Part 5
Tutti si fecero più avanti. Il somaro l'annusò, il serpente la misurò bene bene, l'orso cercò di consolare il gallo tirandogli famigliarmente il bargiglione, la tacchina canterellò un valzer in falsetto, mentre la scimmia batteva ancora e strillava a più non posso.
A un tratto, tutti, compresa la scimmia rimasero di stucco.
L'aquila pian piano stirò una zampa, poi stirò quell'altra, poi stese l'ali quant'eran larghe, poi si riaccomodò come prima.
— Siete un furfante! Ci avete ingannati! — ruggì il leone, e se n'andò corrucciato; e tutte le altre bestie lo seguirono trovandosi ora perfettamente d'accordo nel dire peste e corna della tanto lodata scimmia.
Questa, pur non potendone più dal ridere per il caso inaspettato, cercò di dire qualche parola di scusa:
— Signori! Miei cari signori! Non sarà stata impagliata bene; non è colpa mia! Credano.... Io mi figuravo.... in buona fede.... che dopo tanti secoli!...
Ma era fiato sprecato, perchè tutte le bestie se ne andavano prese da santo sdegno, senza voltarsi indietro, salvo il gallo che, per non mancare alla doverosa galanteria, andandosene si voltò a dire all'aquila:
— Adieu, ma cherie! quand tu voudras revenir chez moi tu me trouveras toujours prêt!
Così la scimmia è rimasta sola con la sua aquila. E l'aquila di Cesare le insegna come si ridiventa uomini.
UNA BUONA DENTATA
Certi cacciatori di frodo trovarono un giorno sperduto e mal ridotto assai, un povero maialetto roseo, proprio color dell'aurora, con sulla groppa una mezzaluna bianca.
Furono tutti d'accordo e se lo portarono alla loro capanna per ingrassarlo.
Il maialetto camminò di buona voglia, ma appena arrivati sentì subito qualcuno domandare: Quando ce lo mangiamo? — e si impensierì. Chi aveva fatto la domanda era uno che puzzava di sego lontano un miglio e si vantava di poter trapassare la pancia di una mosca con la punta dei suoi baffi.
— Adagio, adagio — brontolò una voce roca di sonno, che usciva insieme al fumo di pipa, di sotto un enorme pelliccione — lo dirò io, quando sarà tempo.
— Se uno deve dirlo, mi pare che questo debba essere io in persona che ho avuto l'idea di portarlo qua! — sorse a dire il più grasso e rubicondo di tutti, rompendo una bottiglia di birra vuota, contro lo spigolo della tavola: bravata alla quale teneva moltissimo, sebbene ormai non spaventasse più nessuno.
Uno secco secco, lungo lungo, che appena arrivato s'era disteso supino e a gambe larghe, nel miglior posto, con le mani affondate nelle immense tasche da cui facevano capolino a sinistra due o tre bibbie in edizione economica, a destra tre o quattro bottiglie di «Wiscky» di ottima marca, a questo punto girò le palle degli occhi verso la pancia del compagno, avendo cura di non scomodare nessun'altra parte del suo corpo; poi fece una specie di strano grugnito che lì per lì riempì di speranze il maialetto, dopo di che lanciò uno sputo al soffitto con arte impeccabile, e in fine disse molto categoricamente senza aprire i denti: — Se vi piace l'ammazzeremo quando vorrò io.
Gli altri si guardarono in viso.
— Veramente.... — incominciò ad osservare il panciuto: ma si fermò.
— È una bella.... — gridò quello coi baffi insegati: ma si fermò anche lui.
— Un po' prima o un po' dopo.... purchè si mangi! — tonò la voce che usciva dal pelliccione — Qu'est qu'en dis tu, mon pauvre Jacques!»
Jacques era il più donnaiolo della combriccola, che da qualche tempo non poteva più uscir per la caccia a causa di un certo male che non lo lasciava camminare. Jacques, che da un pezzo guardava fisso il maialetto con aria meditativa, alla domanda dell'amico, levando gli occhi al cielo rispose: «Ce qu'en dis moi? Je dis.... quel dommàge qu'il ne soit pas une femelle!»
Fu una risata generale. Rise anche il cane.... un vecchio cane che aveva il grave difetto di esser fedele a tutti senza che nessuno fosse fedele a lui.
Il maialetto capì d'averla scampata brutta: cercò d'addomesticarsi il più possibile, imparò a mangiare a tavola, imparò a parlare la lingua di Jacques, a bere la birra per far piacere al panciuto, a ubbriacarsi di Wiscky per divertire quell'anima lunga, a insegarsi le setole del grugno in omaggio a quello dai baffi come aguglioli, a fare il progressista per deliziarli tutti. E tutti facevano a gara per ingozzarlo d'ogni ben di Dio, e così il maialetto ingrassava a vista d'occhio, e diventava impertinente, in ispecie con quel gigante dormiglione e col vecchio cane.
Ma più ingrassava, e più cresceva in quei zotici cacciatori la voglia di mangiarselo. E il maiale lo capiva: ma siccome vedeva che in quella brigantesca compagnia ogni qualvolta uno voleva, l'altro subito disvoleva perchè il compagno non l'avesse vinta, così sperava che quella gente non sarebbe mai venuta a capo d'ammazzarlo, e pensava soltanto a mangiare più che poteva alle loro spalle.
Il giuoco durava alla meglio; ma un giorno finalmente il maiale si persuase che, anche a costo d'ammazzarsi dopo tra loro, quei banditi prima o poi lo avrebbero scannato, tanta era la bramosia suscitata dalle sue carni. Allora ebbe un'idea geniale che nessun altro porco aveva mai avuto prima di allora. Disse a quella losca combriccola: — Se volete mangiare un po' della mia carne, accomodatevi pure: non importa ammazzarmi per questo! Che mi faccio per esempio delle mie gambe di dietro? tanto io non ho nessuna intenzione di camminare. E delle mie gambe davanti? niente affatto! perchè non ho nè bisogno nè voglia di lavorare. E delle orecchie? e degli occhi? e del cervello?... Sono tutta roba superflua per me! Serbatemi la bocca e la pancia, questo mi basta: e datemi da mangiar bene.
Figuratevi se ebbe bisogno di ripeterlo due volte!
Gli zampetti le orecchie e la frittura toccarono all'impellicciato e a quello dai baffi, e se ne dovettero contentare perchè l'anima lunga e Jacques diventati amici per l'occasione dimostrarono che alla loro salute avrebbe moltissimo giovato un prosciutto per ciascuno.
Quanto al panciuto trovò comodo di rimanere a bocca asciutta perchè era ghiotto delle cotiche. Infatti, quando tutti ebbero preso la loro parte, s'avvicinò al porco, il quale aveva preso la cosa con grande filosofia, e gli disse: — E della pelle che te ne fai? Se mi dai la preferenza io te la leverò a fettine con molto garbo, con tanto garbo che ti verrà da ridere come se ti facessi il solletico. — E il porco acconsentì.
Tutti erano contentoni.
Soltanto il cane, pure scodinzolando a questo e a quello, in fondo in fondo non era troppo soddisfatto di quel niente che gli era toccato.
Stava in un angolo seduto e inclinando il capo corrugato e pensieroso ora su un lato ora sull'altro, contemplava evidentemente un punto solo, una cosa che sembrava proprio fosse rimasta lì ciondoloni per lui: il codino del maiale.
— A che serve ormai quel codino — pensava il cane — ... e per me sarebbe un bocconcello tanto conveniente!
Le pulci che popolavano il suo pelame gli sussurravano sotto le grandi orecchie parole di prudenza e il cane stava in forse. Ma alla fine, quando s'avvide che con la scusa dei prosciutti o delle cotiche, tra poco del codino sarebbe rimasto l'osso solo e il ciuffo, si fece cuore. Un salto, una buona dentata e si portò alla cuccia il codino sano sano.
Apriti cielo! Non ebbe appena riconosciuto il suo codino in bocca al cane, che il maiale incominciò a ruzzolarsi a strillare a fare il diavolo a quattro: Ahi! Ahi! Ahi! — gridava — non posso vivere senza codino, io muoio, ridatemelo subito! Ahi! Ahi! rivoglio il mio codino!
E grida ancora, e si ruzzola e strilla e fa il diavolo a quattro: e per recitar meglio la commedia non mangia più e dimagra, e questo fa un gran dispiacere a quei ghiottoni, i quali pensano e ripensano e si stillano il cervello per cercare una parola che lo possa consolare.
Oggi tanto sembra che l'abbian trovata, sembra che la voglian dire.... ma non fanno se non uno strano mugolìo, perchè chi di prosciutto chi di zampetti chi di frittura chi di cotiche, tutti hanno la bocca piena.
LA REGINA DEL QUERCETO
Vedi laggiù quel breve querceto nero? Da secoli e secoli gli passano così sopra le nubi bianche, ridendo al sole.
So la storia di una di quelle querce. Mentre il suo vecchio tronco aveva combattuto contro mille uragani, sfrondato talora, mozzato de' suoi rami, ma pur saldo sempre; le radici fedeli, pazienti, sobrie, infaticabili, avevano scelto i buoni succhi della terra per ispingerli su alto per entro le fibre secche fin su nei rami, fino all'ultime foglie, fino alle bacche cerule, fino alle tenere gemme.
Le cose camminavano così da molti secoli, quando tutto il querceto fu invaso da una curiosissima specie di bruchi rossi, pelosi, tutta bocca.
Appena arrivati, questi bruchi s'imbucarono sotto terra e incominciarono a gridare alle radici: — Sapete voi perchè state lavorando giorno e notte senza riposo? Sapete perchè vi si obbliga a sprofondarvi sin nelle viscere della terra, nè mai vi si concede di vedere la luce del sole? Sapete voi chi gode delle vostre oscure affannose fatiche? Non lo sapete? Ebbene ve lo diciamo noi: i porci! Sicuro! voi lavorate per nutrire quest'albero perchè si spanda e fruttifichi e dei frutti dei vostri sudori i porci s'ingrassano!
A questa straordinaria rivelazione rimasero tutte rintontite dalla maraviglia, le buone radici.
I bruchi rossi ne approfittarono subito per mettersi tranquillamente a mangiare alle loro barbe. Qualche radice volle sincerarsi: fece tanta forza di reni e tanto s'ingobbì che alla fine un bel giorno sbucò su tra l'erbe impaurite e vide.
Se ce n'eran di porci! e quanti! e come affondavano il grifo grugnendo!... e com'eran grassi. I bruchi rossi avevan detto la verità.
La nuova corse subito tra le radici della nostra bella querce, e ci fu subito gran subbuglio.
Allora i bruchi interruppero un momento il loro pasto per parlare con la consueta facondia. E dissero: — Noi vi insegneremo che cosa avete da fare. Protendete le vostre rudi e oneste braccia sotto l'umida terra! Tutt'intorno voi troverete delle braccia sorelle che v'aspettano. Unitevi in patto con tutte le altre radici del querceto. Nè vi sembrino straniere se esse parlano una lingua che voi non capite: lo stesso servaggio, la stessa umiliante fatica, la stessa volontà di franchigia vi affratellano. Unite, voi sarete forti, invincibili! Se voi vorrete, il querceto intero non farà più una ghianda e i porci dovranno morir di fame o sloggiare.
Il trionfo oratorio fu enorme: le povere radici della nostra quercia si misero senz'altro per far quello che i bruchi avevan detto.
La felicità dei bruchi si potè misurare dal loro appetito diventato spaventevole. Dei buoni succhi della terra non salì più goccia per il tronco: le radici si ingrandivano si distendevano, intricandosi e districandosi in un tumultuoso groviglio serpentino, mentre i rami intristivano si nudavano e lasciavano cadere i loro frutti ancora acerbi, tra i lamenti di qualche vecchio usignolo fedele.
Le radici avevano ben altro da fare che veder questo scempio e udir questi pianti: incitate a parole e a morsi da quegli strani bruchi, brancolavano come ciechi briachi cercando invano sottoterra le promesse mani sorelle da stringere in un macabro patto di distruzione.
Ma ecco le prime bufere di settembre. Odor di battaglie nell'aria!
Quello che i pianti de' rosignoli non avevan potuto fare, fecero bensì i primi sinistri schianti de' rami seccati.
Le brancolanti disperse radici ebbero un brivido interminabile. Si ricordarono a un tratto di certe notti lontane passate tutte in un unico disperato sforzo di battaglia, aggrappate alla terra con mille mani, le membra tese dai disperati contorcimenti del tronco, tese fin quasi a lacerarsi.
Bastò: perchè tutte si dimenticassero a un tratto dei porci e dei bruchi, e s'accingessero, gonfie di furore, alla nuova pugna.
Le solite radici curiose s'affacciarono ancora una volta tra l'erbe per vedere, ma poco mancò non rimanessero secche dalla maraviglia e dal dispetto; mentre la povera quercia loro era ridotta da far pietà, l'altre nel frattempo eran cresciute in alto e in largo e facevano al vento un rumore minaccioso squassando i loro rami stracarichi di foglie e di frutti, superbe del loro rigoglio e della loro cresciuta potenza.
— Per dio! Siamo state giocate! — dissero le buone radici, quando seppero di questo fatto. — Siamo state le sole di tutto il querceto a prendere sul serio le chiacchiere di quegli arrabbiati vermi!
I bruchi, questa volta, non credettero opportuno di parlare: seguitarono bensì a mangiare alla barba delle radici, ma senza nemmeno tirare il fiato.
In poco tempo la povera quercia ha dissetato le sue arse membra del buon nettare della concordia che le radici le han prodigato a gara, e rivive, e rigemma, e rinverdisce, e sotto la bufera è salda come un tempo. Le superbe vicine che avevano sperato di chiuderle presto il sole con le loro fredde ombre, impallidiscono d'invidia mentre ella si leva gagliarda e s'infronda e si carica di frutti e si riempie di canti, che sembra un miracolo!
Non crediate, buone radici, sui vostri frutti maturi si precipiteranno ancora gioiose schiere di porci. Che vi importa? Dopo, tutto fanno buon concio! Ma voi dovete lavorare al canto che vi vien dall'alto, per i nidi degli usignoli, per le soste delle aquile, per le merigge dei placidi armenti, per il sole, per il gran Sole che benedice le vostre fatiche.
E tu paziente compagno di cammino che m'ascolti, non maledire a quegli irrequieti rossi bruchi affamati: le nostre radici sono ingrandite e fortificate per loro. E di grandi e forti radici abbisogna la querce che deve crescere e maravigliare il mondo!
Oh! potessimo noi risalire questo poggio insieme tra cent'anni! Certo allora la riconosceremmo di lontano tra tutte, la più alta, la più grande, la più bella, la Regina del querceto, sotto il riso bianco delle nubi!
INDICE
I. Per il lettore malevolo Pag. 7
LE TRE VIRTÙ TEOLOGALI
II. Fede 11 III. Speranza 12 IV. Carità 13
LE QUATTRO VIRTÙ CARDINALI
V. Prudenza 17 VI. Giustizia 18 VII. Temperanza 19 VIII. Fortezza 21
I SETTE PECCATI MORTALI
IX. Superbia 25 X. Avarizia 26 XI. Lussuria 28 XII. Invidia 30 XIII. Gola 32 XIV. Ira 34 XV. Accidia 36
LIBERTÀ — EGUAGLIANZA — FRATELLANZA
XVI. Libertà 39 XVII. Eguaglianza 40 XVIII. Fratellanza 41
I SINONIMI
XIX. Vizio e virtù 45 XX. Diritto e Dovere 46 XXI. Verità e Bugia 48 XXII. Sapienza e Ignoranza 49 XXIII. Ragione e Torto 51 XXIV. Coraggio e Paura 52
RINOMATE VIRTÙ — BENI DESIDERATI CERTEZZE INCERTE
XXV. La Ricchezza 55 XXVI. Il Progresso 57 XXVII. La Perseveranza 59 XXVIII. L'Emulazione 61 XXIX. La Modestia 62 XXX. La Pazienza 63 XXXI. La Grandezza 65 XXXII. L'Umiltà 66 XXXIII. La Felicità 68 XXXIV. La Fedeltà 70 XXXV. La Tranquillità 71 XXXVI. L'Altruismo 72 XXXVII. La Munificenza 74 XXXVIII. La Civiltà 75 XXXIX. La Furberia 76 XL. Il Quietismo 78 XLI. L'Anarchia 81 XLII. Il Rossore 83 XLIII. La Considerazione 85 XLIV. La Cavalleria 87 XLV. Il Potere 88 XLVI. La Gratitudine 90 XLVII. L'Oratoria 91 XLVIII. La Solidarietà 93 XLIX. La Compassione 95 L. L'Esperienza 96 LI. Il Premio 98 LII. Le Illusioni 99 LIII. Le Corone 100 LIV. La Vita 102 LV. L'Amore 104 LVI. La Gloria 108 LVII. Il Sogno 109 LVIII. La Realtà 111
CONGEDO
LIX. Mecenatismo antico 115 LX. Mecenatismo moderno 117
APPENDICE
Nota 121 Di una cert'aquila male impagliata 122 Una buona dentata 128 La Regina del Querceto 133
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Favole per i Re d'oggi, by Ercole Luigi Morselli