Fausto Bragia, e altre novelle

Part 6

Chapter 63,746 wordsPublic domain

— Sì, ricordo; ne ho inteso parlare. Che c'entra costui?

— La polizia gli negò il permesso. Donato perciò fece degli esperimenti in privato; ed io vi assistei parecchie volte; la stranezza dei fatti mi attirava. Volli provarmi anch'io, prima a essere suggestionato, poi a suggestionare alla mia volta. E riuscii oltre ogni credere...

Allora mi venne idea di suggestionare Anna...

Quel fragile corpicino doveva risentire in modo straordinario gli effetti della mia facoltà, che si svolgeva ogni giorno più con gli esperimenti ripetuti negli studi degli artisti miei amici. Anna rifiutò di tentare la prova. Sua madre fu più severa: mi proibì fin di parlare di tali operazioni, secondo lei, diaboliche... La proibizione della madre servì intanto a stuzzicare la curiosità d'Anna. Ella si compiacque d'aver da fare col diavolo... Credeva al diavolo anche lei, e, sapendo di far male, lo faceva. Era perversa per istinto.

Ed era così bella! Pareva una madonna. Bianca di carnagione, bionda di capelli, slanciata di persona, con certi occhi grandi così, d'un azzurro limpidissimo...

Si lasciò suggestionare di nascosto, a poco a poco, e fu sopraffatta in men d'una settimana. Il mio disegno era questo: Strapparle una sincera confessione; — Mi amava? Non m'amava? — Esitai, proprio sull'estremo punto di raggiungere il mio intento. Esitai pensando: — E se non m'ama? Se ama un altro? —

Allora mi diedi a suggestionarle stranezze contro i miei rivali. Il suo braccio doveva trarsi indietro quando stava per porgere la mano; e si ritraeva. Ella non doveva più ridere alle sciocchezze di quel tale..., e non rideva; rimaneva seria, quasi le si fossero fermati i muscoli del volto che producono il riso. Non doveva udire le parole di quell'altro... e non le udiva, colpita da improvvisa sordità...

Avrei potuto imporle d'amarmi... Fui onesto; non volli. Che valore avrebbe avuto per me un amore così ottenuto? La lasciai libera su questo punto... Ed era uno sforzo grandissimo; mi sentivo continuamente tentato. Fui onesto; non osai mai, mai! Sarebbe stata viltà. L'amavo così com'era; non la volevo diversa...

E forse ho avuto torto! Forse sarebbe stato bene per me e per lei... Non volli. Ormai è irrimediabile!...

La mia azione su lei era divenuta straordinaria: potevo arrestar Anna col solo sguardo, mentre andava da un punto all'altro d'una stanza. Si fermava, mi guardava, pregandomi, con rapida occhiata, di lasciarla andare... E la rendevo libera, con la sola volontà, quasi ella fosse ridotta un membro del mio corpo... Avrei potuto farne quel che avrei voluto... Non mi crede? Dubita della mia forza suggestiva? Mi dia la mano; bisogna ch'ella abbia una prova evidente... Mi dia la mano.

— Perchè? — domandò il Delegato, con un sorrisetto che intendeva nascondere il senso di indefinita paura da cui era turbato in quel punto. — So di che si tratta; ne ho letto qual cosa anch'io. La sua prova, in ogni caso, potrà farla in migliore occasione, davanti ai suoi giudici.

— Come vuole — riprese il pittore.

Si fermò, tentando umettarsi le labbra con la lingua arida anch'essa, e riordinare un istante i ricordi che gli sfuggivano o gli turbinavano nella memoria; scosse la testa, e, con un gran sospiro di sollievo, riprese:

— Siamo alla fine! In questi ultimi mesi avevo sofferto più terribilmente. La gelosia mi divorava e le lotte contro me medesimo per resistere alla tentazione d'adoprare la mia intensa facoltà a strapparle una confessione dov'ella non avrebbe potuto mentire, o a imporle un amore al quale ella non avrebbe saputo resistere, mi prostravano l'animo in guisa che il corpo ne soffriva. Dimagravo, perdevo il colorito. La testa, l'avevo già perduta. L'arte, da mesi, era parola morta per me.

E tornavo a ripetermi:

— Quando sarà proprio mia!...

Invece parve ch'ella cominciasse a irritarsi di così grande predominio su lei. Più non si prestava volentieri agli esperimenti, quantunque il segreto avesse tuttavia una maligna attrattiva per quell'indole viziata... Volle mostrarmi che poteva ribellarsi? Volle vendicarsi? Non lo so. Quel cuore è rimasto un enimma e nessuno potrà più svelarlo!

Sì, voleva ribellarsi, sottrarsi alla mia influenza; influenza vana, inutile, ahimè, se non volevo adoprarla come avrei dovuto, se l'adopravo appena appena per impedire che colei mi sfuggisse completamente di mano!

Perchè volevo che fosse mia, a ogni costo, se ero convinto che non mi amava?... Perchè?...

E che amavo in costei, che cosa? La sua bellezza, il suo fascino, oppure la mia opera d'arte, di cui ella era la riproduzione vivente, quella maledetta Ofelia sognata, idolatrata due anni con la gran passione dell'artista per la propria creatura?...

E se non voleva affatto saperne di me, perchè non tentò mai una rottura?

Era facile svincolarsi dalla promessa; accade quasi ogni giorno che due innamorati la rompano anche nel momento di legarsi per sempre. Non volle. Perchè? Che maturava nel suo interno?...

Qualcosa di orrendo! Non è più sospetto, è certezza.

Mi avvidi che cedeva più frequentemente la sua mano all'uomo che odiavo; si susurravano parole, si facevano cenni che non potevano essere innocenti, indifferenti, se soltanto il mio occhio vigile riusciva a sorprenderli... Eppure non credevo ai miei occhi! E cercavo di scusarla, quantunque la mia gelosia mi suggerisse talvolta di slanciarmi addosso a colui, e strozzarglielo ai piedi, davanti a tutti; me ne sentivo la forza...

Così lo avessi fatto! Avessi almeno mostrato di volerlo fare!...

No: soffrivo e tacevo... L'amavo tanto! tanto! Che spregevole miseria l'amore!...

Quella sera, sentendo fare da colui, dall'odiato, la proposta d'una gita di piacere a Porto d'Anzio, compresi subito che erano d'intesa, Anna e lui. La madre non disse nè sì, nè no. Mi domandò: — Verrete anche voi? — Risposi: — Non posso. — E non era vero; chi me lo impediva? Che affari mi trattenevano a Roma quel giorno? Anna si ostinò a voler andare. — Allegra compagnia — diceva. — Un divertimento, prima di relegarsi nella solitudine della campagna, dove era stabilito che la famiglia avrebbe passato i mesi di settembre e di ottobre. — Andremo anche senza di te, se tu non vuoi venire! — Ella mi disse così, e con tale durezza di voce che mi parve una pugnalata. Allora io la presi per le mani e la trassi in disparte, presso la finestra, nascondendoci tra le tende; a due promessi sposi era permesso far questo.

La luna piena inondava la finestra. — Guardami negli occhi! — le dissi, tenendola ferma per le mani. Allora ella si dibattè un pochino: — No! No! — Ma in breve istante era sotto il mio fascino.

Stavo per commettere la viltà evitata tante volte; una sola domanda, e avrei saputo il malvagio segreto di quel cuore!...

Le rilasciai le mani; dissi anch'io: — No! No! — Aspirai fortemente, per distrurre la suggestione; e appena la vidi libera, cosciente, con voce turbata dalla commozione le domandai: — Vuoi proprio andare? — Sì! — rispose. — Anche se io non volessi? — Sì! — replicò, agitandomi in faccia il viso corrucciato e dispettoso. E mi lasciò là.

La mia grave viltà è stata quella di accompagnarmi alla comitiva, di portar meco il costume rosso da bagno che m'aveva servito l'anno precedente a Livorno....

Ah! il segreto che non avevo voluto strapparle la sera avanti presso la finestra, lo intravidi lungo il viaggio, nel vagone; lo intravidi dalle sue risate più argentine e più sonore che mai; dalle sue maniere con quell'altro che le soffiava nell'orecchio chi sa che cosa, reso più ardito dalla gaiezza della gita...

Ella era seduta fra quei due. Io non esistevo per lei; si scorgeva benissimo, anche dalle rapide fredde occhiate che mi rivolgeva nell'angolo dov'ero rincantucciato presso la sua mamma, che mi parlava di lei, la scusava, la difendeva. Mi dava sempre torto quella mamma!

Io udivo poco; capivo pochissimo... Il cuore mi scoppiava... Eppure fui più vile, vestendo il mio costume da bagno, soffrendo gli epigrammi di quei due intorno alla stranezza dei ricami di quel costume, bizzarria di artista non di cattivo gusto certamente. Anna era incantevole in gonnellino e pantaloncini di raso di lana, orlati di bianco. I suoi piedini parevano rose fresche tra lo sparato delle pantofole di corda. Il mare la inebbriava; le sue narici si dilatavano, annusando la salsa frescura che invadeva la spiaggia sotto il sole scintillante di quella bella giornata, fra il chiasso e il formicolìo dei bagnanti...

Sa? Mentre stavo per stenderle la mano e condurla in mezzo all'acqua che irrompeva spumeggiante, l'altro, colui che odiavo, fu più lesto di me; la prese sotto braccio, trascinandola via fra le ondate, finchè la terra non venne meno sotto i loro piedi, finchè egli non potè farla ballonzolare a fior d'acqua come un corpo morto, in balìa dei cavalloni succedentisi e incalzantisi...

Oh!... quasi fosse stata cosa sua! quasi fosse stato lui l'amato, colui che doveva sposarla fra due mesi, al ritorno della villeggiatura!...

Ed ella gli si abbandonava come a padrone, senza farmi un cenno, assorta nella voluttà dell'acqua marina che l'avvolgeva, la sballottava, le disfaceva i capelli d'oro...

Dalla spiaggia, io vedevo ogni cosa, udivo tutto: le risate, le strida di gioia e di finto terrore... Poi, la sorella, la cugina, tre amiche e quell'altro che la faceva sempre ridere, si accostarono a loro, formarono un gran circolo, che di tanto in tanto rompevano per abbandonarsi, ognuno per proprio conto, all'urto dei cavalloni da cui venivano sommersi e spinti l'uno contro all'altro...

Già mi accennavano con mani grondanti, mi chiamavano, mi garrivano come pauroso del mare, vedendomi rimaner fermo su la spiaggia, dove le ondate giungevano a lambirmi i piedi nudi... Non sentivo più nulla; vedevo soltanto lei e lui... che si baciavano, abbracciati fra il cavallone che li avvolgeva!... Sì! Sì!... Li ho visti con quest'occhi... due volte... perchè l'ondata li scoprì quando non se l'attendevano! Sì!... Sì!...

Egli ritto in piedi, lei galleggiante, con le braccia al collo di colui!... Sì! Sì!...

Mario Procci s'arrestò. Tremava; premeva le mani su gli occhi, quasi per non vedere. Ma quando già sembrava esaurito di forze, scattò dalla seggiola, stese un braccio additando con l'indice della mano il punto che certamente egli vedeva davanti a sè come nel giorno fatale, e con voce rauca, repressa, quasi feroce, riprese:

— Vidi... e fui abbagliato dal lampo della terribile idea....

— Infame, muori! — dissi da me, con tremendo sforzo di volontà... E proiettavo laggiù, lontano, la forza che doveva fiaccarla. — Muori, infame!

In quel punto avevano riannodato il circolo... Oh!... Sentivo scoppiare da tutto il corpo una violentissima corrente, quasi la mia essenza vitale si riversasse fuori dai mille pori della pelle, sospinta dalla volontà, proiettile omicida di nuovo genere...

E nello stesso tempo, rivedevo il mio quadro: Ofelia che affonda lentamente nella riviera tranquilla; Ofelia coronata di fiori, ancora sorretta a fior d'acqua da le vesti che le si gonfiano attorno...

E vedevo pure Anna. La vidi sbalordire, smarrirsi, venir meno, affondarsi e sparire fra l'ondata che avvolse tutti in quel momento...

Gli urli, le grida di soccorso, il tumulto dei bagnanti su per la spiaggia, l'affollarsi della gente atterrita, il pronto slanciarsi di alcuni marinai alla ricerca della scomparsa, mi fecero subito capire che tutto era finito....

Avevo voluto che Anna annegasse ... ed era annegata!

Mario Procci si rovesciò sulla seggiola quasi svenuto.

Il delegato premè rapidamente il bottone del campanello, balzando dalla poltrona per impedire che colui cascasse a terra.

— Un medico! — gridò, sentendo aprir l'uscio.

E sorreggendo il pittore, brontolava:

— Maledetti scienziati! Non sanno che inventare per disperazione della polizia. Mancava proprio la suggestione!

EVOCAZIONE

— Pochi tratti con la carbonella, buttati giù alla lesta — continuò Marcello; — ma il paesaggio risultava evidentissimo, quasi in un bagliore di sole. Mi ero fermato a guardarlo, anche perchè mi pareva di riconoscere quella sponda rôsa dalle acque del fiume, e la vecchia torretta e l'antica chiesuola accanto, e i pochi alberi lassù lassù. Sì, li avevo veduti..... e con quel sole e dallo stesso punto da cui l'artista aveva tracciato lo schizzo; li avevo veduti.... ma dove, ma quando non riuscivo a rammentarlo. Mi si agitava però negli occhi e nel cuore un vago e confuso senso di cose dolcissime; e la indeterminatezza di quei fantasmi, che pareva stentassero a svegliarsi dal lungo sonno dormito nella memoria, mi teneva così intento davanti a quel disegno, che il rivenditore credette opportuno di avvicinarsi e dirmi:

— Bella roba, signore! A scelta, cinquanta centesimi il pezzo.

Mi ero voltato con movimento brusco, quasi egli mi avesse rotto villanamente un bel sogno; ma l'aspetto di quel vecchio con inculta barbetta grigia, che mi sorrideva umile, invitandomi, cogli occhi loschi, alla compra, scancellò subito in me la cattiva impressione ricevuta.

— E quelli lì? — domandai, additando le stampe e i disegni attaccati a uno spago teso da un punto all'altro del muro, sopra il banco dove erano ammucichiati altri disegni e altre stampe.

— Tutti a un prezzo; crepi l'avarizia!

Il vecchio rideva con aria maliziosa, stropicciandosi le mani.

Mi misi a rovistare. Non c'era niente che valesse; pure comprai parecchie cose. Mi pareva che prendere per cinquanta centesimi anche il bel disegno a carbonella pendente dallo spago, fosse un approfittare poco coscienzioso dell'ignoranza artistica del rivenditore; non volevo aver rimorsi.

Tornando a casa intanto avevo negli occhi il barbaglio di sole di quel paesaggio e, per tutto il corpo, il lieve fremito delle sensazioni da esso confusamente ridestate, ma, tuttavia, avvolte da una nebbiolina sottile, che le sfumava come in un fondo di quadro lontano lontano.

Niente è più delizioso di questo stato d'animo che fa sognare a occhi aperti. E per ciò pensavo, trepidante, quale sarebbe stato l'effetto di quel disegno alla luce moderata della mia stanza da studio; temevo di non ritrovare l'incanto da esso prodotto alla luce diffusa della via.

Lo spiegai, lo appoggiai alla spalliera d'una seggiola; lo collocai al sole che penetrava da una delle finestre in quel momento, e mi sedetti lì dirimpetto, un po' distante, socchiudendo gli occhi.

Lentamente, quasi che quella nebbiolina sottile si dileguasse sotto i raggi del sole, il disegno si coloriva, si animava. L'acqua torbida, la sponda giallastra, la torretta scura, la chiesetta col basso campanile, gli alberi, le colline, tutto aveva già ripreso il suo vero aspetto, con qualcosa di più luminoso, di più leggero — direi di più trasparente, se non temessi di eccedere con l'espressione — che la realtà non ha mai. Tutt'a un tratto...

— Miseria del cuore umano! — s'interruppe Marcello. — Anche i più dolci, i più cari ricordi van soggetti alla sorte comune di tutte le cose; inaridiscono, si sbiadiscono, si scancellano, muoiono, insomma, dentro di noi!

— Sei romantico oggi — gli dissi sorridendo.

— Tutt'a un tratto — egli riprese con un'alzata di spalle — riconobbi il luogo, mi vidi trasportato colà, fra l'allegra brigata che scendeva chiacchierando e canticchiando lungo la sponda; e sentii al braccio la lieve pressione del braccio di lei. I riflessi dell'ombrellino le accendevano la faccia; gli occhi piccoli ma belli e la bocca dalle labbra sottili, sorridevano d'un sorriso di beatitudine, quasi di estasi, rivolti verso di me che le parlavo... di che cosa? Del nostro sogno di amore certamente. Ora non rammentavo più le parole ma il loro senso, come una melodia indefinita rimasta nell'orecchio dopo che lo strumento o la voce tacciono, e le vibrazioni continuano internamente deliziosissime.

La pressione del suo braccio, di tratto in tratto, si faceva più sensibile, quando ella voleva avvertirmi di non allontanarci troppo, per convenienza, dagli altri: dal babbo, dalle sorelle minori, dalle amiche, dai tre o quattro giovanotti che ridevano forte, e a noi non importava punto sapere di che.

Era la prima volta che passeggiavo con lei sotto braccio per l'aperta campagna. Quella mattinata di aprile... o di maggio — non ricordo con precisione — di primavera certamente, era meravigliosa. Tiepida, splendida di sole, con l'aria piena di profumi campestri, col cielo limpidissimo, col gran fremito di vita dattorno, che aveva la sua più forte voce nel mormorìo delle acque del fiume gorgoglianti sotto la sponda, mi pareva una festa, un'acclamazione al nostro amore, un lietissimo augurio, una sorridente promessa.

Poi cominciò a parlare lei, seria, con gravità gentile, quasi per contrapporre il suo buon senso alle strane fantasie, ai capricci, alle strampalerie che la gioia mi faceva in quel momento sgorgare dalle labbra; e io stavo ad ascoltarla, divorandomela con gli occhi, premendole forte forte il braccio col braccio, fino a farla esclamare: Mi fai male!

Oh, come ella diceva quelle care parole: — Mi fai male! — Carezza, ringraziamento, invito, perchè di quel male gliene facessi ancora, ancora più, e lei così potesse sentirsi mia, e io potessi sentirla mia più intimamente, come ella era già mia, tutta mia col cuore, ed io suo, tutto suo:

— Mi fai male!

Ah, gliene ho fatto dopo, pur troppo, senza volerlo! L'ho contristata, l'ho straziata!... Non sappiamo far altro noi uomini, amando!

E così tutta la festa di quel giorno, tutta la letizia degli augurii e delle promesse del cielo, della terra, del cuore, tutto, tutto doveva esser vano!

Ora mi sembrava di rifar solo solo quella strada lungo la sponda deserta del fiume, con gli occhi alla torre, alla chiesuola, agli alberi in vetta della collina e all'acqua che gorgogliava torbida scorrendo; e la terra, la chiesuola, gli alberi, l'acqua gorgogliante, il verde della campagna, e il sole divino non mi dicevano più niente, non penetravano dentro di me come in quel giorno! Ed io distoglievo lo sguardo da loro, volavo col pensiero a una stanza, a un angolo di casa dove non sapevo più ritrovare lei e niente di quel che la circondava e che pareva impregnato del suo profumo: nè il tavolino da lavoro, nè la poltrona su cui ella soleva sedere accanto a me, nè il pianoforte da lei raramente sonato e soltanto per me, interpetrando un difficile pezzo di musica che lei era riuscita facilmente a farmi intendere perchè ci metteva dentro tanto dell'anima sua, che le note acquistavano una espressione superiore a quella scritta dal musicista.

E l'ultima sera!

Per la strada quasi buia, andavamo frettolosi, sollecitati dal vento che spirava freddissimo. Io, triste per un cupo presentimento dell'animo; lei, tranquilla, lieta, affettuosa più del solito, senza nessun sospetto... Di che poteva sospettare? Ci stringemmo la mano; ed ella sorrise così dolcemente nel dirmi: — Buonanotte! — che io mi rimproverai quella voce che mi gemeva in fondo al cuore, presaga...

Avevo creduto che avrebbe dovuto durare per tutta la vita, eternamente... E volevo chiamarne testimoni quella sponda di fiume, quella torretta, quegli alberi, quel sole di primavera...!

Come se qualcuno all'improvviso mi avesse coperto gli occhi con le mani! Te lo giuro, proprio così! Tutto era sparito; mi destavo da un sogno bruscamente.

Il disegno a carbonella non era più al sole; la stanza da studio era già immersa nella penombra del tramonto... E col sole non era sparita soltanto la visione, ma il senso di essa, la ripercussione interiore, simile a una vampata spentasi senza lasciare neppure una scintilla; forse, un po' di cenere calda, e nient'altro. Non è tristo? Non è sacrilego, è vero?

Io, per risposta, mi misi a zufolare.

Marcello replicò:

— Non è tristo? Non è sacrilego?

Allora, declamando ironicamente, gli dissi:

— _Veteris agnosco vestigia flammae!_ Poca cenere? A chi vuoi darla a intendere, mio caro?

PARTE SECONDA

ZAMPONE

Veramente si chiamava Zamboni; ma aveva mani così enormi, con palme larghe, con dita lunghe e nodose, col dorso velloso, con ciuffetti di pelo fin su le falangi delle ugne, che amici e conoscenti, prima per ischerzo, poi per abitudine, gli appiccicarono di buon ora quel nomignolo, mutando soltanto una consonante e una vocale; e oramai nessuno si rammentava più di quelle due lettere buttate via tant'anni addietro. Si poteva dire che soltanto i suoi biglietti di visita portavano segnato: _Cav. Giuliano Zamboni_, con una bella corona in testa. E le cattive lingue aggiungevano che anche la corona gli stava a proposito, con le punte acuminate somiglianti a dei cornini.

Egli lasciava dire.

Scriveva interminabili romanzi storici, (intendeva pubblicarli a collezione finita) dove si svolgevano tutti gli avvenimenti medievali della sua città nativa: guerre, assedi, prodezze in giostre e tornei, rapimenti, amori colpevoli tra castellane e paggi che finivano sempre tragicamente. Un alto sentimento giustiziero gli faceva punire col veleno, col pugnale, con la corda, le offese fatte al talamo coniugale nei barbari secoli donde cavava i soggetti delle non mai interrotte narrazioni. E su questo punto egli non si faceva scrupolo di tradire anche le più esplicite testimonianze delle cronache compulsate e le conferme più sicure degli storici posteriori.

— È per la morale! — rispondeva serio serio, a chi gli faceva osservare che i fatti non erano accaduti precisamente come venivano raccontati da lui. — L'arte dev'essere morale; se no, non è arte!

Bella e buona teorica!

Zampone però, secondo le male lingue, avrebbe fatto meglio a giustiziare meno paggi e castellane e mettere invece un po' d'ordine nella propria famiglia, dove, se non un giustiziero a quel modo (sarebbe stato un po' troppo; i tempi sono mutati e la civiltà ci ha resi più benigni), occorreva almeno un marito che aprisse un po' gli occhi e frenasse le pazzie della signora! C'erano due belle figliuole e non era giusto che avessero sotto gli occhi il perenne scandalo della genitrice!

Di che si mescolavano le male lingue? Se il marito non si accorgeva di nulla, voleva dire che tutte le storielle spacciate con tanta asseveranza, intorno alle gesta della signora Zamboni, erano invenzioni di fannulloni, di invidiosi, di perversi.

Infatti le figliole crescevano belle e virtuose, ed erano rispettate anche dai più maligni; e se il cattivo esempio della madre non dava i paventati frutti, voleva dire che esso esisteva unicamente nella fantasia di quei signori, i quali insidiavano la pace, la felicità coniugale del cavaliere, forse mirando più allo scrittore, al romanziere che non al marito. Gli sciocchi son fatti così, e la invidia umana prende tante forme per sfogarsi; picchia sul cerchio quando non può picchiare su la botte.

La botte in questo caso era la fama letteraria che circondava il nome del romanziere storico quantunque inedito. Inedito per modo di dire. Giacchè gli amici e le altre persone che frequentavano numerose la casa del cavaliere, chi più chi meno, conoscevano, per le letture ch'egli ne faceva in certe serate invernali, le sue artistiche lucubrazioni narrative; e le avevano applaudite, ammirate, e talvolta discusse, nei punti già accennati, dove la morale prendeva il sopravvento su lo storico, in nome dell'arte.

Quelle serate di lettura erano famose nella città.

Il cavaliere in tali circostanze largheggiava di rinfreschi, di confetti, di paste, di frutta, secondo le stagioni; e l'ampia stanza della libreria, dove gli uditori si accoglievano, diventava in quelle sere così affollata, che parecchi invitati rimanevano fuori; e si consolavano del dispiacere di dover assistere alla lettura scomodamente, bevendo liquori e mangiando dolci più degli altri.