Favole per i Re d'oggi

Part 3

Chapter 33,981 wordsPublic domain

La civetta diceva al cane: — Fratello, tra poco il padrone ci chiamerà alle nostre fatiche quotidiane! Senti tu quanta bellezza esemplare sia nella nostra vita fatta di Sacrifizio e di Altruismo?!

— Sicuro che lo sento, sorella! — rispondeva il cane — e dico che chi non conosce la gioia dell'Offerta e del Sacrificio, non conosce la gioia più pura della vita!

— Dici bene fratello — osservava la civetta — io sono felice quando col mio canto di sirena traggo alla morte torme di garruli uccelli; e pure so che quegli uccelli non sono per me!

— E io tremo tutto di gioia, sorella, quando posso addentare la preda che mi insanguina la bocca, per donarla intatta!

A questo punto il gatto miagolò e disse: — Poichè siete pieni di tanto generoso amore del prossimo, perchè tu mia dolce civetta non ti metti a richiamar qualche passerotto, e tu magnanimo amico, non me lo prendi e me lo porti qua?...

Una interminabile risata a doppio accolse le parole del povero gatto, e ancor tra le risa la civetta e il cane gli andavano gridando a vicenda:

— Me lo dai forse tu il core che mangio ogni mattina?!

— Me lo fai tu il pan di semola?!

— Ha ben ragione il padrone quando dice che tu non capisci niente!

— Bene fece quel fratello mio che ti mozzò la coda!...

— E perchè allora non gli sbarbi tu l'altra mezza?! — strillò ultima la civetta.

Entrò il cacciatore proprio mentre il povero micio era sul punto di perdere quel po' di coda che gli restava: per non aver abbastanza meditato sulla intima essenza dell'Altruismo.

XXXVII.

LA MUNIFICENZA

Dovete sapere che nei velieri, specialmente quando si deve far Natale in mare, se l'armatore non è troppo avaro, si mette a bordo un maialetto e qualche pollanca.

Ora io, in uno de' miei viaggi, ebbi appunto tali compagni di fortuna.

Quando era buon tempo, si lasciavano libere quelle bestie per la _coperta_; e allora io vedevo sempre il maialetto andare salterellando e strillando da poppa a prua traendosi dietro, come uno strano e clamoroso corteo d'onore, tutte le pollanche.

La prima volta che mi fu dato assistere a un simile spettacolo, risi a crepapelle, e non mi curai di ricercare la cagione di quegli onori regali.

Ma la seconda volta, mi fu facile osservare che le galline correvano e acclamavano sì, ma non già disinteressatamente: che ogni poco le vedevo precipitarsi tutte a beccare certe pallottole nere che ruzzolavano fumando per la _coperta_; poi ricominciavano a correre dietro il porco, acclamando.

Se quelle galline non fossero state mangiate anche loro il giorno di Natale, la fama della Munificenza di quel maiale correrebbe il mondo... come quella di tanti altri!

XXXVIII.

LA CIVILTÀ

Io posseggo una abilità singolarissima: riconosco la fisonomia d'una bestia anche se l'ho incontrata una volta sola nella vita.

Infatti, ieri, visitando un giardino zoologico riconobbi di primo acchito un giovane _puma_ che due anni or sono mi era scappato davanti agli occhi nelle _pampas_.

E andando verso lui, che se ne stava comodamente sdraiato, gli gridai: Amico!... come mai nelle _pampas_ non mi hai appena veduto che sei scappato come una saetta; e ora non movi un'unghia?

E quello senza scomodarsi mi rispose prontamente: La stessa gabbia che impedisce a me di fuggire, impedisce anche a te di toccarmi.

Riuscisse a me così facile comprendere i benefizi della Civiltà, come a certe bestie!

XXXIX.

LA FURBERIA

Non poteva esser nel mondo più gran corbellone di Menico. Era così arida la sua zucca che per quanto grandi glie le dessero a bere, ei le beveva sempre.

E tutti nel contado lo chiamavano a nome e si prendevano gioco di lui.

Ora venne su quella terra il castigo della siccità, e le messi nel campicel di Menico giacevano arsicciate che facevan piangere a vederle. Un cipresso di cent'anni che si sentiva venir meno dalla sete, lì nel mezzo di quell'arsura, sapendo anche lui con che razza di baggiano avea che fare, ne pensò una di molto grossa e poi lo chiamò e glie la disse: — Senti Menico; io saprei la maniera di cavarti da questa miseria e di far crepar d'invidia tutti i tuoi nemici. Se non mi sbaglio tra una quindicina di giorni è la luna piena. Quando la riman qui sopra a picco, s'io potessi arrivare a farla sternutare con la punta del mio pennacchio, ecco che tu avresti bagnate tutte queste messi e avresti pane per tutto l'inverno.... Ma bisogna ch'io cresca almeno tre braccia, se no non ci potrò arrivare. Per questo mettimi un po' di concio d'attorno e dammi acqua più che tu puoi!...

Il buon Menico bevve anche questa: e tutto felice e speranzoso, incominciò a dar tutta l'acqua che aveva a quel furbacchione di cipresso che se ne rideva come un pazzo.

Venne la luna piena: — Eh! ci vuole altro! — disse scotendo la vetta il cipresso — mi ci mancano ancora due braccia bone!...

E porta acqua ancora il povero Menico.

Torna la luna piena e passa sul campo. Ci arrivi? — domanda Menico al cipresso. — Per bacco!... — risponde il cipresso — un braccio ancora: poi ci arrivo davvero!

E riporta acqua per un altro mese il povero Menico e non avea più braccia per la fatica e nemmeno avea pane nella madia, nè chicco nel granaio, nè quattrino in saccoccia. «Sternuterà poi la luna?» pensava qualche volta: e ormai dubitava.

Ritornò finalmente la luna piena. Menico guardava in su attento: Ecco! — gridò il cipresso — ecco.... ho toccato la punta del naso.... per Dio! dentro non ci sono ancora!... Ma per quest'altra volta è sicura!...

Menico diventò serio e non disse nulla. La mattina di poi, per tempo andò in cerca di un mercante di legnami e lo condusse a vedere il cipresso che era una bellezza davvero.

Così quel giorno stesso il cipresso fu segato, e Menico mangiò.

Chi le dà a bere non è sempre più furbo di chi le beve.

XL.

IL QUIETISMO

Ero in una città.... come le altre, seduto alla tavola d'una trattoria qualunque: e mangiavo un gran piatto di ostriche.

A un tratto, ecco odo una voce, un po' fioca, ma vicinissima.... Indovinate chi era?!... Era un'ostrica che vedendomi, s'era lasciata vincere dall'impeto lirico, e predicava:

«0 instancabili cercatori di Gloria, d'Oro, di Felicità, d'Amore, di Piacere, insanabili pazzi! vedete in me l'esempio d'una esistenza felice!»

Potete figurarvi, com'io tendessi l'orecchio e come l'anima esopiana ch'io trascino mestamente per il taciturno mondo d'oggi, sorgesse in me, felice per quella straordinaria parlata. E la illustre ostrica, sporgendosi dal suo mezzo guscio, alto su tre dita mie, come da un pulpito, continuava a dire: «Io non so chi m'abbia messo al mondo; e non me ne importa nulla. La prima cosa che ho trovato sul mio cammino è stata un palo: e a quel palo mi sono attaccata!... e starei ancora là, se non m'avessero strappata via.

«Con un po' di pazienza, mi sono fabbricata questa casa, grande tanto che basta per me sola: tutta bella e pulita dentro, per me: brutta di fuori e ispida, per gli altri.

«Qualche pesce, grosso e pazzo come voi, passandomi vicino, m'ha raccontato che il mare è tanto grande, che ci son tante cose da vedere: ma io mi son chiusa in fretta, senza nemmeno rispondergli. Che cosa volete ch'io vada cercando? Quando ho sete apro la casa e c'entra l'acqua: quando ho fame, apro la casa e c'entrano certi piccoli vagabondi, che mi mangio a comodo. Dite, instancabili cercatori di felicità, fabbricatori di Sogni; è forse dato a voi di fare così?!

«Quando sento che l'onde cominciano a romoreggiare d'intorno, quando avviene che l'acque s'arrossino per qualche combattimento vicino, mi serro ben bene in casa: e non riapro finchè non sento che l'acqua è ritornata ferma, e pulita. Dite voi, pazzi che combattete nel buio, ostinati cavalieri dietro strane avventure, non è forse più saggio fare così?

«A nessuno ho parlato d'amore mai! tuttavia senza soffrire pur una delle vostre pene amorose, ho rivestito il mio palo d'una quantità di ostriche le quali tutte grazie a Dio la pensano come me, e vivranno felici! Dite voi, ubriachi e sterili amanti....».

Ma a questo punto, non ebbi tempo di batter ciglio, chè vidi la fanatica predicatrice disparire dietro la meravigliosa fila di denti d'una mia commensale, e il pulpito cader vuoto sotto la tavola. L'assassina rideva, come usa rider laggiù, quando si è ucciso un nemico: e io.... che potevo fare? Risi anch'io.

Chi nelle infime necessità della vita, trova tutta la ragione di vivere: chi nega la vita senza averla provata: chi fugge il mondo non già perchè il suo cuore sia gonfio di amarezza e gli occhi sien secchi di lacrime, ma solo perchè ha saputo che nel mondo un'ora di gioia si paga con cento di dolore; quando egli osi ancora riprendere, per i loro errori, quelli che vivono e si battono nel mondo, meriterebbe certo di far la fine dell'ostrica.

XLI.

L'ANARCHIA

Lassù, nella gelida Lapponia, un giorno, in mezzo a una foresta, dovetti fermarmi per lasciar passare un corteo anarchico di ermellini. E bisognava sentire con quanta voce gridavano tutti: Viva l'Anarchia!!...

Non potevo credere agli occhi miei!

Ne chiamai uno, che più bonariamente mi riguardava, e gli domandai qual'era mai stata la ragione che li aveva cacciati dalle loro pacifiche case, per vociare in quel modo.

Mi rispose con una eloquenza davvero insospettata, e disse:

«Tu mi sembri un uomo di retto criterio. Giudica dunque: e se le nostre querele ti paion giuste, va a ripetile a re e imperatori della terra.

«Perchè mai, dal primo giorno che furon creati, questi grandi hanno creduto sempre cosa ben fatta di vestirsi con la nostra pelle? Non è forse tempo che se ne scelgano un'altra?

«Proponi, per esempio, quella dell'orso!... È una maraviglia a vedere, e deve tener caldo assai più della nostra!...

«Dillo dunque ai tuoi re e imperatori, che noi saremo i più fedeli sudditi, se essi vestiranno d'ora innanzi con la pelle dell'orso! Ma se continueranno a voler sempre la nostra, noi faremo la rivoluzione!»

A me parve che gli ermellini non avessero torto, e oggi compio scrupolosamente il mio dovere di ambasciatore.... Ma sento che è fatica sprecata la mia. Ditemi un po' chi di voi, se fosse re, oserebbe vestirsi con la pelle dell'orso!

XLII.

IL ROSSORE

Non avevo mai veduto un camaleonte così triste! Mi gli feci vicino e con buona grazia gli chiesi perchè vivesse in tanta disperazione.

Senza levarsi l'ugne di sul capo, il povero camaleonte mi disse così il suo gran dolore: «Oh! incontentabile natura nostra! Oh! raffinata crudeltà di Chi ci ha creati così! A tutti gli animali Egli ha dispensato infiniti beni, ma siffatti, che agli altri paiono beni, a chi li possiede no. Poi ancora a ciascuno ha confitto nel core come un pruno d'acacia, il desiderio irresistibile di un bene che non ha, e che non avrà mai!... Così mentre tutti Lo esaltano per gli infiniti beni che a piene mani ha riversato sul mondo, il cuore di ognuno si lacera nel pianto per il desiderio inutile di quel bene che non ha.... e che non può avere!

«Ora vedi: noi camaleonti siamo da tutti invidiati, e anche da voi uomini, per la facilità grande che abbiamo, di cangiar colore a seconda de' luoghi e de' tempi. Ed è vero infatti che noi prendiamo mille colori. Ma c'è un colore che voi facilmente prendete e lasciate, e noi lo ameremmo sopra tutti, e ci è negato!...»

— Un colore? noi?!

— Sì! È il rosso! uomo: il bel rosso del fuoco, in cui le salamandre ciurmatrici bruciano come noi; il rosso de' tramonti sui quali il nostro corpo si disegna nero, si che da tutti è scorto; il rosso di queste folte di geranî, dove vorrei dormire tutta la vita non veduto!... Ma noi non potremo mai diventare rossi come fate voi!... E questa è la pena che precocemente intristisce la nostra giovinezza!...»

Io avrei subito voluto dire al mio povero camaleonte che gli uomini, di quel privilegio per lui così invidiabile, non sanno precisamente che cosa farsi; e che, anzi, i più, stimandolo assai pericoloso, per diversi modi sono sì bene riusciti a ucciderlo, che ormai sarebbe mestieri dar loro fiere ceffate per vederlo rinascere: avrei anche voluto confidare in un orecchio il segreto di certe donne, che disperate di questo benedetto rossore se lo nascondono poverette alzando la gonna.... e mille altre saporite cosette gli avrei voluto raccontare, vecchie per noi, ma per lui certo nuove, e che l'avrebbero un poco rallegrato.... Ma ecco, vidi il mio camaleonte sguardarmi un istante pieno di dispetto, poi fuggire via soffiando per la rabbia.

Probabilmente mi aveva visto arrossire. Perchè io ho ancora questo viziaccio.

XLIII.

LA CONSIDERAZIONE

Era salito in gran pregio sopra tutti un vecchio volpone. Andavano per ogni bocca il gran sapere e l'impareggiabile valore di lui: ognuno temeva d'esser tardo a rendergli onore.

E perchè?

Era accaduto tra le volpi una cosa che vediamo accadere anche tra noi uomini. Si sapeva che il Leone chiamava spesso quel volpe alla sua corte, e lo copriva di onori e mostrava di tener gran conto di lui e dell'opera sua.

Qual fosse in verità questa sua opera tanto cara al re, nessuno si curava d'accertare; ma tutti eran certissimi che si trattasse di difficili operazioni diplomatiche, oppure di ardue incursioni ne' regni limitrofi, le quali cose, senza l'accorgimento e l'audacia del volpe, non si sarebbero condotte a buon fine.

Invece, un bel giorno, la mia cagna di poco sgravata, penetrata, non so come, nei giardini della corte, offrendo le sue poppe al minore rampollo della real casa, seppe una certa cosa....

— Quando la mamma va a caccia per qualche giorno, e mi lascia crepar di fame — le disse in un orecchio il leoncino — quell'animale tutta coda conduce al mio babbo un'altra leonessa più giovane e più bella della mamma mia; poi va fiutando d'intorno per ogni parte, e appena ha sentore che mamma ritorni, corre dal babbo e gli porta via la bella leonessa!

Ma queste, cari lettori miei, son favole.... povere favole! Cose che succedono tra le bestie.

Tra gli uomini succede assai di peggio!

XLIV.

LA CAVALLERIA

Ho domandato a un toro in che cosa consistesse, secondo lui, la prima regola di un duellante, e m'ha risposto: — Diavolo!... nel presentare costantemente la fronte all'avversario!

Ho fatto la medesima domanda a un mulo, e m'ha risposto: Caspita!.... nel presentare sempre il sedere all'avversario!...

Evidentemente bisogna concludere che anche tra le bestie il codice cavalleresco deve aver ceduto il posto al codice del tornaconto.

XLV.

IL POTERE

Un leone africano fu mandato in regalo a un re europeo: e questo re lo fece mettere in un bel gabbione, nel mezzo del suo parco.

Ogni giorno, tra un sonno e l'altro, il povero ex re delle bestie sentiva parlare di questo potentissimo re degli uomini; onde si moriva dalla voglia di vederlo.

Finalmente, una mattina, venne davanti alla sua gabbia un ometto più piccolo dei guardiani, con le mani in tasca, il quale, come fu vicino, gli disse in tono scherzevole: — Buon giorno collega!...

Il leone a queste parole, si levò di scatto, irta la criniera, e stette guardando, soffiando, e sbattendo la coda, finchè quell'ometto non se ne fu andato per i fatti suoi.

Allora il leone si calmò e chiese al suo guardiano: Quello è il vostro re?

— Sì — rispose il guardiano.

— Chi sa che unghie deve avere?!...

— No.... le ha più corte di me!

— E allora come mai lo ubbidite?...

— Lo ubbidiamo perchè c'è la legge che vuole così.

— Ma, senza unghie e senza denti, quando vuol mangiarvi, come fa?...

— Ma che mangiarci!... — disse il guardiano sghignazzando — starebbe fresco!... c'è la legge anche per lui!

Il leone non parlò più.

Solo ogni volta che quel re con le mani in tasca gli veniva davanti, a mala pena socchiudeva le palpebre, per guardarlo con una infinita compassione.

XLVI. LA GRATITUDINE

Baciandomi il collo per un quarto d'ora, s'era allegramente ingrassata una tal mignatta. Ora, quando io la strappai e la gettai da un canto, mi gridò con enfasi teatrale: Infame! questa è la tua ricompensa? così mi rendi il bene che t'ho voluto?!... Un'ora fa, tu mi chiamavi a gran voce, e ora che hai goduto il mio bacio interminabile, mi getti come una cosa sudicia!!... Questo insegna la tua morale?!...

Cara mignatta — le diss'io — qui la morale non c'entra: t'ho chiesto un bacio perchè mi doleva la testa: tu me l'hai dato perchè ti piace il sangue. Tu m'hai alleggerito il capo senza volermi bene: io t'ho fatta ingrassare senza amarti.

E siamo pari.

XLVII.

L'ORATORIA

Nelle mie budella, infestate per avventura dai bachi, discese un gran purgante noto per la sua facondia, e levò subito a gran romore tutto quel mondo pacifico e laborioso.

Il purgante gridò: — Sollevate le vostre teste pallidi lavoratori! Di fuori è l'alba del vostro giorno! Lasciate le dure fatiche delle tenebre! A che vi servono i vostri misconosciuti eroismi? Io vi offro la luce e la libertà sconfinata!

Ma i bachi, per natura poco propensi alle grandi idee, rispondevano: — Signor purgante, creda che stiamo benissimo qui, e non abbiamo nessuna voglia di muoverci!...

Non l'avessero mai detto! Il purgante diventò una furia; e investendoli e trascinandoli giù, gridò: — Bestie, indegne di udire la gran voce dell'avvenire! Sozzi ricettacoli di putridume! O per amore o per forza vi converrà venir meco; vi converrà, sia pure per poco, mostrare la faccia moribonda al Sole, redenti dalla mia parola!

E così fu, come il purgante volle.

Quei miseri provarono la fervida carezza del promesso Sole e poi precipitarono nel... nulla!

Ma la fama di grande oratore a quel purgante chi gliela leva più?

XLVIII.

LA SOLIDARIETÀ

Or è qualche mese, le api per la prima volta dopo il diluvio universale, hanno scioperato. Non so precisamente che cosa esse volessero, e forse non lo sapevano nemmeno loro, perchè somigliano tanto agli uomini in tutte le loro faccende: ma so di certo che in una adunanza plenaria fu unanimemente accolta l'idea di indurre le formiche ad essere solidali, e fu deciso di affidare il difficile e delicato incarico a quella che più calorosamente aveva sostenuto la tesi della Solidarietà.

L'ape eletta, tutta piena della sua eloquenza melata, volò per i campi e subito ch'ebbe veduto una processione di formiche nereggiare sopra un viottolo, facendo gran rumore con l'ali, vi discese in mezzo, e senz'altro incominciò il suo discorso.

Le povere formiche, da quand'eran nate, non avevano mai sentito dire tante belle cose, e si pigiavano si montavano addosso a migliaia e migliaia, e se ne vedevano molte ammusarsi con le vicine in segno di maraviglia.

L'effetto dell'arringa, che ormai si doveva concludere, non avrebbe potuto esser più felice; l'assentimento di tutte le formiche era ottenuto e la loro Solidarietà ormai sicura.... quando, all'improvviso, l'enorme suola di un contadino piombò su quella folla estatica.

Le povere formiche ebbero appena il tempo di vedere la valorosa parlatrice ronzare strisciando sopra il loro naso.... e volar via.

Padronissimi di credere che questa favola sia contro la viltà de' demagoghi, oppure contro la bestialità delle formiche, o contro la gagliofferia del contadino, o infine contro la Solidarietà medesima, quando non sia santificata dall'Amore.

XLIX.

LA COMPASSIONE

Dev'esser piena di buon cuore, poveretta, la cipolla: ma deve aver poco cervello!

L'altro giorno ne affettavo una con grande attenzione (per me un'insalata senza cipolle è come un cielo senza stelle!) quando, vedendomi lacrimare come una Maria, la buona cipolla trasse dalle sue pallide labbra un tenue sospiro, e mi disse tristemente — Com'è dolce all'anima morire almeno compianti!

Povera cipolla! non s'era avvista che mentre i miei occhi piangevano, le mie mani stesse la trinciavano!

Ma io devo esser grato a quella sciagurata, perchè d'ora innanzi, userò sempre la precauzione di guardar le mani di coloro che si dolgono de' mali miei!

L.

L'ESPERIENZA

Viveva da gran tempo in riva al Nilo un coccodrillo, così vecchio, che non c'era nel vicinato nessuna bestia, per quanto decrepita, che potesse dire d'averlo veduto giovane.

Così avveniva che tutti lo venerassero come un pozzo inesauribile di Esperienza, e andassero a lui per consiglio ogni razza di bestie.

Il venerabile animalone, molto soddisfatto di quella insperata rinomanza, non penò molto a persuadersi lui stesso di essere un infallibile consigliere.

Ora un giorno che si stava, com'era solito, con la coda nell'acqua e il capo tra l'erbe, e intorno al capo sedevano molti animali giunti d'ogni parte per onorarlo, ecco venir per il sereno una farfalla d'oro con aria distratta, la quale discese battendo l'ale vagamente, e s'accomodò sul suo venerando naso, e tosto disse: — Ho io la gran fortuna di sedere sul naso di quel famoso Saggio del Nilo che per ogni parte sento lodare?

Sicuro! — gridarono a una voce tutte le bestie ch'eran lì: — Sicuro!... E se anche tu vieni come noi per consiglio, narra il tuo caso sicuramente, e udrai parole di conforto, e saprai quello che più ti convenga fare per il tuo meglio.

E il farfallone, subito, giungendo l'ale sul dorso: — È presto detto: sono innamorato pazzamente d'una bella farfalla d'argento: l'ho rincorsa un giorno intero, le ho dette tante parole d'amore: tutte quelle che sapevo. Inutile! Ella mi fugge e non ha pietà di me, capite?! Ora s'è nascosta e non la trovo più. Consigliatemi dunque!

In mezzo a un silenzio religioso, il coccodrillo, raccolse un momento le idee, poi parlò e disse: — Tu sei innamorato?... Io l'avevo subito capito! Male! Male!... Molto male!... alla tua età! poichè io ben vedo che tu sei molto giovine!... Ti valga il mio esempio; io ho amato per la prima volta centosessanta anni or sono, quando già da quaranta anni conoscevo il mondo...! Non aver fretta! è il mio consiglio. Non aver fretta, fanciullo! e sappi farti desiderare dalle femmine!... Una volta io, avevo allora cent'anni, mi trovai nel tuo caso medesimo: ebbene, rifiutato da una femmina che mi piaceva, giurai a me stesso che un giorno sarebbe mia.. Non feci altro che aspettare: cinquant'anni dopo era tra le mie braccia!... Aspetta dunque, fanciullo! Aspetta, non aver fretta: questo è il consiglio che ti dò.

Un mormorio di ammirazione corse tra le bestie.

Ma la farfalla d'oro sorridendo disse: — Ho capito. Mi consigliate insomma, di diventare un coccodrillo. Mi dispiace ma non posso.

E, detto, aprì l'ale splendide e volò via, in cerca del suo amore.

LI.

IL PREMIO

Dieci anni interi aveva consumato un certo serpente, per divenire un perfetto acrobata e c'era così bene riuscito, che affrettava col desiderio il giorno trionfale, in cui inviterebbe tutti i colleghi suoi a veder le sue bravure, e otterrebbe finalmente quel premio che dalle sue fatiche decennali giustamente si sperava.

Il giorno venne. È bensì vero che certi grossi e famosi serpenti non credendo convenevole cosa interrompere la loro aurea digestione, si fecero pomposamente rappresentare da altri più piccoli; pur tuttavia di serpenti ne venne un bel po' e certo, a metterli in fila, saranno stati un miglio!

Il nostro serpente fu per iscoppiare dalla felicità, tanto s'agitarono a lodarlo quelle lingue forcute.

Ma io che, avvisato in tempo, mi ero potuto nascondere lì vicino per spiare un poco, vi posso dire sul mio onore che quella canaglia vennero tutti fischiando e se ne andarono fischiando.

Voi mi direte: Ma che diavolo potevano fare dei serpenti se non fischiare?!

E io vi dirò: — Mettete degli uomini al posto dei serpenti, rifate la prova e vedrete che fischian lo stesso.

LII.

LE ILLUSIONI

Quando vedete un serpente ammatassato giù a piè d'un bell'Eucalipto, con la testa sola a fior d'erba e gli occhi fissi in alto, come un incurabile sognatore, guardate bene su pei rami e certo vedrete qualche povero uccello tutto colori e canti esser preso a un tratto dalla malia di quegli occhi e buttarsi giù a capo fitto nella bocca che lo aspetta.

Ma noi non facciamo forse tal quale con le buone Illusioni che accorrono in frotta sull'albero sempre verde dei nostri sogni? Ci contentiamo forse di guardarle? di ascoltarle?