Fausto Bragia, e altre novelle
Part 2
No, non gli bastava. Fausto si rimproverava spesso la propria aridità di cuore. Ma niente ormai valeva a scuoterlo, a vivificarlo, neppur quell'abbandono, quell'effusione inesauribile, quel continuo e sempre nuovo prodigarsi d'un cuore innamorato e ogni giorno più disposto a sacrificargli tutto, se Fausto avesse potuto avere la forza di chiederle sacrifici maggiori che non quelli del suo affetto e del suo corpo. Ma da qualche tempo in qua, al rimprovero seguiva subito una sdegnosa alzata di spalla. Erano ormai lontani il tumulto del cuore e la gioia della memorabile nottata, quando egli aveva creduto repentinamente vinta ogni tristezza della sua vita, quando gli era parso vedersi spalancare dinanzi l'avvenire luminoso di gloria, riboccante di benessere materiale!
Otto mesi erano appena trascorsi, ed egli già cominciava ad accorgersi di trascinare la catena che colei gli aveva avvinta al piede e sentirne il fastidio.
— Che hai? — ella insisteva.
— Niente.
— Qualche cosa ti preoccupa, lo vedo bene: non negarlo.
— Niente.
Ella taceva per non irritarlo, sapendo per prova che nessuna insistenza sarebbe valsa a altro strappargli di bocca che quella recisa parola — Niente! — Triste parola, che la lasciava dubbiosa, agitata da terrore indefinito, con gli occhi gonfi di lagrime, trattenute per non far peggio.
III.
Il dottor Anguilleri, sdraiato in una carrozzella da nolo, montava lentamente la ripida salita delle Quattro Fontane, quando scorse Fausto sul marciapiede, con le braccia dietro la schiena, il capo basso, il viso rannuvolato. Gli accennò con una mano e fece fermare il legno.
— Accompagnami; tu non hai mai niente da fare. Come sei brutto oggi! Non ti consiglio di presentarti così alla tua amante; le faresti paura.
Fausto, sedendogli a lato, rispose soltanto:
— Dammi una sigaretta.
Nel porgergliela, il dottore lo guardava in faccia con sorrisino beffardo:
— Se gli amori vanno male, figuriamoci la musica!
— Chi te lo dice?
— Posso ingannarmi, forse, intorno agli amori; ma riguardo alla musica, no. Da vero amico, dovrei scapaccionarti peggio d'un ragazzo.
— Oh, non seccarmi con le tue prediche!
— Se lavorerò! Mi sento già diventato proprio un altr'uomo! — riprese il dottore, contraffacendone la voce e il gesto. — Sei imperdonabile!
— Sono un disgraziato!
— Senza energia, senza volontà!
— Tu discorri bene! Vivi tranquillo; hai un posto, sarai professore e andrai anche più in su: nè conto che tuo padre ti ha dato in mano una professione con cui, fin ammazzando la gente, puoi guadagnare quattrini a palate.
— Questo non ti scusa.
— Non voglio scusarmi, ma spiegarti...
— Col tuo ingegno, a quest'ora!... Se tu non avessi coscienza del tuo valore, non ti direi niente; tu però sai quel che vali, quel che puoi. Sei fiacco, sei poltrone; non mi stancherò di rinfacciartelo.
— Sono un disgraziato! Come non lo intendi? Che vuoi tu che faccia? Mi manca il terreno sotto i piedi. Non ne parliamo più, è finita per me; sono incretinito. Ieri c'è corso poco che non stracciassi l'abbozzo dei primi due atti della _Venere infernale_. Chi ha scritto quella musica non esiste più! Non ho potuto aggiungervi una sola nota... da mesi. E rileggendo al pianoforte il risveglio di Venere, quando la statua della dea sente il fremito della vita animare il suo bel corpo di marmo — a te posso dirlo, non puoi credermi un vanitoso — ho pianto!... È finita! È finita! Perchè non mi butti nel Tevere, non lo capisco io medesimo...
— E l'amore che pareva dovesse fare il miracolo?...
— È diventato un gran guaio; non ne posso più. Mi ero lusingato....
— Manda al diavolo quella donna.
— Non è facile; e questo è il peggio!
— Perchè?
— Perchè... Non ne parliamo.
Erano arrivati in Piazza Vittorio Emanuele davanti all'Istituto di Sanità, dove il dottor Anguilleri lavorava nella sezione battereologica.
— Vieni su, ti distrarrai, — gli disse.
— Tra i microbi? No; mi fanno schifo.
— Manda al diavolo costei, e mettiti a lavorare! — ripetè il dottore che gli voleva molto bene e ne ammirava assai l'ingegno.
Fausto gli strinse la mano e tornò addietro a piedi, riflettendo accoratamente che l'Anguilleri non aveva torto. In che modo poteva egli romperla? Abbandonando quelle stanze, aggravando così la sua trista situazione? S'era lasciato irretire e non sapeva come distrigarsi. Gli mancava il coraggio di dire a quella povera donna: — Non t'amo più! —
— L'avea mai amata? Ella già dubitava; eppure gli si aggrappava addosso, come una naufraga, pazza di amore addirittura, decisa a commettere qualunque enormità! Non c'era verso di liberarsi di lei senza produrre uno scandalo. E intanto, maligna sorte! egli intravedeva che, forse, senza quest'impiccio, senza questo legame... Ah, che vita! Che tortura!
Trasalì, vedendo quasi accoccolata sul canapè la signora Ghedini che lo attendeva. Pallida, con gli occhi rossi dal pianto, lo guardava fisso fisso, quasi per leggergli nell'aspetto il segreto che la desolava.
— Donde vieni? — domandò con accento represso, continuando a fissarlo.
E visto ch'egli non rispondeva, riprese:
— Lo so; vieni dalle Merlacchi: dài lezione a sua figlia, e non me n'hai detto niente. Perchè non me n'hai detto niente?
— Ti ho mai parlato delle mie lezioni?
Al tono secco della risposta, la signora Ghedini si levò da sedere e gli andò incontro, strizzandosi le mani dall'angoscia.
— Eppure tu sapevi che questa lezione non avresti dovuta accettarla!
— Per quale ragione?...
— Perchè sapevi che avrebbe fatto gran dispiacere a me.
— Non credevo. E poi, sono proprio in circostanze di rifiutar lezioni!
— Io dunque non conto niente per te?
— Molto; ma...
— Sono gelosa, Fausto!
— Di chi?
— Della madre e della figlia; mi hanno parlato dì te come due innamorate... Sono gelosa!
Fausto, buttato il cappello sul letto, si mise a sedere su la seggiola che stava in mezzo alla camera, tra lui e la signora Ghedini. Gli balenava negli occhi il dispetto di sentirsi scoperto in fallo. Abbassò la testa, mordendosi le labbra, e balbettò:
— Debbo pure trovar da vivere!
— Voglio essere io la tua vita, vita dello spirito e del corpo! — esclamò la signora Paolina.
— No. Sarei un vile, se da te accettassi qualcosa oltre il tuo amore; no! no!
— T'amo così, nobile e altiero. Ah, se tu compissi la _Venere infernale_! — ella soggiunse dopo breve pausa, posandogli una mano su la spalla e accarezzandogli la testa con l'altra. — Io vorrei soltanto anticiparti un sussidio come potrebbe fare un impresario, un editore...
— No.
— Mi restituiresti tutto, dopo; anche con gl'interessi. Speculazione, calcolo; qui l'amore non c'entra...
— No, mai!
— Se tu m'amassi come io t'amo, parleresti altrimenti. Fausto, Fausto!
E vedendolo restar là, duro e immobile, subito si strinse al petto quella cara testa arruffata, e la coprì di baci, chiedendo perdono, quasi la colpevole fosse lei, e fosse lei l'ingrata che disconosceva tanto amore e tanta passione, ingiustamente gelosa.
Così cominciò la serie delle dolorosissime scene che divennero sempre più strazianti per lei e più opprimenti per Fausto. Fausto non sapeva perdonarle in nessun modo l'aver indovinato!
La signora Merlacchi, involontaria origine di quella avventura, un giorno gli era tornata all'improvviso in mente, quantunque l'avesse imbattuta in casa Ghedini due sole volte da quella sera in poi, e non l'avesse più riveduta da un pezzo. Gli era tornata in mente per contrasto; una donna facile, e abituata come lei alla vita di amante, sarebbe stata assai più comoda: gli avrebbe dato la soddisfazione di poterla amare in pubblico, senza paura nè ritegni, e senza l'incubo di vedersela dinanzi tutti i momenti e sentirsi, tutti i momenti, mentitore o vigliacco. E poi non lo avrebbe impacciato troppo il giorno della crisi finale.
Per ciò una mattina s'era presentato in casa Merlacchi con un pretesto, e s'era visto accogliere con cordialità grandissima, quasi con entusiasmo.
— Pensavo appunto a lei, — gli aveva detto la signora, sgranandogli in faccia gli occhi sorridenti. — Cornelia è tornata di collegio e voglio che il suo maestro di pianoforte sia lei.
E lo aveva presentato alla figlia. Non meno cordiale, nè meno entusiasta della mamma, Cornelia lo guardava curiosamente da capo a piedi, mentre diceva:
— La mamma mi ha parlato tanto di lei e delle sue composizioni! Capilavori, dice la mamma, e le credo; mi auguro di poterli ammirare presto anch'io.
Affascinato, Fausto avea smarrito a un tratto il suo orgoglioso riserbo. In quel salottino semplice ma elegante, si era sentito a suo agio, aveva avuto un attimo di scintillìo artistico, inganno che gli fece perdere la testa.
Bella e ardita era la mamma; bella e civettolina la figlia.
Dopo tre settimane, era parso a Fausto che le due donne se lo contendessero. Un giorno la mamma, più esplicita nelle sue dimostrazioni, gli aveva dichiarato:
— Per me, soltanto gli artisti contano al mondo; soltanto essi possono avere un cuore traboccante di affetto. Se mia figlia volesse sposare un artista, io non mi comporterei come tant'altre mamme scioccamente interessate.
Fausto ringraziò mutamente, abbassando il capo.
— C'è però artisti e artisti, — soggiunse la Merlacchi. — Le ragazze spesso non sanno distinguere.
E col languore degli occhi disse il resto.
Imbarazzato, Fausto fece le viste di non aver compreso.
Oh, non si sarebbe mai prestato a mercato simile! Non avrebbe mai ricevuto dalle mani dell'amante colei che poi doveva essere la dolce compagna della sua vita!
Un amaro sorriso gli era spuntato su le labbra a tanta rigidezza di sentimenti.
— Rigidezza superflua! Che? Già commetteva la scempiaggine di lusingarsi? Eppure...! Eppure!
Gli sfoghi gelosi della signora Paolina gli diedero il tracollo; ed egli si convinse, con poco sforzo, che la cosa non era poi tanto difficile.
— Quella mamma è una sventata!... Lusingandola, forse...
Un viluppo di progetti, di disegni, di strattagemmi, gli si agitò giorno e notte nella mente, e servì a rinfocolare la sua stizza, il suo astio, la sua ingratitudine contro di colei che pur gli avea dato, e spontaneamente, l'unica consolazione, l'unica soddisfazione di amor proprio che egli avesse mai avuta; contro di colei che, smaniante, gli ripeteva tutti i giorni:
— Dimmi che cosa vuoi ch'io faccia per te; son pronta a tutto!
E non esagerava.
Fausto invece s'impensieriva di quegli slanci eccessivi. Ora toccava a lui di raccomandarle insistentemente: Prudenza! E per calmarla e per impedirle di compromettersi e di comprometterlo, le diceva spesso:
— Tuo marito non è un imbecille. Bada! Mi scannerebbe.
Le agitava questo spauracchio davanti agli occhi; e diceva soltanto: — Mi scannerebbe — perchè ella gli aveva dichiarato una volta che non le importava niente di morire per lui. Poi, quando la vedeva continuare nelle meticolose cautele che difendevano la loro relazione anche dagli sguardi più indiscreti, all'opposto, egli s'irritava. E una volta, dopo una trista scena in cui era rimasto vinto dalla fina dialettica della donna resa perspicacissima dalla passione, sorpassò ogni limite, la calunniò, pensando:
— Ha scelto me appunto per avere un amante che le permettesse di conservare la ipocrisia delle apparenze in faccia al marito e alla società! Senza queste stanzette, senza l'agevolezza di poter soddisfare i sensi e la pubblica morale assieme, non si sarebbe neppur degnata di gettare uno sguardo su questo meschino maestro di musica! Finge così bene al cospetto degli altri, che niente m'assicura che non finga, per egoismo, anche con me. E ieri esclamava: Credi tu che il fingere non mi pesi? — Chi le diceva il contrario? Scusa non chiesta, accusa manifesta.
E si compiaceva, come di provvido istinto, del non aver mai potuto amarla; e qualificava lucida antiveggenza la propria aridità di cuore. In che gli era giovata colei? A distrarlo, a spossarlo, a immiserirgli anima e corpo, a ridurlo vilissimo schiavo!
Un fiotto di bile gli attossicava la bocca e gli annuvolava la vista.
Rivedeva intanto con l'immaginazione il salottino delle Merlacchi, le smancerie della mamma, le graziose civetterie della figlia, e si sentiva crescere, crescere in cuore la lusinghiera speranza...
— Perchè mai quella speranza non potrebbe un giorno o l'altro divenire dolcissima realtà?
Socchiudeva gli occhi, sorridendo a quei nuovi albori che gli luccicavano in fondo al cuore.
Era andato a trovare il dottor Anguilleri per sfogarsi e dirgli:
— Avevi ragione prognosticandomi la sorte del protagonista della mia _Venere infernale_!
Lungo i deserti corridoi del laboratorio della Sanità, andando dietro all'usciere che lo guidava, Fausto si era sentito penetrare da un triste senso di quiete, misto con lieve turbamento di paura.
Il dottor Anguilleri, davanti alla finestra, seduto a una lunga tavola ingombra di boccette e di tubi di vetro, guardando attentamente dentro il microscopio, aggiustava con una mano le lastrine di cristallo raccomandate alla molla sul sostegno metallico bucato nel centro, e coll'altra cercava di mettere in foco l'obbiettivo.
— Scusa, — gli disse senza scomporsi: — è affare di un minuto.
Fausto girava sospettosamente lo sguardo attorno. Quegli strani apparecchi gli davano una sensazione di malessere, di ripugnanza; sensazione che si aumentò dopo che l'amico dottore, invitandolo a guardare nel microscopio gli disse:
— Sono baccilli del carbonchio, ingranditi due mila volte.
Poi, mostrandogli un tubetto di vetro dal fondo arrotondato, chiuso con un tappo involto nella bambagia, e con dentro parecchi sottilissimi fili di seta gialla, soggiunse:
— E queste sono le spore di codesto bacillo, che possono mantenersi vive molti anni, se tenute in completo essiccamento.
— Non c'è' pericolo?... — domandò Fausto, allontanando la mano del dottore che gli aveva accostato il tubetto a poca distanza dagli occhi per farglielo osservare alla luce.
Il dottor Anguilleri sorrise.
— È imprudente venir qui — esclamò Fausto.
— Appunto, non mi hai detto qual buon vento ti mena.
— Passavo... e son salito a salutarti.
Fausto, pentito d'essere venuto in quel luogo, voleva andarsene subito; ma il dottore lo trattenne per forza:
— Giacchè sei qui, devi vedere ogni cosa.
E cominciò a indicargli partitamente ampolle di brodo sterilizzato per la coltura dei baccilli, tubetti con baccilli d'ogni sorta: della tubercolosi, del tetano, del tifo, della difterite, dell'edema maligno; tubetti con lo spirillo del colera, col cocco dell'erisipola; piccolo saggio d'ognuno di essi, perchè la copiosa raccolta era conservata in uno stanzino a parte. E ve lo condusse.
— Bisogna difendere le coltivazioni dalla luce; perciò lo stanzino ha le pareti tinte in rosso cupo ed è tenuto sempre allo scuro.
Fausto, affacciata la testa dall'uscio, si ritrasse subito indietro. Tutti quei bicchieri, pieni di tubi e schierati in fila su le scansie lungo il muro, gli facevano correre brividi di freddo per le ossa.
Intanto il dottore, cedendo al suo entusiasmo di giovane scienziato, dava lunghe spiegazioni. Preso da un bicchiere un altro tubo di spore del carbonchio e osservandolo per conto proprio, lo agitava, lo teneva levato in alto contro luce, quasi facesse in quel punto una lezione intorno all'incredibile resistenza di quelle spore e alla loro terribile potenza:
— Introdotte col cibo, esse riescono ad oltrepassare lo stomaco dove gli altri batteri vengono uccisi dalla acidità; e sviluppatesi in baccilli, invadono tutto l'organismo. Allora, abbattimento di forze, emorragie, sordi dolori negli organi addominali e, in pochi giorni, la morte, seguita da rapida putrefazione che rende nero il sangue, diffluente, cioè incapace di coagularsi...
Fausto non lo udiva più.
Una diabolica idea gli era balenata nella mente, ed egli si spaventava di sè medesimo vedendosi capace di concepire — di concepire soltanto — quella idea! La fronte gli si era coperta di sudorino ghiaccio; il cuore gli balzava violentemente nel petto; la terribile idea, tornando a balenargli nella mente, lo faceva rabbrividire, ma lo costringeva a fissarla; e lo faceva rabbrividire anche il sospetto che essa potesse impadronirsi di lui e soggiogarlo fino al punto...
Si riscosse, si passò più volte le mani su la faccia, e interrompendo il dottore, che continuava le spiegazioni senza accorgersi di niente, disse:
— Lasciami andar via, mi fa male star qui...
— Ecco gli artisti! — esclamò il dottore, ridendo. — Gente nervosa, razza inferiore! Senti: dovresti fare la _Sinfonia dei baccilli_! Qualcosa di grandioso e di terribile, se tu sapessi farla. E farla sapresti certamente, ma non la farai. Ormai son convinto che non farai più niente. Peccato!
— La _Sinfonia dei baccilli_! Sarebbe ridicola... — rispose Fausto, sforzandosi di nascondere il turbamento.
— Via, la _Sinfonia della Vita e della Morte_, che, se tu non lo sai, son tutt'una! Ma non farai nemmeno questa! Non farai più niente! Peccato!
IV.
Ah, la terribile idea!
Lo invasava da una settimana, facendolo inorridire ogni volta che vi si sorprendeva fissato e già propenso a metterla in discussione, ora come ipotesi strana, ora come non difficile possibilità!
— Oh! oh!
A quali infami accessi lo riduceva colei, spingendolo alla disperazione con la insopportabile gelosia! E perciò egli fremeva, scoprendola sempre tanto più tenera e più ciecamente innamorata, quanto più egli si sentiva distaccare da lei!
Intanto la speranza di poter sposare la figlia della Merlacchi gli si accendeva nel cervello coi colori più vivi e cominciava a sembrargli cosa seria. La signora Merlacchi, che ad ogni nuova visita di Fausto diventava quasi aggressiva, non gli repugnava più. La graziosa civetteria di Cornelia lo eccitava, gli risvegliava nell'animo la passione della musica, se non la scintilla creatrice del compositore.
— Scriverà una romanza per me? Da cantarla io e nessun'altra? — gli disse un giorno Cornelia.
— Ben volentieri, signorina; vorrei poter fare un capolavoro!
— Lo farà, ne sono certa.
E questo desiderio, espresso con tanta carezza nella voce e tanto scintillìo di sorriso negli occhi, gli era parso, quasi, un tacito fidanzamento.
— Sono matto? — tentava di riflettere.
Ma l'amor proprio gli annebbiava il cervello.
— Accadrà uno scandalo! Colei commetterà qualche pazzia!
Si desolava ripensando le assurde proposte di fuga, di rifugio in qualche città straniera, che Paolina gli veniva facendo da qualche tempo in qua. La sua dote, tutta in cartelle dello Stato, non poteva toccargliela nessuno. Suo marito, è vero, in un momento di urgenza, aveva ottenuto da lei il consenso di adoprarla per le sue vaste speculazioni ferroviarie... Ma gli affari andavano bene. Certamente egli aveva pensato a guarantirla... Anche senza la sua dote però essi avrebbero potuto vivere comodamente, lei lavorando da sarta, lui dando lezioni, o, meglio, conducendo a fine la sua _Venere infernale_.
— Ah! La mia Venere infernale è proprio lei! — esclamava Fausto disperatamente.
E perchè doveva egli rassegnarsi? L'aveva forse sedotta? No, anzi era stato avviluppato, stregato lui!
— Se commettessi un delitto per riavere la libertà, chi potrebbe condannarmi?
Era arrivato a farsi tale domanda senza fremere di orrore.
Per evitare in quei giorni la frequenza delle visite della signora Ghedini, aveva ideato un pretesto: ma quella volta la signora Paolina non si era lasciata ingannare.
Si vedevano sparsi, con calcolato disordine, sul tavolino, sul letto, sul canapè e sul leggìo del pianoforte i fogli dell'abbozzo dei primi due atti della sua opera, parte scritti col lapis, parte con l'inchiostro. La carta si era ingiallita e la scrittura aveva preso la tinta dell'inchiostro invecchiato dalla luce e dalla polvere. Robba morta tutti quei fogli! Quella mattina però dovevano simulare di essere vivi per evitargli il tormento della presenza di colei e il pericolo di scene repugnanti. Gli era forza mentire, mentire, mentire, se voleva ottenere un po' di tregua!
Egli andava su e giù per la stanza con le braccia conserte, strette nervosamente dalle mani aggrappate, coi capelli in disordine e con lo sguardo fisso nella truce visione che più non lo abbandonava un momento e lo avvinceva e lo soggiogava: andava su e giù ripetendo mentalmente le uniche parole che pensasse da una settimana, anche ragionando d'altro, anche nei sogni:
— Se commettessi un delitto per riavere la libertà, chi potrebbe condannarmi?
E gli parve che qualcuno venisse a sorprenderlo, sentendo aprir l'uscio e vedendo apparire la signora Ghedini che guardava diffidente i fogli sparsi qua e là.
— Lavori?
— Riprendo la _Venere infernale_; me la sento frullare nel cervello.
E con un po' d'esitanza, di cui ebbe dispetto, soggiunse:
— Dovresti lasciarmi più libero in questi giorni.
— Non è vero che tu voglia lavorare! — gli gridò in faccia, indignata, la signora Ghedini — Oh, Fausto!
E continuò, con accento di dolore e di rimprovero, parlando affrettatamente, a voce bassa:
— Vedi come mi hai ridotta? Non mi riconosco. Perchè mi fai soffrire? Che male ti ho fatto? Fin mio marito, che ha tante cose per la testa, fin mio marito si è accorto che non sono più quella di prima. Mi crede ammalata; vorrebbe che io consultassi un dottore.
— Ricominci?
— Bada, Fausto, bada! Mi conosci male, se ti figuri che io possa sopportare in pace un tradimento. L'abbandono, sì, lo sopporterei; ne morrei, forse, e sarebbe finita. Ma un tradimento, no! Sei tornato dalle Merlacchi, e mi avevi giurato che non ci saresti andato più! Sono loro, la madre o la figlia, o tutt'e due — quella mamma è capace di tutto! — sono loro che tentano di rubarmiti. Bada, Fausto! Bada!
Glielo ripeteva con labbra frementi. E gli occhi le lampeggiavano; e tutta la persona, scossa da tremito, trambasciava, mentre le lagrime cominciavano a scenderle silenziose lungo le gote coperte d'improvviso pallore.
— Ah! — urlò Fausto, prendendo con furia il cappello, sfuggendo dalle mani della signora Ghedini che tentava di trattenerlo.
— Ho avuto torto! Fausto, perdonami! — ella balbettava supplicando.
Ma Fausto era già uscito di casa, sbatacchiando l'uscio villanamente.
Il dottor Anguilleri fu meravigliato di vederselo comparire davanti.
— Che è stato?
— Niente. Sai? Ho riflettuto su quella tua idea... bellissima... della _Sinfonia dei baccilli_, o _della Morte_.
— Ah!
— Sono in vena. Voglio farne proprio qualcosa di grandioso e di terribile, come tu hai detto. Ho già abbozzato... in testa... i punti principali, s'intende: Un crescendo, capisci?... dopo un pianissimo di violini e viole.... Poi, un unisono di ottoni.... Vengo per ispirarmi.
— Mi hai fatto paura! — esclamò il dottore, stupito di quell'aspetto sconvolto, di quegli occhi che luccicavano sinistramente evitando lo sguardo altrui, di quelle parole pronunziate ora a scatti, ora esitando. — E l'ispirazione musicale ti riduce ogni volta così?
— Fammi vedere di nuovo la stanza... dove sono le stufe,... no, l'altra appresso. Voglio averne un'impressione più viva, più immediata.
— Alla buon'ora! Non mi par vero che tu voglia lavorare. Sarà la prima e, forse, la sola volta che i baccilli serviranno per un'opera d'arte.
Fausto gli andò dietro, camminando come un sonnambulo, senza scorgere niente lungo il corridoio e le sale che attraversavano.
Il dottor Anguilleri, un po' invanito di veder presa sul serio da un artista come Fausto un'idea buttata là, per ischerzo, in un momento di buon umore, aperse l'uscio del camerino buio:
— A te! Ecco qui, spaventevole _crescendo_, tutti i morbi della terra!
Prendeva tre, quattro tubi per volta, e glieli faceva osservare dando particolareggiate spiegazioni, scherzando intorno alla pericolosa materia:
— Pei toni minori, i baccilli dell'erisipela, della difterite, della tisi!
E rideva.