Fausto Bragia, e altre novelle

Part 7

Chapter 73,719 wordsPublic domain

Le impenitenti male lingue assicuravano che appunto in quelle serate la signora Zamboni spariva nel meglio della lettura; e dietro a lei spariva ora questa ora quell'altra persona che passava per sua favorita di quel momento. La signora Zamboni però aveva tanti e tali oblighi di padrona di casa, che non poteva certamente star ferma su una seggiola ad ascoltare i capitoli succedenti ai capitoli, letti da suo marito ad alta voce, con grandi gesti e con un calore che ravvivava gli effetti delle scene ora liete, ora tristi, ora tragiche, delle tragiche sopra tutte. L'affabilissima signora doveva badare perchè il servizio fosse inappuntabile, sospettando forse e non a torto, che gran parte di quella gente tollerava la lettura solamente in grazia dei rinfreschi. Che cosa mai non può servire di pretesto a chi vuol malignare a ogni costo? Così le buone qualità di diligente padrona di casa della signora Zamboni venivano maliziosamente interpetrate, e la sua particolare cortesia verso qualche amico mutavasi in colpevole ritrovo quasi sotto gli occhi del marito. Son cose che accadono tutti i giorni in questo brutto mondaccio!

Io per me, sto col marito che non si curava affatto delle villane insinuazioni dei detrattori di sua moglie. Il cavaliere, studiando e inventando tanti casi di adulteri amori per descriverli nei propri romanzi, sapeva benissimo che la colpa lascia le sue impronte non solamente su l'animo ma pure sul corpo. Tutte le sue storiche e semistoriche peccatrici deperivano lentamente, imbruttivano, invecchiavano presto, finchè non piombava su loro il veleno, il laccio, o lo stiletto punitore. E la signora Zamboni invece ingrassava, si arrotondava, confermava con bella evidenza, nelle piene forme femminili, la tranquilla innocenza del suo cuore di sposa. Per uno psicologo della forza del cavaliere questa era una riprova, una dimostrazione invincibile della misera insussistenza di tante velenose calunnie sparse attorno a sua moglie. Egli poi aveva ben altro da fare che preoccuparsi di quello che la gente diceva o non diceva, sicuro del fatto suo, imperturbabile, assorto nella degna impresa di dotare la sua città nativa di un nuovo Alessandro Dumas, padre, che, un giorno o l'altro, avrebbe messo fuori la oramai abbastanza numerosa prole dei suoi romanzi, abbraccianti quattro secoli di storia, e l'uno incatenato all'altro con astuzia consumata di narratore... Per ora si contentava di farne assaggiare, di quando in quando, insieme con i liquori e le paste, i capitoli più importanti e più drammatici, quasi a scrutare il possibile successo. E, se doveva giudicare dai risultati, poteva dichiararsi soddisfatto. Bisognava vedere come gli uditori si interessavano, quando il filo degli amori di qualche bella castellana, duchessa, marchesa, principessa e fin regina, cominciava ad aggrovigliarsi.

— Ah! Ah! — Oh! Oh! — Ci siamo! — Ah, cavaliere! — Bravo, cavaliere! — Sta a vedere che gliela fa! — Gliela ha fatta! — Patatrac!

A queste esclamazioni il cavaliere andava in sollucchero, e accennava con la mano che facessero silenzio...

— Il meglio viene ora! — diceva, tutto compunto.

E attaccava un altro capitolo.

* * *

Mettiamo anche che il cavaliere Zamboni, o semplicemente Zampone, come si ostinavano a chiamarlo, chiudesse gli occhi volontariamente su le marachelle della moglie. O che non era bella ed alta filosofia? Non era un nobile e dignitoso sacrifizio alla impresa letteraria che doveva pur ridondare a lustro e profitto della sua città nativa? Sarebbe stato caritatevole tentare di distrarlo da un compito con tanta abnegazione e tanta perseveranza proseguito, per farlo ingolfare nei pettegolezzi femminili, dai quali nascono conturbamenti d'animo, abbattimento dell'energia del corpo, e un'infinità di guai, che nessuno può prevedere dove possano andar a finire? Che pretendevano le male lingue? Che lui così fiero, così inesorabile giustiziero di castellane e di paggi, mettesse in atto uguale fierezza e inesorabilità nei casi della propria famiglia, e che quelle mani, talvolta sporcate finora unicamente d'inchiostro, si tingessero del sangue della moglie e dei suoi veri o supposti drudi?

Certa gente è proprio buffa, per non dir peggio!

Secondo il mio umile parere, ammessa anche la ipotesi che il cavaliere non ignorasse, e intanto tacesse e facesse le viste di ignorare o per le eccelse ragioni dell'amore dell'arte, o per eccessiva bontà di cuore o per amore di pace, o per altri argomenti che in questo punto non mi ricorrono alla memoria, la sua condotta è degna più d'ammirazione che di biasimo; e mi compiaccio di poterlo dire apertamente, senza restrizioni mentali di sorta.

Ma, badiamo, si tratta d'una pura ipotesi, discussa per far meglio risaltare la grandiosità del suo carattere e del suo ingegno; giacchè io sono di quelli che accettano in simili quistioni, a occhi chiusi, il giudizio della parte più interessata. E perciò conchiudo col biasimare e stigmatizzare come calunniose e maligne tutte le storielle che si raccontavano della signora Zamboni, visto che il marito non se ne diede mai per inteso, fino al terribile momento in cui altre persone, quasi allo stesso grado interessate, non credettero opportuno distoglierlo da quella beata serenità così necessaria per continuare e condurre a buon porto l'impresa artistica di lui. Il quale, a prova di quanto affermo, aveva fatto suo il famoso verso di Ovidio:

Carmina scribentis secessa et otia quaerunt

e l'aveva scritto su l'uscio della propria libreria.

Il triste fatto avvenne quando una delle sue figliole fu promessa sposa ad un giovane di buona famiglia, colto, ricco e, per ragione della ricchezza, perfettamente disoccupato. La prima conseguenza di questa fannulloneria, fu l'incaponirsi nell'amore della ragazza, contrariamente all'avviso della propria madre che temeva gli effetti del vecchio proverbio: — Da mamma cattiva, figlia peggiore, — alludendo alle tante fandonie diffuse sul conto della signora Zamboni. L'amore materno è cieco, non ragiona: e la madre del giovane innamorato non sapeva perdonare a Zambone la sua tollerante filosofia coniugale. Per lei tutto quel che si bucinava sul conto della povera signora era proprio vangelo; lasciava supporre anzi che quel vangelo non dicesse tutto, e che ci fossero ben altre sudicerie, oltre le tante che si raccontavano. Messa alle strette dalla cocciutaggine del figlio, che voleva fare a ogni costo quella pazzia, ella pretese che Zambone desse una soddisfazione all'opinione pubblica, riconducendo pulitamente la moglie dai parenti di lei, per impedire che il disonore della sciagurata non si riversasse su la ragazza, intorno alla quale non c'era davvero niente da ridire.

Fu a questo modo che Zambone una mattina vide entrare nella libreria, dove lavorava da parecchie ore, il futuro genero e la figliuola a lui promessa. Venivano a fargli la terribile proposta.

La sua fantasia di truce romanziere non gli aveva mai suggerito una scena come quella: un futuro genero che accusava delle più turpi cose la mamma della promessa sposa; la figliuola che confermava inesorabilmente le accuse; e un marito, padre e suocero, che stava ad ascoltare a bocca aperta, con la penna sospesa in una mano e con l'altra posata su le fresche pagine scritte.

Volete che ve la dica schietta e tonda? Quel marito, quel padre, quel suocero, fu d'una debolezza deplorabile; chinò il capo, non oppose una scusa, una difesa; in quel momento, più che la moglie, l'accusato parve lui. Guardava la volta istoriata della stanza, quasi temesse che da un momento all'altro dovesse crollargli addosso, e lasciava dire, lasciava dire il futuro genero che si accalorava sempre più, che metteva innanzi il suo _aut aut_, come un coltello appuntato alla gola del tranquillo romanziere storico. Il quale, giusto in quel punto stava per annodare le fila d'una terribile ed esemplare punizione della baronessa Ida Insfar y Corylles, una spagnuola dei tempi di Carlo V, sposata a un valoroso cavaliere siciliano già prigioniero a Tunisi e, nell'assenza, da lei copiosamente tradito. Gli avevano interrotto la scena sul meglio; dal sereno cielo dell'arte lo avevano tratto giù, quasi afferrandolo pei piedi, nelle torbide regioni della realtà... e il suo turbamento era così grande (questo me lo rende, in parte, degno di scusa) ch'egli ebbe l'aria di confessare:

— Sì, sapevo tutto e non supponevo che se ne dovesse poi fare tanto chiasso! A che scopo? Lo scandalo non giova a nessuno!

Aveva un apparente aspetto d'imbecille in quel momento; più che d'ogni altra cosa, pareva seccato di dover interrompere la scena del romanzo e lasciar in tronco la baronessa Ida Insfar y Corylles, che ne stava commettendo una troppo grossa, e doveva essere l'ultima, per grazia di Dio, secondo l'intendimento del romanziere. Nella storia vera, la baronessa Ida Insfar y Corylles non cessò di fare d'ogni erba fascio neppure quando fu vecchia; e morì bigotta, fondando due o tre cappellanie... Ma raccontar questo sarebbe stato immorale.

E quei due, il genero e la figlia, dovevano venire a disturbare il disgraziato Zamboni (questa volta non ho coraggio di chiamarlo Zampone) proprio nel meglio delle sue funzioni di artista-moralista!

Probabilmente fu in grazia di questo stato d'animo che il pacifico romanziere si trasformò in marito inesorabile, come non gli era mai accaduto; e poco dopo, assumendo tutta la severità che la circostanza richiedeva, disse alla moglie:

— Signora, mettetevi il cappellino. Vi riconduco a casa vostra!

La signora Zamboni (e mi sembra un'altra prova della sua innocenza) rovesciò sul capo del marito un diluvio di epiteti uno più espressivo dell'altro; si mise, dignitosamente, il più bello dei cappellini che aveva nel guardaroba e uscì, senza abbracciar le figliuole, accompagnata da lui fino al portone della casa paterna.

Zampone tornò a chiudersi nella biblioteca. Pareva un cane bastonato dal padrone. Con le mani incrociate dietro la schiena, passeggiava su e giù, sbalordito di quel che aveva fatto, consolato dal pensiero che il matrimonio della figliuola valeva bene quel sacrifizio, e nello stesso tempo amareggiato dall'idea che i suoi nemici, gl'invidiosi, dovevano esser lieti della loro vittoria! Gli avevano stroncate le ali.

Chi sa se avrebbe mai potuto riprendere il suo lavoro e scrivere la terribile punizione da lui ideata per la gran peccatrice Ida Insfar y Corylles!

* * *

Per parecchi mesi Zampone fu una mosca senza capo; non sapeva che fare della sua esistenza, un tempo tutta dedicata a quel che doveva essere il monumento della sua gloria e la gloria della sua città natale. L'inchiostro s'era seccato nel suo calamaio: un foglio, scritto a metà, si era coperto di polvere sul gran tavolino della biblioteca; fino una parola rimasta a mezzo non era potuta esser compiuta per quell'aridità di mente che aveva colpito lo scrittore ora che sua moglie non era più presso di lui. Addio belle serate di lettura! Addio applausi! Addio tutto! Egli si disprezzava ora. Non sapeva perdonarsi la propria incredibile debolezza. Con la mancanza della moglie, a un tratto, gli era venuto meno ogni cosa: le ispirazioni dell'arte, la serenità dell'animo, le buone digestioni, il sonno.... ogni cosa! Avevano voluto annichilirlo, e c'erano riusciti. E il peggio era che quando qualche imprudente osava dirgli: — Bravo, Cavaliere! Avete fatto bene! Dovevate farlo prima — egli si sentiva costretto ad assentire, a braveggiare.

— La tolleranza ha un limite! — rispondeva con aria tragica.

E non era vero, niente affatto, ch'egli pensasse così!

Al contrario, gli passavano per la mente certi progetti che gli aprivano nel cuore un lembo di cielo sereno. Si accorgeva di voler bene alla moglie più di quel ch'egli stesso non credesse.

Per sfidare l'opinione pubblica, la sciocca opinione pubblica che gli s'imponeva tuttavia come un tribunale nella coscienza, egli diceva da sè a sè:

— Ebbene? E se mia moglie...? O che forse li riguarda, mia moglie?

E cominciò ad aggirarsi, a ora tarda, quando non poteva esser notato, nelle vicinanze del palazzo; e se poteva scorgerla di lontano, seduta al balcone per pigliare il fresco, si sentiva rimescolare come un timido innamorato davanti alla fanciulla del suo cuore.

Almeno, se non poteva più scrivere romanzi, ne imbastiva uno piccioletto nella vita, con quelle passeggiate furtive sotto i balconi di sua moglie, che doveva qualche volta averlo veduto e riconosciuto!

E un giorno rifornì d'inchiostro il calamaio, non per riprendere la tela del romanzo interrotto — oh, no, non gli riusciva e aveva tentato più volte! — ma per scrivere alla moglie una letterina in cui le diceva: Ho avuto torto! Mi perdoni?

E la mise alla posta con le sue mani, e volle esser presente, dopo aver fatto bene i calcoli, quando il postino l'avrebbe consegnata al portinaio. La riconobbe dal colore roseo della busta, spiando dalla porta d'una farmacia vicina, dove andava con la scusa di prendere delle cartine di bicarbonato che si faceva sciogliere dal farmacista in un bicchier d'acqua, per aver il pretesto d'indugiare.

Il genero lo incontrò un giorno in quelle vicinanze e, sospettando qualcosa, gli disse brusco:

— Che fate qui? Volete vedere quella....?

E non trattenne la parolaccia.

Egli si mostrò offeso del sospetto, e balbettò, come un ragazzo colto in fallo:

— Io? Io? Per chi mi prendi?

Ma colui non si lasciò ingannare, e si diè a sorvegliarlo, mettendo spie che gli riferivano minutamente ogni cosa: i saluti che il cavaliere faceva alla moglie, i cenni che si scambiavano, perchè ora erano arrivati a ritrovarsi a ora fissa, lui nella via, ella al balcone, proprio a guisa di due innamorati... E gli rinfacciava tutto, crudamente, con parole da carrettiere; senza badare alle negazioni del pover'omo che voleva fare il forte, l'inesorabile e non ci riusciva:

— Io? Io? Per chi mi prendi?

Entrando però nella biblioteca, alla vista dei fogli coperti di polvere e di quella parola rimasta a mezzo, la sua coscienza si fortificava; ed egli riacquistava ogni giorno più la sua buona filosofia di marito che vuol vivere in santa pace, le sue belle illusioni di romanziere a cui faceva gola la fama di Alessandro Dumas, padre; e rileggeva i titoli dei romanzi già belli e terminati, rilegati elegantemente: _Il castello nero_ — _Il conte di Floridia_ — _Un masnadiere del secolo XIV_ — _La contessa Bianca Floresti, cronaca del secolo XV_, e altri cinque o sei, tutti in tre o quattro volumi, col sotto titolo: _Fa seguito_.... ecc., che legava insieme la grandiosa collana.

E che? Doveva dunque sacrificare quel grande edifizio alle grullerie della gente?

Suo genero, che non si fidava più neppure delle sue spie, voleva coglierlo sul fatto, fargli una scenata, impedirgli (secondo lui, sarebbe stato il colmo dell'imbecillità!) una riconciliazione con la suocera.... e non diceva mai suocera, ma tutt'altro....

E così un bel giorno, potè vedere il cavaliere che, raso di fresco, ben pettinato, vestito come un giovanotto, con un fiore all'occhiello, passeggiava impaziente sotto la casa della moglie, alzando la testa verso i balconi, o sbirciando nell'atrio in attesa di qualcuno; e potè veder uscire dal portone colei che s'era disabituato di chiamar suocera, e potè vederla prendere il braccio del marito e avviarsi con lui, quasi non fosse mai accaduto nulla di male tra loro. Andavano via lesti e allegri; poi scantonavano, ed entrati in una trattoria, si sedevano a tavola al pari di due amanti riconciliati.... Gli pareva di sognare, e si stropicciava gli occhi.

Quella sera la signora Zamboni rientrò sotto il tetto maritale, rosea, fresca e grassoccia più di quando ne era uscita. E la mattina dopo, senza stento, anzi con più felice abbondanza di vena, il romanziere faceva sopraggiungere da Tunisi, liberato dai missionari, il tradito sposo di Ida Insfar y Corylles, il quale infilzava a uno spadone di Toledo (magnificamente descritto) moglie e amante, con gran gusto di lui scrittore e con grandissima soddisfazione della morale oltraggiata!

IL PRIMO MAGGIO DEL DOTTOR PICCOTTINI

Mi pare di vedermelo ancora dinanzi!

Cappellone di feltro nero; abito nero abbottonato fino al mento; scarpe grosse e mazza ruvida e nodosa, girata spesso fra le mani quasi per tentare di allungarla o di assottigliarla; corpo solido, tarchiato, con spalle ampie, torace largo, e gambe un po' curve come quelle di un cavallerizzo; fisonomia aperta, a cui avrebbero dato fallace espressione di ruvidezza la barba grigiastra arruffata, e il naso grosso schiacciato alquanto, senza la dolce espressione dello sguardo e delle labbra che sorridevano spesso sotto i baffi irsuti.

Mi pare di vedermelo ancora dinanzi, e di sentirlo parlare con quella voce strana, arrochita, esitante che udita una volta non si dimenticava più.

— Studiate medicina?

— No.

— Che cosa studiate?

— Mi occupo di letteratura.

— Ah!

Quest'ah! commiserativo anzi spregiativo chiuse la nostra prima conversazione, avvenuta per le scale una mattina che il portinaio aveva fatto lo sbaglio di scambiarci le lettere. Così seppi che quel mio coinquilino incontrato raramente e che aveva eccitato la mia curiosità sin dalla prima volta che lo avevo visto, si chiamava _Dottor Piccottini (Anselmo)_: il suo biglietto da visita chiudeva il nome fra una parentesi non so per quale misteriosa ragione.

Giacchè c'era molto del misterioso nella persona di quell'uomo e nelle sue abitudini chiuse, riserbatissime.

Il titolo di dottore fu un pretesto per avvicinarlo. Ebbi il consulto richiesto intorno a una mia immaginaria malattia; tornai da lui per fargli sapere l'ottimo risultato della cura che non avevo fatto; entrai nelle sue grazie; divenni da lì a non molto il suo confidente. All'ultimo seppi che aveva una figlia con sè, e un giorno potei anche vederla. Somigliava al padre nei lineamenti: era però snella, e la carnagione bianca e rosea la rendeva piacente assai.

Mi accorsi subito che avevo da fare con uno scienziato un po' stravagante, originalissimo. Voleva a tutti i costi che mi mettessi a studiare medicina.

— Siete giovane e ancora in tempo per tentare di essere utile all'umanità.

— Ognuno fa quel che può — rispondevo io. — Amo la poesia, il teatro, il romanzo...

— Sciocchezze indegne di una creatura intelligente! Quando avrete scritto (e sarà un po' difficile) un poema bello come la Divina Commedia, una tragedia uguale all'Amleto o all'Otello, un romanzo più interessante del.... del... Conte di Montecristo, che avrete conchiuso? Tutte queste cosettine sono già state fatte: hanno divertito l'infanzia dell'umanità, l'hanno anche rovinata. Ora bisogna salvarla. L'umanità è in grave pericolo di degenerazione; soltanto la medicina può impedire che non arrivi allo sfacelo verso cui è già avviata.

Io lo guardai con tanto d'occhi, e feci uno sforzo per non ridergli in faccia.

Abituatomi presto a queste sue bizzarrie dette con aria solenne, mi divertivo a stuzzicarlo.

La degenerazione dell'umanità era la fissazione del dottor Piccottini. Egli assumeva un tono apocalittico, accompagnato da gesti larghi, quasi minacciosi, ogni volta che ragionava di quel soggetto, indignato contro i governi che favorivano, provocavano la degenerazione umana, invece di ingegnarsi di arrestarla. Intanto spendevano somme enormi per il miglioramento delle razze cavalline, pecorine, fin suine!

Si ficcava le dita fra i capelli, chiudeva gli occhi inorridito.

— L'umanità pensa eccessivamente — mi disse una sera. — Bisogna infrenare lo sviluppo del cervello, così sproporzionato con lo sviluppo delle altre parti dell'organismo; altrimenti... _Finis! Finis! Finis!_

E la mattina dopo, venuto a invitarmi per una passeggiata fuori Porta alla Croce, riattaccò subito il discorso a quel _Finis!_ quasi non ci avesse dormito sopra e non fossero trascorse dodici ore di intervallo.

— Studiate medicina, figliuolo mio! Salviamo l'umanità a suo marcio dispetto! Vi siete mai immaginato quel che sarà l'uomo futuro, se le cose procedono ancora di questo passo? Eccolo qui!

Cavò di tasca un foglio, lo spiegò e me lo sporse quasi sotto il naso. Vi era disegnato un pupazzetto con testa enorme e corpo minuscolo, come ne schizzano spesso i caricaturisti.

— Tutto cervello! Creatura infelice, che dovrà nutrire la massa bianca e grigia a scapito del resto; e che morrà d'inedia il giorno in cui le altre parti del corpo più non riusciranno a funzionare.

— Ella esagera, dottore!

— Così fosse! Ma questa figura è il risultato di calcoli scientifici esattissimi. Ogni movimento produce un corrispondente sviluppo nei nostri organi. Il braccio del fabbro ferraio è grosso quasi il doppio di quello di uno studioso come voi; precisamente come il vostro cervello, se non ha più circonvoluzioni, ha più volume del cervello di colui. Sapete che fa intanto la civiltà? Condanna il braccio alla inerzia, costringe il cervello a funzionare febbrilmente. La sproporzione tra il lavoro intellettuale e quello fisico diventa più grande di giorno in giorno. Siamo già tutti malati, nevrotici, cachettici. La riproduzione della specie umana è lasciata in pieno arbitrio del caso; e l'iperestesia intellettuale diventa ereditaria come la scrofola, come la tisi. Non vi spaventa quest'avvenire?

— Forse perchè è troppo lontano — risposi timidamente.

— Lontano? Dategli tempo quattro o cinque secoli, e poi verrete a dirmene qualcosa.

Scoppiai a ridere.

Il dottore s'infiammò, slanciandosi in una tirata scientifica eloquentissima, paradossale, che dava fin scioltezza alla parola e rendeva meno roca la voce. Mi apostrofava, quasi io fossi il rappresentante di tutti i governi europei, e pesasse sopra di me la grave responsabilità della degenerazione umana presente.

Io veramente stavo a sentire imperterrito, tranquillo in coscienza; ma egli mi vedeva scosso, spaventato, pieno di rimorsi, ansioso di provvedere al gran male fatto inconsapevolmente o lasciato fare, e accorreva in mio soccorso.... col progetto di legge della _Coscrizione per l'amore_, come egli la chiamava; cosa complicatissima di cui sapeva a memoria tutti gli articoli rigidamente formulati. La coscrizione per l'amore doveva farsi il primo maggio d'ogni anno.

E appunto questo primo maggio, che ora desta tante paure, mi ha fatto sovvenire del dottor Piccottini e delle sue teoriche rigeneratrici.

Sissignore: la _Coscrizione per l'amore_ doveva farsi, secondo lui, il primo maggio d'ogni anno.

Cosa bella e terribile! Uomini e donne passati in rivista, come nei consigli di leva, ma a quindici anni. Gl'inabili.... Immaginate quel che ci potrebbe essere di più draconiano per impedire le frodi.... Doveva essere praticato lì per lì, in un ospedale apposito, con istrumenti inventati a posta a fine di rendere più sollecita e meno dolorosa l'operazione. E per gli abili, un servizio attivissimo, regolato secondo le più sicure norme della scienza per l'incrociamento dei sangui, e che doveva durare dai venti ai venticinque anni; dopo i quali, i congedati venivano trattati inesorabilmente allo stesso modo degli inabili. Matrimoni obbligatorii; lo adulterio punito con la morte di ambo i colpevoli; insomma disposizioni da far strabiliare. E doveva continuare così almeno per due secoli, fino a che la razza umana non si fosse rimessa a nuovo da cima a fondo.

Quel giorno mi fece anche la grande rivelazione: sua figlia era destinata a dare il primo esempio del matrimonio obbligatorio della _Coscrizione per l'amore_. Da parecchi anni il dottore andava in cerca d'un coscritto secondo le più esatte prescrizioni scientifiche intorno all'incrociamento dei sangui; e non lo aveva ancora trovato.

Lo diceva con aria desolata, alzando le mani al cielo e anche la mazza nodosa, quasi accennasse di volere bastonare il destino crudele che gli contrastava quel coscritto. Io lo ascoltavo, mortificatissimo di comprendere che ero ben lontano di incarnare l'ideale del dottore.