Fausto Bragia, e altre novelle

Part 9

Chapter 93,811 wordsPublic domain

Mi opprimeva il petto, da parecchie ore, un tristissimo presentimento. Dopo che il caso mi aveva messo a parte del segreto di Diego Mutti, egli non mi nascondeva nulla. Veniva a sfogare la piena della sua passione nel mio studio di scultura in via Margutta, e, nei casi gravi, a consultare la mia esperienza di vecchio scapolo, che ne ha viste d'ogni colore, come egli soleva dirmi in quelle occasioni. Io lo ammonivo: — Sii prudente! Se non per te, per lei. È moglie, è madre! Un marito che non si è avvisto di niente in un anno, può aprire gli occhi in un minuto. Bada! Sii prudente!

Egli mi assicurava sempre che la loro prudenza era anche eccessiva. Si vedevano di rado, lontano, in una villetta fuori Porta Pia. Lui vi andava da Porta del Popolo, pel viale dei Monti Parioli; lei, direttamente per via Nomentana; era impossibile dar nell'occhio. Il contegno del marito, tranquillissimo.

Non so perchè, appunto questo mi dava da pensare. Conoscevo quel marito. Bell'uomo, affabile, innamoratissimo della moglie, pazzo dei suoi due figliolini, una bambina bionda e un bambino bruno, che egli conduceva spesso a passeggio per inebriarsi delle esclamazioni ammirative della gente.

Perchè la signora Forcelli lo tradisse con Diego Mutti non ho mai saputo spiegarmelo. Diego era, sì, più giovane di colui; ma il marito era assai più bell'uomo, proprio bello. Intanto era stata lei la provocatrice. Diego mi assicurava che non aveva mai pensato alla possibilità di farsene, un giorno o l'altro, un'amante. Lo legava al Forcelli un'amicizia di Università... Mah! Si vede che in certi fatti c'è davvero un destino. Diego Mutti non ragionava più; aveva perduto con quella passione ogni coscienza del bene e del male; pareva stregato.

Dunque, salendo le scale di casa Forcelli, io gli aveva raccomandato: — Bada di non tradirti! — La mattina egli mi aveva raccontato alcuni particolari nei quali la cecità del signor Forcelli mi era parsa incredibile. Li avevo ripensati tutta la giornata; e il tristo presentimento che mi opprimeva il cuore quella sera evidentemente era effetto delle mie lunghe riflessioni. Volevo molto bene a Diego Mutti, quantunque non approvassi la sua condotta; e per ciò lo avevo accompagnato in casa Forcelli; immaginavo che la mia presenza dovesse costringerlo ad esser più cauto dell'ordinario.

E, appena entrato in salotto, mi accorsi con dolore e dispetto, che la inconsiderata era lei; stavo per dire: la sfacciata. Mi ero appartato in un angolo col vecchio pittore polacco Mirloscky, e il fantastico italiano che egli parlava, e che richiedeva uno sforzo di attenzione per esser inteso, non mi aveva impedito di sorvegliare la manovra con cui colei aveva attirato Diego nel vano di una finestra. Istintivamente, in quel punto, avevo cercato con gli occhi il signor Forcelli. Era lì vicino e guardava sua moglie e Diego sorridendo, senza nessun segno di sospetto. Mi rassicurai. Mirloscky ragionava entusiasticamente della padrona di casa.

Ne voleva fare la principale figura di un quadro storico a cui pensava da parecchio tempo. Le aveva espresso il desiderio di averla per modella. Col ricco costume polacco del 400 — e me lo descriveva — quella bellissima persona, alta, bionda, quasi pallida, con quegli occhi nerissimi, sarebbe stata una figura meravigliosa. E siccome ella ci passava davanti, Mirloscky, alzatosi da sedere, la fermò dicendole: — Parlavamo del mio quadro. — Ah, sì — ella rispose. — Intanto vengano a vedere il mio albero di Natale.

Per quella festa, che si faceva la prima volta in casa sua, gli invitati erano numerosi. — Bada! — io ripetei sottovoce a Diego che pareva non stesse nei panni e mi stringeva le mani quasi volesse comunicarmi parte della sua felicità.

L'uscio della sala da pranzo si spalancava in quel punto; me ne accorsi dalla gran luce che arrivò fino in salotto e dall'affollarsi degl'invitati.

Mi fermai su l'uscio assieme con Mirloscky. Lo spettacolo era bello. Tutti ridevano contendendosi i regali che la signora andava staccando dall'albero porgendoli alle mani tese con gioia infantile. E vidi questo. La signora Forcelli stava per porgere uno di quei regali a Diego, quando il marito, per ischerzo, se ne impossessò lui. Ella tentò di strapparglielo di mano, e tentò anche Diego, ma il marito fu più lesto. La signora Forcelli diventò pallida, tutt'a un tratto; Diego fece un viso da morto... Io capii subito che qualcosa di sinistro era avvenuto.

E accorsi presso il mio amico. — Oh, Dio! — mi sussurò all'orecchio. — Bisogna impedire che il marito apra quell'involto! — E si slanciò dietro il signor Forcelli, fingendo un'allegria che però lasciava trasparire quanto fosse forzata. Lo raggiunsi. — Questo regalo era destinato a me; non posso cedertelo, — disse Diego tentando di strapparglielo di mano. — È di buona conquista! — rispose il Forcelli, mettendoselo intasca. Evidentemente era insospettito dell'aria stravolta di Diego. Mi voltai verso la signora. Aveva cessato di distribuire i regali, lasciando che gli altri invitati li prendessero da sè, e usciva dalla sala da pranzo rapidamente. Nessuno degli invitati si era accorto di niente. Io tremavo.

Eravamo quasi tutti ritornati in salotto. I due bambini stavano attorno al babbo, carichi di regali, raggianti di gioia. Il signor Forcelli li accarezzava, distratto. Poi li allontanò con le due mani, girò lo sguardo attorno quasi cercasse qualcuno, e fece alcuni passi verso l'uscio. Diego era appoggiato allo spigolo, come trasognato. Passando, il signor Forcelli gli disse qualcosa. Diego stralunò gli occhi e lo seguì nell'altra stanza. Lasciai Mirloscky che rideva dell'umoristico regalo toccatogli, e giunsi in tempo per vedere sparire Diego e il signor Forcelli in fondo al corridoio che metteva nel suo studio. Sentii chiudere l'uscio. Un fruscio di veste femminile mi veniva dietro. — Dove sono? — mi domandò affannosamente la signora Forcelli. Additai lo studio. La signora si torse con atto disperato le mani e fuggì via. Rimasi lì, atterrito, senza saper che fare; poi mi accostai pianamente all'uscio e stetti a origliare. Udivo la voce del Forcelli, ma non le parole. Il tono della voce era concitato. Allora accostai l'occhio al buco della serratura. Diego, seduto presso la scrivania con la testa fra le mani, non rispondeva niente. Di tratto in tratto vedevo passare davanti al lume una mano del signor Forcelli, con gesto energico, minaccioso, e la sua voce continuava, continuava irritata, minacciosa anch'essa. Trattenni il respiro. Ora le parole, a intervalli, mi arrivavano chiare all'orecchio accostato all'uscio. Compresi che ormai il marito sapeva tutto! — Potrei ammazzarti come un cane!... I miei figli!... I miei figli!... Per loro soltanto!

Appena le parole diventavano indistinte, mettevo l'occhio al buco. Vidi Diego alzarsi da sedere, e fare un gesto di dolorosa rassegnazione. Mi parve invecchiato improvvisamente. — Un duello! — pensai. Ma subito dovetti persuadermi che si trattava di altro. Di che cosa? Non potevo indovinare. Vedeva benissimo il signor Forcelli che cavava fuori da un cassetto un foglio e una busta e metteva accosto ad esso il calamaio e la penna. Diego sedette di nuovo con le spalle voltate a me. La voce del signor Forcelli dettava, Diego scriveva. Cinque minuti di terribile ansia! Quando la voce tacque, il signor Forcelli accostò al lume il foglio, lesse, lo piegò, lo mise dentro la busta. Diego si alzò. Compresi che tutto era finito e che quei due stavano per uscire. Mi allontanai in punta di piedi, e tornai in salotto. La signora Forcelli era là. Parlava, rideva, se non che, di tratto in tratto, guardava verso l'uscio con sguardi di cui io solo intendevo il significato. — Vi sentite _malo_? — mi domandò il Mirlascky. — Perchè? — dissi affettando disinvoltura. — Avete un _faccio strano_! — Sorrisi e scossi il capo negativamente. Il signor Forcelli e Diego tornavano in salotto, discorrendo tranquillamente. Diego anzi sorrideva.

— Che è accaduto? — gli domandai, tirandolo da parte. — Niente — rispose. Lo guardai negli occhi. — Andiamo via — soggiunse quasi subito. — Non congedarti da nessuno.

Scendemmo le scale silenziosamente. Ma nella via mi fermai.

— Parla. Ho visto tutto, ho anche udito. Un duello?

— No. È finita. Meglio così! Sono stato un infame! Meglio così.

— Che cosa dunque? Parla, per carità!

— Niente — replicò Diego. — E non potei cavargli altro di bocca.

Soltanto quindici giorni dopo Diego Mutti si lasciò strappare il terribile segreto.

— E tu adempirai? — gli dissi sbalordito dell'orrenda rivelazione.

— Sì.

— Ti ammazzerai.

— Sì.

— Parti, sparisci; è lo stesso!

— Domani egli metterà alla posta la mia lettera al direttore della _Tribuna_, con cui gli spiego il mio suicidio. Non posso rendermi ridicolo... Forcelli mi ha accordato quindici giorni di tempo per assestare i miei affari e sviare ogni sospetto. Ha ragione; egli è padre. Non vuole che pesi sui suoi figliuolini l'onta della madre. Ha ragione!

Parlava quasi vinto da una suggestione; non mi pareva più lui.

— Ma io impedirò! — esclamai.

— Tu non farai niente! — m'impose. — Faresti uno scandalo inutile. Addio! Addio!

Mi abbracciò ripetutamente, mi baciò. Io piangevo, tenendolo stretto stretto tra le braccia. Credevo di fare un orrido sogno!...

Questo è il mistero del suicidio di Diego Mutti. I Forcelli ora sono in America. Non torneranno più in Roma. Tu non li conosci; e, inoltre, mi hai giurato di mantenermi il segreto!...

Infatti io ho trascritto il racconto di Romiti, mutando i nomi dei luoghi e delle persone. E poi, il povero Romiti è morto anche lui, ed io ho creduto che la morte mi abbia sciolto, almeno in parte, dal mio giuramento.

LA MERCEDE

Angelo Capparota era tornato dall'ufficio così sconvolto in viso, che sua moglie, meravigliata di vederla rientrare in casa prima dell'ora solita, lo prese per una mano e gli domandò premurosamente, con dolcissima espressione di affetto:

— Angelo mio, che hai? Ti senti male?

Egli tardò un po' a rispondere, liberando la mano dalla mano di lei, e cominciando a cavarsi il soprabito. Pareva volesse evitare di guardarla in faccia, e stentasse a trovare le parole.

— Che hai? — replicò sua moglie.

— Un piccolo disturbo... Non so... Mi son sentito male tutt'a un tratto. Mi butterò sul letto... Non è niente.

Ella gli levò di mano il soprabito e lo ripose. Guardava suo marito con aria diffidente, mentre egli stirava le braccia e tutta la persona, quasi volesse così scacciare il torpore che l'opprimeva, stanchezza o dolore chiuso non si capiva bene; malessere certamente, forse più grave di quel che egli non volesse far scorgere. E perciò ella gli stava attorno, accarezzandolo, ripetendo la sua domanda: — Che hai? — cercando, con l'insistenza, di trargli di bocca una risposta più chiara, più sincera, giacchè le pareva che il suono velato della voce di lui non corrispondesse al senso delle parole.

— Mi butterò sul letto, qualche ora. Non inpensierirti, Nannina.

Nannina lo seguì in camera. Sprimacciò i guanciali, gli buttò addosso una coperta, e stette alcuni minuti davanti al letto, tenendogli la mano su la fronte.

Pallidissimo, col respiro frequente e gli occhi chiusi, suo marito stava là immobile, senza dire una parola. Poi, sotto la impressione dell'altra mano di Nannina che gli accarezzava lievemente una guancia, egli aperse gli occhi, atteggiò le labbra a un sorriso e disse:

— Chiudi gli scuri; lasciami riposare. Comincio a sentirmi meglio.

Nannina lo baciò più volte, esclamando:

— Mi hai fatto paura! Oh che paura!

Angelo riaperse nuovamente gli occhi, fissò sua moglie con uno sguardo di gratitudine, alzò le braccia e gliele passò attorno al collo, e tutt'a un tratto prese a baciarla, stringendola forte.

— Non è niente, Nannina! — balbettava. — Lasciami riposare; non è niente.

— Riposa; chiudo gli scuri.

E uscì di camera, tirando il battente dell'uscio dietro a sè.

Appena rimasto solo, Angelo buttò via la coperta, si rizzò a sedere sul letto, passandosi le mani su la fronte, stralunando gli occhi:

— Non è possibile! Non è possibile! — esclamava sommessamente. — Tanta finzione sarebbe un'infamia!

E rimase a testa china, con le ciglia aggrottate, morsicchiandosi le dita, riflettendo:

— Da chi può venire la calunnia? Da chi?

Non era da sospettare del Crogli, galantuomo a tutta prova, più che amico, padre per lui, come ne aveva avuto grandi prove in tante circostanze; uomo serio, incapace di avventurare una parola prima di esser convinto di dire la verità. Ma il Crogli lo aveva soltanto ammonito: — Bada!.... Corrono delle brutte voci! Apri gli occhi... Non si sa mai!

Giacchè il Crogli si era risolto di metterlo sull'avviso, bisognava proprio che quelle brutte voci gli fossero giunte all'orecchio da più parti o da persona di sua piena fiducia.

— Da mia madre! — esclamò Angelo, dando improvvisamente uno sbalzo.

Un doloroso ghigno gli contrasse la faccia, un fiotto di amara saliva gl'inondò la bocca.

— Mia madre! Mia madre!

Egli aveva sposato Nannina contro la volontà di lei. Da due anni madre e figliuolo non si vedevano più, perchè il giorno stesso delle nozze sua madre gli aveva prognosticato, con una parolaccia...

— Sì, mia madre! Il Crogli non può dubitare di lei! Una madre che disonora in faccia alla gente il proprio figlio!

Fremeva. E nello stesso tempo si sentiva invadere da immensa tenerezza per la povera creatura calunniata, che poco fa lo aveva baciato e accarezzato con tanto affetto, tremante perchè lo aveva veduto soltanto un po' indisposto!

Respirò. Si distese sul letto, ansante di felicità, per la certezza di avere indovinato. E quando, da lì a un quarto d'ora, sentì cautamente riaprire l'uscio, chiamò subito:

— Nannina!

Al tono di voce assai mutato da quello di poco fa, ella corse a riaprire gli scuri, e si accostò al letto sorridendo:

— Ti senti già meglio?

— È passato!.... Nannina mia!

Era saltato giù per stringerla al petto e compensarla dell'offesa da lei ignorata.

— Nannina mia!... Ora posso dirtelo; mi son sentito assai male, assai, assai! Mi pareva di dover morire!

Ella lo ascoltava con aria distratta.

— Non mi credi? — le domandò Angelo, quasi rimproverandola dolcemente.

Squillò il campanello dell'uscio di entrata. Nannina si svincolò dalle braccia del marito per accorrere.

— La serva è fuori di casa — disse, accorgendosi di un lieve moto di stupore di lui.

Egli l'aveva sentita sobbalzare tra le sue braccia a quello squillo, e non avea saputo reprimere il moto di cui si era accorta sua moglie. Un'ombra di sospetto gli oscurò il viso; e si precipitò verso la finestra. Dietro le persiane socchiuse avrebbe potuto vedere chi sarebbe uscito dal portone di casa.

Attese angosciosamente alcuni istanti.

Quel giovane alto, bruno, decentemente vestito egli lo aveva visto un'altra volta... Dove?... Quando?... E perchè si era rivoltato a guardare in su?... Chi era?... Pareva un operaio.

Si ritrasse dalla finestra, richiuse i vetri per non farsi sorprendere da Nannina in atto di spiare, e tornò presso il letto allo stesso posto dov'ella lo aveva lasciato.

Pensò anche:

— Ho avuto troppa fretta. Forse non era costui! Nannina riapparve, e non aspettò di essere interrogata:

— Il padrone di casa voleva sapere se i riattamenti della grondaia son riusciti bene. Era venuto lo stesso operaio che li fece;... e voleva accertarsene coi suoi occhi... L'ho licenziato, dicendogli che tutto andava benissimo.

Angelo Capparota si sentì alleviato da un gran peso. Ricordava l'operaio: ora lo riconosceva perfettamente. E intanto che sua moglie stirava la coperta sul letto, egli giurava in onor suo di non sospettare più, così violento era stato lo strazio da lui sofferto in quei brevi momenti!

* * *

E due giorni dopo, incontrato il Crogli, gli aveva detto a bruciapelo:

— È stata mia madre, è vero?

— Non capisco — rispose il Crogli.

— Quelle brutte voci...

— Oh, t'inganni! Non vedo tua madre da un pezzo...

Egli lo fissò incredulo.

— So però che tua madre non ignora... Hai fiducia tu in tua madre? — riprese il Crogli.

— Odia Nannina!

— Ma vuol bene a te. Io poi non t'ho detto altro che: Bada! Corrono brutte voci!

— Un nome! Un indizio!

— Capisci che io non potevo far vedere di prendere quelle voci sul serio. — Eh, via! Calunnie! — rispondeva. E tali le stimo... Va' da tua madre.

— Sarebbe troppa grande soddisfazione per lei, tu lo sai.

— E se i fatti le dessero ragione?

Angelo Capparota sentì corrersi un acuto brivido per tutta la persona. Un impeto di odio contro il Crogli, contro sua madre, contro tutti coloro che avevano sconvolto la sua beata tranquillità gli strinse il cuore.

— Volete farmi ammattire? — esclamò.

— Scusa — rispose il Crogli. — Non ti dirò più niente. E forse ho fatto male, hai ragione!

Lo vide allontanare, esitando se dovesse richiamarlo: ma la voce gli si strozzò nella gola; e il Crogli non si accorse del gesto della mano che gli accennava di fermarsi. Crollò la testa, quasi per confermarsi nella risoluzione improvvisamente presa, e si avviò con passi frettolosi verso la casa di sua madre.

La signora Giuditta non si mosse dalla seggiola dove si trovava seduta, presso un tavolinetto da lavoro, nella sala da pranzo. Quella stanzetta dava su un giardino ed era la più luminosa di tutta la casa. Dietro i vetri della finestra si affacciavano alcune cime di alberi dorate dal sole. Per godere la vista di quegli alberi e tutta quella luce, la povera vedova, che viveva sola sola con la vecchia serva, preferiva di lavorare colà.

La serva era corsa ad annunziare la inattesa visita del figlio: ma Angelo, introdottosi dietro di lei, non le aveva dato il tempo di far l'imbasciata:

— Mamma, sono io! — aveva detto, fermandosi su la soglia.

La signora Giuditta alzò la testa, e fè segno alla serva di andar via. Guardava suo figlio, severa, attendendo che parlasse.

— Vedi, mamma; son venuto... perchè tu mi levi di pena... Ti chiedo perdono di averti disubbidito... Ma quando si ama, si è ciechi, pazzi... Dimmi, mamma...

Non sapeva come continuare, vedendo il contegno impassibile di sua madre.

— È vero? — domandò con ansia mortale.

— Di che mi parli? — ella rispose dopo un istante di riflessione.

— Mi tradisce?

— Che vuoi che ne sappia? È cosa che ti riguarda; io non mi occupo di colei.

— Mi tradisce? Dimmelo, mamma! Ti è stato detto?

— Si dicono tante cose? Io non bado alle chiacchiere della gente.

— Si tratta dell'onore di tuo figlio, mamma!

— Di che si trattava dunque quando io mi opponevo che tu la sposassi? I cuori delle mamme hanno presentimenti che non s'ingannano mai.

— Dunque è vero?

— Non ho detto questo.

— Oh, mamma! Oh, mamma!

Le si era buttato in ginocchio, e le stringeva le mani supplicando:

— Oh, mamma! Oh, mamma!

E come le vide gli occhi pieni di lagrime e di compassione, cominciò a baciarle le mani ringraziandola e balbettando!

— Parla! Parla!

— Alzati, figlio mio! — rispose la signora Giuditta, con un tremito nella voce. — Ti ha dunque reso felice quella donna?... Alzati!

Angelo obbedì, mentre esclamava:

— Sì, mamma!... Mi mancavi tu però!...

— Non te ne sei accorto in due anni!

— Ti sapevo troppo ferma nei tuoi propositi. Col tuo carattere, non c'è transazioni di sorta alcuna. Se fossi venuto io solo...

— E... rispondimi sinceramente: che preferiresti? Allontanarti di nuovo da me, oppure...?

— Saperla innocente, mamma mia! Come non lo capisci? Ora il maligno incantesimo è rotto... Verremmo da te tutti e due: è tua figlia anch'essa, poichè è mia moglie. Meglio, verresti tu con noi; in casa nostra c'è posto anche per te; saresti tu la padrona; saresti adorata...

— Come l'ami! — esclamò la signora Giuditta che, intanto che suo figlio parlava, non aveva cessato un istante di fare con la testa e con una mano vivi segni di diniego.

— Se colei fosse colpevole — continuava — io ti perderei peggio d'ora. Così, posso almeno lusingarmi che tu sei felice.... anche senza di me.... Una madre sa rassegnarsi a questo: io mi ci sono quasi abituata... Ma se colei fosse davvero colpevole, tu forse diventeresti assassino; forse... la tua vita...! Hai fatto male a venire qui. Pretendi che io ti dica: — Ammazzala! Fatti ammazzare?... — Sii felice a modo tuo! Perchè sei tu venuto!

— Per sapere, mamma! Tu non puoi ingannarmi, tu non sei capace di calunniare una persona quantunque essa ti sia odiosa. Tu sei la mia mamma!...

La signora Giuditta si rizzò dalla seggiola e si coperse il volto con le mani; singhiozzava:

— Va', va': Non so niente!... Non mi sono mai occupata di quella donna... Perchè avrei dovuto occuparmene? Era cosa tua: dovevi badarci tu....

Angelo smaniava, si torceva le dita. E tornava a supplicare:

— Parla! Parla! Non voglio credere agli altri. Se tu mi dici... Dio! Dio! Sembra che tu ti diverta a torturarmi!

— Tu, tu mi torturi!... Non so niente! E quando penso a quel che faresti, se io fossi nel caso di risponderti: — Sì, colei ti tradisce! — mi sento abbrividire.

— Farò quel che tu vuoi, mamma! Quel che tu vuoi! Ti obbedirò come quand'ero bambino!

— Giuralo!

— Te lo giuro!... Vedrai!... È dunque vero?

— Non so. Ma che faresti?

— L'abbandonerei alla sua sorte; non vorrei sporcarmi col suo laido sangue le mani... Ci penso da una settimana... La spazzerei fuori di casa mia, come una lordura... Da una settimana non vivo più. Soffro pene d'inferno. Ho tentato di scoprire, di sorprenderla........ Niente! Ma il dubbio che io non sappia vedere non mi lascia in pace. Il Crogli mi ha detto: — Va' da tua madre. — E sono venuto. A lui non volli credere..... Non mi ha saputo dire nulla di preciso. E... voglio confessarti tutto; tu mi perdonerai: ho sospettato di te... Sì, mamma, sono stato così cattivo che ho sospettato di te. Toglimi questa pena dal cuore! Oramai non c'è rimedio! La mia pace è morta! La mia felicità è andata via! Se tu sai e ti ostini a non parlare.... Perchè non vuoi parlare, mamma mia?

— Non mi crederesti... Vorresti vedere, vorresti metterti a repentaglio... Non si è padroni di noi stessi in certi momenti. Se pure io sapessi, se pure fossi certa, non ti direi niente.

— Si, è vero; voglio vedere, con quest'occhi, mamma! Mi pare impossibile, mamma! Che le mancava? Non le ho voluto bene fino a sacrificarle te? Te! Fa perdere il senno, la passione! T'intendo: tu hai paura per me; tu non osi parlare perchè ti figuri... No, te lo giuro, mamma! Sarò forte!

— Ti tradisce! — disse, improvvisamente, la signora Giuditta. — Da sei mesi!...

— Con chi?

— Con un capo muratore, la sporcacciona!

— È vero, mamma! è vero! — balbettò Angelo che si sentiva venir meno.

— Lo sapevi dunque?

— No; ma già capisco che è vero! È venuto l'altro giorno... Ero tornato dall'ufficio in ora insolita... che infamia, mamma!

Rammentava il tremito di lei tra le sue braccia allo squillo del campanello; rammentava il contegno di colui all'uscir dal portone di casa, e la bugia di lei per spiegargli..., bugia certamente preparata da un pezzo!

E si lasciò cascare su una seggiola, piangendo silenziosamente, quasi rassegnatamente, poichè non c'era più rimedio!

* * *

In certi momenti egli stesso aveva terrore della sua calma. Perchè voleva vedere coi propri occhi?

Pur aveva un'evidente giustificazione, in avvenire, per sè e per gli altri. Era necessario.

Da due giorni conviveva con lei quasi come con una estranea. Se ne sentiva staccato assolutamente; si sentiva strappato, e per sempre, alle seduzioni di quelle carni che non erano più esclusivamente sue, da sei mesi! La tranquillità di sua moglie lo stupiva. Non aveva dunque ombra di coscienza quella femmina? E la profonda simulazione di lei aiutava la dissimulazione a cui Angelo Capparota si era condannato per raggiungere lo scopo di smascherare la svergognata.

Un brivido ghiaccio lo scoteva pensando che parecchi dovevano ridere di lui: ma non avrebbero più riso domani, domani l'altro: lo avrebbero anzi ammirato!