Fausto Bragia, e altre novelle
Part 12
Voi eravate qui, nel mio studio (voi così lontana e che io non conosco ancora di persona!) seduta sulla bassa poltroncina, tra braveggiante e sospettosa. Non credevate alla mia scoperta, ma non eravate poi assolutamente sicura che fossi matto da legare per quella fotografia del pensiero. Aspettando i risultati dell'esperimento propostovi, vi preparavate, sorniona, a ridere di me, a canzonarmi spietatamente pel mio prossimo fiasco. Eravamo al buio. Poco prima, al lume della lampada, avevo preso il punto col mio obbiettivo inglese; poi la lampada era stata spenta e, nel buio, vi sentivo leggermente respirare, a due passi. Non avete voi avuto per un momento, per un solo momento, qualche sospetto intorno alla mia buona fede? La vostra ritrosia a restar lì, al buio, sola con me, su quella bassa poltroncina, mi autorizza a pensarlo. Ma vi rassicuraste appena vi ebbi spiegato alla meglio quel che intendevo fare.
Vi avevo raccomandato di stare immobile, più che col corpo, col pensiero, di fissarvi in un'idea, lieta o triste, interessante o indifferente, ma in un'idea sola... La posa fu lunghetta; un quarto d'ora... E quando, uscito dal gabinetto oscuro con la lastra impressionata in mano, vi annunziai trionfalmente: voi pensavate qualcosa di allegro, siete scoppiata in una di quelle vostre risate... in una di quelle vostre risate! — Sì, sì, mi rispondeste tra le risa, pensavo appunto a voi... steso sul cataletto a pancia all'aria! — Avete riso per poco. E siete rimasta seria seria, profondamente impressionata, appena vi ho fatta accorta del mio sbaglio; perchè io avevo dimenticato che si trattava di una negativa; e, precisamente, quell'idea segnata lì in trasparenza, era una idea nera, un'idea triste, precisamente! Allora esclamaste: — Ho paura di voi! — E lo ripeteste più volte quando vi dissi che fra non molto (io non dispero di nulla) si sarebbe arrivato a decifrare correntemente quei segni quasi cabalistici rivelatori del pensiero. Forse, chi lo sapeva? quei tratti piccolissimi, vaghi, sfumanti, impressi sulla lastra erano la registrazione delle altre vostre idee tenute in disparte dall'idea fissa, diventata in tal modo più evidente. Ah! Tutti i vostri più segreti pensieri che vi frullavano in testa poc'anzi io gli avevo lì, notati fedelmente: tutti! Che temevate? Che io scoprissi delle cosettine poco piacevoli per me?
State tranquilla, cara Amica; ho voluto svagarvi un pochino. Non sarò io, no, colui che tenterà di scoprire il modo di fotografare anche il pensiero. Avessi pure la ventura di scoprirlo per caso (le più grandi scoperte sono venute fuori così), distruggerei, subito, ogni traccia della mia invenzione. Più nessun dubbio? Più nessuna incertezza? Più nessuna illusione? Allora, sì, questo mondo diverrebbe noioso. — _Non si ha più certezza di niente!_ — Cattiva, non ve ne lagnate. Soltanto l'ignoranza, l'ignoranza relativa, l'ignoranza della scienza, l'ignoranza della religione, l'ignoranza di tutto quel che ci circonda, di sotto e di sopra, soltanto essa ci rende un po' sopportabile la vita, quando non ci rende (cattiva, non ve ne lagnate!) addirittura felici!
G.
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14 ottobre 1887.
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E se io vi dicessi che n'ho avuto un vago presentimento, una strana impressione nervosa, la quale mi dava la sensazione di non esser solo in quel momento? Un foglio di carta scivolò su pei libri, quasi una mano invisibile lo avesse smosso; l'armadietto, che può dirsi il mio museino, dove ho riposto tante cose disparate, ma egualmente a me care, diè un schianto secco secco, da farmi credere che una delle sue pareti si fosse spaccata... E non era vero; potei subito accertarmene. Chi avea picchiato a quel modo?
Riuscii, da lì a poco, a darmi piena ragione di ogni cosa.
Quella impressione che mi aveva prodotto la sensazione di non esser solo, dovea certamente provenire dal filo d'aria che l'imposta mal chiusa lasciava penetrare nella stanza. Si sa come certe sensazioni puramente fisiche si trasformino nell'organismo in, diciamo così, sensazioni morali. Le nostre condizioni psicologiche di un dato momento, l'abitudine di certe speciali associazioni d'idee, lo stato latente della coscienza che si desta, si sviluppano e prendono forma netta e precisa dietro un impulso esteriore. Nel mio caso, la leggera preoccupazione di quel vostro insolito silenzio di due settimane, il pensiero indeterminato, specie di desiderio che forse mi attraversava il cervello in quel punto, e da cui venivo inavvertitamente attratto verso l'impossibile, aiutato dalla cognizione che quel che io stimavo impossibile vien creduto da parecchi una non molto difficile possibilità: (gli spiritisti, i mistici, voi lo sapete, affermano, come fatti non rari lontani, i viaggi dello spirito d'una persona vivente); ecco parecchie cose che, insieme o da sole, potevano produrre il fenomeno d'una forte allucinazione.
C'era dunque in me quel che occorreva perchè una sensazione puramente fisica, la impressione d'una lieve corrente d'aria, potesse agevolmente trasformarsi in un'impressione misteriosa, nella presenza d'un essere invisibile, di voi, proprio, che non vi facevate viva — cosa insolita — da due settimane.
Soddisfattissimo di questa così scientifica, così positiva spiegazione, passai al secondo fatto, allo smuoversi del foglio posato sui libri. I libri erano, sì, un po' in declivo; ma, apparentemente, non tanto da giustificare che la gravitazione del foglio avesse potuto produrre quel fatto. Provai, riprovai di rifare l'esperimento; il foglio, anche messo in una posizione assai più declive, rimase fermo, quasi avesse avuto addosso il più pesante dei miei ninnoli _ferma-cart_. (Si dice così? Non lo so, quantunque mi sembri abbastanza italiano. Ho consultato tutti i vocabolari che posseggo — e sono parecchi, dal Tramater a quello in corso di stampa del Petrocchi — e non mi è riuscito di trovare il corrispondente italiano del _presse-papier_ dei francesi. Il vocabolo dev'esserci, c'è, senza dubbio; sospetto di averlo già saputo e ora dimenticato; ma non ho qui un fiorentino a cui domandarlo; una delle tante disperazioni che mi facevano arrabbiare quando avevo la malinconia della letteratura, di cui sono fortunatamente guarito). Dunque, il foglio restava lì fermo. Che è per ciò? Avevo io esaurite tutte le possibili posizioni di esso per raggiungere il mio intento? Non vi sono circostanze così complesse che è assurdo tentar di riprodurre, non potendo precisamente riprodurle con la medesima intensità e con la identica correlazione di tutti i lor diversi elementi? Un'altra ragione scientifica, positiva che, persuadendomi di smettere le varie prove e riprove, mi fece accettare senz'altro la spiegazione più sicura: sì, il peso, aggravandosi, aggravandosi, accumulandosi, avea naturalmente prodotto il moto, e così il foglio era scivolato giù quasi smosso da una forza occulta, dalla gravità universale.
Gran bella cosa la scienza! Come spoglia da ogni forma fantastica i fenomeni, a prima vista, meno esplicabili!
Allora, si capisce, lo schianto dell'armadietto mi parve una sciocchezza. Quale è mai quell'armadio che di tanto in tanto non ischianti?
Dileguato il mistero, passato il primo movimento di quella mia soddisfazione chiamiamola pure scientifica (non costa nulla), io — così savio e ragionevole e scettico come voi mi sapete — sentii però un vero rimorso di quella stupida inchiesta, chiamiamola pure scientifica (non costa nulla). Mi parve di aver così ucciso dentro di me il germoglio d'un bel fiore. E non saprei spiegarvi perchè mi venisse in mente proprio quest'immagine; giacchè essa non era un'idea astratta, una metafora, ma una visione reale. Rosso, dai petali vellutati, chiazzati di nero e di giallo, dai pistilli di oro altieramente rizzantisi dal seno profondo del calice, quel fiore non apparteneva probabilmente a nessuna flora esistente, magnifico ibridismo prodotto lì per lì dalla immaginazione e che l'arte potrà ridurre domani realtà vegetante e fragrante; io lo vedevo qual esso sarebbe stato, se non avessi già ucciso in germe quella impressione che m'avea dato, per un istante, la illusione della presenza di un essere invisibile, di voi, venuta in ispirito a visitarmi dalla vostra incantata marina.
Permettetemi di credere che quel fiore fosse, come avrebbe detto lo Swedenborg, una _corrispondenza spirituale_ del bel fiore umano che è il vostro corpo. Non vi adombrate: è la sola galanteria che mi permetterò in questa lettera.
Sono fatto così, gentile Amica; amo il mistero; anche quando esso non sia veramente tale, ma una semplice illusione. Sapendomi circondato da tanti e tanti inesplicabilissimi fatti, sopra, sotto, dattorno, uno di più — anche illusorio — non mi fa punto specie: massime se risulta da esso un benefico effetto. Se, nel momento che provai quella sensazione e il foglio scivolò e l'armadietto schiantò, mi fossi lasciato prendere dalla incipiente illusione, non sarebbe stato una delizia?
E se non era illusione?
Che bella cosa poter fare gli onori di casa a un essere invisibile! Vi avrei pregato di manifestarvi meglio, in qualunque modo: e se vi fosse piaciuto di convincermi che la famosa materializzazione degli spiriti (la parola è brutta, ma il fatto sarebbe stupendo davvero) la materializzazione, di cui parlano gli spiritisti americani, non è una fandonia di allucinati, io vi avrei baciate tutte e due le mani ed anche i piedi, dopo avervi tolto, riverentemente, le babbucce ricamate che portate per casa; voi, spero, da spirito, avreste avuto lo spirito di lasciarmi fare.
Lo so, con la vostra spietata malizia, direte che la solitudine comincia a rammollirmi il cervello, visto che posso scrivervi simili grullerie. No, gentile Amica. Voglio avere il coraggio di affermare che bisogna smettere il cattivo vezzo di giudicare grullerie tutte le cose che non possiamo spiegarci. Che ne sappiamo noi? Conosciamo così addentro, fin a una, le leggi di quest'universo, da poter sentenziare addirittura che certi fatti sono grullerie? Purtroppo noialtri animali ragionevoli facciamo ordinariamente così; trinciamo sentenze. Per buona fortuna, esse non sono credute inappellabili neppur da noi stessi. Ah, se si facesse il catalogo di tutte quelle cassate con lodevole disinvoltura dal medesimo tribunale della scienza, da cui erano state tanto solennemente pronunziate! Si riempirebbero parecchi volumi in foglio.
E poi, persuadetevene, la solitudine campestre non rammollisce il cervello, quando si ha tanto materiale (libri d'ogni sorta) da nutrirlo e fortificarlo. Essa è anzi un efficacissimo mezzo di sbarazzarsi di parecchi ingombri sociali. Vorrei che voi vi provaste qualche volta a discutere, come accade spesso a me, faccia a faccia con la Natura. Gli alberi, i fiori, le roccie, le acque, gli uccelli, gli animali grandi e piccini, i vari aspetti delle cose al mutar della luce, il silenzio, i rumori, hanno un particolar modo di ragionare che vale, ve lo giuro, per lo meno quanto il nostro. L'anima delle cose è forse dissimile dalla nostra? Lo spirito delle cose non è forse lo spirito umano rimasto chiuso, velato, circoscritto nelle forme vegetative ed animali che noi affettiamo di credere così lontane da noi? Questo oramai comincia a dircelo la scienza, ed è consolante.
Guardata con tal occhio, la Natura assume un'attraenza piena d'infinita poesia.
Quel pero del mio giardino che si ostina a fiorire soltanto senza voler mai condurre a maturità un sol frutto, non è forse un omino embrionale pieno di vanità e di pigrizia, come ce n'è tanti al mondo?
Quella vite aristocratica che matura ogni anno due o tre grappoli, non più, di meravigliosa uva bionda, rosea, dolcissima, con chicchi che paiono fusi, in uno stesso cavo e aggruppati con arte decorativa da sbalordire; quella vite non è una signora embrionale, che produce poco perchè vuol far tutto bene, che disprezza l'utile perchè ama l'arte? Quei suoi due o tre grappoli annuali sono proprio un'opera d'arte da vincere di gran lunga la leggendaria uva di Apelle (o di Zeusi? In questo momento la mia erudizione mi fa difetto e non voglio aiutarla ricorrendo a un'enciclopedia: so che voi non amate l'erudizione quand'essa è inutile, come appunto in questo caso).
Strambe analogie, direte voi, da lasciare ai poetini che si figurano di fare della poesia mettendo in versi: _disse il fiore all'usignuolo; rispose l'usignuolo al fiore; disse la farfalla alla rosa; replicò la rosa alla farfalla_!
Ah! le prendete per strambe analogie? Come v'ingannate! Lo strambo è quando noi mettiamo nella Natura, come quei poetini, la coscienza che non ci è affatto. La vera stramberia sono quegli _Amori delle piante_ di Erasmo Darwin dove le povere piante, i poveri fiori, trasmutati in pastori e pastorelle d'Arcadia, fanno ridere i polli.
Non mi fraintendete: io non metto la coscienza nella Natura (sarebbe un guastar la Natura); e se vi trovo l'elemento umano e spirituale, ve lo riconosco e mi piace di riconoscervelo nella sua forma vegetale ed animale soltanto, dov'essi stan chiusi dentro un limite insormontabile... Che male avete voi fatto perchè io mi lasci andare fino a scrivervi queste astrusissime cose?
Eppure la colpa è un po' vostra. Se io non avessi avuto paura dei vostri frizzi, avrei continuato sullo stesso tono con cui ho cominciato, e, fantasticando, fantasticando, chi sa dove diamine sarei arrivato? Chi sa quali strampalerie vi avrei scritte a proposito della pretesa visita spirituale che voi dite, scherzando, d'avermi fatta! Voi avreste sorriso, o riso; io mi sarei divertito, e sarei tornato a divertirmi, ricevendo la vostra risposta piena d'ironia, di motti, di amabili impertinenze, e di carezzevoli pentimenti. Ma, pur troppo, da quel contadino che son diventato, qualche volta ho paura delle vostre lettere. Se invece di questi foglietti coperti di minuscola scrittura, veniste voi in persona, oh! ve lo assicuro, non avrei punto soggezione, e vi terrei testa sotto la grandine dei frizzi e delle malizie che vi piacerebbe d'avventarmi.
Ve lo confesso però; amerei molto meglio una vostra _reale_ visita spirituale. Sapervi accosto a me, e non vedervi, e sentire intanto l'impressione del vostro calore, la sensazione del vostro alito, e aspirare il vostro profumo preferito d'elitropio bianco!.... Che commozioni! E quel sentirmi, a poco a poco, compenetrar tutto di voi nella parte più intima dell'organismo, nel pensiero; quel pensare in voi e quel comprendervi nello stesso tempo pensante in me: quel provare insomma la strana ossessione dello spirito vostro, che avrebbe intanto, per mezzo momentaneo di manifestazione esteriore, il mio solo organismo!... Ah, voi che non siete abituata a queste vertiginose altezze spirituali dove io m'avventuro spesso spesso con lo Swedenborg, voi non intenderete nulla della possibilità d'un'ossessione, specie di suggestione ipnotica più elevata! Che felicità se la cosa avvenisse!
Il più attraente sarebbe poter studiare per dir così _de visu_, direttamente, in che modo sente e pensa una donna. In quel momento lascerei femminilizzarmi compiacentemente, mi vi darei tutto, tutto, per veder funzionare dentro di me lo strano fenomeno vivente che voi siete, impastata di nervi, di passione, di riflessione, di scetticismo, di grazia, di malizia, di pietà, di cento cose disparate, fuse insieme in un organismo e in una intelligenza dei meglio riusciti. Quante strane sorprese! E quante delusioni forse! Giacchè noi uomini abbiamo intorno alle donne un mucchio di preconcetti, e non tutti benevoli. Io però mi son fatto, su questo punto, convinzioni particolari; e non oso di metterle fuori perchè troppo contraddicenti le idee accettate dalla maggioranza. Per esempio, io credo che, volendo studiar bene e comprender bene la donna, bisogna cominciare... indovinate?... dall'uomo. Noi siamo passati per voialtre, e ne abbiamo trasportato via il meglio nella nostra forma superiore. Quel che non abbiamo portato via appartiene all'animalità bassa, ed è facile studiarlo nell'animale o in noi stessi, dove l'animale sussiste. Basterebbe dunque limitarsi a certe facoltà dello spirito, alla immaginazione e al sentimento: basterebbe farle funzionare in noi per via di un'abile selezione, senza mescolarvi elementi riflessivi, cioè d'astrazione...
Voi sorridete, scotete il capo, fate dinieghi... Siete dunque davvero un mistero impenetrabile voi donne? Siete l'assurdo, l'imprevisto fatti sangue e carne?... Permettetemi di rimanere nella mia convinzione che per studiar bene la donna, bisogna, dall'uomo, tornare indietro fino ad essa... — Indietro?... esclamerete voi. Ecco una bella impertinenza! — Oh, intorno a questo la mia rozza sincerità di contadino non si lascerà smuovere dalle vostre canzonature. La leggenda adulatrice pretende che la donna sia stata creata da Dio, traendola da una costola di Adamo dormente. Ebbene: se fu Adamo che inventò la leggenda, è da veder in essa soltanto un semplice atto di galanteria; se fu Eva, (scusate) un malizioso artifizio per nascondere la sua età allo stato civile di allora.
G.
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20 novembre 1887.
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Stavo per commettere una pazzia. Vivevo da più giorni come un allucinato, sognando a occhi aperti il vostro salottino e la mia inattesa comparsa davanti a voi. Il mistero, l'ignoto sarebbero spariti a un tratto appena avrei visto la vostra persona, intorno a cui ho fantasticato tanto da tanti mesi; appena avrei stretto la vostra mano che mi figuro piccola, bianca, con dita esili e lunghe; appena avrei udito la vostra voce, turbata dalla mia improvvisa apparizione.
Era accaduto quel che doveva accadere; avevo scherzato col fuoco e mi ero scottato. Non ve n'ho detto mai niente; ma voi dovete esservene già accorta e da un pezzo. Chi sa che non siate un po' scottata anche voi? Permettetemi questa supposizione, che non vi pregiudica. Avete voi fatto forse, al pari di me, voti di solitudine e di astinenza? Vi siete forse volontariamente confinata in una campagna, quasi fuori d'ogni umano consorzio, eccetto quello che dànno molti libri e pochi giornali? Mi avete, è vero, parlato spessissimo del vostro profondo scetticismo, e avete messo più volte in canzonella la irrimediabile sentimentalità che, secondo voi, impregna le mie lettere: ma io non vi ho mai creduto. Questa nostra corrispondenza non poteva essere, e non è stata infatti, un semplice gioco dello spirito nè per voi nè per me; n'ebbi un vago presentimento sin da principio.
E se mi sono scottato soltanto io, tanto meglio. Non m'importa che faccia una ridicola figura al vostro cospetto; la punizione è meritata.
Sì, stavo per commettere una pazzia. I miei grandi propositi di raccoglimento e di studio eran crollati in un attimo, come un castelletto di carte da giuoco; la donna, che io avevo voluto eliminare per sempre dalla mia vita, aveva ripreso, zitta zitta, possesso di me e mi invadeva e mi dominava tirannica, inesorabile vendicatrice della mia empia risoluzione; questa campagna, dove mi ero rifugiato come in un porto di salvezza, questa solitudine che aveva riconfortato e ristorato le disperse forze del mio spirito, mi eran diventate subitamente insopportabili, uggiose, quasi orrido luogo di relegazione, quasi condanna ingiusta e crudele.
Era il resultato dell'opera vostra; incosciente o volontaria, non m'importava saperlo. V'amavo, ero pazzo di voi. Il mistero che vi circonda mi aveva sconvolto il cervello; il caso che vi ha fatto infrangere la clausura del mio ritiro mi sembrava qualcosa di provvidenziale contro la mia stupida fuga da ogni creatura civile, col pretesto di vivere soltanto una vita tutta spirituale, tra la scienza degli uomini e la scienza di Dio.
La mia vigliaccheria mi suggeriva:
— Non hai tu intrapreso un'opera contraria all'umana natura, tentando di sopprimere dentro di te il sentimento in vantaggio della riflessione? Il sentimento non è una forma del pensiero necessaria quanto l'altra? L'uomo tutto sentimento non ti sembra un essere dimezzato, al pari di quello tutto riflessione?
Parlava il mio linguaggio. E intanto l'immaginazione mi faceva balenare davanti e la vostra testa bruna, e i vostri occhi neri, e il vostro geniale sorriso, il suono dolcissimo della vostra voce, la vostra persona alta e slanciata, quali era riuscita a foggiarseli secondo le indicazioni fornite a spizzico dalle vostre lettere incantatrici. E, intanto, quella medesima riflessione, che avrebbe dovuto garentirmi e difendermi dalle tentazioni del sentimento, mi enumerava i tesori d'affetto nascosti sotto l'apparenza scettica e canzonatrice della vostra parola scritta; mi faceva assaporare anticipatamente tutte le spirituali voluttà della confidenza e dell'abbandono, tutte le carezze immateriali dell'intimità, anzi della fusione di due cuori in uno, intraveduta per la prima volta e a proposito di una donna conosciuta soltanto da quel poco che essa ha voluto farmi sapere di sè, forse per arte, forse per calcolo, (non vi offenda la supposizione) forse nè per l'una, nè per l'altro.
Perchè non dovevo amarvi?
Le soddisfazioni intellettuali della scienza degli uomini e della scienza di Dio, che da più mesi compulsava avidamente, e assiduamente interrogavo, eran tali da farmi perdurare nel mio disegno? C'era meno vacuità nella mia dottrina, o meno incertezza nelle mie convinzioni? Avevo qualche lontana speranza che la mia gran sete di verità avrebbe finalmente trovato la limpida e ricca fonte a cui dissetare le aride labbra?
Perchè non dovevo amarvi?
Già era inutile domandarmi perchè non dovevo; vi amavo, era cosa fatta. E c'era qualcosa di più: mi sentivo riamato. Rileggevo tutte le vostre lettere, e da ogni riga di esse me ne scoppiava evidentissima, luminosissima la prova. Oh, sì, il vostro epistolare intervento nella mia solitudine era stato provvidenziale! Voi sapevate di me quel po' che può carpirsi dai non copiosi libri di uno scrittore; io sapevo di voi quel po' che le vostre lettere avevano potuto rivelarmi. Eppure mai, come in quel momento, la teorica platoniana delle anime sorelle, che si rincorrono e si ricercano a traverso la vita e lo spazio, m'era parsa tanto vera e certa: ero convinto che la forza attrattiva delle anime nostre aveva superato ogni ostacolo. Poteva mai essere accidentale il futile pretesto di chiedere schiarimenti e consigli a una persona conosciuta soltanto per la lettura dei suoi libri? Poteva mai essere accidentale l'infrazione da me fatta alla legge, impostami volontariamente in questa solitudine, d'interrompere ogni relazione coi miei simili, per votarmi all'unico eccelso studio delle scienze umane e divine?
E la deliziosa stagione contribuiva a rinfocolare la straordinaria effervescenza del mio cuore. Giornate di autunno più splendide assai delle più splendide giornate di primavera; tepori snervanti; dolcezze di tinte nel cielo e nella terra, carezzevoli e suggestive in supremo grado; da per tutta la campagna qualcosa di agitato, di commosso, di sorridente con malinconica tenerezza; l'opera dell'uomo, tra le vigne opulente e tra gli ulivi, si diffondeva con serena allegria come un inno di ringraziamento alla gran Madre Terra per quegli ultimi bagliori di vegetazione e di fioritura.
Ero oppresso da tanta dolcezza, non potevo sopportarla da solo; sentivo che mi eravate necessaria pel compimento di me stesso; e vi benedicevo di essermi penetrata così di traforo nel cuore, a dispetto dell'uscio tenuto chiuso, a dispetto della persuasione che la donna sia la negazione dello Spirito, o, per lo meno, la sua più grande nemica.