Favole per i Re d'oggi

Part 2

Chapter 23,966 wordsPublic domain

Due gocce di pioggia marzolina cadendo giù dal cielo, l'una diceva all'altra: Mi hanno raccontato che gli uomini, quando vogliono dire che due cose si somiglian molto, dicono ch'elle sono come due gocce d'acqua. E hanno ben ragione di dir così! e dove vedi nel mondo due cose tra loro più simili di noi? Veramente meritiamo di essere in terra il simbolo della divina Eguaglianza!

Un colpo di vento le divise: una se ne venne a morire splendendo, tra i capelli della mia bella: l'altra andò in mezzo al campo a morir nella sete di un fumante letamaio.

XVIII.

FRATELLANZA

Ecco la storia veridica di due tartarughe che una medesima madre generò.

Da qualche anno vivevano, avendo la cura reciproca di non si guardare mai in faccia. Ma un giorno il destino volle che un pezzetto di sugna si trovasse a eguale distanza dall'una e dall'altra; che ambedue nel medesimo istante lo scorgessero; che con la stessa fretta arrancando, si trovassero a bocca aperta, una di qua una di là dal pezzetto di sugna. L'ira che divampò fu tale, che rimasero alcuni giorni a guardarsi così, senza richiudere la bocca. Intanto le formiche si portarono via la sugna.

Ma l'ira fu lungi da sbollire per questo: chè anzi finalmente una di loro si decise a muover contro l'altra! Ma questa ritirò prima la testa, poi le zampe davanti, poi quelle di dietro, infine la coda: e, per questa volta, non se ne potè far di nulla.

Mentre la delusa assalitrice si allontanava meditando qualche insidia abominevole: ecco, tacitamente, l'altra si riaffaccia, rimette i suoi quattro remi negli scalmi e via, dietro a quella minacciosa! Ma quella, accorta, ripiegò prima la coda, poi ritirò le zampe di dietro, poi quelle davanti, e infine la testa. E anche per questa volta non se ne potè far di nulla.

Ritoccò alla prima d'assalire: poi alla seconda, dopo nuovamente alla prima, e ancora alla seconda: e via così di seguito; nè mai avvenne che una fosse, per avventura, meno lenta a offendere, di quel che l'altra a difendersi.

In questo elegante torneare, le sorprese la prima neve di Novembre lungi dalla materna tana, e ambedue le uccise!

I sinonimi.

XIX.

VIZIO E VIRTÙ

Un cane e una cagna coglievano il bramato frutto della loro passione, in riva a un fiume: e il tepore primaverile e l'umida frescura dell'erbe, davano tanta foga alle loro piccole membra, che un somaro, il quale da due ore assisteva indifferente a quel gioco di amore, alla fine non potè far a meno di urlare con voce sinceramente commossa: — Bravi, giurabbacco! Così mi piace!

Nel medesimo tempo un luccio, che da un'ora non aveva più avuto core di levar fuori il capo, riaffacciandosi finalmente e vedendo ancora la stessa scena di un'ora prima, rituffò in fretta la testa gridando: — Che vergogna!!...

Vattici un po' a raccapezzare, in questo benedetto mondo!

XX.

DIRITTO E DOVERE

Per un viottolo di montagna discendeva un gran mulo, portando una soma spropositata di fascine secche.

Dove il viottolo si chiudeva tra due strette muraglie di sasso, il mulo vide venir su un polledro libero e spensierato. E tosto incominciò a gridargli: — Lèvati di costì, se non vuoi che ti schiacci!... Torna addietro, per le budella del caval di Troia! o di qua non esci vivo!...

E il polledro impennandosi:

— E dove mai s'è visto un bastardo come te insultar così la mia razza nobile? Chi ti fa tanto ardito?

— Il Diritto mi fa ardito! — rispose il mulo, levando la voce di tra il fruscio delle frasche: — il Diritto di chi opera e fatica per il bene comune, sopra chi corre di piaggia in piaggia dietro ai capricci del capo!... — E affrettava il passo abbandonandosi alla ripida scesa.

Ma il polledro non si moveva, e gridando vituperi da cavalli, aspettava fermo in mezzo al viottolo; sì che alla fine l'altro gli arrivò addosso come una valanga....

Tristo fu l'incontro! Ma pur tra calci e morsi il gran peso del mulo la vinse sul temerario polledro il quale, finalmente, a spinte e balzelloni, rifece tutta la scesa, fin dove il viottolo s'apriva nel faggeto; e allora lo vidi saltar da parte ancor tutto irsuto e lasciar passare il gran mulo, squadrandolo pieno di cruccio.

Ma subitamente il suo occhio sanguigno si rallegrò. Sul sedere del mulo discendeva, con ritmo uniforme, una interminabile serie di bastonate.

Per dio! — esclamò il polledro imboscandosi — ch'io non debba mai godere simili Diritti!

Quanti uomini non vediamo trasformare in arrogante Diritto le invisibili bastonate del Dovere!

XXI.

VERITÀ E BUGIA

Due farfalline venivano leste dalla finestra aperta, verso la mia _bugia_ accesa.

Una, evidentemente amante della luce e della Verità, è andata dritta verso la fiamma e s'è bruciata. L'altra invece è discesa prudentemente sul piatto di maiolica, e vi ha riposato in pace tutta la notte.

Questo dimostra che Verità e Bugia in fondo altro non sono che due parti di un medesimo arnese umilissimo, e utilissimo agli uomini. Ma pure una grande differenza passa, come avete veduto, tra l'una e l'altra: quella brucia, questa reca placidi sonni.

XXII.

SAPIENZA E IGNORANZA

Sai tu chi porti?! — domandò gravemente un enorme dottore al somaro che cavalcava.

— No — rispose il somaro; — ma ti posso dire che pesi più dei due corbelli di concio che son solito portare.

— Ecco perchè tu rimarrai eterno segnacolo di ignoranza! — gridò il dottore, — perchè tu misuri il mondo con la groppa e non col cervello. Tu porti un gran sapiente, forse il più grande scienziato che viva nel mondo: e, anzichè gloriartene ti lamenti del mio peso!...

Come si venne a un luogo dove il viottolo girava intorno a un prato, il grosso dottore tirò l'asino da parte, e lo mandò senz'altro per il prato, dicendo: — Or tu non hai mai osservato, le mille volte che sei passato di qua, che questo prato è quadrato, e che il viottolo ne segue due lati? Tu non vedi dunque che, attraversando il prato, noi veniamo a percorrere un lato di un triangolo, il quale, per una delle immutabili leggi del divino Euclide, dev'essere sempre inferiore alla somma degli altri due?...

— Guarda guarda! — fece il somaro — non ci avevo mai pensato!

Ma gli stavano ancor sul labbro queste oneste parole, quando a un tratto la terra mancò. Nel tempo che si batte un ciglio somaro e sapiente si trovarono in fondo a un pozzo ch'era stato scavato di fresco e ricoperto alla meglio di frasche verdi.

Con la testa fuor dell'acqua motosa e le reni fracassate, si guardarono un pezzetto, poi, alla fine, mancando le forze, scivolarono abbracciati giù, sollevando una nuvola di fango.... precisamente come avrebbero fatto se fossero stati due somari!

XXIII.

RAGIONE E TORTO

Tra il pero e il melo sorse un tempo fiera contesa: ciascuno pretendeva che il proprio frutto fosse più buono e più bello di quello dell'altro.

La contesa durò finchè, un giorno, passò un uomo di là. Lo chiamarono, e senz'altro gli affidarono la loro sorte, lasciando a lui di giudicare e di decidere da che parte fosse il Torto, da che parte la Ragione.

L'uomo tolse con una mano una mela, con l'altra una pera: stette a lungo osservando e meditando, poi mangiò l'una e l'altra assaporandole, e finalmente sentenziò: — La mela è più bella...

E il melo subito: — E tu allora che sei giusto, punisci il pero come si merita; spoglialo tutto e lascialo ignudo!

— Sicuro, questo è giusto — rispose l'uomo al melo: — ma giustizia vuole ch'io dispogli così anche te dei tuoi frutti, poichè, in verità, la pera è più buona!

E ciò detto, approssimò il suo somaro; riempì tranquillamente un corbello di pere e uno di mele e poi si allontanò fischiando.

XXIV.

CORAGGIO E PAURA

Si vantava un gallo di aver fatto più volte fuggire il leone, mettendoglisi a cantare davanti.

Io allora lo presi e lo portai davanti a un leone impagliato che tenevo in casa.

Appena l'ebbi posato in terra, il gallo allungò il collo e cantò a squarciagola; ma subito che vide che il leone lo fissava e non si moveva, s'infilò tra le mie gambe e scappò via; nè mai più si rivide nel pollaio!

Per quanto sia grande il coraggio di un leone, è sempre immensamente più grande quello di un leone impagliato!

Rinomate virtù — Beni desiderati — Certezze incerte.

XXV.

LA RICCHEZZA

Ieri, per ammazzar la noia, ho preso una cicala e le ho raccontata la famosa favola che corre sul suo conto.

La cicala m'ha ascoltato fino all'ultimo, tacendo, poi m'ha detto: — La favola mi insegna quanto voialtri uomini bramiate la Ricchezza!

Ma la verità si è che, per noi, altra Ricchezza al mondo non conosciamo se non quella che ciascuna creatura nascendo riceve in dono dalla Natura.

E la nostra immensa Ricchezza è il canto, e noi cantiamo perdutamente: e non già per piacere a voi che ci calunniate, ma per piacere al Sole che ci ama!

Strana fantasia la vostra! Noi bussare alla porta della esosa formica?!... e perchè mai?

Forse per poter vivacchiare un'invernata?... Ma d'inverno il Sole se ne va lontano, e non ci udrebbe cantare: e allora è inutile per noi vivere!

Forse per ricantare alla nuova Estate?... Ma non vedete che se noi moriamo, il canto non muore mai? N'abbiam seminate tutte le valli: e il Sole ritornando sarà salutato da voci più fresche e più canore delle nostre!

Come potrebbe dunque dolerci di morire?... e come potremmo desiderare le miserevoli e sudate ricchezze che piacciono tanto alle formiche e a voi?

E ciò detto se ne volò.

XXVI.

IL PROGRESSO

Mi è sempre piaciuto di vagare, attorno ai grossi mercati del mondo, dopo tramontato il sole: per le immense prigioni, fatte silenziose, dove sognano incatenate le mie care navi.

Avvenne una volta vagando così, ch'io mi trovassi a un angusto braccio di porto, del tutto abbandonato, lungo cui vidi nereggiare una miserabile teoria di grue arrugginite, le quali chi sa da quant'anni s'eran fermate a guardarsi nell'acqua malinconicamente invecchiare.

Venendo sotto alla prima di queste grue, sentii uscirne subito un di que' soffi straordinari che soglion fare i gufi il venerdì notte. Io che, vi confesso, credevo allora che i gufi non parlassero, feci, così per ridere: — Ben levato, messer gufo; avete forse qualche grossa seccatura, che soffiate così?

Ma eccoti comparire, a queste mie parole, su dal palco, il gufo in persona; il quale mi guardò un poco, poi mi disse: «Alla buon'ora! ch'io ho trovato alfine a chi dir le mie ragioni! S'io soffio a questo modo è proprio perchè mi son seccato. E se vuoi sapere di che cosa, ti dirò che mi son seccato di vedere voialtri uomini andare così lenti e malsicuri per la via del Progresso: e massimamente l'ho con certi bertuccioni che sento chiamare poeti e filosofi, e che vanno per il mondo a cantare le bellezze dei tempi morti e a predicare l'inutilità d'ogni cosa!

«Sai tu quanti miei fratelli sono costretti ancora, a scavarsi una sudicia buca nel tufo come le talpe? e quanti devono accontentarsi ancora di scomodi castelli medievali, freddi avanzi di barbarie, o di comignoli fumosi che fan starnutire, o di campanili dove non si può prender sonno, o moriranno, poveretti, senza avere idea delle innumerevoli comodità di una moderna casa di ferro?

«Non già ch'io mi stia troppo contento in questa: io che abito da due anni questa specie di costruzioni, vedo bene di quanti madornali errori le avete sapute fregiare: tuttavia riconosco che un gran passo avete fatto. Ma però, tanto più vi disprezzo se, sapendo far cosa migliore, non la fate, o ad essa con vergognosa svogliatezza intendete.

Avanti dunque uomini! Senza soste! Senza riposo! Avanti sempre! perchè noi che da tanti secoli vi seguitiamo nella gran Marcia, alla Conquista dell'Avvenire, piantando le insegne della Morte dentro le orme vostre, Noi, dico, non vogliamo fermarci!»

Avete sentito?

E pensate che c'è chi accusa i gufi di «passatismo!»

Non date dunque ascolto alle parole dei poeti e alle sciocchezze dei filosofi!... camminate sempre più spediti e più fiduciosi per la via soleggiata del Progresso se volete che i gufi siano contenti di voi!

XXVII.

LA PERSEVERANZA

Oggidì non è creatura al mondo che non creda di poter essere alle altre esempio di rare virtù.

Una mosca che mi ronzava attorno da più di un'ora appena mi ha visto scrivere questo titolo, ecco, m'è scesa vicino all'orecchio e m'ha incominciato a dire: «Come potresti tu parlare di tanto preziosa virtù chè non sai com'ella sia fatta?

«Oserebbe forse la tua penna sacrilega dispregiare questo dono divino, anzichè additarlo al mondo come la magìa onnipossente con cui, tutti i desiderî presto o tardi s'appagano?

«Io dirò le lodi della Perseveranza! e tu scriverai le mie parole, se non vuoi ch'io ti ronzi attorno all'orecchio tutta l'estate!

«Scrivi che la perseveranza è figlia della Sapienza e madre della Felicità. In fatti qual'è la recondita ragione che ci spinge a perseverare tanto più là dove con maggiore ostinazione ci vediamo scacciate?

«È che quella ostinazione medesima rivela al nostro senso esperto che là deve esserci qualche cosa di molto desiderabile; e tanto e tanto facciamo che alla fine arriviamo a scoprirla e a ficcarvi la nostra tromba!

«Non è dunque figlia di Sapienza, la nostra Perseveranza?

«Ed è madre di Felicità, poi che per essa tutte quelle cose che il mondo predilige e più gelosamente custodisce, noi discopriamo e gustiamo!...»

Proprio in questo momento la dicitrice, inebriata forse dalla sua stessa eloquenza, si avvicinò troppo al mio orecchio, e io, senza considerare i grandi meriti suoi, le diedi una manata così potente che la mandai dritta dentro a uno scaffale della mia libreria.

Manco a farlo apposta, per sua somma sventura capitò proprio nel palchetto delle grammatiche dove un ragno passa beatamente la vita.

La povera mosca resta presa alla rete, e il ragno le è sopra d'un salto, dimenando la sua pancetta rotonda.

Mi lasci morire così? — mi gridò la mosca disperata.

Ma io non le risposi nemmeno, tanto mi piacque di veder premiata la taciturna e nascosta Perseveranza del ragno, il quale non corre, non briga, non s'agita, non s'imbranca, cerca il silenzio e sopratutto si studia di non dar noia a nessuno.

Fa e aspetta, il ragno; come il povero favolatore.

XXVIII.

L'EMULAZIONE

Sembrava che il vento fosse morto; perchè la nave stracarica stava da cinque giorni sulla Linea dell'Equatore, ferma come una casa.

Il Sole calava e io scrivevo da poppa. Ogni tantino ci guardavamo, io e il sole, da vecchi amici, senza dirci nulla. Quand'ecco m'avvidi d'un seppione a fior d'acqua che mi guardava fisso.

— Come va la vita? — gli chiesi, tanto per non essere mai scortese con nessuno.

— Oh! — mi rispose — M'annoio mortalmente!

— Perchè non scrivi anche tu, — gli dissi ridendo: — il calamaio ce l'hai. Ma il seppione non rise affatto e mi rispose con molta gravità: — Sto appunto guardando come tu fai per imparare.

Ora ho capito! — gridò a un tratto: — Che cosa facile scrivere! Invece di buttar fuori tutto l'inchiostro insieme come son solito far io, basta buttarlo poco per volta. Non è forse vero?

Verissimo! — dissi io.

E quello non se lo fece dir due volte. Subito si diede a schizzare torno torno, a goccia a goccia, tutto il suo inchiostro, soddisfattissimo d'aver così presto imparato a scrivere.

XXIX.

LA MODESTIA

Lungo le spiaggie dei mari è facile assistere al lavoro di certi scarafaggi, rinomati per saper costruire delle pallottole di sterco e saperle ruzzolare e dirigere con rara destrezza, per poi nasconderle accuratamente sotto la rena.

I naturalisti credono di aver scoperto la ragione di tutte queste manovre. Ma io, osservando per lungo tempo con quanto amore e con quanto studio, ciascuna di quelle bestie si foggi la sua pallottola, perseguendo evidentemente una ideale vagheggiata perfezion di forma, e vedendo poi come subito si affrettino quei sapienti artefici a inforcare con le gambe di dietro l'opera loro e via correndo a ritroso a trasportarla lontano e a sotterrarla con ogni cura; son venuto nella ferma convinzione che quegli scarafaggi siano guidati da un lodevole sentimento di Modestia del tutto paragonabile a quello che spinge molti dabben uomini a nascondere così le loro rare virtù civili o private!

Ecco perchè vi consiglio di non cercar mai queste nascoste virtù, senza prima tapparvi il naso.

XXX.

LA PAZIENZA

Un vecchio somaro, con gli occhi bendati, moveva un decrepito bindolo, pieno di cigolii di stridi e di schianti.

Mentre girava così, sotto il suo naso correva salterellando un canetto arzillo che sembrava far discreta attenzione a certi filosofici insegnamenti che il savio somaro gli veniva impartendo da tre ore, in mezzo a infiniti sospiri.

L'asino ragionava, come un moralista qualunque, di quella virtù nella quale credeva di eccellere, ponendola, naturalmente al di sopra d'ogni altra.

— Hai ben veduto figlio mio, — diceva — quante legnate m'ha scaricato addosso poco fà quel maledetto garzone! Solo a ripensarci le gambe mi corrono! Sarebbe stato pur facile per me sfondargli la pancia con una coppia di calci ben sortiti... e invece, che cosa ho fatto? Ho parato la groppa e me le son prese tutte, senza nemmeno fiatare!... Oh! la Pazienza! Questa è davvero la più grande virtù dell'anima! Come presto scomparirebbe il Male dalla faccia del mondo, se non con la vendetta si combattesse, ma con la dolce sofferenza, come io faccio!...

A questo punto, il povero somaro, affaticato di gambe e di mente, si provò a rallentare il passo: e poichè non gli arrivò negli scartocci nessuna voce d'uomo nè vicina nè lontana, non senza una lunga e penosa titubanza, finalmente deciso, si fermò; e tacque.

Allora il cane, giovane e pazzerello, per dimenticar la noia di quegli insegnamenti e prendersi innocente gioco del virtuoso filosofo bendato, gli andò pian piano di dietro, gli addentò il fiocco della coda che avea lunghissima, e cominciò a tirare allegramente.

Ma non aveva ancor dato due stratte, quando gli arrivò un piede del somaro proprio nel mezzo del corpo, e così ben posto, che si ritrovò in fondo al fosso tutto stronco.

Il povero cane, da cucciolo e inesperto della vita, non sapeva ancora, e imparò quel giorno a sue spese, che la Pazienza è quella tal virtù che consiglia a lasciarsi bastonare solamente dai più forti.

XXXI.

LA GRANDEZZA

In un tacito angolo di cimitero, vicino ad un altissimo cipresso, fu piantato un giovane salice.

Come il Sole cominciò a calare, l'ombra del cipresso cresceva a dismisura e si distendeva come le altre sere, fin sull'ultime tombe: ma subito scorgendo vicino a sè la breve ombra del salice allungarsi per quel poco che poteva, sorrise e disse: Gran disgrazia invero, esser piccoli, povera figlia mia! io vorrei piuttosto morire che contentarmi di esser come te!

Il cipresso a queste parole: Taci sciocca, le gridò, che saresti tu se io non fossi?... tu sei l'ombra mia: e la tua Grandezza altro non è che l'ombra della Grandezza mia.

Il Sole, udendo, pensò che veramente così l'ombra come il cipresso erano opera sua e che della loro vantata Grandezza egli solo era la causa: ma, com'è solito fare, passò e non disse nulla.

XXXII.

L'UMILTÀ

Due fraticelli minori sedevano assai comodamente sopra certe molli alghe in una piccola conca di roccie in riva al mare.

Parlarono dell'Umiltà, poichè questa, come figli del Poverello d'Assisi, prediligevano sopra ogni altra virtù.

Tre o quattro granci s'eran messi attorno a sentirli; poi altri n'eran venuti fuori da ogni buco, e altri ancora su dall'acqua e a poco a poco s'eran fatti popolo.

I due fraticelli gongolavan di gioia credendo che si rinnovasse per loro il francescano miracolo.

Ma qui, certo, il diavolo c'entrava per qualcosa: perchè, a un tratto, ecco uscire di tra quel popolo un capo ameno che, camminando tranquillamente, a suo modo sulle groppe degli altri, disse: — Attenti tutti, ch'io vi voglio far divertire!

Si fece avanti fin presso gli zoccoli dei frati e disse loro: — Venerabili padri. Abbiamo benissimo capito che l'Umiltà è la virtù più cara a Dio. Adesso ci piacerebbe tanto di sapere chi di voi due ne ha di più.

— Non già per mio merito, buon grancio, — disse subito il frate più grosso, — ma perchè io sono più anziano e per più lungo tempo mi son mortificato nella santa Regola, ritengo d'esser io più ricco di questa francescana virtù.

Il frate più giovane aspetto ad occhi bassi che l'altro finisse, ma poi si guardò bene da tacere: — Lungi da me ogni idea di vantazione, — disse, — perocchè Dio per la sua immensa bontà ecceda talora nelle sue grazie; ma è noto a tutto il nostro convento che di questo paradisiaco dono dell'Umiltà, Egli m'ha voluto, se bene indegno, siffattamente colmare, come se cent'anni di Regola avessi già vissuto.

— Come dire, dunque, che de' meriti della nostra santa Regola si possa dubitare? — esclamò il primo.

— Peggio mostrar di dubitare della grazia di Dio come tu fai, — ribattè il secondo.

— Non sia mai questo! — oppose di nuovo il primo — Solo parmi offendere la Grazia di Dio, vederla dove non è.

— Dire a un fratello ch'egli è da meno per virtù; questo è davvero una bella prova d'Umiltà che tu dai.

— Nè tu la dài migliore riprendendomi come tu fai!

— Io ho parlato soltanto per celebrare la Grazia Divina.

— E io per celebrar la Regola....

I granci ridevano da scoppiare. E non avrebbero voluto che quel gioco finisse mai.

Ma durò due ore sole!

Sapete perchè? Perchè il mare, che s'era pian piano alzato per l'alta marea, inondò a un tratto la piccola conca, mettendo in semicupio que' due malcapitati fraticelli.

Quando, ratti ratti, tutti gocciolanti, quelli se ne furono andati starnutando, oh! come risorsero liete al bacio del mare le povere alghe schiacciate da quelle due così pesanti Umiltà!

XXXIII.

LA FELICITÀ

Viaggiando per l'Africa, una volta m'infreddai.

Il mio compagno di viaggio era una vera perla d'amico, e non poteva vedermi sternutare senza gridarmi il sacramentale «felicità» secondo il buon uso antico. Onde potete pensare quante volte l'ebbe a dire, se per otto giorni interi non mi lasciò quella memorabile infreddatura.

L'ottavo giorno appunto, il mio servo moro, mi annunziò con somma soddisfazione che in tutto il bagaglio non c'era più un fazzoletto pulito.

— E tu perchè non li hai lavati, poltrone! — gli gridai.

— Come?! — mi rispose turbandosi — vuoi che io scacci la Felicità dalla tua casa?!

Figuratevi!... Al mio fantastico Zulù il grido del mio compagno era sembrato una invocazione magica: e poichè sempre seguiva a quello una mia poderosa soffiata di naso, egli s'era convinto che dal mio cranio uscisse la Felicità e intendeva di serbarla per i giorni tristi.

Io naturalmente gli feci subito lavare quel monte di fazzoletti.

Ma ora, ripensandoci, vi confesso che me ne pento.

E se il mio Zulù avesse avuto ragione.

Se veramente io avessi scacciato così per sempre la Felicità dalla mia casa?

XXXIV.

LA FEDELTÀ

Roba da cani, è vero signora?

Non ne parliamo.

XXXV.

LA TRANQUILLITÀ

Una rinomata vacca raccontò, un bel mattino, al suo diletto consorte, la storiella grassa e vera che correva sul conto di una capretta sposata di fresco; e il toro ne fece gran risa.

Volle il caso che quella stessa mattina, dopo una felice notte d'amore, la capretta sposata di fresco intendesse di rallegrare il suo dolce sposo narrandogli la verissima e grassissima storia degli amori della rinomata vacca.

Quel giorno il becco e il toro si incontrarono nel prato a passeggio: non appena si furon veduti di lontano, si guardarono l'un l'altro sul capo, esclamando a un tempo: Capperi! che razza di corna ci ha in testa quello là!

Questo fattarello è istruttivo: tanto più che l'ho udito una sera d'inverno dalla bocca sdentata d'un vecchio montone, il quale soleva raccontarla quando la moglie era fuori di casa.

XXXVI.

L'ALTRUISMO

La civetta d'un cacciatore aspettava l'alba coccoveggiando, legata a un davanzale, e parlava col cane che le si era acculato lì sotto. Parlavano forte per farsi sentire dal gatto che li guardava da un canto.