Fausto Bragia, e altre novelle
Part 13
E lassù, sulla collina, tra gli ulivi, in mezzo all'erba dorata dal sole meridiano, mite e benigno come un bacio, risolsi: — Partirò! Andrò da lei! E tornerò di nuovo qui, ma con lei. Ella sarà la fata del luogo!
Passai la notte senza chiuder occhio. La mattina vi scrissi una lunga lettera, che stracciai subito dopo averla riletta. Volevo sorprendervi, volevo accertarmi se mai il vostro cuore vi avesse presagito qualcosa, se avesse presentito il mio avvicinamento mentre il piroscafo mi portava alla incantevole vostra città, assisa sul golfo come una sirena.
E feci la valigia canticchiando, ripetendo il vostro armonioso nome in mille guise, quasi le diverse melodie, che si adattavano ad esso su le mie labbra infuocate, rifiorendomi nella memoria dopo tanto tempo, non avessero potuto esprimer altro che il misterioso significato di quelle tre sillabe, le più belle tra quante da voce umana siano state mai modulate. E fatta la valigia, diedi gli ordini per la partenza, precisi, minuziosi; niente doveva ritardare di un minuto, d'un solo minuto, l'avvenimento che credevo stesse per risolvere l'oscuro enimma della mia vita!
Così ieri! Oggi non più!
E ve n'ho parlato come di avvenimento remoto di cui resta appena traccia nella memoria. Non ho creduto nemmeno opportuno cercar qualche perifrasi, per addolcirvi la crudezza del fatto, e vi scrivo: Così ieri. Oggi non più!
Perdonate all'orgoglio della mia vittoria questa mancanza di delicatezza e di riguardo, quantunque la mia vittoria non sia proprio contro di voi personalmente, ma contro la donna in genere. Che posso farvi se la specie è formata di individui, e la _Donna_ non è una realtà tangibile, ma son tali soltanto le donne?
Già, anche durante il mio accesso d'ebbrezza, sentivo un sordo rancore che non sapevo spiegarmi, qualcosa che mi amareggiava anticipatamente le gioie di quel viaggio improvviso e m'impediva di assaporare la mia liberazione dalla solitudine venutami in odio peggio che se mi fosse stata imposta dal capriccio tirannico di qualcuno. Ero simile al prigioniero che vede rompere con una specie di tristezza la catena a cui viveva da tant'anni legato. Guardavo i miei libri, la mia stanza di studio, tendevo l'orecchio nel silenzio quasi temessi di sentir mormorare per l'aria rimproveri o minacce di gastighi per l'infrazione del mio voto; ed ero corso a rifuggiarmi prima dell'alba su la terrazza che domina la vallata, per sfuggire la tormentosa paura di quei rimproveri e di quelle minacce.
A un tratto, ecco un suono di campane lento e lugubre, e che sembrava più lugubre nell'incerto barlume dell'alba, fra il silenzio della campagna ancora addormentata. Suonavano a morto, e pareva suonassero da un'altezza immensurata, perchè le nebbie velavano la collina del vicino paese e si confondevano col grigio scuro del cielo. E non una, non due, ma tutte le campane delle chiese suonavano a morto, con voce di desolazione, quasi piangessero l'immensa vanità delle cose: vanità dell'arte, vanità della scienza, vanità della forza, vanità della bellezza, vanità dell'amore.... _Vanitas vanitatum! Et omnia vanitas!_
Mi sentivo commosso.... Era il giorno dei morti. Quella bronzea voce invocava i suffragi dei fedeli su le anime dei trapassati, lenta, ritmica, straziante... _Vanitas vanitatum!_ Tutte le generazioni scomparse da secoli su quel monticulo di terra, diverse per razze, per civiltà, per religioni, sembravano, con quel suono, dalla Infinita Misericordia, invocare il perdono di non aver creduto durante la loro esistenza alla vanità di ogni cosa; il perdono di quella follia che le aveva fatte guerreggiare, lavorare, amare, pensare, quasi la loro vita avesse dovuto durare eterna! E aveano atteso l'ora del risveglio dei viventi, la limpidezza serena dei sensi e della mente dopo il riposo notturno, per far meglio penetrare nei petti umani lo sgomento della vanità universale rivelato loro dalla morte. _Vanitas vanitatum! Et omnia vanitas!_
Mi sentivo commosso. Ed io, miserabile minuscola creatura, invece di seguitare a chiedere alla scienza degli uomini e alla scienza di Dio il vero e profondo significato di quel _vanitas vanitatum_ in cui si risolvono fin le grandi evoluzioni del pensiero quando non è compenetrato dal divino, io già tornavo a lasciarmi sedurre dalle fallacità dell'amore, già mi abbandonavo alla sensazione allucinatrice! Già stavo per correre dietro a un fantasma di donna a cui la mia immaginazione aveva dato a imprestito i propri bagliori! Chi avrebbe potuto assicurarmi in quel momento che voi non siate l'opposto della creatura da me creata dietro fallaci e risibili elementi?
Allora un altro fantasma di donna da me conosciuta anni addietro a Milano, mi si presentò alla memoria: e negli occhi le sfavillava un'ironia acuta, e sulle labbra le tremolava un sorriso tra compassionevole e sprezzante... O Malvina de Jancoosca, dove sei tu?
Era una polacca misteriosa, venuta in Italia nessuno sapeva perchè; forse un'emissaria nihilista, che turbava e sconvolgeva chiunque l'avvicinava, quasi invadesse e compenetrasse tutti col suo fitto mistero.
Ed io, per schermirmi da questo fascino, le avevo detto una sera mille cose insensate; ed esse mi tornavano alla memoria in quel punto, ma non più come cose insensate, bensì come intuizioni dell'avvenire.
Le avevo detto:
“La donna? È un animale inferiore, che sparirà dal mondo fra non molto, fra qualche migliaio di secoli.
La chimica ne ha già pronunziato l'inesorabile condanna, riproducendo — ed era parso assurdo finora — sostanze organiche identiche alle sostanze organiche naturali.
Il giorno che essa sarà riuscita a produrle tutte, potrà riprodurre anche un organismo completo; e così avremo l'uomo artificiale, vivente, pensante, uguale in tutto e per tutto a noi nati dal seno della donna. E siccome in questa produzione artificiale niente verrà abbandonato al caso, l'uomo creato dal fornello della scienza sarà infinitamente superiore a quello creato dall'accoppiamento quasi brutale di due creature che non sanno quel che fanno, che si accingono spesso alla riproduzione della specie in condizioni sfavorevolissime, quando meno dovrebbero.
Malvina rideva, mi chiamava matto, si turava le orecchie per non udire.
Io continuavo:
— Allorchè ognuno potrà ordinare al chimico un figlio che abbia queste o quell'altre facoltà fisiche e morali, e ottenerlo in breve tempo proprio come l'ha voluto — operaio, artista, pensatore, secondo il bisogno — l'ufficio del genere femminile sarà terminato. Il senso della riproduzione della specie, tanti sentimenti che ora ingombrano la breve esistenza umana e stanno in relazione con quel senso, spariranno a poco a poco, lasceranno libero lo sviluppo della spiritualità: l'uomo sarà soltanto un essere pensante.... E così comincerà l'èra nuova della storia....
La donna verrà qualche volta creata anch'essa dal crogiuolo del chimico o come oggetto di studio del passato o come giocattolo raro. Se io avessi la buona sorte di vivere in quell'epoca fortunata e i miei mezzi me lo permettessero, mi farei riprodurre voi, cara Malvina, e vi terrei nella mia stanza di studio, dentro una bella gabbia, come voi tenete ora quel canarino a cui imbeccate lo zucchero con la punta delle belle dita. Vi darei dei confetti, delle paste, anche dei gioielli per pararvi e pompeggiarvi; vi farei cantare, ballare, chiacchierare, e tornerei ai miei studi, dopo avervi fatto una carezza, animalino delizioso!„
Tutto questo mi tornava alla memoria; e mi pareva anzi che la figura ironica e sprezzante di Malvina de Jancoosca me lo gettasse in faccia, per rimproverarmi di non aver tentato di difendermi dal vostro fascino, come allora dal suo.
Quel che allora dicevo scherzando, ora mi faceva pensare; quel che allora era stato un ghiribizzo umoristico, ora mi sembrava non solamente una possibilità, ma una bella realtà avvenire.
Non potendo intanto distruggere la donna nella vita sociale presente, mi rassegno, com'avevo già risoluto, a distruggerla soltanto per me. Non parto più. Non vi scriverò più! Non leggerò più le vostre lettere, caso mai aveste l'idea di spedirmene dopo aver ricevuto questa mia!
Voglio vivere unicamente di pensiero, e attuare dentro di me tutto il Divino possibile. Avevano ragione i primi padri della Chiesa: Tra la donna e il Divino c'è contraddizione assoluta. Quel po' di divino ingenito da principio nella donna si è travasato tutto nell'uomo, e perciò l'uomo nuovo, l'Uomo-Spirito, non deve aver più niente da fare con essa. Come Gesù, in nome dello Spirito, ecco, io vi intimo il mio: _Vade retro, Satana!_... Addio!
GIORGIO ***
INDICE
DEDICA pag. V PARTE PRIMA » VII Fausto Bragia » 1 Un carattere » 51 Confessione » 63 Ofelia » 89 Evocazione » 109 PARTE SECONDA » 117 Zampone » 119 Il primo maggio del dottor Piccottini » 135 Amore libero » 145 La vendetta d'un baritono » 153 PARTE TERZA » 165 Dramma segreto » 167 La Mercede » 175 A una bruna » 193
OPERE DELLO STESSO AUTORE
_Storia fosca_ (Giannotta) L. 1 — _Homo_ (Treves) » 1 — _Fumando_ (Giannotta) » 3 50 _Ribrezzo_ (Giannotta) » 4 — _C'era una volta...._ (Bemporad) » 3 — _Raccontafiabe_ (Bemporad) » 4 — _Scaccianoci_ (Bemporad) » 3 — _Il Drago_ (Voghera) » 3 — _Fanciulli allegri_ (Voghera) » 2 — _Studi di letteratura contemporanea_ (Giannotta) » 4 — _Per l'arte_ (Giannotta) » 2 50 _Libri e teatro_ (Giannotta) » 2 50 _Semiritmi_ (Treves) » 3 — _Parodie: Giobbe-Lucifero_ (Giannotta) » 1 50 _Spiritismo?_ (Giannotta) » 3 50 _Giacinta_, romanzo (Giannotta) » 3 50 _Giacinta_, commedia (Giannotta) » 1 50 _Profumo_ (Pedone Lauriel) » 4 — _La Sfinge_ (Brigola) » 2 50 _Le Appassionate_ (Giannotta) » 3 — _Le Paesane_ (Giannotta) » 3 —
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (dessero/dèssero, fruscii/fruscìi e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.