Part 1
ERCOLE LUIGI MORSELLI
Favole per i Re d'oggi
IIª EDIZIONE ARRICCHITA DI NUOVE FAVOLE E RIVEDUTA DALL'AUTORE
VALLECCHI EDITORE — FIRENZE
PROPRIETÀ RISERVATA
Firenze 1919 — Stabil. Tip. A. Vallecchi, Via Ricasoli, 8
_«Un giorno la Verità, nuda così, com'è solita andare pe' 'l mondo, si presentò al trono di un re. Appena si seppe chi era e quel che voleva dire, subito le piovvero addosso mille villanie, e il re, più inviperito di tutti, ordinò alle guardie che cacciassero incontanente quella spudorata dal suo palazzo._
_«Allora la Verità andò in cerca della Fantasia._
_«Come l'ebbe trovata, da lei si fece prestare una bella veste tessuta d'oro e stellata di gemme: e così vestita ritornò alla Corte di quel re, e mescolando sorrisi a parole, disse quello che voleva dire, e il re l'ascoltò, questa volta, serenamente. Anzi in poco tempo sgombrò la Corte d'una buona quantità di scrocconi e volle cercar da sè le piaghe del suo regno, e fu benedetto dal popolo e il nome suo andò glorioso per la Terra»._
_Così il favolista russo Ismailow, in una graziosa favoletta, spiega l'origine e le ragioni della Favola. Nè meglio si potrebbe._
— _Ma tu credi che questo possa ancora essere il compito della Favola?! — griderà spalancando gli occhi inorriditi chi mi legge. — E con questa fede hai scritto le tue favole?!... Tu pensi che i re de' nostri giorni, quei pochi re che ci restano, siano ancora i re d'Egitto o i tiranni di Grecia o gli imperatori romani?!... Ma oggi i re non leggono più le favole se voglion sapere la Verità! Hanno rotto la ferrea cerchia dei cortigiani che li divideva dal loro popolo e si vantano di pensar liberamente e d'essere in tutto uguali a noi!!...»_
_ — Sentite: anch'io m'ero accorto che dai tempi di Ramsete erano passati dei secoli, e che da allora a oggi le cose erano un pochino cambiate; ma, nella mia enorme ignoranza della filosofia della storia, osservando attentamente i miei simili e i re, ero venuto nella strana convinzione che la moderna eguaglianza nascesse non dall'essere i re (come voi pensate) discesi fino a noi; bensì dall'essere noi saliti (per così dire) fino ai re: dall'esser cioè divenuti noi tanti piccoli re, stracarichi di boria e d'ogni altro regale peccato; perpetuamente illusi di nostra potenza, così nelle battaglie dell'anima come in quelle della vita; preoccupati sempre di ciò che muta, più che dell'eterno immutabile; serrati nella ferrea cerchia dei nostri pregiudizi, che sono i nostri fedeli cortigiani, e ciascuno ha la sua gran parola e la sua infallibile sentenza da sussurrarci misteriosamente all'orecchio o da declamarci pomposamente davanti nell'ora del dubbio. Ora, seguendo appunto questa mia fantasticheria da profano, pensai che, cresciuto in sì straordinaria guisa il numero dei re e delle corti, ci fosse più bisogno di favole, al mondo, oggi, che non ai tempi di Esopo._
_E così, come a Dio piacque, mi misi a scriverne qualcuna: poi altre, poi altre ancora._
_E ora che; bene o male, le ho scritte, vorreste forse che le buttassi via?_
I.
PER IL LETTORE MALEVOLO
Essendo giorno di festa, alcuni somari mangiavano in un prato, e si divertivano alla lor maniera.
Un aquilotto, bell'umore, vedendoli, discese in mezzo al prato; e poi che tutti gli furono d'intorno, disse loro:
— Da certi vecchi nostri, ho sentito raccontare che, in un tempo lontano, gli asini volavano: mi volete dir voi, se questo è mai stato vero?
Allora quel branco di somari alzò un rumore infernale, che fece rimbucare tutte le talpe della valle; e poi, in coro, stonando ferocemente, disse:
— Noi volare? Noi lasciare la nostra greppia sicura e onorata, per affidarci a quattro pennacce, come voialtri, col rischio di morir di fame tra le nuvole? Che razza d'animale sei tu, che vai dicendo di noi simili malignità? e ci butti in viso sì spudorata ingiuria? Ti sappiam dire che non avevamo mai veduto un uccellacelo come te!
— E io vi so dire — rispose l'aquilotto levandosi d'un colpo d'ala — che d'asini come voi n'ho visti molti!
Le tre virtù teologali.
II.
FEDE
Quando la nave fila, con vento fresco e largo, i delfini vengono a centinaia e corrono e saltano e folleggiano da poppa a prua, da prua a poppa: così come fanno gli uomini intorno al loro Ideale.
Ma un marinaro dalla mano sicura, discende allora, sulle catene del bombresso, armato d'una lunga fiócina provata: e gli altri s'affollano sul _castello_, attenti e pronti a _issare_ la _ cima_. Cento volte hanno veduto i delfini quella manovra minacciosa; e pur non lasciano di correre, di saltare di folleggiare sotto il loro castello fuggente!
A un tratto, un'onda rossa: una fuga per l'acqua, e un subito ritorno: un _issare_ cadenzato; uno sbattere furioso di coda sulla _coperta_, un lago di sangue, e un cane che lo lecca.
Tale la sorte di chi s'accosta all'Ideale con troppa Fede.
III.
SPERANZA
Nelle campagne toscane i ragazzi vanno matti per un giocattolo che chiamano _misirizzi_. È un fiaschettino piccolo piccolo, il quale somiglia più che può a uno di quei fiaschi grandi pei quali andiamo matti noi uomini. Se non che, per quanto si faccia non si viene a capo di farlo stare nè chino, nè riverso, nè a giacere, perchè, per un segreto c'ha dentro, non può stare altramente che ritto.
Quando un buon vento mi mena in quelle divine campagne (ben lontano dalle città!) è difficile ch'io dimentichi di portare con me qualcuno di questi graziosi fiaschettini: e come vedo tre o quattro fanciulli che si guardano gravemente, non sapendo a che cosa giocare, io li chiamo e regalo a ciascun di loro uno di questi tanto desiderati _misirizzi_. E non me ne vado: anzi mi diverto un mondo a vedere quanto si dà da fare ciascheduno per buttar giù quello dell'altro, senza mai riescirvi.
Mi diverto un mondo! sapete perchè? Perchè gioco anch'io: mi figuro di essere Dio che dispensa agli uomini le Speranze, e poi guarda che cosa ne san fare.
IV.
CARITÀ
Standosene accovacciato in un fosso un lupo, ecco vide venir su per l'erta un fraticello, che andava lentamente e curvo, pesandogli un capretto morto che portava sulle spalle.
Allora il lupo, ridendo forte, saltò nel mezzo del viottolo incontro al frate, e sì gli disse: — Sangue di Giove! Or non direte più che son solo io a rubare i capretti! Siamo due. Allegro compare! Non credere che abbiamo ad essere nemici per questo: anzi tu mi darai ora mezzo di quel capretto e di ognuno che ruberai, e io farò altrettanto con te, e vivremo a questo patto fedeli, l'uno e l'altro.
— Che diamine vai tu bestemmiando — gridò il fraticello — nel nome santo di Dio! vecchio peccatore! Ma credi tu ch'io l'abbia rubato, questo capretto e sgozzato come fai tu da ladro e fuoruscito qual sei? Sappi che questo m'è stato dato per carità!...
— Carità? come hai detto? che cosa è questa ch'io non l'ho mai udita rammentare da che sono al mondo?!
— Ah! tu dunque non conosci la Carità, la divina virtù che agli uomini soli Dio ha concesso di poter esercitare nel mondo! Vieni con me; seguimi paziente e tu la vedrai.
E il lupo, tratto dalla curiosità, seguì mansueto il fraticello, fino al suo convento: ve lo lasciò entrare senza dargli noia, e, poichè gli fu detto che l'avrebbe vista uscir dalla finestra di cucina, questa Carità, andò scodinzolando ad accularsi proprio sotto a quella.
Sentì dentro un gran inferno di risa, d'arrotii, di picchi, di tonfi e anche un odor di soffritto da mancare. Poi, dopo un bel pezzetto, vide finalmente comparire una mano, che gli gettò.... un piede del capretto!
Se ne stava tutto in tristi meditazioni, contemplando quell'osso peloso, che egli credeva l'imagine della Carità, quando passò una volpe, alla quale divisò di rivolgersi per consiglio, sapendola assai accorta. La chiamò, le raccontò la nuova avventura, e le chiese se ella riuscisse a capire perchè gli uomini chiamavan divina quella virtù.
— O non ti par divina, esclamò pronta la volpe, una virtù che insegna a salvar così bene la roba propria dalla fame degli altri?
Le quattro virtù cardinali.
V.
PRUDENZA
Una vecchiuccia scheletrita, stava tutta intenta a ripulire certe erbe che si tenea in grembo: e non servendole più gli occhi assai, col suo gran naso quasi le toccava.
Una viperetta rinfrancata forse dal poco calore di que' fémori, s'affacciò tra l'erbe: e non sì tosto si credè minacciata da quell'enorme sprone, che gli s'avventò piena di rabbia. Ma una fedele goccia di tabacco, che da lungo tempo aspettava, le discese nella gola aperta, onde essa incontanente cadde e morì.
Consiglio chi mi legge a empirsi di Prudenza come quel naso, se vuol vivere lungamente e sano.
Quanto a me imparo da questa favoletta a guardarmi più che dal morso delle vipere, dal naso delle vecchie: chè non v'è luogo dove non lo vogliano ficcare, e donde non lo traggano salvo!
VI.
GIUSTIZIA
Un vecchio platano, rinverdendo i suoi rami a primavera, nascose a un giovane innamorato il balcone della sua bella. Onde il giovane pieno d'ira, tesi i pugni contro il povero platano, gli gridò: — Perchè sei tu cresciuto a quel modo? che tu sia maledetto! alberacelo goffo e impiccioso!
Ma il platano, per nulla mostrandosi offeso, anzi sorridendo serenamente, gli rispose: — Di grazia signore: come potevo io sapere che t'era caro che rimanessi nudo e secco, se quando così ero, mai, per nessun modo, ho udito la tua bocca benedirmi? Perchè non sei stato così pronto a benedirmi allora, come a maledirmi oggi? Senti, in questa gioia di canti c'ho attorno, quante benedizioni dicon le capinere alla mia verdura! Impara da loro a esser giusto!
La mattina di poi, assai per tempo, il vecchio platano fu segato ben rasente e messo a terra e fatto in pezzi. Fu per l'aria un gran piangere di capinere sui nidi schiacciati! Ma il giovine rivide ogni giorno la sua bella! E fatto buono da quelle ore felici, si ricordò della giusta riprensione del vecchio platano: e benedisse, sì; ma benedisse.... chi lo aveva segato!
VII.
TEMPERANZA
Avevo fatto amicizia una volta, con uno di quei cani vagabondi che girano il mondo dicendo: «Dove c'è un mucchio di spazzatura là è la mia patria». E mi divertivo a contargli, ogni giorno meglio, i nodi della spina e a dargli qualche osso da rodere, in mezzo alla riprovazione incoraggiante di sconosciuti e compassati vicini di tavola.
Un giorno m'arriva tra le gambe questa bestia, con un'allegria insolita, e con il corpo pieno. Gli era capitata una bella fortuna! In un giardino pubblico aveva incontrata una paffuta e agghindata cagna inglese, che l'aveva trattenuto un'ora parlandogli d'una cosa meravigliosa: veramente straordinaria, mi diceva, che nel mondo non ha l'eguale!
— E come si chiama questa cosa così rara? — gli chiesi.
— Oh! mi rispose, vivessi vent'anni non dimenticherei il suo nome: si chiama Temperanza!
— Si vede — soggiunse subito all'atto del mio volto — si vede bene che voi ne avete sentito parlare, ma non l'avete mai veduta. Anch'io a sentirne parlare m'annoiavo mortalmente! ma quando quella cagna gentile pregò la sua governante di condurmi a casa con lei e di dare a me un piatto uguale al suo, perchè io imparassi a conoscere la Temperanza, allora capii e vidi finalmente che divina cosa era quella! Immaginatevi un po' d'ogni bene: carne condita, ossi con la midolla, biscotti inzuppati nel latte, insomma, vi dico: una cosa da non credere!.... E poi.... Se sapeste!... Dopo mangiato.... siamo rimasti soli!... e....
E dire, che aveva perduto un'ora quella povera canina, per far intendere a questa bestiaccia spudorata, che non avrebbe dovuto poi raccontare nulla a nessuno!
VIII.
FORTEZZA
Mentre i più de' filosofi credono che le maggiori illusioni che gli uomini si fanno, siano intorno all'Amore; io oso credere al contrario, che le siano più rotonde e più ridicole assai quelle che si van gonfiando intorno a questa virtù della Fortezza.
E mi pare che sian troppi gli uomini che rassomigliano quel piccone che vedendo saltare in pezzi la pietra sotto i suoi colpi diceva: «Perdio! picchio sodo davvero!»; o quel somaro che, tirando calci all'aria, le ragliava: «Resistimi se hai core!»; oppure quel fumo che diceva all'aquile che gli passavano vicino: «Mirate come volo anch'io?»; e l'aquile gli rispondevano: «Sì, sì! ma noi preferiremmo che volasse l'arrosto!!»
E mi pare che troppi casi umani sian da mettersi con quello del torrente e del masso. Il quale torrente, passando a' piedi del masso, gli ripete ogni giorno: — Che vita vile è la tua! Non ridi, non piangi, non guardi nulla, non vedi nulla, non fai male e non fai bene; nessuna passione, nessun sentimento di dovere, nessun desiderio, nessuna pietà, nessuna curiosità ti sa muovere da questo tuo eterno semicupio! Che divario tra noi! Vedi con quanto smisurato coraggio io discenda continuamente verso l'ignoto, e quanta Fortezza di volere sia la mia, chè nessun ostacolo mi si oppone ch'io non lo salti o lo giri!
— Oh! — risponde ogni giorno il masso con molta gravità: — non devi già credere che sia Fortezza quella che ti persuade a correr così, come un pazzo. Anzi, altro non è che debolezza la tua, perchè mostri di non esser tetragono alle mille vanità con le quali la vita vorrebbe tentarci, di non avere in te abbastanza, per amare la solitudine, il silenzio, e l'immobilità, che sono i figli della saggezza!
E seguitano così, a disputare filosofeggiando ciascuno sulla propria Fortezza e sulla viltà dell'altro, il torrente e il masso: quasi che, volendo, quello potesse fermarsi, e questo andare.
I sette peccati mortali.
IX.
SUPERBIA
Avete mai veduto, in un di que' baracconi cascherecci dove si mostrano tutte le meraviglie del mondo al rumore di due trombe e d'un tamburo, un uomo avvicinarsi con ostentata circospezione a una puzzolente cassetta, alzarne con solenne gravità il coperchio, incominciando le lodi del famosissimo serpente Boa, prima ancora che voi possiate vederlo raggomitolato nel fondo?
Ebbene: che cosa fa il serpente mentre gli piovono nella cassetta le più strabilianti e impensate prove della sua gagliardia, e gli sguardi attoniti di cento occhi?
Il serpente dorme: o fa vista di dormire.
Ma è inutile che vi consigli di fare come quel serpente, perchè nessuno di voi, se fosse al suo posto, saprebbe resistere alla tentazione di rizzarsi più che mezzo fuori della cassetta, per ringraziare con appropriate nonchè modeste parole il ciarlatano e il pubblico.
X.
AVARIZIA
Una variopinta e volonterosa cancrena, che si stava mangiando da qualche mese la schiena di un famosissimo e luridissimo avaro, un bel mattino, parlò così al suo involontario anfitrione: — Oggi mi sento bene! e son di buon umore! Sarà la primavera! Ma vorrei vedervi un po' allegro anche voi! non pensate così, sempre, alla vostra roba! Vi farà male. Fate come me: Vedete? io mangio fin che ce n'è: quando non ce ne sarà più: pazienza! morirò. Ma almeno potrò dire che della mia morte nessuno godrà, e que' vermi schifosi che aspettano nella vostra fossa la mia eredità, sognando laute cene, sarà miracolo se troveranno qualche osso sano da vuotare!
Voi, invece, passate la vita a ricontare e a risigillare i vostri sacchetti d'oro, perchè un giorno ve li possan manomettere quei diavoli de' vostri eredi; che, quando voi dormite, si vengono a rallegrare con me per il modo come mangio alle vostre spalle, dicendomi che era il loro sogno e che mai l'han saputo fare: e mi incitano con belle parole e con esempi tratti dalla storia, a spolparvi tutto in tre giorni!
E vi giuro che è contro mia voglia; ma vi confesso che un po' per quelle parole che stuzzicano il mio amor proprio: un po' per certi eccellenti aperitivi che mi somministra il vostro medico, e anche perchè m'annoio a vedervi sempre far conti, chè so io? mi sembra che l'appetito mi cresca ogni giorno, nonostante la vita sedentaria che mi fate fare! Che ne dite voi, amico?... Ah! bravo!! approfittate di questo mio bisogno di confidenza che m'ha fatto lasciare a mezzo la colazione, per contare con più pace codesti lerci sacchetti, senza darmi nemmeno ascolto!
Crepi l'Avarizia! Mi rimetto subito a mangiare!
XI.
LUSSURIA
Una grassa e venerabile abbadessa si recava a un certo conventuccio di montagna, di sua giurisdizione, sedendo sopra un grosso e robusto somaro.
Il quale, non sì tosto vide nel mezzo della via qualche po' di bagnato, che vi corse sopra col muso, e, dopo aver con suo comodo osservato e riflettuto assai, finalmente, sicuro del fatto suo, levò il muso verso le nuvole e rise sonoramente fremendo e scotendosi tutto per la felicità.
La severa abbadessa, rossa in volto, parendole che quello sconcio diminuisse la sua autorità, lo percosse fieramente con una verga sul muso.
L'asino smise subito di ridere: ma sapete che cosa ebbe il coraggio di rispondere l'insolente a quella venerabile donna: — Vostra Signoria sa meglio di me, — le disse, — che è legge di Natura che chi sta sopra le dia e chi sta sotto le pigli: ma Vi vò dire che se Voi V'addattassi ora a star sotto a me, io non Vi tratterei così male. Anzi credo che V'avreste a lodare di me, assaissimo!...
Ridete? Ecco: voi pensate subito a male! Perchè? Perchè di questo peccato siete pieni voi, pieni zeppi, dall'ugne de' piedi fino alla punta dei capelli!
Sicuro! Chè se così non fosse, nessuno v'avrebbe impedito di credere, per esempio, che l'asino significasse il Popolo; l'abbadessa, la Tirannia; quel po' di bagnato in terra, la Libertà.
XII.
INVIDIA
Nel torrione d'una antica fortezza, un vecchio galeotto guardava il solito pezzetto di cielo, attraverso la doppia inferriata della sua cella; e ripescava, ripescava pazientemente, nella cloaca della sua memoria, qualche disegno di fuga gettatovi forse da dieci anni, come cosa inutile.
Quando, di fuori, sul turchino limpido del cielo, vide a un tratto un enorme ragno discendere pacificamente dal tetto, sgomitolando il suo filo lucido.
— Guarda quello schifoso animale! — pensò il galeotto — viene a bella posta a farsi vedere da me, perchè il Diavolo gli ha insegnato a vomitar corda, e a me no. Ma gli farò battere bene il muso, giuraddio!
E, frugando nel suo saccone, ne trasse una lunga paglia, e poi, cacciato il braccio tra le nemiche barre della sua inferriata, tanto e tanto fece, che alla fine arrivò a troncare il filo ondeggiante e lucente.
Il ragno, che già stava vicino alla terra, guardò bene prima di non rompersi nessuna delle sue tante gambe; poi pensò: — Pazienza! ritorneremo a casa a piedi!
L'Invidia degli uomini non è mai meno stupida di questa del galeotto: nè meno inutile contro chi non la curi.
XIII.
GOLA
Quello che vi posso dir della Gola l'ho saputo dalla sua bocca stessa: ve lo dico, purchè non gli diate maggior fede di quel che meritano le autobiografie e gli autoritratti.
Non pensate già ch'io sia intrinseco di questa grassa e attempata signora. Io la vidi un giorno in un cimitero, che deponeva fiori sulla tomba di un illustre prelato: nè l'avrei conosciuta: ma essa, vedendomi passare, mi offrì con gentili modi qualche variopinto confetto che io m'affrettai a rifiutare; e poi, piuttosto offesa, ma sorridendo ancora, mi disse: — Voi dunque siete mio nemico. Badate: ve ne dovrete pentire! Un giorno mi cercherete, e io allora sarò dura con voi. Prendete esempio da questa perla d'uomo che mi ha sempre voluto bene: è morto sorridendo: ognuno credeva ch'egli vedesse il paradiso: ma io so che invece sentiva l'odore di quello che gli stavo preparando in cucina!.... Anche lui da giovane s'era lasciato invescare dalle grazie delle mie sorelle; n'ho sei sapete? sono delle versiere tutte, e son più giovani di me.... ma io, con le mie cure amorose, l'ho fatto ingrassare tanto, che a una a una son dovute fuggir tutte di casa! perfin l'Accidia se n'è andata perchè non sapeva che cosa fare! e son rimasta io sola con lui, e l'ho composto io qui dentro, in questa tomba.
Quale delle mie sorelle l'avrebbe fatto morir così bene?! La Superbia l'avrebbe fatto scoppiare, l'Avarizia l'avrebbe fatto morir di fame, la Lussuria l'avrebbe avvelenato, l'Ira l'avrebbe accoppato, l'Accidia l'avrebbe svenato grattandogli le morici.... Io invece, v'ho detto come l'ho fatto morire! Grasso e sorridente, ch'era una maraviglia a vedere!
Vi par dunque sì o no, che io sia la più buona delle Sette Sorelle? Oppure seguitate a disprezzarmi come avete fatto fin ora?
La Gola mi disse così. E io le promisi di pubblicare un giorno questa sua apologia, a patto che ella non s'impicciasse mai più delle cose mie, e mi lasciasse morire magro, come son vissuto e vivo.
XIV.
IRA
Gli animali più iracondi ch'io mi conosca, sono certi uccelli di mare che seguono i bastimenti, da un tropico all'altro, in numerose comitive, e che i marinai chiamano _Dame_; non già, credo, per il loro peccato, ma per le loro ale bianche e nere, adorne di vaghi e capricciosi disegni.
Ben che queste _Dame_ non siano buone da mangiare, i marinai le acchiappano, adescandole con ami, come pesci, e le tengono legate sulla _coperta_. Appena son due, il divertimento comincia. Basta metterle vicine, perchè subito perdano ambedue il lume degli occhi, e se le diano di santa ragione. Puntate di becco, fendenti d'ala, graffi di zampe s'incrociano, s'aggrovigliano, con una incredibile fretta d'uccidere.
Ma l'ultima scena è quella che aspettano i marinai, ridendo in giro, impazienti.
Perchè, quando que' due uccellacci non ne posson più, allora si staccano d'un passo, e fissandosi torvi sempre, mentre colan sangue da ogni parte, e protendendosi tutti in una stecchita e buffa posizione di guardia, nella quale i due gozzi si vedono agitarsi convulsi; ecco, alla fine, si ricoprono l'un l'altro di vomito, nella più sconcia maniera del mondo.
Allora i marinai ridono a crepapelle. E fanno bene. Però, guai se qualcuno s'attentasse a ricordare a loro, quante volte, in uno svolto di strada fuor d'una bettola, quasi in ogni porto del mondo, con qualche solido inglese o con qualche inafferrabile spagnolo, in mezzo a un cerchio di curiosi, han fatto su per giù la medesima figura di quelle due _dame_!
Non so come la pensiate voi: ma io, prima di ridere dell'ira degli altri, vorrei saper ridere della mia.
XV.
ACCIDIA
Conosco una vecchia oca che si vanta di discendere, per ramo diretto, da una di quelle che salvarono Roma facendo quel po' po' di baccano che tutti sanno.
E com'è usanza di quasi tutti coloro che hanno un gran nome da custodire e da tramandare, si lagna anch'essa: chè ai nostri giorni non si rispetta più la storia, chè i sangui sono contaminati dagli incroci plebei, chè la nobiltà si compra, chè tutto è finito!... e dice che altro non le rimane da fare se non ingrassare.
Oh! Lettori miei! Se i tempi fossero diversi, se si rispettasse la storia, se i sangui non fossero contaminati, se le grandi azioni valessero ancora nel mondo: chi sa mai che cosa potrebbe fare quell'oca!
Libertà — Eguaglianza — Fratellanza.
XVI.
LIBERTÀ
Un feroce mastino, a catena, facea mille abbaiamenti e salti e urli e guaiti, con gli occhi fuor del capo, per attirare gli sguardi distratti di una cagna che vagolava sopra una balza, facendo le viste di non capire. Un bel castoro grassoccio, che passava di là, si fermò a vedere questa scena, e poi che gli parve oltremodo esilarante, si mise a ridere a crepapelle, rotolandosi in terra per non iscoppiare.
Quando al fiero amatore, parve di non dover tollerare più oltre quel villano insulto alla sua schiavitù, si slanciò come una tigre contro l'insolente castoro. Ma prima che la catena, lo fermò a mezza via la meraviglia: il grosso castoro, senza lasciar di ridere si scosciava a forza quanto più poteva e sì mostrava chiaramente come ormai, altro non potesse fare che ridere degli amori altrui.
E allora il cane, che era un po' filosofo, se ne ritornò pensieroso alla sua cuccia, e corrugando la fronte, diceva tra sè: Sarebbe mai quella bestia sguaiata il simbolo della Libertà?
XVII.
EGUAGLIANZA