Fausto Bragia, e altre novelle
Part 4
— Trovate un pretesto... e subito!... Non mi fate morire di angoscia prolungando più oltre questa tortura. Vi ho perdonato. Ve ne do una gran prova... Vi sarò anche grata... vedete? perchè voi solo mi avete fatto provare che cosa sia amore! Non insistete!... È inutile! È inutile... Non sono più la vostra Lidia... Non sarò di nessuno. Lasciatemi morire tranquilla!... E se anche non morrò... Andate via... Non vi fate vedere più in questa casa!... Addio! Addio!... Viene la mamma... Sedetevi.... Non vi fate scorgere!...
E mentre si avvicinavano i passi strascicanti della signora Aurelia, Renzo ricadde su la seggiola coi gomiti su le ginocchia, con la faccia fra le mani.
Aveva capito dal suono della voce, dagli sguardi di Lidia che la terribile sentenza era irrevocabile, ahimè!
— Hai sonno anche tu, Renzo? — disse la signora Aurelia vedendolo in quella positura.
— Viaggiare di notte mi stanca. Non posso dormire in ferrovia.
— Lidia!
La signora Aurelia scosse leggermente la figlia.
— Renzo va via; è stanco.
Lidia lo guardò fissamente con occhi supplicanti:
— Addio! — disse sforzando le labbra a un sorriso.
— Buona notte! Riposa bene!...
La signora Aurelia volle accompagnarlo fino in salotto.
— Non è niente — disse. — Non essere apprensivo più di Lidia. Come sei sconvolto in viso! Vi fate tutti e due il mal augurio, Dio mio! Il dottore verrà alle 10 di mattina domani. Ecco i giovani d'oggi! Un'indisposizione da nulla li atterrisce!
Renzo non poteva parlare. Sentiva la lingua incollata al palato. Strinse la mano della signora Aurelia che dal salotto volle accompagnarlo fino all'uscio, confortandolo, e garrendolo per quell'aria di funerale che aveva:
— Ecco i giovani d'oggi!
Scese le scale lentamente, rivoltandosi per guardare quell'uscio che si chiudeva dietro a lui per l'ultima volta, per sempre! Non poteva illudersi. Sapeva che carattere di acciaio fosse quello di Lidia. Tentar di piegarlo era opera vana! E il cuore gli scoppiava! E la mente gli vagellava.... Era dunque finita? Per una sbadataggine? E un impeto di terribile odio contro la funesta Candian gli faceva stringere nervosamente i pugni!... E un disprezzo di sè stesso, della sua vigliaccheria di fronte a quella donna, e della miseria delle passioni umane gli saliva come una nausea dal profondo del cuore!...
Il cielo era sereno, limpidissimo. Uno splendido chiaro di luna inondava le vie e le piazze, quasi deserte. E la placida solennità di quella notte di luglio gli pareva un insulto alla sua immensa ma ben meritata sciagura!
CONFESSIONE
Pallida, tremante, quasi provasse il ribrezzo della febbre, la signora Martucci, chinatasi, accostò l'orecchio all'uscio dello studio di suo marito e stette un momento a origliare. C'era gente. Ella distingueva le voci; ma, per lo spessore della portiera, non afferrava le parole; pareva che tra suo marito e le persone che erano da lui accadesse una discussione molto vivace. Due o tre volte di sèguito, udì ripetere uno stridulo: No!... Qualcuno rideva... Un altro parlava in tono conciliante.... Ragionavano di affari. Suo marito a intervalli tossiva. Poi, rumore di seggiole smosse, voci parlanti confusamente insieme, e di nuovo quel: No! no! stridulo, che pareva fendesse anche l'uscio.... Andavano via? Che! Tornavano a sedersi!
Ella origliava ansiosa, e di tratto in tratto portava una mano al cuore. La discussione era ripresa più calma. Ora si riconosceva benissimo la voce del notaio Ciamarra, lenta e grave, da uomo esperto... Ahimè, andavano per le lunghe! La signora Martucci si rizzò su la vita, si passò replicatamente le mani sulla faccia, fece alcuni passi indietro, e lasciò cadersi, accasciata, su la poltrona: respirava appena. Sentendo tornar a stridere dalla solita voce: No! no!, balbettò anche lei:
— No, no! Non oggi; domani!
Si aggrappò a un ginocchio con le mani convulse, spalancando gli occhi attorno pel salottino, quasi cercasse riconoscere il luogo in cui si trovava, e ripetè nel suo interno la nuova decisione presa:
— Non oggi; domani!
Intanto guardava macchinalmente ne la semioscurità i mobili, i quadri, i libri e gli album sparsi sul tavolino, i vasi di porcellana negli angoli e, vicino al caminetto, il paravento giapponese su cui un animale mostruoso attanagliava con orridi artigli un uccello bianco che pareva si dibattesse nello strazio dell'agonia, proprio come ella si dibatteva in quel momento trambasciata dal rimorso.
E rabbrividiva, ricordando; e ne lo stesso tempo continuava a osservare intentamente la meravigliosa incrostatura che le pareva parlante immagine dei tumultuosi sentimenti da cui si sentiva da due ore dilaniata.
Ah, non era un'allucinazione di sensi sconvolti! Il tristo avvenimento le si presentava alla memoria con terribile evidenza; le si svolgeva nella immaginazione, quasi davanti agii occhi, con tutti i più minuti particolari, da non permettere affatto d'illudersi e di dubitarne un solo istante.
— Che infamia!....
Era inesorabile; e negli occhi le lampeggiava il disprezzo di sè per quella colpa che aveva distrutto in pochi minuti tanti anni d'illibatezza, suo grande orgoglio in faccia a parecchie amiche! In pochi minuti, lei, la pura, la casta, la superba della propria onestà, era diventata peggio di loro! Peggio anche delle infelici che si danno per fame, per vizio, per amore talvolta, e che non mentiscono a nessuno, nè tradiscono per capriccio, per malsana curiosità.... Sì, sì! Era stato un vile capriccio, una malefica curiosità, niente altro da parte sua.
— Che infamia! — ripeteva tra i denti con rabbiosa efficacia, quasi ad imprimerselo bene in mente, come un marchio da non scancellarsi più.
S'era giudicata e condannata. Restava soltanto eseguire la sentenza... E il suo giustiziere era di là, tranquillo, ignaro, occupato di grossi affari, smanioso di accumulare ricchezze unicamente per far felice colei che ne lo aveva rimeritato in così malo modo!... E se lo vedeva insorgere dinanzi col furore delle persone buone e calme, il più tremendo di tutti: e si sentiva attorno al collo la stretta delle mani vendicatrici che dovevano soffocarla e ch'ella avrebbe benedette morendo!... Voleva così! Così soltanto avrebbe espiata la sua miserabile colpa!
E se, quasi indettata da quello stridulo: No! no!, aveva ora presa la decisione di rimettere a domani la propria confessione al marito, non era perchè già si sentisse vacillare il coraggio, ma per maturar meglio le circostanze con cui metterla in atto. Oggi era troppo agitata, quasi pazza. L'accento, l'aspetto, i gesti avrebbero potuto indurre in inganno suo marito e farlo esitare pel dubbio che le si fosse improvvisamente sconvolta la ragione in una crisi di nervi. No: doveva presentarglisi risoluta, ma calma, e irritarlo maggiormente con la fredda parola rivelatrice dell'infamia commessa, e provocarlo, e aizzarlo, senza dirgli, come intendeva fare poc'anzi: Ti ho tradito! Ammazzami!... Ti ho tradito così e così! Ammazzami! Ammazzami!
— E se domani non ne avrò più il coraggio?
Rimase sbalordita all'idea della possibilità che l'era balenata alla mente, e alzò la fronte quasi ad interrogare le cose dattorno, se mai tale caso poteva darsi. La signora Martucci portò le mani alla testa, conficcando le dita fra i capelli: sentiva sfuggirsi la speranza di quella giustizia con cui voleva procurarsi un'espiazione, una purificazione e liberarsi dal rimorso che, forse, in quel punto le sembrava più terribile della morte!
— Oh, no! — esclamò, levandosi con uno scatto dalla poltrona. — È assurdo! Non sarò così vigliacca!
Si sentiva soffocare in quella penombra, e spalancò la finestra.
* * *
Guardava fuori inebetita; si strizzava le mani, ricordando che era arrivata a questo lentamente, coscientemente, con uno sforzo della volontà contro l'intima riluttanza; che aveva assistito, quasi si fosse trattato di cosa altrui, al graduale pervertimento del suo senso morale, a quella mostruosa fioritura di curiosità provocata dalle confidenze di alcune amiche che accorrevano a sfogarsi con lei come con persona tollerante e fida.
Infatti ella le ascoltava calma, mostrando la benignità della sua compassione nel sorriso che le veniva a fior di labbra, nelle lievi scosse della testa, segno d'ingenua meraviglia. Quell'ardore di passione, quell'effluvio di peccato che si diffondeva nel salottino al mormorio delle rapide parole sommesse, tra singhiozzi talora, tra convulsi da cui venivano interrotte le confidenze sgorganti; tra terrori di pericoli reali o sospettati; tra crisi di rotture e di gioie per rannodamenti inattesi; tra scoppi di gelosi furori e minacce di vendette femminili, meditate con sapiente perfidia e anticipatamente svelate, quasi addentate come frutti immaturi per gustarne l'aspro e amaro sapore: quell'ardore di passione, quell'effluvio di peccato l'avevano lasciata per molto tempo tranquilla, con la sola compiacenza di sentirsi messa fiduciosamente a parte di segreti che di rado una donna palesa a un'altra donna, quando non la stima capace di fare altrettanto.
Rimasta sola, ancora col fruscio negli orecchi della veste dell'amica andata via, e l'immagine negli occhi di un viso su cui la passione aveva stampato un'impronta dolorosa, ella si sentiva stringere il cuore di compassione per quella povera creatura che si tormentava da sè stessa ed era intanto così lieta del proprio tormento. Per lo più, quelle tre o quattro amiche che, l'una all'insaputa dell'altra, l'aveano scelta per loro confidente, non solo non avevano quasi mai niente di allegro da apprenderle, ma venivano da lei per sfogarsi di disinganni, di umiliazioni, di tradimenti patiti; o per alleggerirsi la coscienza con quelle mezze confessioni che non chiedevano un'assoluzione e non provocavano una penitenza, e pure assopivano i rimorsi.
Le parevano malate di cervello e di cuore: non osava condannarle. Stava ad ascoltarle senza annoiarsi nè stancarsi; e, da prima, senza neppur gustare, assieme col piacere d'apprendere una avventura strana capricciosa e cattiva, la soddisfazione di sapere che giammai ella avrebbe potuto commettere qualcosa di simile. Allora si era anzi domandata più volte, titubante, se esse le dicevano proprio la verità. Sospettava che volessero sbalordirla esagerando, colorendo vistosamente sentimenti e fatti che poi non avevano niente di romanzesco, nè di poetico, nè di elevato nella stessa loro nequizia. Quando però le vedeva piangere e terribilmente soffrire per le ansietà di un pericolo che le teneva sospese tra la vita e la morte e poteva produrre, tutt'a un tratto, una terribile catastrofe da coinvolgere nella rovina parecchie persone — marito, figli, parenti — allora non poteva più ostinarsi a non credere. E il cuore le si gonfiava di pietà che scusava tutto, perdonava tutto, e che per poco non abbelliva dell'aureola del martirio e dell'eroismo quelle misere creature agitate dalla passione, trascinate alla colpa da tale violenza contro cui, forse, non era possibile resistere.
A poco a poco avea preso gusto alla sua parte di confidente; se ne sentiva lusingata. Assisteva impassibile a quelle lotte, a quegli abbandoni, con lo stesso egoistico sentimento di colui che assiste a un naufragio, sentendo solido il terreno della riva sotto i propri piedi.
— Era dunque insensibile? Diversa affatto da quelle altre? Non aveva nervi? Non aveva cuore?
Se lo domandava.
No; solamente la sua benigna stella l'aveva aiutata, sin dalla fanciullezza, col buon esempio della mamma, con l'educazione ricevuta dalle sante monache del Sacro Cuore; soprattutto l'aveva aiutata col darle, sin dal concepimento, un corpo equilibrato, uno spirito sano, semplice e riflessivo, che aveva cominciato ben presto a osservare uomini e casi con molta calma e senza traveder mai. Aveva amato anche lei, di nascosto; ma il giovane prescelto però era diventato subito suo fidanzato; poi, a ventidue anni, suo marito. Moglie felice, circondata di agi e di affetto, non s'era accorta di nessun mutamento, di nessuna diminuzione dei propri sentimenti. Era rimasta innamorata del marito e non lo aveva celato, come tant'altre: aveva anzi messo un che di orgoglio nel mostrarsi tale dovunque; e per ciò nessuno aveva mai osato accennare, parlando con lei, a sentimenti che non fossero di ammirazione e di rispetto. Mai una parola sconveniente era suonata al suo orecchio; mai ella avea sorpreso in qualcuno degli amici e dei conoscenti, incontrati spesso nei ritrovi sociali, nei balli, nelle villeggiature, una di quelle occhiate che sembrano svestire una donna fiammeggiando di desideri villani.
E sapeva, quanto ogni altra, di esser bella e piacente; n'era perfino un po' vana, meno per sè medesima che per suo marito. A trent'anni, ne mostrava appena venticinque; e quando parlavano del suo carattere tutte le amiche di lei ripetevano senza malizia: — È ancora una fanciulla, come pare dal viso. — Elogio che le faceva molto piacere.
* * *
Incontratasi nelle società con alcune compagne di collegio, aveva riannodato relazioni carissime, quando appunto credeva che non avrebbe più rivedute e Amalia Brandi, già diventata signora Marratti, e Elisa Colonnello, ora signora Palorsi, e Caterina Leotri, poveretta, rimasta vedova a ventott'anni d'un capitano di artiglieria: caratterini un po' strani, immaginazioni sbrigliate, cuori leggieri e teste più leggiere ancora, che si erano buttate nel mare magno della vita, avide di piaceri, di commozioni, di avventure e che parevano invecchiate innanzi tempo, di corpo e di spirito, quantunque alcune di esse fossero più giovani di lei di qualche anno.
Non le invidiava, e non le giudicava severamente; le difendeva anzi, se erano accusate da chi, sottomano o palesemente, faceva peggio di loro. Le riceveva in casa sua, rendeva loro le visite; e in questo modo era diventata la loro confidente. Le trattava, sicura che la loro infezione non le si sarebbe attaccata. Sapeva di possedere un gran preservativo: la sua saggezza; e stimava che quel loro male, in gran parte, bisognava addebitarlo alle circostanze, o a un marito, o a una suocera, o a tutti coloro che avevan contribuito prima a farle cadere, poi a precipitarle più in basso con le malignità, coi pettegolezzi, con le calunnie anche, con tutte le vigliaccherie mascherate di morale, che le facevano stomaco e che la spingevano a contrapporsi — rimanendo amica delle disgraziate, come le chiamava — alla spregevole ingiustizia sociale.
Un giorno, suo marito messo su (ella non aveva mai domandato da chi) le avea mosso timidamente qualche osservazione intorno alla intimità con quelle signore che facevano così ciarlare di sè. E aveva soggiunto subito:
— Bada, cara Clotilde; te lo dico perchè suppongo che tu, nella tua grande semplicità, ignori i pettegolezzi della gente.
— Non li ignoro — aveva risposto. — Che m'importa di quel che le mie amiche fanno o non fanno? Io ho la mia coscienza, ed essa è un libro aperto per te.
Enrico, soddisfatto, non glien'aveva più riparlato. Adorava sua moglie come se ne sentiva adorato. E poichè il cielo non aveva voluto consolare di figli la loro unione, pensava a rimeritare la sua Clotilde con un'agiatezza corrispondente ai loro modesti desideri. Non c'erano feste, divertimenti di villeggiatura e di viaggi, soddisfazioni di lusso materiale e spirituale, consentite dai loro mezzi, a cui egli non curasse di farla partecipare. Marito e moglie si vedevano dovunque assieme come due sposi ancora nella luna di miele. Soltanto da qualche anno Enrico, impigliato nell'ingranaggio dei grandi affari, pareva un po' mutato. Ma Clotilde non se ne lagnava, non mostrava neppure di essersene accorta. I buoni affari, i grossi guadagni si traducevano in altrettante dimostrazioni di affetto per lei. Era cambiato il modo, e ne soffriva un tantino la loro vita intima, perchè gli affari sono invadenti e pigliano troppo tempo. La nuova mobilia, la nuova abitazione però, tutte le delicatezze del benessere non corrispondevano forse alle solite parole affettuose e alle solite carezze alquanto diradate? La vita è fatta così; bisogna prenderla com'è.
* * *
Ed ella si riduceva quasi tutta delle amiche con naturale diversione. Ora s'interessava dei loro intrighetti, e provocava le loro confidenze; dava a questa il comodo di scrivere una lettera; a quella di ricevere un'imbasciata. Avea parole di conforto per l'una; osava porgere qualche consiglio all'altra, profittando dell'esperienza acquistata in tanti casi diversi studiati, per dir così, su terreno neutro. E le sgridava, le ammoniva maternamente; e tentava di ritrarle, senza prediche, senza rigidità inconcludenti, dai cattivi passi dove esse si buttavano con recidiva storditaggine.
Qualche volta rifletteva, ma di sfuggita, che quella angosciosa esistenza doveva pur avere grandi attrattive, se coloro vi si rituffavano, appena scampate d'un pericolo, appena consolatesi di un disinganno. Ebbre, ribevevano per aumentare l'intensità dell'ebbrezza. Ella però era contenta di trovarsi fuori di quell'ambiente turbinoso. Piangevano troppo, le disgraziate; vivevano in continua tortura di sospetti, di palpiti, di minacce; scontavano sempre con un inevitabile gran dolore la voluttà di qualche istante. Come non se n'avvedevano?
— Ah, tu non sai! Tu non hai provato! — le disse una volta Elisa Palorsi.
— Tuo marito ti vuol bene. Non ti basta? — aveva risposto Clotilde.
— È un'altra cosa!
Questa parola di Elisa le era rimasta conficcata nella mente come una tentazione, come una suggestione che le lavoravano dentro sordamente.
Cominciò a guardare attorno a sè, per capire che mai poteva essere quest'altra cosa. Non lo sapeva forse? Era precisamente il contrario della sua vita tranquilla, di quella deliziosa serenità che le manteneva la freschezza della carnagione sul viso e un'uguale freschezza spirituale nell'animo. No, non le importava di provare. E poi, doveva provare a freddo? Il suo cuore taceva; i suoi sensi tacevano. Tutti gli uomini da lei conosciuti non valevano quanto Enrico nè per bellezza virile, nè per bontà di carattere. Non s'era mai sentita turbare da un'impressione, tanto da sospettare che anche per lei potesse esistere quell'_altra cosa_ di cui Elisa avea parlato. Meglio così. Era difesa, naturalmente, senza nessuno sforzo da parte sua, fin contro ogni esterna tentazione. Dalle interne, che potevano scaturire da questo incosciente rimuginìo, non badava a guardarsi. Sentiva, per le confidenze delle amiche, il gusto del frutto proibito e, senza intingervi le labbra e senza correre il pericolo di rompersi un dente contro il nocciolo duro, assaggiava con qualche compiacenza quell'acre sapore; ma non lo giudicava così squisito come Amalia Marratti, Elisa Palorsi e Caterina Leotri affermavano. Voleva dire che il suo palato era sordo al pari dei suoi sensi, del suo cuore e della sua immaginazione. Capiva che questa, soprattutto, doveva avere una gran parte nel valore delle agitazioni chiamate da quelle: Vita vera. E certe volte, sempre di sfuggita, si rammaricava di esser fatta in un altro modo; quasi si vedesse interdetto qualcosa che, forse, poteva essere un senso più raffinato, più complicato, di cui non riusciva a formarsi nessuna idea, come i ciechi nati dei colori.
— Meglio così! — conchiudeva.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E il passato continuava a sfilarle dinanzi, nello sbalordimento di quel minuto esame di coscienza.
* * *
Da un mese in qua, intanto, non si sentiva più perfettamente tranquilla come prima. Provava una irrequietezza sottile sottile, ma vacua e senza scopo; un bisogno non sapeva intendere di che cosa; un desiderio ch'ella interrogava e che non le dava risposta, quasi preferisse di essere indovinato, non di palesarsi da sè. I suoi sensi rimanevan tuttavia addormentati, il suo cuore ugualmente; l'immaginazione non si accendeva di quei bagliori iridati che trasfiguravano per quelle altre la più volgare realtà. Nessuno sprazzo di luce fuori o dentro di lei. La natura rimaneva tal quale l'aveva veduta sempre: bella e serena, quando era bella e serena; brutta quand'era brutta; insignificante, se tale. E gli uomini? Nessuno di essi valeva quanto il suo Enrico. Pure...!
A poco a poco cominciò a capire: si sentiva afferrare da una curiosità morbosa che la tormentava, senza esaltarla. Voleva sapere anche lei; voleva provare anche lei!
E non se ne meravigliò, non ne fu turbata. Sorrise anzi, di quella stranezza. Invece di reprimerla, la secondò, la incoraggiò, senza dirne niente alle sue amiche; lieta di avere finalmente una specie di segreto con cui baloccarsi nei momenti stanchi, quando le visite, i divertimenti, le distrazioni della lettura non bastavano a tenerla occupata. Sì, avrebbe voluto sapere anche lei; avrebbe voluto provare anche lei! Ma come? A freddo? Grave obbiezione che la contrariava e alla quale non trovava nulla da opporre.
Era però qualche cosa di nuovo ne la sua vita quell'assillo di curiosità che tornava a pungerla ad intervalli sempre più corti.
E stava come in ascolto, se mai i suoi sensi dèssero una scossa, se mai il suo cuore provasse un palpito per qualche persona che non fosse suo marito; se mai potesse sorprendere ne la sua immaginazione un bagliore qualunque.
Niente! Niente!
Allora s'impuntò, indispettita di quell'atonia che la rendeva virtuosa per forza.
E si sentì correre un brivido per le ossa, quasi indignata protesta di tutta la sua vita; e provò uno sbalordimento, un lieve senso di ribrezzo di sè medesima.
Le parve che questo, appunto, fosse il principio d'una serie di sensazioni, di commozioni nuove. Forse anche quelle altre avevano cominciato così; infatti, su le prime, le avevano parlato di lotte, di resistenze. Ella però non si sentiva tratta a resistere e a lottare; la sua curiosità era piuttosto un atto di ricerca, qualcosa di simile a quel sentimento che spinge il bambino a disfare il giocattolo per persuadersi com'è fatto. Ella voleva provare soltanto per convincersi _se era vero_: fosse poi vero o no, non le importava. Se non era vero, peggio per coloro che s'illudevano. Già, una volta convinta, non avrebbe ritentato più. La sua vita era troppo lieta, troppo attraente, da voler rimutarla da cima a fondo. Quando avrebbe visto come il giocattolo era fatto, lo avrebbe buttato in un canto, non ci avrebbe pensato più.
Prendeva in ridere la cosa: si canzonava per tutte queste stramberie che le passavano per la mente. Proprio non aveva altro da fare, se si occupava di tali sciocchezze! Poteva mai essere? Avrebbe avuto il coraggio, anzi la perversità di tentare a freddo? Non rifletteva neppure che, per lo meno, bisognava trovarcisi in due! L'altro, il giocattolo, si sarebbe compiacentemente prestato alla prova? Giacchè, infine, bisognava condurre la cosa come una prova seria, come un serio esperimento: altrimenti che conchiudeva? Eh, via!... E tornava a ridere di sè medesima. Poi diventava tutt'a un tratto pensosa. La curiosità la riafferrava, la mordeva forte.
E n'ebbe paura il giorno che fra le nebbie delle sue lunghe fantasticherie, le apparve, velata sì, ma riconoscibile, la figura di Emilio Gori. Da parecchi mesi le stava attorno, con l'aria dolente e rassegnata di un innamorato senza speranza; cosa insolita per lui.