Fausto Bragia, e altre novelle

Part 11

Chapter 113,683 wordsPublic domain

L'altro mondo! È la mia vivissima curiosità. Esiste? Non esiste? Confesso francamente di non saperne nulla. Se non esiste, mi sento anticipatamente rassegnato a dormire per tutta l'eternità. Se esiste, ne avrò un gran piacere. La vita è una bella cosa quaggiù con tutti i suoi guai: sarà anche una bella cosa di là, con tutti i guai che potranno probabilmente turbarla. _Sognar, forse!_ ha detto Amleto. Leviamo via quel forse, immaginiamoci che sarà proprio così; ed eccomi già morto anche prima di morire, perchè io non faccio altro: _sognare_: ad occhi chiusi o ad occhi aperti non vuol dir nulla.

Come mi addormenterò per l'altro sogno? Ho voluto averne un'idea, e mi son fatto fotografare da morto, col capo abbandonato sui cuscini, cogli occhi stravolti e la bocca semiaperta. Non ho, per dire il vero, un viso proprio da morto, scarno, abbattuto dalla malattia; ma chi mi assicura che dovrò averlo a questo modo? Si può morire improvvisamente, col fior della salute in viso.... Voi mi avete sgridato per quel ritratto, quand'ebbi la infelice idea di mandarvene una copia: vi parve una fanciullaggine, una stramberia, una _posa_: ne aveste paura e ribrezzo.... Ecco che cosa vuol dire il trovarvi in mezzo al gran turbine della vita, attratta, trascinata, portata via irresistibilmente dalle circostanze esteriori e dalle sensazioni, per quanto voi facciate una vita modesta, ritirata, da santa, oh lo so! Per ciò voi anche mi credete rimpicciolito, rincontadinito, rinselvatichito, e non volete persuadervi che io, tra i boschi di olivi, di mandorli, e i filari di viti e di fichi d'India, non faccia il satiro, il fauno colle rubiconde e brune ninfe dei dintorni, quando scendono, coll'anfora al fianco, alla fontana. Un Giorgio *** sognatore, fantasticatore! Vi sembra cosa impossibile. Eppure è così. Le ninfe e i fauni invece mi ridono sotto il naso e si baciano e si abbracciano tra le siepi, sotto gli alberi, per le viottole ombrate di pioppi, senza punto curarsi di me, che li spio col cannocchiale, non terzo incomodo, ma terzo non visto fra loro. Indiscreto! direte voi. E indiscreto sia! Ma io mi ci diverto, come poco fa, quando quei due si presero per le mani, lei rossa come un melogranato, lui nero più del pepe, con corti occhi che se la mangiavano; e poi, così presi, cominciarono a dondolarsi, sorridendo stupidamente senza dirsi nulla; e poi lei gli diede uno spintone e lui un bel pugno di risposta, e poi si afferrarono, come per una lotta — lei ridendo forte, lui serio quasi inferocito — e cascarono tutte e due per terra, dietro la siepe... Son rimasto male, sapete!

Il cannocchiale e le vostre lettere: ecco, diciamo così, i due fili che ancora mi attaccano al mondo. Oh le vostre lettere, le vostre deliziosissime lettere, il vostro caro _bavardage_! Non me le fate desiderare. Le leggo in giardino, tra le rose e i gelsomini, sotto gli aranci in fiore, e il vostro profumo di elitropio non si lascia vincere da quello, acutissimo, della _zàgara_. Via, cara amica, insuperbitevi; sappiate che Giorgio il solitario le rilegge.

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G.

* * *

28 maggio 1887.

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Scommetto che voi non avete mai visto in vita vostra un'alba, nè un'aurora! Non le avevo più rivedute neppur io da gran tempo; ed ora non so saziarmene e me ne inebrio come un antico arya degli altipiani dell'Asia. Son tornato alla villa con le scarpe bagnate di rugiada, col viso rinfrescato dall'aria mattutina, con qualcosa dentro di me che non so esprimervi — un senso di sollievo, di leggerezza, di assottigliamento di tutto il corpo — con un sentimento di serenità, di pace, d'intima relazione tra me e tutte le cose vegetanti e viventi; invasato di luce, di suoni, di sorrisi, d'allegria!

Quando mi affacciai sull'uscio, andando fuori, tutta la vallata dormiva ancora. Sui colli di Doguara luceva, splendidissima, Venere (la _stella_ dicono i contadini, quasi non ce ne sia altra nel cielo veramente degna di tal nome). Non un alito; non un rumore. Sapete voi che gli alberi dormono e che prendono nell'oscurità notturna un atteggiamento speciale? L'aria stessa dorme, o par che dorma, talvolta. Poi, quasi tutto a un tratto — è un'impressione stranissima — un fremito lieve lieve passa via via, si diffonde attorno, cessa, riprende, ai primi barlumi dell'alba, un che di misterioso, di sacro. Voi avreste certamente paura; di che? Di qualcosa che par che fugga lestamente, quasi abbia fretta di nascondersi; di esseri invisibili che amano le tenebre notturne e vivono, per così dire, di buio..... A quei certi fruscìi leggieri, a quei movimenti appena percettibili, qua e là, fra gli alberi, fra le siepi, fra le macchie, provo dei brividi anch'io; ma sono lieto di provarli.

È un'allucinazione della mia fantasia?... È una realtà?... C'è proprio la solitudine, il deserto nell'aria attorno? O avevan ragione i popoli primitivi, con l'intuito che gli ha fatto intravedere tante conquiste della scienza migliaia di secoli prima, allorchè popolavano l'aria di esseri invisibili ai nostri sensi imperfetti? E se esistessero davvero queste creature migliori di noi, con organismi formati di sostanze più semplici dell'aria, di soffio (_pneuma_)... questi esseri spirituali, come siamo arrivati a dire noi senza saper formarcene un'idea?...

Vedete? Si diventa addirittura un uomo primitivo godendo la campagna a questo modo.

E di mano in mano che la luce si diffonde d'attorno, di mano in mano che i colori, le cose, gli animali si destano con ancora addosso una certa pesantezza del sonno interrotto, con un languore voluttuoso e una indolenza gentile, il passo si arresta. Si sta a osservare, a origliare. Si vorrebbe intendere il linguaggio di quei mormorii sommessi, di quei bisbigli, di quei trepidamenti di foglie e di fronde, di quegli appelli vicini, lontani, che guizzano per l'aria fresca; di quei gridi e canti di uccelli che chiamano e rispondono. E allora si ripercuote involontariamente nel cuore agitato e commosso l'antico inno sacro:

— _Aurora, figlia del cielo, tu che arrivi giovane, cinta d'un velo scintillante, regina d'ogni terrestre tesoro, vieni, vieni! Rianima ogni cosa vivente, vivifica ogni cosa morta!_

Voi che sapete tutto, che avete letto tanto, conoscete qualcosa di più bello, di più elevato, di più sano di questo inno? Io lo ripeto ogni mattina, in cima al colle, con le braccia sacerdotalmente aperte e il viso in alto... E le strofe che sieguono così piene di dolce tristezza! E il gran grido di sveglia che scoppia immediatamente dopo, quasi squillante!

— _Son già morti quelli che videro lo splendore delle Aurore passate; morremo anche noi, noi che vediamo quest'Aurora; morranno anch'essi quelli che vedranno le Aurore future!_

_Ma essa, che brillò splendida nel passato, rischiara con uguale magnificenza il mondo presente; così risplenderà nel futuro, sempre giovane, sempre immortale, raggiante di nuova bellezza!_

_Su! Su, lo spirito vitale è arrivato! La tenebra fugge, la luce s'avanza. Su! su, riprendiamo il lavoro, il lavoro che crea la vita!_

Come vi compiango! Mentre, poco fa, stavo lassù e i primi raggi del sole m'inondavano di un benefico lavacro, voi, povera Amica, dormivate penosamente nella vostra camera, respirando un'aria grave, pregna di tutte le cattive esalazioni dello sciame umano stipato in cotesto alveare chiamato città!

E vorreste che i vostri nervi stessero a posto? Che la vostra intelligenza non avesse le tenebrose intermittenze di cui vi lagnate a ragione? Che malsani eccitamenti, che mostruose voglie di raffinatezze più mostruose non venissero ad accasciarvi?

Mi son lasciato trascinare dal momentaneo entusiasmo. Ho avuto torto parlandovi così. Non sono un misantropo; amo anzi le grandi città, che rappresentano l'estrema altezza raggiunta dall'uomo civile. E non faccio come voi, non mi lagno dei nervi irritati, delle intermittenze dell'intelligenza, nè della mostruosità dei desiderii o delle mostruosità che sono un fatto...

E il valore della campagna, fa apprezzare la città. Pel contadino la natura è muta; il paesaggio non esiste. I miei nervi sovreccitati percepiscono mille cose che a lui non fanno nè caldo nè freddo.

Non potrei starmene tranquillamente a letto? Invece, cerco di buscarmi un malanno scorazzando tra le macchie cariche di brina, arrampicandomi per le scoscese viottole del Monte... Fossi almeno un cacciatore!... Che cosa vo' a speculare lassù, con le _sette albe_?

I miei contadini non sanno capacitarsi che io vi vada unicamente per salutare l'aurora! So che mi spiano. Intravedono un'operazione misteriosa e terribile. Che non tenti, forse, d'aprir gl'incantesimi delle grotte trogloditiche, con quel libro sotto braccio e il cannocchiale? Fate intender loro, se vi riesce, che vo lassù in cerca d'una sensazione, d'un sentimento; dite a questa brava gente che pratico, in cima al Monte, qualcosa somigliante assai da vicino al cantare un inno sacro, al recitare una preghiera, all'intuonare un _Te Deum_! Vi sorriderebbero maliziosamente in viso, senza nascondervi la loro incredulità...

E così finisco col compianger loro, non voi che siete la sensibilità eccessiva e la squisita raffinatezza in persona; non voi, prodotto quasi artificiale di quella divina creatrice che è la Civiltà; non voi, che differite da queste creature naturali appena abbozzate, quanto e più che esse non differiscano dal bue con cui arano assieme il terreno, dalla pecora che dà loro il latte e la lana per nutrirsi e vestirsi, e anche dalla pianta che fruttifica e dal cespuglio che fiorisce...

In certi momenti non riesco punto a persuadermi che questa gente abbia, oltre l'anima, lo spirito. L'avrà, forse, in germe; ed è come se non l'avesse, rimanendo simile a un chicco di grano assopito dentro un terreno infecondo.

L'anima e lo spirito non sono dunque tutt'uno?

Pare di no, gentile Amica. In questi miei giorni di metafisica, di fisiologia e di teologia — che cibreo strano! esclamerete — la provvisoria nozione che ho dell'anima e dello spirito, quella che mi persuade e più mi convince (domani mi parrà forse una stoltezza) è questa: Vi sono anime le quali, per via di fortunate circostanze, diventano spirito; ed anime che, per altre circostanze non diventano mai tali. Quelle possono più o meno lungamente sopravvivere al corpo; queste muoiono con lui...

Veggo di qui i vostri occhi sbalorditi!... Chi sa come mi canzonerete nella prossima lettera!...

G.

* * *

1 luglio 1887.

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In questa camera da dove vi scrivo, dormiva molti anni fa la zia Mimì; vecchia, curva, senza denti, coi neri e corti cernecchi sempre davanti gli occhi, quantunque continuamente rimessi al lor posto dalle mani scarne e aggrinzite. Era sorella di mio padre. Buona e santa donna; una di quelle creature per le quali la vita si riduce a un continuo sorriso di compassione, di pietà, e a una gentile e benefica azione; di quelle che possono passeggiare anche sul fango e non lordarsi neppur la punta d'uno stivalino; di quelle che intendono ogni debolezza, ogni miseria umana, e rimangon libere e pure, come se le avessero affatto ignorate. Passò qui mezzo secolo di vita, tra le galline e i tacchini, in compagnia di una serva orrendamente brutta e che a volte pareva lei la padrona, tanta indulgenza le usava la zia pei matti capricci.

Perchè rievoco queste figure già sbiadite nella mia memoria? Non lo so neppur io. Forse perchè oggi mi son divertito un'oretta assistendo alla feroce lotta di tre tacchini. Qui, ora, i tacchini arrivano appena a una dozzina; ai tempi della zia Mimì, passavano il centinaio. Un guardiano li conduceva al pascolo; e il loro ritorno al pollaio era un vero spettacolo. Un ragazzone li faceva marciare a schiere, come tanti soldati, i maschi avanti, le femmine dietro, alle cadenze di una marcia di sua fattura, suonata con lo zufolo di canna; e al comando, sostavano e riprendevano il passo con mirabile precisione, quasi al comando d'un capo tamburo.

Ricordo un'altra strana figura; un vecchio lungo, magro, dagli occhi orlati di rosso, vestito tutto di panno azzurro scuro; grandi stivaloni, sproni, frusta: berretto scuro in testa, con visiera di cuoio verniciato, nera da una parte e verde dal rovescio, che pareva proprio un tegolo. Arrivava a cavallo d'un ronzino bardato con sella enorme, tutta strappi e rappezzature, e salutava da lontano, agitando il manico della frusta, appena scorgeva la zia... Ah! dimenticavo i suoi occhiali verdi, certi occhiali grandi così, due buchi tondi sul viso... Tossiva, parlava, sputacchiava dimenandosi tutto, stirando le gambe, facendo tintinnire gli sproni. Doveva raccontare cose orrende (fatti di famiglia, a quel che pareva) se la zia non voleva credergli, e lo pregava di star zitto. Egli, invece, confermava tutto solennemente, portando una mano magra e pelosa al petto e rizzando il capo: — Ve lo giuro, comare! — la zia gli aveva tenuto una figliuola a battesimo. — Ve lo giuro, comare!

Io stavo a guardarlo a bocca aperta, intimidito, tenendomi un po' in distanza, spalancando gli occhi a quei suoi discorsi scuciti, intramezzati di risatine feroci, di colpi di tosse, di scatti nervosi; la mia età non mi permetteva di comprenderne niente. Egli intanto rincarava la dose: — State a sentir questa, cara comare! — Doveva essere un'infamia assai più grande delle altre, perchè la zia si turava le orecchie e scappava via.

Ma se rivedo queste figure scolorite dal tempo nella mia memoria di ragazzo; se posso, con uno sforzo, tornar a guardarle un momento, non per ciò le intendo. Mi paiono assurde creature di un mondo assurdo, non mai esistito davvero. C'è così grande stacco fra esse e me, nella foggia del vestire, nei modi, nei sentimenti, in tutto! E ci corre di mezzo poco più di trent'anni! E le ho viste, le ho sentite parlare e son vissuto assieme con loro! Invece, intendo benissimo voi che non ho mai veduta e non vedrò forse mai di persona; invece capisco ogni vostro accenno, ogni vostra sfumatura di sentimenti e di idee. Faccio di più: indovino quel che non mi dite e perchè non me lo dite; penetro le riposte intenzioni, quando la vostra parola fa le viste di dire una cosa mentre vuol dirne un'altra. È giusto. Noi viviamo nella stessa atmosfera sensitiva e intellettuale, siamo accordati all'unisono. Quel che vibra in voi, vibra in me, battuta per battuta. Se discordiamo su qualche punto, la ragione del dissenso non mi sfugge; lo stesso dissenso è un'armonia...

E poi mi parlano di ricostruzioni storiche! Gli credete? Io no, cara Amica! La storia è Pompei; ruderi, colonne rotte, case senza tetto, pavimenti a musaico, pitture murali; un guscio di ostrica... senza l'ostrica... Ma passi per la storia! I musei servono a qualcosa. Sono, per lo meno, una curiosità divertente, autentica; fanno fantasticare, spiegano il senso d'un verso classico, accennano una data. Ma l'arte moderna che fa _dell'antico_? Spesso ho tentato di guardare addietro nella mia vita, per cercar di osservare com'ero venti, trent'anni fa; e mi son riconosciuto appena in quel giovine pallido, biondo, dal viso affilato, dal corpo magro ed esile, dall'intelligenza vivace ma dall'animo timido e dall'immaginazione più timida ancora, che spingeva gli occhi attorno nel mondo e nell'arte senza curiosità, senza entusiasmo, con una specie d'inconsapevolezza o di serenità istintiva.

In che modo mi son trasformato? In che modo son diventato quasi l'opposto? C'è tra il Giorgio *** di oggi, tormentato dalla smania dell'ignoto spirituale, sazio delle minuscole sensazioni dell'arte, stanco e quasi nauseato di tant'altre sensazioni; c'è fra questo e quel Giorgio di allora relazione alcuna? Se non avessi la coscienza della mia identità, direi recisamente di no. E il graduale, o interrotto, o subitaneo cambiamento (è dovuto accadere in tutti e tre i modi, secondo le circostanze e le facoltà nelle quali ha avuto luogo) si è svolto dentro di me! Ed io ne sono stato attore e spettatore in una, continuamente, e consapevolmente in parte! Eppure non so più rintracciarmi, non so più come tornare addietro seguendo il cammino percorso, dove tutto è mutato o sossopra. Il lavoro lento, quasi invisibile dei minuti avvenimenti, delle minute sensazioni, delle minuscole idee, sfugge affatto alla mia analisi. Quel mio mondo di trent'anni fa è già così remoto, e tanto diverso, che in certi momenti debbo fare un gran sforzo soltanto per interessarmene. Lievi figure e bizzarre; apparizioni gentili; mirabili paesaggi illuminati da un bel sole di primavera: sorrisi di verde per le campagne; sorrisi di azzurro pel cielo limpidissimo; echi di voci affievolite dalla distanza, che non fanno vibrare nei miei nervi nessuna commozione profonda: sprazzi, brani di esistenza; visioni di scene staccate; e, in fondo, un triste ribrezzo di cose morte, più che un compianto o un rimpianto; non mi rimane altro, cara Amica, di tant'anni di vita!

G.

* * *

2 settembre 1887

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Voi allargando la tesi, mi avete scritto: _Quest'incessante divenire della verità mi fa rabbia; non si ha certezza di niente!_ Perchè mai vorreste voi esser certa di qualcosa? Per viver tranquilla? Illusione: la certezza vi ucciderebbe. Voi morreste presto di noia, voi che ora non vi annoiate mai col vostro incessante tramenìo. — _Non si ha più certezza di niente!_ — Ecco il bello!

Mettiamo un po' ch'io già fossi innamorato di voi. È un'ipotesi. Infine, non è proprio impossibile che un giorno o l'altro, contro ogni mia previsione, io non abbia a innamorarmi di voi, così bella, così buona, così spirituale e libera liberissima di lasciarvi amare e di amarmi. Se riflettiamo, la cosa è, forse, soltanto un tantino difficile; abbiamo cominciato allo inverso, da dove avremmo dovuto terminare: ci siamo voluti bene prima di amarci, e, sorpassato un grado dell'evoluzione ordinaria dell'affetto tra uomo e donna, non è punto agevole tornare addietro. Ma, poichè si tratta di un'ipotesi, lasciatemi continuare. Mettiamo che io già fossi innamorato di voi. Che direste voi, innanzi tutto, vedendomi tranquillo, soddisfatto? Per lo meno, che sono un fatuo. E avreste ragione. Ma io, credetemi, mi reputerei un infelice, dubiterei del mio stesso amore o non saprei mica che cosa più farmene, se dovessi vivere tranquillo e soddisfatto, se dovessi dormir sicuro di esser sempre riamato.

Non temere, non sospettare, non rodersi di ansietà o di dispetto; non esser pronto a commettere un eroismo o una viltà per cercar di riafferrare un possesso in via di sfuggirmi di mano; non lottare, non vincere, non sentire anche l'abbattimento e la disperazione d'una momentanea o definitiva disfatta... Eh, via! In questo caso perchè diamine amare? Badate: io parlo dell'amore come lo abbiamo oramai ridotto noialtri gente civile, cioè, dell'amore raffinato, stavo per dire snaturato, complesso di sentimenti e di sensazioni affatto autonomo, che non ha altro scopo fuor di sè stesso; specie di opera d'arte che non si scrive, che non si dipinge, che non si scolpisce, che non si mette in musica, cioè — qualcosa d'infinitamente meglio — opera d'arte vissuta. Per la Natura, l'amore è la prima fase, rapidissima, dell'inesauribile riproduzione degli esseri; nient'altro: si ricomincia finchè ce n'è... _Fi donc!_

_Non si ha più certezza di niente!_ — Ma sì, ma sì, cara Amica; nell'arte, nella politica, nella scienza, nella religione, va benissimo, più non si ha certezza di niente: ieri l'altro classici, ieri romantici, oggi naturalisti o realisti, come barbaramente si dice; ieri repubblicani all'antica, mezzi ateniesi o spartani e mezzi romani, oggi monarchici costituzionali; domani che cosa? Ieri sensisti, ontologi, psicologi, idealisti, positivisti, oggi mezzi scettici, mezzi positivi, con una punta di pessimismo. Domani? Vattelapesca. Ieri cattolici, poi protestanti, poi volteriani, poi deisti, poi spiritisti, oggi... un po' di tutto. Domani? Religiosi, senza dubbio, ma di quale religione? Chi lo sa! Vi si confonde il cervello, povera amica. Ma di tutte queste forme passeggiere del sentimento, dell'arte, della scienza, della religione, se molte spariscono quasi senza lasciar traccia, parecchie perdurano; gli strati di varie forme si accumulano, si innestano, s'immedesimano tra loro e costituiscono il carcame, l'ossatura della forma vitale che, via via, di fuori, va continuamente mutandosi.

Scusate: l'ho presa un po' alta, ma la colpa è vostra. Mi fermo. E, in compenso, vi dirò un'assurdità.

Ieri leggevo d'un nuovo processo fotografico col quale vien fatto di fissare un'immagine anche di notte, allo scuro. Pare che ogni oggetto abbia una proiezione luminosa impercettibile dall'occhio umano, una fosforescenza perenne che intanto non sfugge alla reazione chimica. Riflettendo alle possibili applicazioni di quel processo fotografico, ero stato tratto, non so come, a pensare a voi... Anzi lo so; me n'accorgo in questo punto. Avevo là, sul tavolino, l'ultima vostra lettera arrivata di fresco, _bigiù_ epistolare, di quelli che voi sapete così stupendamente niellare; misto di grazia e d'impertinenza, d'affetto e d'ironia, di leggierezza e di serietà; cosa, a prima vista, uscita filata dalla punta della vostra penna, senza pentimenti, senza cancellature; un che delizioso e inqualificabile, più tosto parlato che scritto. Certi periodi, certe frasi avevano il suono argentino delle vostre risa; cert'altri rendevano, con tutta evidenza, le mossine bambinesche delle vostre labbra, le vostre scrollatine di capo; cert'altri, parevano velati di malinconia e imperlati di lagrime.

Ma, francamente, dopo aver letto e riletto, ero rimasto perplesso. Dei tanti _voi_ che formicolavano, abbaglianti, su quelle otto paginette color cenere, fittamente riempite di minuscola scrittura, qual era il _voi_ veramente _voi_? La vostra lettera, insomma, era tutta sincera? O parte sì e parte no? O c'era in essa la sincerità speciale di un'opera d'arte, la rappresentazione (voluta o involontaria, non m'importava) d'un personaggio dentro la cui pelle voi v'eravate, per un momento, epistolarmente ficcata?

Questa mia perplessità non vi offenda. Attribuitela, se vi piace, alla mia grande ignoranza della donna, quantunque io abbia sempre tentato di studiarla profondamente; attribuitela alla mia inguaribile curiosità di andar proprio in fondo alle cose; alla mia abitudine di voler tutto comprendere a fin di tutto compatire. Con tale perplessità nell'animo — probabilmente per distrarmi di pensarci su — m'ero messo a leggere il giornale; e così (ah, ora ne sono certo!) dal sorprendente annunzio di quella scoperta ero stato ricondotto di bel nuovo a pensare a voi.

Già cominciavo a sentire un'irritazione piacevole, sottile sottile. Più non avevo nessuna certezza intorno a voi!... Oh che delizia! Sì, voi mi scambiavate di tratto in tratto le carte in mano, vi trasfiguravate a vista. Sotto quale apparenza, fra tante, dovevo io riconoscervi? Quale, di tutte quelle apparenze, era proprio anche la sostanza?

E la fosforescenza delle cose, impercettibile dall'occhio umano e che soltanto i più delicati reagenti chimici son capaci di rivelare, mi spingeva lene lene alla _rêverie_. Naturalmente, pensavo alla vostra fosforescenza — non ridete — che dovrebbe essere la luce intima dell'esser vostro, del vostro pensiero. Ed ecco come son riuscito a creare, idealmente, un processo per fissarla tale qual essa è, senza pericolo d'inganno. Pel vostro amico Giorgio, voi lo sapete, sogno e realtà son tutt'uno; state dunque a sentire che cosa è accaduto o, meglio, che cosa mi è parso di veder accadere.