Fausto Bragia, e altre novelle

Part 10

Chapter 103,750 wordsPublic domain

Da due giorni, col pretesto di straordinarii lavori al Ministero, egli andava via la mattina e tornava a casa tardi, la sera, per mettersi a letto, appena ingoiato un boccone che gli pareva tossico. E lei ciarlava, scherzava, gli raccontava i pettegolezzi del casamento, del vicinato.

— Sei stanco? Quando finirete?

— Chi lo sa? Forse ne avremo per una settimana.

Oh, avrebbe voluto finirla subito! Ma pareva che i colpevoli si fossero insospettiti di quell'assenza del marito. Nei primi due giorni, colui non si era visto e lei era rimasta sempre in casa. La signora Giuditta gli aveva detto:

— Lascia fare a me. Ho una persona fidata. Verrò io stessa al Ministero per avvisarti.

E Angelo stava sempre in attesa, trasalendo a ogni apparizione di usciere nella sua stanza di ufficio. Quel ritardo d'una soluzione prevista, ben fissata, lo infastidiva, lo sfibrava. Qualche volta gli passava per la mente l'idea che la prevista e fissata soluzione non avrebbe avuto più luogo; che si sarebbe, forse, fatta una scoperta opposta: si trattava d'indizii falsi, d'ipotesi campate in aria! Era possibile anche questo. Meglio! Meglio! Ma non osava abbandonarsi all'insidiosa lusinga. Meglio, se fosse così! Purchè ne fosse uscito, presto! Sentiva un'oppressura che le toglieva il respiro. Non rimpiangeva la sua distrutta felicità, non lo indegnava la macchia con cui quella donna gli aveva deturpato l'onore, non si stimava responsabile neppur lontanamente; per ciò non si giudicava macchiato dalla mala azione di colei, ma voleva uscirne presto presto. La dissimulazione a cui era costretto gli dava le nausee.

E si figurava la scena: lo smarrimento, il terrore dei colpevoli. Li avrebbe tenuti un istante sotto la minaccia del... No, non bisognava portar con sè il revolver. Era facile perdere il lume degli occhi in quell'istante... Seduto davanti al tavolino dell'ufficio, ragionava freddamente, ma nel terribile momento.... No, no; voleva premunirsi contro sè stesso. E poi, sua madre sarebbe stata là, presente come un angelo custode.... Non sarebbe trascorso in ingiurie; niente. Poche parole, ferme, dignitose: — Via, via, lordura! Fuori di questa casa! E tu, vigliacco, fuori! Conduci con te la tua degna complice!... — Nient'altro. Un gesto, un semplice gesto!...

Almanaccava per non esser preso alla sprovvista. Gli pareva quasi di avere una parte da recitare, e se la ripassava a memoria, soddisfatto di saperla bene.

Perciò era atterrito di non ricordare quelle poche parole e neppure il gesto, lungo la strada dal Ministero a casa sua, la mattina che la madre venne finalmente a cercarlo, e lo sosteneva col braccio, dandogli forti strette per scuoterlo e rianimarlo, vedendolo tanto abbattuto che pareva muovesse a gran fatica le gambe. Non avevano presa una carrozza per non dare un segno di allarme alla serva che forse stava in vedetta. Erano sbucati dalla cantonata, sguisciando lungo il muro. Toccato appena il primo scalino, egli si era destato dal torpore, aveva fatte le scale precipitosamente, senza badare a sua madre che non poteva seguirlo con la stessa prestezza.

— Angelo, bada! Hai giurato! — gli sussurrava sua madre. — Aspetta... Non aprir l'uscio... Dobbiamo entrare assieme.

E vedendo ch'egli si frugava nelle tasche, temendo che cercasse un'arma, gli gridò più forte:

— Angelo! Angelo! Hai giurato!

E raggiuntolo con lestezza giovanile dietro l'uscio, ella premette il bottone del campanello elettrico. Angelo aveva una nebbia negli occhi; era pallido come un morto.

La serva, alla vista inaspettata del padrone, retrocedette e diè un acuto strillo:

— Signora!

Angelo le si slanciò addosso e la buttò indietro, sbatacchiandola al muro.

— Figlio mio! — lo ammonì sua madre, tremante.

Ma egli già si precipitava verso la camera da letto, quando nel salottino, incontratosi faccia a faccia col giovane in maniche di camicia e con la moglie che accorrevano al grido udito, si arrestò diventato di sasso, al pari di quei due.

La lingua gli aderì al palato, le braccia gli caddero inerti giù come paralizzate; ma fu un istante. Si spinse lentamente verso colui che non osava di muoversi e che balbettava sconnesse parole di scusa, e gli diè uno strappo al davanti del panciotto: la catena e l'orologio gli rimasero in mano. Allora, con voce repressa, gli gridò quasi su la faccia:

— Pàgala! — pàgala, giacchè te la sei goduta! Pàgala!

La signora Giuditta, intervenne:

— Uscite di qua, sparite prima ch'egli vi ammazzi!

Ma Angelo tornò ad afferrarlo pel panciotto ripetendo:

— Pàgala! Pàgala!

Questa improvvisa idea lo esaltava come un raffinamento di vendetta; e il tono concitato e imperativo della voce e l'espressione degli occhi e del gesto erano così violenti, che il giovane, atterrito, frugatosi nelle tasche, mostrò le poche lire in carta e in rame che aveva trovate:

— Dàgliele!... Pàgala... anche con questo! — soggiunse mettendogli in mano la catena di similoro e l'orologio. — Non ti costerà cara!

E non potè dir altro. Intravide sua moglie rannicchiata in un angolo, con le mani aggrappate tra i capelli in disordine, con la testa china quasi per ricevere un colpo; poi non vide nè sentì più nulla, sfinito dallo sforzo fatto. Solamente, rovesciato come corpo morto sul canapè, col capo su le braccia incrociate e appoggiate alla spalliera, percepiva, quasi sognasse, un rumor lieve di passi frettolosi, di singhiozzi, di parole, di fruscii di gonne, ma così lieve, così lieve, che pareva gli giungesse da immensa distanza, intorpidito, ammortito, e si spegnesse lentissimamente.

— Figliolo mio!

Alla voce della madre balzò in piedi.

E appena capì che oramai erano soli in quella casa d'onde era sparita per sempre ogni dolcezza della vita, si sentì preso dalla furia di spalancare tutte le finestre dell'appartamento perchè l'aria inquinata dal respiro di quei due si rinnovasse dappertutto... Le imposte sbatacchiate rumorosamente facevano vibrare i vetri... Aria nuova! Aria!

— Ed ora conducimi a casa tua, mamma!

Glielo disse con voce di agonizzante.

Diè un'occhiata attorno, in quel vuoto che pure non uguagliava l'immenso vuoto fattoglisi nel cuore, e dietro l'uscio, mentre la signora Giuditta girava la chiave, Angelo non potè frenarsi di esclamare tristamente:

— Forse era meglio perdonarle!

A UNA BRUNA

(DALLE LETTERE DI GIORGIO ***)

15 marzo 1887.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Una dichiarazione? E perchè dovrei farvela, a tanta distanza? Rassicuratevi: sono già in un'età che più non si prova nessun gusto nel commettere certe inutili sciocchezze.... Però, m'inganno?... l'aspettavate; e forse io avrò torto privandovi del piacere di questa nuova sensazione: la dichiarazione d'un ignoto; giacchè siamo ancora due ignoti, voi ed io. Rispetto a me, voi dite di no; avete letto i miei libri e, per quanto l'uomo si celi sotto la maschera dell'artista — ripeto le vostre parole — questa vi sembra abbastanza trasparente da far intravedere la figura che vi si nasconde sotto. Può darsi che non v'inganniate; ma potrebbe anche darsi di sì. Io non protesto pel mio ritratto che avete avuto la compiacenza di delineare nella vostra ultima lettera; è lusinghiero, e mi manca il coraggio di additarvi i punti dove mi sembra sbagliato. Non protesto neppure per i difetti attribuitimi, per i nèi, come gentilmente voi li chiamate. Credo che ne abbiate messo qualcuno di più in un posto, e qualcuno di meno in un altro. Lasciamo andare: c'è compenso. È bene, intanto, che abbiate un'idea un po' concreta del vostro nuovo amico; approssimativa o anche erronea, che importa? In questi casi — è la mia opinione — un tantino d'incertezza non nuoce.

Avevo commesso una stupidità chiedendovi la vostra fotografia; e voi mi avete reso un prezioso favore negandomela. Così ora posso farmi e rifarmi il vostro ritratto secondo le varie occasioni, a ogni inattesa rivelazione delle vostre lettere che diventano, di settimana in settimana, un vero regalo colla sorpresa. La fotografia potrebbe forse darmi la malizia che deve brillarvi negli occhi quando mi scrivete certe cose? Potrebbe darmi il vostro sorriso quando me ne scrivete certe altre? Potrebbe rivelarmi quell'aria indignata ed altiera che prendete di fronte alle mie _tranquille enormità_, allorchè perdo, secondo voi, il senso della convenienza e della misura, da quel contadino che sono ridiventato, vivendo tra bruti veri e bruti umani in campagna?

Restiamo dunque intesi: dichiarazione niente. Siete contenta? E continueremo le nostre lunghe chiacchierate da buoni amici, finchè non vi sarete annoiata di me e di questa nostra conversazione concentrata nel vuoto. Non so che forza di resistenza possiate voi avere: è una prova curiosa. Però, ve lo dico subito, son convinto che vi seccherete assai presto. Peggio per me! Avevo quasi compiutamente perduta l'abitudine di scrivere e, ve lo assicuro, me ne trovavo bene. Quando si è preso gusto a pensare, a sentir pensare gli altri leggendo i loro scritti (eccetto che non si abbia la convinzione di aver in testa belle o sublimi cose nuove da dire, grandi verità da rivelare; ed io non le ho) lo scrivere diventa, a lungo andare, un'occupazione pesantissima. Volere o non volere, il passaggio del concetto pensato nella forma letteraria — anche in questa, umilissima, epistolare — è proprio uno sforzo, una fatica da far disperare. Si dice sempre qualcosa di più o qualcosa di meno di quel che si vorrebbe; le sfumature, il meglio, van tutte perdute; da ciò tanti malintesi nella vita e tante fiacchezze o tante esagerazioni nelle opere d'arte. La forma è restìa, è traditrice: credetelo a un povero diavolo che ha sofferto tutte le feroci torture di questa tiranna e si è dato per vinto. Ah, se sapeste che bei libri ho qui composti in certi quarti d'ora, all'ombra di un ulivo, sdraiato sull'erba!... E come me li sono goduti, solo solo, cogli occhi socchiusi, fumando una deliziosa sigaretta, felice di pensare che non avrei dovuto mai scriverli, mai!...

Voi mi avete fatto rimettere l'inchiostro nel calamaio inaridito, e cambiare nel porta-penne le pennine di acciaio arrugginite... Certamente, una lettera la settimana, una specie di giornale, di confessione, di conversazione interrotta e ripresa, è tutt'altro che un tormento. Vi dico, press'a poco, quello che intendo dirvi: se vo un pochino più in là o voi mi fraintendete, finisco spessissimo col compiacermene; non me ne pento almeno, oh no! Vi porgo in tal modo l'occasione di punzecchiarmi, di deridermi garbatamente, di sgridarmi, di scrivermi tante cosine argute, fini, maligne, graziose, cattive, come sa scriverle una signora vostra pari, piena d'ingegno, colta, nervosa, irritabile per un nonnulla.

Il male è che voi mi avete fatto così riprendere la brutta abitudine di scrivere: il male è ch'essa ha tentazioni, malìe, grandi e piccole soddisfazioni d'amor proprio, alle quali si cede, si cede, lasciandosi trascinare inconsapevolmente fino ai colpevoli eccessi..... del libro. E quando vi sarete seccata? Quando non dovrò più aspettare, con viva ansietà, la vostra lettera settimanale e scrivervi la mia?... Dio metta sulla vostra coscienza quel che potrà accadere dopo!

Pensavo a questo ier sera, sulla terrazza della villa: e sentivo (ho promesso d'esser sincero, di dirvi tutto) una specie d'irritazione, contro di voi. Siete venuta, zitta zitta, a rompere la clausura del mio eremitaggio, ed io, imprudente! vi ho permesso di ritornare da me tutte le volte che vi fosse piaciuto. Vi è bastato un pretesto insignificante, uno schiarimento da chiedere _alla mia cortesia_, un ringraziamento per la risposta ricevuta; ed eccovi qui, ospite ideale, ma già invadente, ma già tiranneggiante coi vostri capricci di signora di spirito, di curiosa, di maligna forse... Chi può sapere qual carattere si nasconda sotto il nome da voi datomi come vostro?... È poi vero che sia il vostro?... In qualche momento ne dubito. Infine, chi siete? Che volete da me? Sono io uno dei vostri divertimenti di donna annoiata, e fino a quando durerà?

Ero in un cattivo momento ier sera. I miei nervi (gli ho anch'io e scoperti e sensibilissimi peggio dei vostri) presentendo il temporale che s'addensava nell'aria, facevano prendermela con voi arrivata appunto quel giorno sotto forma di dieci paginette fitte fitte, più caustiche, più maliziose, più scintillanti del solito. Forse c'era in quella mia sorda irritazione un po' di amor proprio ferito; mi scoprivo, nello strano schermeggiare di botta e risposta che facciamo da un mese, molto inferiore a voi, meno forte, meno agile, meno abile, e mi sentivo umiliato... Non si può essere più sincero di così!

Forse pensavo all'avvenire. Conosco pur troppo la bestia che si annida qui dentro e so di quali bestialità sia essa capace. Avrebbe sopportato a lungo questo velo misterioso che vi circonda? Non avrebbe tentato di strapparlo?... E vedevo già rovesciati in un momento tutti i miei castelli in aria di separazione dal mondo, di raccoglimento, di studio, di vita spirituale! Non ero più solo, non ero più libero! Che valeva l'essersi venuto a rinchiudere in questa villa, l'aver vietato bruscamente qualunque visita ai più intimi vicini, l'aver già rotto ogni corrispondenza epistolare coi lontani? E le precauzioni per rimanere soltanto in comunicazione col mondo del pensiero e dell'arte? E i propositi di sprofondarmi, di perdermi dietro i grandi e terribili problemi scientifici e religiosi che tormentano il mio intelletto, la mia coscienza, il mio cuore, e ai quali non ho potuto ancora accordare la riverente attenzione, il paziente studio, la severa e imparziale attività dello spirito da essi meritata? Lo sapevo: si può cercar d'esser santi eremiti quanto si vuole; non per questo la tentazione ci lascia in pace. Nel caso mio però non avevo aspettato che il nemico insidiosamente mi assalisse; gli avevo spalancato l'uscio; lo avevo invitato a entrare; non mi accorgevo nemmeno di averlo lì; non mi mettevo in guardia, non mi agguerrivo alla resistenza.... Al contrario!...

V'ho appaiato con la tentazione; non ve l'abbiate a male. I teologi affermano che il diavolo (persona intelligentissima, la quale sa bene quel che fa) se vuol tentare con certezza di buona riuscita, prende le sembianze di una donna. Il diavolo non vi adula; ha ragione.

In questo momento mi par d'imitare coloro che avendo paura del buio si mettono a cantare per via! Probabilmente non mi sento sicuro... No, no; state pur tranquilla, non scivolo nelle giuccherie, non cerco di fabbricarmi un ponte di madrigali (bella questa metafora!... È scappata e la lascio stare per non urtarvi con una cancellatura di più; me ne avete detto tante contro quel mio povero indice che fa giustizia d'una parola mal posta, o creduta tale, insudiciando lestamente il foglio!) Non cerco, dunque, di fabbricarmi — passi — un ponte di madrigali per poi spiattellarvi quella dichiarazione che dite mi fa nodo alla gola e che volete a ogni costo risparmiata!... — Siate un uomo diverso dagli altri! — Pretendete un po' troppo da me. E poi... debbo credervi sincera, mentre parlate così? O forse voi pretendete, anzi volete questa mia dichiarazione, e fingete di vietarmela, col fermo convincimento che il divieto l'affretterebbe? Vi stimo, non posso farne a meno, una donna superiore, ma non per tanto sempre donna!... Ebbene, vi obbedirò. Voglio così gastigare la vostra vanità, se mai fosse il caso.

— Rispondete alle mie domande; non mi fate stizzire!

Lo veggo: le mie risposte non vi appagano, non vi persuadono. Il mio ritiro in questa campagna deve, secondo voi, nascondere qualche mistero: o una felicità gelosa, o una forte delusione, o un gran dolore!... Niente di questo: ve lo assicuro. La noia, la sazietà, la stanchezza da una parte; il desiderio, la smania, il bisogno, dall'altra, di certe ricerche, di certi studi che il gran trambusto della vita cittadina impedisce di fare tranquillamente e seguitamente; ecco tutto: un'idea vagheggiata da gran tempo, un sogno non mai potuto realizzare più per fiacchezza di volontà, lo confesso, che per mancanza di mezzi.

Finalmente vi ero riuscito! In tre mesi avevo divorato e digerito un centinaio di grossi e gravi volumi: metafisica, scienze naturali, storia, teologia, esegetica... Non ridete; sì, teologia, esegetica! Dimenticavo che voi mi credete uno scettico, forse un cinico, o per lo meno un capo scarico, gaudente e indifferente. Sappiatelo: questo vostro amico Giorgio che vi pare non debba occuparsi di altro all'infuori che di sensazioni e un po' (pochino!) di sentimenti e di inutili fantasticherie d'artista, questo vostro _buon amico_, come mi piace di sentirmi di tanto in tanto chiamare da voi, ha la curiosità dell'ignoto, la smania del _di là_, la sete dello _excelsior_: è quasi un mistico. Un mistico sbagliato, se così vi aggrada; forse troppo cosciente da potere esser tale addirittura, ma tanto quanto basta per spingerlo lontano, lontano, lontano (e chi sa? un giorno probabilmente vi si smarrirà) negli spazii dell'invisibile, dello spirituale, del divino!

Ci vuol la solitudine della campagna per abbandonarsi a voli così deliziosi e non stancarsi subito. L'ebbrezza dell'infinito, la vera grande poesia, la sacra vertigine panteistica, ero venuto a cercarle qui, assetatamente. Non volevo respirare altro, nè vivere d'altro, nè altro sentire e pensare.

Ma è inutile; voi non mi credete; e badate a insistere:

— Perchè? Perchè?

Dovrò dunque foggiarvi un romanzo, una fiaba qualunque? Darmi l'aria di un deluso, di un pessimista, di un uomo che non sa consolarsi?

— È mai possibile? — voi ripetete. — E l'arte? E la gloria? E l'amore?

Dolci, belle, grandiose vanità! Ma lo spirito non può sempre pascersi di esse. Sono il primo latte della mamma; un latte leggiero, acquoso, ben adatto alle scarse forze digestive del neonato; ed io non sono più tale da un pezzo.

L'arte?

Una forma inferiore tra le forme del pensiero. Non ne parliamo: ne sono stufo.

La gloria?

Bisogna star troppo in alto per crederci, o essere troppo sciocchi; non è il mio caso.

L'amore?

Dio mio! Io vorrei essere vergine!

G.

* * *

10 aprile 1887.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Venite con me sulla terrazza; ma non vi affacciate alla ringhiera tutt'a un tratto, potreste avere le vertigini: lì sotto s'apre un abisso. Gli oleastri, i caprifichi, i capperi si protendono dalle rocce, dondolando i rami nel vuoto; l'ampelodesmo ancora verde riveste fittamente il fondo e i dossi della vallata, si arrampica su pei sentieri, va a rannicchiarsi tra un masso e l'altro, dove c'è posto, sotto i larghi rami d'un carrubio, d'un mandorlo, d'un olmo, e rizza i fili duri e taglienti delle sue lunghe e strette foglie, in piccoli ciuffetti, anche lì dove parrebbe che non potesse esserci un pizzico di terriccio da alimentarne le radici. Poi, qui di faccia, guardate quella roccia tutta verde che l'edera ha imprigionato in una vasta rete da cima a fondo; e laggiù, da quest'altra parte, ammirate l'orrido di quella muraglia di rupi che fanno pancia, strapiombate, e da secoli minacciano di venir giù e non si muovono mai. Vi sentite i brividi? Lo credo. Sarà meglio questa sera, e meglio assai a notte avanzata, quando non ci sarà più la luna e l'abisso spalancherà sotto la terrazza la sua nera bocca, e dalla immensa gola saliranno rumori strani, indistinti, o urli di vento, quasi grida lamentose di gente che soffre, o rumori solenni di mare in tempesta col vasto stormire degli alberi e cogli echi sonori che si desteranno dalle rocce fra lo orrore della notte. Allora, sì, avrete paura!

Ebbi paura anch'io anni fa. Leggevo il _Re Lear_ dello Shakespeare, precisamente in questa piccola stanza che precede la terrazza. La serata si era coricata cattiva. Cielo coperto di nuvoloni neri neri, e all'orizzonte strisce di nuvole infocate che diventarono livide quando non ci fu più lume di crepuscolo. Il vento che avea soffiato forte tutta la giornata, scoppiò, quasi improvvisamente, violento. I cupi rumori della vallata davano proprio la illusione di ondate di mare in tempesta, rompentisi a quelle rocce con fragore. Il vento urlava, fischiava, scotendo le imposte, raggirandosi attorno alla villa come persona viva che avesse voluto entrar di violenza... Ed ecco, d'un colpo, il cielo che si mette d'accordo con la terra, e lampeggia e tuona, con quei tuoni paurosi che brontolano, brontolano, interminabili, e si ripigliano e si rotolano, e uno non è ancora finito che l'altro scoppia più fragoroso. Leggevo il _Re Lear_ per la prima volta. Ero sbalordito, commosso.

Io te ne prego, O figlia, non voler ch'io perda il senno!... No, figlia mia, non vo sturbarti. Addio!... Oh, non temer, non avverrà più mai Che c'incontriam, che ci veggiamo in terra... Pure, tu sei mia carne e sangue mio, Pure tu sei mia figlia...

Ve ne ricordate? È la straziante scena che chiude il secondo atto. La ragione del vecchio re già comincia a vacillare: la ingratitudine delle sue due figlie è giunta al colmo, e il suo povero cervello non regge più:

No, snaturate streghe! Alta vendetta Vo' far di entrambe e tal che tutto il mondo Ne sarà testimon. Contro di voi Farò cose tremende.

Fino a questo punto io m'ero accorto appena della tempesta che infuriava fuori; ma come lessi:

DUCA DI CORNOVAGLIA

Convien ritrarci. Un nembo già si aduna.

(_s'ode un temporale in lontananza_)

non mi parve più di leggere, ma di vedere, ma di assistere proprio cogli occhi del capo al terribile spettacolo di quel vecchio re furibondo che andava via per la buia campagna, nello scompiglio di tutta la natura; e divoravo ansiosamente le scene del dramma per ritrovar di nuovo il vecchio re e il suo matto. Che impressione indimenticabile! Mentre il vento urlava fuori e la pioggia veniva giù a dirotto, ed ecco re Lear che urlava:

Soffiate, o venti, E vi si squarci, nel soffiar, la guancia! . . . . . . . . . . . . . . . . Ulula dalle viscere, o tempesta! Sgorgate, o fuochi! Scroscia, o pioggia! Voi O venti, tuoni, o folgori, o procelle, Voi non siete mie figlie!... Io non vi accuso Di crudeltà.

Oh, io rivedevo, a riprese, al bagliore dei lampi, quella tragica figura di vecchio errante per la landa, nel buio, sotto la pioggia scrosciante, coi capelli e la gran barba grondanti e agitati dal vento; e udivo quella sua voce disperata e maledicente, che il rumore dei tuoni non arrivava a coprire, che risonava più terribile di essi e mi empiva di terrore e m'inchiodava così spaventato sulla seggiola da togliermi addirittura il coraggio di alzarmi e di andare di là quando la vecchia serva venne a chiamarmi per la cena.

Ora la stagione è bella, mite, e le sere sono deliziose e le notti piene d'incanto. Dai boschetti del fondo della vallata sale appena il lento scroscio del ruscello; e, tosto che le ombre della sera si addensano laggiù, gli usignuoli riprendono i loro trilli, e le melodiche volate si diffondono attorno e salgono fino alla terrazza, con note profumate di ciclamini che fanno fantasticare e sognare. Che pace immensa! Che serenità soave! La mia solitudine si popola di ricordi, di visioni, di romanticherie.... Non ridete: anche la romanticheria è nella natura dell'animo nostro: l'espressione, benchè dispregiativa, non mi ripugna. Ed è per questo che io non v'invidio niente, nè la vostra grande città, nè il vostro divino mare, nè la società, nè i teatri; sì, niente. Ho deciso di vivere, di terminar di vivere a questo modo, sognando, fantasticando; e, arrivata l'ora di andarmene a quello che chiamiamo l'altro mondo, mi parrà di entrarvi più naturalmente, senza stacco, senza salto: mezzo ci sono di già.