nebbia lattea. Non un susurro, non un soffio; la nebbia, muta e sorda, era immobile.

Bianca tornò con un leggero tremito al piano. Guardò ancora l'orologio; erano le dieci e un quarto. Allora si decise, si raccolse nella musica che aveva davanti, bandì ogni altro pensiero, ogni trepidazione, come se vi fosse dietro a lei un'attenta folla severa, e strappò dal piano, con la sua grazia nervosa, il primo accordo.

Ella suonava ansando, per lo sforzo di metter tutta l'anima nella musica, di non pensare a quel che forse verrebbe dopo. Le fu impossibile eseguire le ultime note smorzate dell'introduzione; il cuore le batteva troppo forte. Passarono dieci, venti, trenta secondi eterni.

Silenzio.

Bianca alzò un poco la testa. In quel momento due colpi sommessi, affrettati, suonarono vicino a lei, che balzò in piedi con un subito ritorno di energia calma, e stette in ascolto.

Altri due colpi affrettati, più forti dei primi; poi un tocco leggero sulla soglia della porta aperta alle ombre della notte. Bianca guardò. Era entrata un'ombra, una figura umana. La giovine signora gittò un grido:

— Emilio! — diss'ella.

Era suo marito.

Egli si fece avanti rosso rosso, a passo incerto e a braccia distese, con la stessa ingenua contraddizione negli occhi, d'imbarazzo e di ardore. Bianca pietrificata, non si moveva.

— Mi aspettavi bene! — diss'egli supplichevole, fermandosi.

Fu un lampo. Bianca vide confusamente che Torranza, chi sa come, avea combinato questo, e rispose: — sì — buttando le braccia al collo di suo marito con impeto così repentino che il povero giovane, tra la felicità e il non capir niente, perdette addirittura la testa e non sapeva che ripetere, fra un bacio e l'altro: scusa, scusa. Ma ella non lo udiva neppure e piangeva piangeva, sentendosi una tenera gratitudine per il suo povero amico, una gran consolazione di esser al posto che Dio, finalmente, le aveva dato nel mondo, presso un cuore forse debole, forse male atto a comprenderla, ma buono e fedele.

— Star qui con la porta aperta — susurrò il giovane carezzevolmente — a quest'aria umida, con il dolor di capo che hai! Non voglio mica, io.

Ella passò in un baleno dal pianto al riso, e rise, rise sul suo petto, rise deliziosamente sentendo tornar l'allegria pazza del suo viaggio di nozze. Povero caro Emilio, credere che un doloruccio di capo di due mesi prima le durasse ancora! Egli restò un momento perplesso e poi rise anche lui di tutto cuore.

— Senti — diss'ella a un tratto, facendosi seria: — adesso spiegami bene tutto.

Suo marito parve sorpreso. — Ma se lo sai! — rispose.

— Lo so, ma ho piacere di udirlo da te. Vien qua, conta.

Camminarono su e giù per la sala, cingendosi l'un l'altro la vita con un braccio, parlando piano.

Lui aveva fretta, voleva sbrigarsi in due parole, dir che Torranza gli aveva scritto di venire, e basta. Ma lei non la intendeva così! Aveva egli seco la lettera di Torranza? No. Quando gli era pervenuta? Questa mattina stessa, prima di mezzogiorno. E cosa diceva, proprio? Diceva presso a poco: la sera del giorno in cui riceverai questa lettera, trovati fra le dieci e le dieci e mezzo, a Monte San Donà. Se vedi lume nella sala del piano, se odi suonare e se la porta è aperta, entra, che Bianca ti aspetta, ed è disposta a tornare con te. — Che data aveva la lettera? Anche la data? Egli non voile più rispondere nè ascoltare; la sua gioia, la sua passione avevano bene il diritto, oramai, di passare avanti a tutto. E si strinse Bianca tra le braccia, le soffocò nel collo un tal impeto di tenerezza che ne perdette anche lei la parola. Ma, improvvisamente, un lieve suono blando lo scosse.

— Zitto! — diss'ella rialzando il viso. Puntò le mani al petto di suo marito e guardò là ond'era venuto il suono.

Al leggìo del piano la romanza _Ultimo pensiero poetico_ si era chiusa sul ritrattino che Bianca, poco prima, vi aveva posato a trattenere le pagine; Ermes Torranza non si vedeva più. Parve all'amica sua che quello fosse il promesso segno sensibile, l'addio del poeta, il quale, compiuta l'opera propria, si ritraesse chetamente, si dileguasse nell'ombra, o per le condizioni misteriose della sua esistenza superiore, o, fors'anche, per effetto di un malinconico sentimento che si poteva comprendere.

— Cosa è stato? — chiese Emilio. — Cos'hai che sospiri?

Bianca tornò a piegargli il viso sul petto.

— Niente — diss'ella.

SECONDO INTERMEZZO

VAN BEETHOVEN.

_Op. 27_

ADAGIO

Il sole è morto, è nero il cielo, Tutto tace, la terra è gelo, Sol ne le tenebre Ondula, palpita Ancor l'Oceano.

Un canto potente, dolente Nel profondo del mar si sente. Per le voragini Piangendo salgono Voci di spiriti.

Peccar, miseri, in ciel; li ha infissi Dio terribile ne gli abissi Per tutti i secoli Insino a l'ultimo Dì de la collera.

Son l'arcano dolor del mondo Che gemeva nei venti, e in fondo Talor de l'anime Sorgeva, incognita Ombra funerea.

Corre il mare un susurro, un lume Di lievi, fosforiche spume; A galla rompono Nel baglior livido I tristi spiriti.

Torna buio, muore pur l'onda, La prece nei ciel si profonda Solenne, flebile Di lor che ultimi Vanno al Giudizio.

IL FIASCO DEL MAESTRO CHIECO.

I.

Rilessi nel vecchio quaderno, dove l'avevo trascritta molti anni addietro, questa sentenza di Lessing: «Lass dir eine Kleinigkeit nicht näher gehen als sie werth ist». — Non lasciarti toccare da una inezia più ch'essa nol meriti. — Alzai gli occhi e vidi la mia vita, vuota e amara per l'oblio di quelle parole sapienti. Anche lei, però! Sì, lei era stata troppo orgogliosa, troppo fiera; ma se io le avessi detto sorridendo: — Badi, le Sue rose avevano questa spina, e mi ha punto qui e vi è rimasta — ella avrebbe levata la spina e forse anche baciata la ferita. Invece io m'ero fitta in cuore, con una strana e crudele compiacenza, quella sua lieve allusione a un passato di cui ero geloso. Il cuore aveva poi date parole acerbe che fecero stupore e offesa; l'amor proprio era entrato subito in mezzo, come naturale nemico di quell'altro amore, a reprimere ogni slancio generoso delle anime; e così, reciso dalla piccola spina un legame che pareva eterno, io non avevo più sposata donna Antonietta, la giovane vedova del tenente colonnello D'Embra di Challant.

Quando chiusi sospirando il vecchio quaderno, m'accorsi d'una lettera col francobollo austriaco, che mi avean gittata sulla scrivanìa senz'avvertirmene, al solito.

Era quel matto del maestro Lazzaro Chieco, il famoso violoncellista e compositore, che mi scriveva così:

Castel Tonchino (o che diavolo è) 24 giugno 1883.

Caro Cesare,

Hai da sapere che il povero Chieco sta da quindici giorni in un Castel Catino del Tirolo, fatto così. C'è un diavolo di montagna a picco, tutta nuda; sotto c'è la strada; questa strada tocca dall'altra parte un laghetto celeste e vi caccia dentro uno sperone di terra e sassi; in cima a questo sperone c'è Castel Tapino. Dovevo andare ai bagni di Comano, ma passando ho visto questo castello che non c'è più stupendo posto per comporre, e ho detto: Chieco mio, se tu non fai il primo atto della _Tempesta_ qui, _leverito!_ come dicono a Fiumelatte, tu creperai senza farlo. E ci sono e scrivo. Tu sai, caro Cesare, che gli amici musicani di Milano mi sputavano su questo soggetto per la gola che n'avevano; ma lo straccione calabrese vuole che _se òngen_ tutti questi _ragionàt_ quanti sono.

Solo che tu mi devi aiutare perchè il poeta veneziano ha il secondo atto in corpo e ponza; e io gli scrivo _corajo, corajo!_ e lui mi risponde _grassie grassie, el vien, el vien!_ ma non viene un accidente. Dunque va in via Brera, pigliamelo per il collo, e se non ti dà l'atto, strozzalo. Quindi tu vieni qua e stai tre giorni con il povero Chieco. Il primo giorno riposerai, il secondo ascolterai la mia musica, il terzo mi rifarai alquanti versi che non vanno e se li mando in via Brera, _te saludi!_ Il quarto te n'andrai fuori dei lazzarei piedi.

_Il tuo_

LAZZARO CHIECO.

_PS._ — Non mi guardare le donne belle del Tirolo che sono tutte mie. Povero Chieco, e come si fa?

II.

Avevo in mente di lasciar presto Milano e di passare il luglio a Madesimo, ma conoscevo tanto il maestro Chieco e tanto poco il Tirolo, che forse avrei mutato piano, se quella bestia, secondo la quale, tra parentesi, a Milano neppur si fa un risotto senza _il ragionàt_, il ragioniere, mi avesse indicato meglio il suo Castel Tonchino o Catino o Tapino e la via da tenere. La lettera, per verità, aveva il timbro di Trento, ma era poco. Mi stizzii e non ci pensai più.

Otto giorni dopo ricevetti un'altra lettera con il timbro di Vezzano, dove una tale Purgher scriveva che il signor maestro Chieco, alloggiato nel suo albergo, era pericolosamente ammalato e mi desiderava come il migliore dei suoi amici. La signora Purgher m'indicava di prendere a Trento la diligenza delle Giudicarie fino al ponte delle Sarche, dove nei giorni quattro e cinque luglio avrei trovato persona incaricata d'accompagnarmi dal mio amico. Partii subito e arrivai nel pomeriggio del quattro luglio sotto un sole cocente, al ponte delle Sarche.

Pochi minuti prima avevo riconosciuto a destra la nuda montagna scoscesa sopra il mio capo, a sinistra il laghetto celeste ai miei piedi. Scure collinette boscose lo cingevano dall'altro lato: dietro a quelle si levavano altri monti di un verde più gaio; ma laggiù verso il Garda, il cielo scendeva quasi fino alle ondicelle azzurre, tutte trepidanti nell'ôra del gran lago marino invisibile a mezzogiorno. Vidi il pugno di terra sporgente dalla riva, e sulla punta, il castelluccio ritto e fiero come un falco.

Al ponte delle Sarche trovai una servotta tedesca che mi seppe solo dire «Purgher, Purgher». Entrai con lei nella piccola penisola, seguendo un parapetto merlato, un vecchio baluardo a riposo, contento di cipressi e di rose. Fuori dai merli luccicavan l'acque, tutte vento e sole; dentro viveva e si moveva, sotto l'alto fantasma del castello, un affollato disordine di erbe rigogliose, di fiori incolti, di arbusti selvaggi, di piccoli pini imbozzacchiti.

Ascendemmo, lungo il giro del parapetto, sino all'andito male intagliato nella viva roccia che mette nel cortile del castello; un gibboso macigno, questo cortile, inquadrato di mura nere, di logge medioevali con pitture mezzo stinte, con un chiasso, sui parapetti, di geranî in fiore.

III.

Il castello era un vero eremo. Neppure l'albergatrice si lasciò vedere, e fu la serva che m'introdusse nel camerone bianco dove giaceva, sul cuscino di un letto colossale, il mefistofelico viso del mio povero amico Chieco. Me gli accostai in punta di piedi. Aveva gli occhi chiusi, ma la fisonomia era composta. Dormiva? Mi arrischiai di dirgli piano all'orecchio:

— Lazzaro!

Mi rispose con un fil di voce:

— Chi è?