Fausto Bragia, e altre novelle

Part 5

Chapter 53,717 wordsPublic domain

Una notte, ella lo avea sognato. La conduceva pei viali di un giardino, poi lungo un corridoio stretto e buio, dove improvvisamente irrompeva in una dichiarazione di amore, e la baciava su le labbra. Lo sdegno, per questa violenza, le avea rotto il sonno tutt'a un tratto. Ma durante la giornata, a intervalli, ella avea ripensato con dispetto a quel sogno; avea continuato a ripensarci nei giorni appresso, assaporando la strana sensazione d'un fatto tra avvenuto e non avvenuto — si trattava di un sogno — arguendo dalla viva ripercussione di quella sensazione immaginaria la intensità che avrebbe dovuto avere la sensazione reale. Giunse fin a fantasticare:

— Se il sogno si riproducesse!

Attuare, sognando, la prova che non aveva il coraggio di tentare sveglia, sarebbe stata raffinatezza affatto nuova e squisita.

Il sogno, ahimè! non si era riprodotto e la vista di quell'innamorato che non osava neppur sperare, dall'aria dolente e rassegnata, le produceva un turbamento penoso e delizioso insieme.

Avea troppo presunto di sè!

Se n'accorse quella sera ch'egli la guardava da un angolo del salotto in casa della Palorsi, fingendo di sfogliare un album di fotografie sur un tavolinetto.

Era stato caso o atto premeditato di Elisa?

L'amica l'avea condotta là per mostrarle un ritratto.

Poche parole eran state scambiate tra il Gori e lei in presenza dell'amica. Poi — caso o atto premeditato? — Elisa (con qual pretesto? Non lo rammentava più!) l'avea lasciata là improvvisamente.

E si era sentita afferrare da un violento fascino che non le avea permesso di muoversi, di allontanarsi!...

Oh, avea troppo presunto di sè!

Ora, ripensando, ella si stupiva di tutto quel lento lavorìo di perversione da cui s'era lasciata sopraffare: la sua vanità aveva aiutati i cattivi suggerimenti dell'esempio. S'era creduta diversa, oh, molto! di quelle povere teste scombussolate, di quei poveri cuori messi sossopra dall'uragano delle passioni... e il Signore l'aveva punita! L'avea lasciata cascare più giù, assai più giù di dove nessuna delle sue amiche era mai arrivata; avea permesso ch'ella commettesse il male pel solo scopo di commetterlo. Come fare di peggio?

Quelle misere creature potevano addurre per loro scusa la superficialità dell'intelligenza, la leggerezza del carattere, la impressionabilità dei nervi, gl'istinti della carne, i casi della vita, tutte le attenuanti che spiegano almeno, se non giustificano, gli errori e le colpe. Lei, no! Lei no!

Le pareva di aver agito pensatamente, freddamente, discutendo il suo disegno, preparando le occasioni, agevolando le circostanze, scegliendo, fra tanti, l'uomo che, secondo il suo giudizio, poteva appagarne più abilmente di ogni altro la curiosità, e introdurla di lancio ne le turbinose regioni dove Amalia, Elisa, Caterina, tutte le altre che ella conosceva appena di nome, eran penetrate per vie ritorte, dopo lungo cammino, lottando, superando ostacoli, segnando il suolo col sangue dei loro piedi scorticati dai sassi e dalle spine, lasciando fra i rovi, nella lor corsa affannosa, brandelli di carne viva, mettendo a repentaglio la pace domestica, il buon nome, la stessa vita, espiando la colpa quasi nel punto stesso che stavano per commetterla, se arrivavano a commetterla soltanto a quel prezzo!

Ella, invece, non s'era curata dei primi ammonimenti della coscienza, non era tornata addietro quando già poteva farlo ancora in tempo.... Senza nessuna commozione, senza nessuna ansietà aveva salito quelle scale, era entrata in quella stanza, ripetendosi:

— È questo? È questo?

E si era trovata faccia a faccia con quell'uomo, meravigliata di sentirsi colà come a uno dei soliti ritrovi, appena un po' impacciata, e riflettendo stoltamente:

— L'_altra cosa_ verrà forse dopo!

Oh Dio! Come mai non aveva capito subito lo stupore di colui, che certamente aveva creduto dover gustare la novità di un'inesperta, e che intanto la vedeva, e la prima volta, pronta a tutto, come un'assuefatta a simili incontri, incurante fin di fingere una qualche resistenza, una lieve esitanza almeno? Ella si domandava insistente:

— E _l'altra cosa_?

Smaniava di soddisfare la sua curiosità di quell'ignoto di cui le avea parlato Elisa Palorsi; non vedeva l'ora.

— È questo? È questo?

Ma ogni istante che avrebbe dovuto produrle una sensazione nuova, destarle un sentimento più vivo di quelli provati ne la vita ordinaria, le recava una delusione, le rivelava una misera volgarità.

— È questo? È questo?

Là dove s'era immaginata di scoprire il mistero di quel complesso di sensazioni e di commozioni, che dovevano farle intendere il vero significato delle seducenti parole: — È un'altra cosa! — ella, all'opposto, avea trovato la nausea, il ribrezzo; e un'altra cosa, sì: l'orrore di sè stessa!

Ed era andata via barcollante, atterrita dell'indelebile marchio d'infamia che pareva già le struggesse il corpo e l'anima come un cancro divoratore; e l'idea di una pronta punizione, di un'espiazione, che soltanto la morte poteva compire, le era balenata subito alla mente e l'aveva invasa. Ella non scorgeva altro rimedio; non scopriva altra uscita!

— Morire! Confessare e morire!

Era risoluta.

* * *

Trasalì, sentendo aprir l'uscio dello studio. E alla vista di suo marito, che si accostava sorridente, spalancò gli occhi, pallida e diaccia come un cadavere.

— Che hai? Stai male?

— No.

— Tu stai male; oh Dio! — esclamò Enrico, vedendola quasi venir meno.

— Ho avuto paura — rispose. — Non mi aspettavo di vederti all'improvviso.

— Vieni — egli disse, prendendola per la mano. — Saliamo su la terrazza. Ho una cosa da mostrarti.

— Che cosa?

Balbettava, non aveva forza di parlare.

— Ma prima vieni di là.

Si mise sotto braccio il braccio di lei, accarezzandole la mano, e la introdusse nello studio.

— Guarda! — Le additava un fascio di carte spiegate sul tavolino. — Non ti dicono niente?

— Che vuoi che io sappia dei tuoi affari?

— Sono anche tuoi.

E porgendole le carte, soggiunse:

— Leggi.

Sorrideva, la guardava con aria soddisfatta, l'abbracciava, quasi, con quella piena tenerezza dello sguardo, che però le dava una terribile sensazione di freddo, come se le imponesse di leggere in quelle carte la propria condanna.

— Oh! Enrico! — ella singhiozzò, appena scorse le prime righe.

E scoppiò in un gran pianto.

— Bambina!

Egli le stringeva la vita affettuosamente, commosso di quel che gli pareva eccessivo slancio di gratitudine per quel desiderio soddisfatto con la compra di un villino a mezzo chilometro dalla città.

— È il mio sogno! — ella aveva detto più volte.

— Via! via! — soggiunse Enrico in tono scherzevole. — Se dovessi vederti ricevere a questo modo ogni mio regaluccio, mi passerebbe subito qualunque voglia di fartene. Quando piangi, i tuoi occhi non sono belli, sai?

Clotilde sentì inaridirsi tutt'a un tratto le lagrime, e non già perchè Enrico le aveva detto che col pianto le si imbruttivano gli occhi. L'enormità della colpa le appariva più evidente in faccia a quell'uomo che non sospettava neppure, che non poteva sospettare. Ah! Perchè non aveva mai sospettato? Perchè non aveva mai diffidato di lei? Perchè, invece di avvertirla fiaccamente, non le aveva imposto di romperla con quelle amiche che le avevano destato in seno la curiosità del male? Non spettava a lui, più savio, più forte, più pratico della vita, garantirla e difenderla? Ed egli, imprudente, l'aveva abbandonata a sè stessa: s'era fidato.

Abbrividì, vedendo che già accusava la bontà di quell'uomo.

— Come mi vuoi bene! — esclamò.

Gli cinse le braccia attorno al collo e lo baciò, ma in un modo quasi rabbioso, tanto che Enrico fu spinto a domandarle:

— Che hai?

— Senti!

Esitava. Aveva immensa pietà di lui, sul punto di fargli la terribile confessione. Le pareva d'invertire le parti e di colpire nuovamente chi era stato, e in altro modo, la sua vittima. Pure volle andare innanzi. Quella pietà non era un pretesto a cui cercava d'appigliarsi la sua vigliaccheria, l'amor della vita che si ridestava nel supremo istante, per renderla colpevole e mentitrice in una?

— Senti! Senti! — replicò, stringendo i denti, contorcendo le dita incrociate dietro la testa di lui nell'atto dell'abbraccio.

— Sei strana oggi! — esclamò Enrico.

— Come mi vuoi bene! — ella riprese.

E intanto, dentro di sè, ripeteva:

— Ora, subito! subito!

La lingua però non le si scioglieva.

— Non mi hai detto neppur: grazie! — egli la rimproverò dolcemente.

— Hai ragione. Sono cattiva! Noi donne siamo impastate di ingratitudine. Hai ragione; non ti ho detto neppur grazie!... Senti, Enrico... Se io fossi ben altrimenti cattiva?... Se rimeritassi il tuo affetto, la tua bontà, la tua generosità... nel peggior modo che può rimeritarla una moglie perversa...?

— Non fare ipotesi assurde! — egli la interruppe.

— Lasciami dire. Se, per tua e mia disgrazia, si dèsse mai questo caso assurdo... se io, la tua Clotilde, tutt'a un tratto,... mettiamo per un eccesso di follia...

— Ti ammazzerei! Così! — rispose Enrico con accento scherzevole, facendo comicamente il gesto di pugnalarla alla gola.

Ella si voltò rapidamente verso il tavolino, afferrò il tagliacarte di metallo, che avendo appunto la forma di un pugnale poteva benissimo ferire, e, porgendoglielo, balbettò:

— Ammazzami!... Ammazzami!

Enrico scosse le spalle e la testa, evidentemente annoiato d'una scena che gli sembrava stupida e fuori luogo.

Infatti il gesto e l'accento di Clotilde erano stati proprio teatrali, ma nel miglior senso di questa parola. Una grande attrice non avrebbe potuto pronunziare quella frase con maggior efficacia, nè fare un gesto più espressivo.

Ma che c'entrava questa burla di cattiva lega in quel momento?

E la prese per le braccia e la scostò da sè, con un po' di malumore, corrugando le sopracciglia, fissandola però per trovar la ragione dell'insolita stranezza di sua moglie.

— Andiamo su la terrazza. L'aria libera ti farà bene; saluteremo da lontano la tua villetta, il tuo sogno.

Lo seguì macchinalmente: e nel salire la scaletta a chiocciola che conduceva lassù, sentiva offuscarsi la ragione.

Non si era espressa chiaramente? Lo sciagurato non le credeva dunque? Non le credeva!

Ella non avea previsto questo caso! Ma era naturale, era ragionevole. Al posto di Enrico, non avrebbe creduto neppur lei!

Dall'alto della terrazza, in fondo a quella fuga di tetti, di comignoli, di cupole, di campanili, la campagna verdeggiava splendida sotto il sole primaverile: e laggiù laggiù, tra un ciuffo di alberi, piccina, quasi macchietta di biacca nel verde d'un quadro, la villetta, il sogno di lei, biancheggiava come una perla, e l'indice della mano di Enrico, additandola, sembrava la toccasse delicatamente.

— Eccola! È tua!

— Ammazzami!... Non mi credi dunque? — ella balbettò, afferrandogli la mano e stringendogliela forte.

Enrico la guardò stupìto.

— È uno scherzo sconveniente! Arrossiscine! Sei ammattita? — la sgridò severo.

— Ah! Dovrai credermi! — rispose.

E prima che suo marito potesse indovinare la trista intenzione, saltata la bassa ringhiera della terrazza, si slanciava nel vuoto.

Egli la vide capovolgere e sparire, strozzato dal terrore, impietrito, con le mani tra i capelli e l'orecchio intento al tonfo di quel corpo che andava a sfragellarsi sul selciato della via!

E appena comprese che sua moglie gli aveva rivelato la verità con quell': — Ammazzami! Ammazzami! — tese i pugni convulsi! Una sconcia parola gli era salita alle labbra, ma non potè pronunziarla...

— Clotilde! Clotilde! — balbettò.

E nei singhiozzi che gli impedivano di gridare, e nell'angosciosa furia, con cui egli precipitava giù per la scaletta, accorrendo, si capiva che una parola più degna e più giusta gli tremava, misero! nel cuore.

OFELIA

— Segga — disse il delegato di pubblica sicurezza. — Abbia pazienza un momentino, il tempo di rileggere e firmare queste carte.

Colui rimase in piedi, mantrugiando con una mano la falda del cappello di feltro grigio, passando replicatamente l'altra su la fronte umida di sudorino diaccio, chiudendo gli occhi di tanto in tanto, a ogni brivido acuto che gli scorreva per tutta la persona. Guardava impaziente il delegato, il quale seguiva con lieve movimento del capo lo scritto dei fogli spiegati sul tavolino, facendovi ora correzioni di punteggiatura, ora lunghi freghi sopra cui tornava a scrivere lentamente invadendo anche i margini con la grossa calligrafia.

— Segga — replicò il delegato alzando la testa dopo aver firmato e raccolto i fogli. — In che cosa posso servirla?

Neppur questa volta colui diè retta al cortese invito, e abbassate le braccia, rizzata la persona quasi per dare maggior solennità a quel che stava per dire, pronunziò a mezza voce:

— Mi faccia arrestare. Ho ucciso la mia promessa sposa.

Il delegato mutò tono, e prese aria severa:

— Chi è lei?

— Mario Procci, pittore.

— Dove? Quando l'ha uccisa?

— Ier l'altro, a Porto d'Anzio.

Il delegato fece una mossa di stupore e stese la mano al bottone del campanello elettrico, che squillò nella stanza vicina. Una guardia comparve su l'uscio.

— Chiamatemi Pini — diede ordine.

E continuò:

— In che modo? Perchè l'ha uccisa?

— Per gelosia. L'ho annegata.

— Come si chiamava?

— Anna De Luigi. Dovevamo sposarci fra due mesi...

— Segga — replicò il delegato, accompagnando la parola con un gesto imperioso.

Il pittore esitò alquanto, un po' offeso di quel gesto; poi sedette, e riprese a mantrugiare con tutte e due le mani il cappello, guardando fisso il delegato che volgeva gli occhi verso l'uscio in attesa del subalterno fatto chiamare.

— Pini — egli disse, vedendolo entrare — ieri l'altro non eravate a Porto d'Anzio?

— Sì, signor delegato.

— È avvenuto un delitto e non me n'avete detto niente?

— Un delitto?... Una disgrazia, signor delegato. Ero presente... C'era anche questo signore, lo riconosco benissimo. È annegata una bagnante.

— Questo signore si accusa di averla annegata lui.

— Non è possibile — rispose il Pini. — Egli era davanti a me, ritto sull'arena della spiaggia. Io lo guardavo, ammirando la sua bella maglia rossa, variopinta di strani ricami. Non entrò nell'acqua, non si mosse neppure quando si udirono gli urli delle signore che gridavano al soccorso; pareva di sasso. Dopo mi fu spiegata la cosa: mi dissero che era il promesso sposo dell'infelice signorina. Lo trassero di là senza ch'egli opponesse resistenza; era pallido, batteva i denti, non diceva una parola. Lo condussero nella cabina; e quando ne uscì, era così sconvolto che faceva pietà. Due persone, una delle quali suo parente — sono bene informato? — lo trascinarono via, sostenendolo per le braccia. È vero?

— Verissimo, — rispose il pittore.

— Perchè dunque si accusa di quell'annegamento? — domandò il delegato.

— Perchè è anche vero che l'ho commesso io — replicò il pittore.

I due funzionari di pubblica sicurezza scambiarono un'occhiata d'intelligenza.

— Capisco — disse colui. — Lor signori credono d'aver da fare con uno che ha smarrita la ragione per eccesso di dolore. S'ingannano. Appena sapranno in che modo l'incredibile annegamento è potuto accadere, a pochi passi dalla spiaggia dove l'acqua è così bassa che non giunge al collo d'una persona di media statura.....

— La spiegazione fu data subito — lo interruppe il Pini, che intendeva giustificarsi in faccia al suo superiore. — La signorina si sentì mancare, e lo disse alla cugina che le stava accanto. Rideva però nel dirlo — raccontò la cugina quasi accusandosi — ed io non le credetti! Tutt'a un tratto, mi sfuggì di mano (ci tenevamo per mano) affondò, e l'ondata sopravvenuta la portò via. Non ricomparve più! — Questa deposizione è consacrata nel verbale da me fatto e firmato dai testimoni. È strano dunque....

E il Pini terminò la sua frase con un gesto molto espressivo delle mani e della faccia, che intendeva confermare al delegato il comune sospetto.

— I fatti apparenti sono questi — disse il pittore. — Ella non ha torto. Osservino però: sono relativamente calmo; il mio aspetto, le mie maniere non hanno niente da far supporre uno sconvolgimento della ragione. Vengo ad accusarmi, pentito di quel che ho fatto, senza negare che ho agito sotto l'impulso della gelosia, della più cieca e più terribile gelosia, quella che non osa manifestarsi. Avrei potuto tacere; nessuno avrebbe mai sospettato il mio delitto, perchè il modo con cui è stato eseguito è di quelli che sfuggono per ora a ogni investigazione della giustizia.

— Quale? — domandò il delegato, corrugando le sopracciglia.

— Mi ascolti. Giudicherà dopo.

Con un gesto della mano il delegato gli accennò di attendere un momento; scrisse in fretta alcune righe sopra un foglio di carta e lo porse al Pini, che lesse ed uscì.

— Dica — soggiunse, sdraiandosi su la poltrona per ascoltare più comodamente.

Per qualche istante Mario Procci parve perdere quell'aria di sicurezza e di tranquillità con cui aveva parlato poco prima. Lasciò cascare a terra il cappello, si strizzò le mani, chiuse gli occhi, e il volto gli si coprì di nuovo pallore, che prendeva maggior risalto dalla folta e scomposta capigliatura nera, dai baffi e dalla barbetta acuminata al mento e rada su le gote. Fece stridere i denti, si morse le labbra scolorite, poi battè desolatamente le palme sui ginocchi, e fissando con pupille luccicanti il delegato, disse:

— Mi ascolti. Per quanto mi sforzi d'esser calmo, non potrò fare una narrazione ben ordinata... Ella, spero, mi scuserà.

E continuò, con frequenti brevi pause, quasi gli mancasse il fiato:

— Non dormo da due notti; non mangio da due giorni... Ho errato per la campagna, fra le macchie, come una bestia selvaggia, cacciato via via dal rimorso e dal dolore. Salendo le scale di quest'ufficio, mi reggevo a mala pena. Dunque... fu così. Sono pittore; forse il mio nome non le è ignoto....

— Sì, sì — rispose il delegato. — Ora ricordo; l'ultimo suo quadro ebbe l'onore d'essere comprato da Sua Maestà il Re, all'esposizione della primavera scorsa.

— L'ha veduto?

— Ofelia, se non isbaglio.

— Precisamente. Il ritratto di lei... Si direbbe un presentimento. Che fatalità!.... Il mio quadro era abbozzato, ma non trovavo una modella che mi contentasse. Passavano settimane senza che io potessi dare una sola pennellata... Avevo bisogno d'una figura reale, corrispondente all'ideale che mi balenava nella fantasia, e non la trovavo!... Un giorno — quasi due anni fa — un giorno che avevo disperatamente buttato per aria tavolozza e pennelli ed ero scappato via dallo studio, sissignore, in piazza di Spagna, davanti a una vetrina di gioielliere, veggo fermata... Dio! Mi parve proprio che la mia Ofelia avesse preso all'improvviso carne e ossa e mi stesse dinanzi agli occhi per opera d'incanto. Provai un sussulto doloroso, una meraviglia, una stordimento!... E come la vidi andar via insieme con le altre persone che l'accompagnavano, non potei resistere al desiderio di seguirla per scoprire dove abitasse e chi fosse; e seguendola, fantasticavo mille stratagemmi per avvicinarla e ottenere la grazia di una, due sedute... Perchè no? Si trattava di un'opera d'arte...

È inutile raccontarle come e dove, per una serie di favorevoli circostanze e di incidenti imprevidibili, potei esserle presentato. Tutto accade a puntino quando si tratta di rovinare un pover'uomo!...

Amare la propria modella è caso non raro tra noi pittori. Per me poi, non si trattava d'una modella comune. Anna non era soltanto bella, di quella bellezza delicata e gentile che sembra fatta a posta per sfidare qualunque potenza d'artista; era colta, era artista anche lei; suonava e cantava divinamente. Contraddizione non rara tra l'aspetto ed il carattere, quella pensosa figura da Ofelia diventava spigliata, allegra, caustica nella conversazione, appena si abbandonava al piacere di parlare. Insomma... ci amammo!

Dovrei dire: si lasciò amare. Non aveva cuore costei, no, non aveva cuore!... Era vana della sua bellezza, della sua voce, della sua abilità di suonatrice; amava di essere corteggiata, idoleggiata; non poteva amare, forse... Chi lo sa? La natura aveva dimenticato di mettere qualcosa in quel corpo, o in quell'anima...

Eppure ella acconsentì liberamente alla nostra promessa. Il mio nome, l'aureola di fama che lo aveva circondato dopo il gran successo del mio quadro, la illusero un momento? Un momento, sì, ho detto bene...

Era anche crudele. Accortasi della mia gelosia, quantunque non osassi mai muoverle rimprovero, agiva in maniera da più aizzarla e rinfocolarla, quasi si divertisse a quel giuoco. Mi vedeva soffrire, e rideva; mi vedeva triste, e mi canzonava o mi rimproverava; — Non posso patire visi lunghi!... — E non n'era lei la cagione?

Ma non ardivo rimbeccarla; l'amore mi rendeva timido.

E fu peggio quando mi parve che si fosse messa di accordo con quell'altro, con colui che la svagava a furia di motti e stupidità d'ogni genere. Non potevo sentirla nè vederla ridere. E colui le stava sempre attorno; se l'accaparrava in tutte le società dove c'incontravamo; la faceva ridere, ridere, ridere!... E a me mi si spezzava il cuore a quel gorgheggio argentino, a quel suono freddo della voce dove niente d'intimo vibrava. Se mi passava accanto, Anna mi guardava e borbottava: — Ecco musone!

L'amavo! Ero pazzo di lei! E musone soffriva zitto, masticava tossico. Soltanto pensava:

— Quando sarà proprio mia!...

C'era un altro... ce n'erano parecchi, ero geloso di tutti!... Quest'altro non la faceva ridere, ma la circuiva con continue adulazioni, con complimenti ben raggirati, con frasi che, spesso, me n'accorgevo, la facevano arrossire e che lei avrebbe dovuto riprendere, e che accoglieva invece con un sorriso accompagnato da tale smorfietta da incoraggiarlo a proseguire...

Avevano stabilito, per patto scherzoso, che a ogni scommessa perduta ella doveva darle a baciare la mano. Io mi sentivo morire ogni volta che quelle labbra mostacciute si accostavano alla bianca manina che nessuno aveva più diritto di baciare da che tra Anna e me era corsa promessa di nozze. Ella se n'era accorta... e non ismetteva!

Eppure diceva di amarmi! E quando mi rispondeva: — Sì, sì, ti voglio bene! — quantunque mi accorgessi che lo diceva sbadatamente, le credevo, e mi sentivo felice. Lo stesso tormento della gelosia mi si mutava alla fine in segreta gioia d'amore...

Colui che la faceva ridere, ridere, m'ispirava una specie di disprezzo; quest'altro, no; l'odiavo. Mi pareva che colui sfiorasse appena la pelle d'Anna; e che costui, invece, penetrasse proprio nell'intimo di lei, e dovesse risentirne un piacere quasi di possesso... Per questo l'odiavo. E per consolarmi, ripetevo:

— Quando sarà proprio mia!

Oh, li avrei messi alla porta tutti costoro; e lei, l'avrei portata via con me, lontano, a Napoli, a Torino, in capo al mondo, dove nessuno avrebbe potuto contrastarmela o insidiarmela!...

L'amavo come un pazzo; non potevo vivere senza amarla!

— Come mai dunque?... — domandò il delegato, che era stato ad ascoltare con grandissima attenzione.

Il Procci lo guardò in faccia, quasi non avesse capito la ragione della domanda. S'era talmente eccitato parlando e talmente assorto nella visione del passato, da dimenticare lo scopo della sua venuta lì e di quella confessione accusatrice.

Chiuse gli occhi, si passò più volte una mano su la fronte, riprese coscienza del suo stato, e continuò con voce dimessa, quasi chiedendo scusa:

— Mi sono dilungato troppo intorno a questi particolari. Avevo il cuore ridondante; è la prima volta che posso sfogarmi. E avrei tanto da dire! Ma... Eccomi al fatto. Badi: non c'è stata premeditazione. Fu un'idea improvvisa, un lampo.... Prima però bisogna che le spieghi... altrimenti avrebbe ragione di credermi pazzo. Ascolti bene. L'importante viene ora. Ha inteso parlare di Donato?

— Quale Donato?

— Quel belga ipnotizzatore, suggestionista, come si qualificava, e che voleva fare sedute pubbliche qui in Roma, come ne aveva fatte a Torino, a Milano, a Bologna?...