Fatalità

CANTO D'APRILE

Chapter 34,895 wordsPublic domain

O amore, amore, amor!... Tutto ti sento Divinamente palpitar nel sole, Nei soffii larghi e liberi del vento, Nel mite olezzo trepidante e puro

De le prime vïole!

Come linfa vital, caldo e ferace Vivi e trascorri nei nascenti steli; Con le allodole canti; angelo audace Fra mille atomi d'ôr voli, e cospargi

Di luce i mondi e i cieli.

O amore, amore, amor!... Tutto ti sento Nell'esultanza de l'april risorto; Dai profumi a le rose ed ali al vento, Copri la terra di raggi e di baci...

Ma nel mio cor sei morto.

MADRE OPERAIA

Nel lanificio dove aspro clamore Cupamente la vôlta ampia percote, E fra stridenti rôte Di mille donne sfruttasi il vigore,

Già da tre lustri ella affatica.--Lesta Corre a la spola la sua man nervosa, Nè l'alta e fragorosa Voce la scote de la gran tempesta

Che le scoppia dattorno.--Ell'è sì stanca Qualche volta; oh, sì stanca e affievolita!... Ma la fronte patita Spiana e rialza, con fermezza franca;

E par che dica: Avanti ancora!...--Oh, guai, Oh, guai se inferma ella cadesse un giorno, E al suo posto ritorno Far non potesse, o sventurata, mai!...--

Non lo deve; nol può.--Suo figlio, il solo, L'immenso orgoglio de la sua miseria, Cui ne la vasta e seria Fronte del genio essa divina il volo,

Suo figlio studia.--Ed essa all'opificio A stilla a stilla lascierà la vita, E affranta, rifinita, Offrirà di sè stessa il sacrificio;

E la tremante e gelida vecchiaia Offrirà, come un dì la giovinezza, E salute, e dolcezza Di riposo offrirà, santa operaia;

Mio il figlio studierà.--Temuto e grande Lo vedrà l'avvenire; ed a la bruna Sua testa la fortuna D'oro e di lauro tesserà ghirlande!...

*

.... Ne la stamberga ove non giunge il sole Studia, figlio di popolo, che porti Scritte ne gli occhi assorti De l'ingegno le mistiche parole,

E nei muscoli fieri e nella sana Verde energia de le tue fibre serbi Gli ardimenti superbi De la indomita razza popolana.

Per aprirti la via morrà tua madre; All'intrepido suo corpo caduto Getta un bacio e un saluto, E corri incontro a le nemiche squadre,

E pugna colla voce e colla penna, D'alti orizzonti il folgorar sublime, Nove ed eccelse cime Addita al vecchio secol che tentenna:

E incorrotto tu sia, saldo ed onesto... Nel vigile clamor d'un lanificio Tua madre il sacrificio De la sua vita consumò per questo.

NON POSSO

Perchè, quando con dolce e malïardo Labbro mi narri di tua vita errante, L'innamorato e cerulo tuo sguardo Par che tutto mi sugga il cor pulsante?... No, non chiamarmi ai morti sogni e ai baci.... Non posso, taci!...

Quando, raccolta e pensierosa, ascolto La voce tua che come un'arpa vibra, Perchè sale una vampa a te sul volto, Corre un brivido a me per ogni fibra?... No, non chiamarmi ai morti sogni e ai baci.... Non posso, taci!...

Altro fato m'incalza.--Oh, mai nell'ora Voluttuosa in cui tutto s'oblìa, E nel delirio rapida s'infiora. Labbro d'amante mi dirà: Sei mia. Su la mia bocca giovanile e pura Bacio è sciagura.

Tu mai non pensi l'amor mio?... Raggiante Luce sarebbe di gioia e di gloria, Riso di giovinezza trionfante, Inno di speme e canto di vittoria: D'anima e di pensier, di mente e d'ossa Magica scossa.

E pur, vedi, ti scaccio e m'allontano, Rigida e casta, ne la notte fonda; Non mi chieder perchè di questo strano Tirannico mister che mi circonda; Non richiamarmi ai morti sogni e ai baci.... Non posso, taci!...

FANTASMI

Io mirai l'onda che rompeasi al lido; E di veder mi parve Rasentar leggermente il flutto infido Una schiera di larve.

*

Eran vestite d'alighe spioventi: Avean sciolti i capelli, Disfatti i volti, occhi stravolti o spenti. Sotto ai lor piè l'acqua turbata avea Balenii di coltelli.

Da quelle labbra scolorate uscìa Bava e un gemito rôco. Misto al rombo del mare esso venìa A parlarmi nel core.--Sui ginocchi Io caddi a poco a poco.

Eran fracidi corpi d'annegati; Suicidi gettati Da volontà demente ai flutti e ai fati; Vittime con un ferro in mezzo al petto, Naufraghi scarmigliati.

Mi disser: «Che si fa sopra la terra?» Io risposi: «Si piange. Ipocrisia trionfa, odio si sferra. Oh, più felici voi su gl'irti scogli Ove l'acqua si frange!...»

Mi disser: «Scendi ai placidi riposi Fra l'alghe serpentine. Nascondigli d'amor sono i marosi Inesplorati, e sol nel nulla è pace. Scendi;--qui v'è la fine.»

*

.... Ed io mirai su le verdastre larve Il tramonto morire: Ne la penombra il queto mar mi parve Un letto per dormire.

VIAGGIO NOTTURNO

Si parte: è mezzanotte.--È pigra la cavalla, Su le malferme rôte il veicol traballa: Su, frusta, o carrettier!... Per noi, dell'avventura lieti e securi figli, Non ha minaccie il bosco, l'ombra non ha perigli, Sassi non ha il sentier.

Tutto si cela e dorme--su, frusta, o carrettier!...

Fuor da una nube occhieggia, sogghignando, la luna; Vecchia malizïosa, per la pianura bruna Ella spiando va.

Al ciel velato gli alberi tendono i rami storti, Come preganti braccia di scheletri contorti: Che narri, o immensità?...

.... Fuor da una nube l'algida luna spiando va.

Ritta, commossa e pallida, l'occhio smarrito e fisso, Io, coi capelli al vento, interrogo l'abisso. Inghiotte il tenebror Preci e rancori d'anime, baci di labbra amanti, Sogni, delitti e lacrime, carezze deliranti D'avvelenati amor.

Passan sospiri e brividi traverso al tenebror!...

«Che fai? che vuoi?...» mi chiedono, sôrte da fossa impura Fatue fiammelle erranti presso le basse mura D'un àtro cimiter. Non so; cerco il destino. Forse eterno è il viaggio, Forse eterna è la notte; non importa. Ho coraggio. Su, frusta, o carrettier!...

Io non vi temo, fatui spirti del cimiter.

Nel silenzio tranquillo de l'assopito vano, Misteriosa scôlta, veglia il pensiero umano, Com'angelo immortal. Veglia, e coll'ali fatte di sogno e d'ardimento, sfiora la cieca terra, le nuvole d'argento, La fossa e l'ideal.

Vola, o pensier, sui ruderi, com'angelo immortal!...

ANIMA

_A Nice Turri_.

Era grande ed oscuro. Un divo soffio Di genio la sua fronte irrequïeta Baciava. Ai sogni, ai palpiti Cresciuto de l'idea, Bello, gentile, libero, poeta, Incompreso dal volgo, egli vivea.

A lui gli astri e la luce--a lui la mistica Armonia de le cose un sovrumano, Un fervido linguaggio Parlava.--Ei che ghirlande Non chiedeva a la gloria, a un cuore invano Mendicò amor.--Gli fu negato.--Grande

Ed oscuro, moriva!... In solitudine Fosca, moriva.--Ride il sol lucente Su l'invocato tumulo; Lunge, trilla e si perde Un canto alato come augel fuggente Per la serena maestà del verde;

Sotto, fra i chiodi de la cassa, sfasciasi La domata materia.--A la feconda Terra, la terra ignobile Torna.--De la tua mesta E commovente poesia profonda, Del tuo genio, di te, vate, che resta?...

*

Tu, tu sola che amavi, e viva e rosea Del sol bevesti i luminosi rai, Tu che ne i lunghi spasimi D'intenso ardor fremesti, Tu, sanguinante ma non vinta mai, Sconosciuta e virile anima, resti!...

Quando tace la terra, e nel silenzio Cala il bacio de gli astri al fior sopito, E come alito d'angeli Via per gli spazi immensi Un sospiro d'amor corre infinito, Tu in quell'alito vivi, e guardi, e pensi.

Quando il nembo s'addensa, e il vento indomito Fischia, e pei boschi impazza la bufera, E rossi lampi guizzano Su ne l'accesa vôlta, Con la procella minacciosa e nera Tu soffri e gemi, nei ricordi avvolta.

Quando, vanendo per le limpide aure, Sale un canto di donna al ciel gemmato, E di carezze e d'impeti E di desii supremi Parla e si lagna nel ritmo inspirato, Tu in quel canto, vibrante anima, tremi!

Fin che sui rivi ondeggieranno i salici Fin che tra i muschi fioriran le rose, Fin che le labbra al bacio E a la rugiada il fiore Aneleranno, e le create cose Avviverà, febèa scintilla, amore:

Ne le nozze dei gigli, ne la gloria Irrefrenata dei meriggi ardenti, In alto, de le tremule Stelle nei bianchi rai, Ne gli abissi del mar, librata ai venti, Nel mistero del cosmo, alma, vivrai.

AFA

Il sole sta. Sta l'aura D'atomi d'ôr cosparsa. L'erma pianura immobile, Tutta di foco e polve, Nella luce si avvolve Arsa.

L'afa morta, implacabile, Pesantemente piomba. Ne la tristezza fiammea Posa la terra stanca, Come un'immane e bianca Tomba.

.... Pace--Sognante vergine Assetata d'amore, Chino il riarso calice Sotto la vampa afosa, Un'appassita rosa Muore.

Rugiade invoca e pioggie Quell'agonia pel suolo: La dolcezza d'un bacio, La voluttà d'un'ora, Per chi soffre e lavora Solo.

Ma tutto brucia e sfolgora, Tutto è riposo e oblìo; Nell'alidor terribile Sopra la terra ignava Solennemente grava Dio.

TU VUOI SAPER?...

Tu vuoi saper chi io sia?... Fanciullo, senti. In deserta prigion chiuso e dannato Io sono augello dall'ali possenti; E chiedo il folgorar dei firmamenti, E qui m'agito e soffro incatenato. Biondo fanciullo, senti.

Io sogno nozze di silvestri fiori Ne l'ombra secolar de la foresta, E de le belve i deliranti amori Su le sabbie del tropico; e gli ardori Del sole e il turbinar de la tempesta, Raggi, procelle e fiori.

E qualche volta, vedi, audacemente Io mi dibatto, maledico, piango; Ma passa il mondo e ride o non mi sente, Ed io, testardo prigionier furente, Contro i ferri l'aperte ali m'infrango, E il mondo non mi sente!...

Oh, chi mi spèzza l'ìnvide ritorte. Chi mi dona la luce e l'infinito, Chi mi dischiude le tenaci porte? Io voglio, io voglio errar, garrulo e forte, Nella luce del sole ebbro e rapito.... O libertade, o morte.

VIENI AI CAMPI...

Vieni ai campi con me!... Bagna nel verde La rugiada i miei sandali di seta. De la campagna che il mattin rinverde Vo' coglier tutti i fior.... Vieni con me nei boschi, o mio poeta, Ma non dirmi d'amor!...

Una rondin traversa il ciel di rosa, L'umide foglie sembran dïamanti; Brillan gl'insetti nell'erba muscosa, Ringiovanisce il pian; Guarda che luce, che festa, che incanti... Dio non esiste invan!...

.... Non parlarmi d'amor.--Di quei fulgori L'anima nostra è un pallido riflesso. Guarda che forza di divini ardori Circonfondente il suol; Che amor possente e che possente amplesso De la terra col sol!...

Tu dar non mi potrai quel bacio eterno.-- .... Fatto di debolezza e gelosia, Di fosche nubi e di rose d'inverno, Di febbre e di timor, Dell'infinito innanzi all'armonia, Di', che vale il tuo amor?...

Io voglio, io voglio i campi sterminati Ove fremono germi e sboccian fiori, Come snella puledra in mezzo ai prati Io voglio, io voglio andar; Dell'iride vogl'io tutti i colori, Tutti i gorghi del mar!...

Strappar le fronde e calpestar gli steli, Goder l'eccelsa libertà montana, Sul vergin picco che si slancia ai cieli Batter felice il piè; E assopirmi nel sol, come sultana Ne le braccia d'un re!...

FRA I BOSCHI CEDUI

Fra i boschi cedui Infuria un demone. Sghignazza, avventasi, Piega le quercie, Rompe ogni stel, Sinistre nuvole Chiama pel ciel.

Fra i boschi cedui Sghignazza un demone.

Tutta ravvivasi La selva ed ansima, Tutta contorcesi: Riscote ed anima L'immensità Un urlo magico: «Fatalità.»

Tutta contorcesi La selva ed ansima.

Narra la ràffica Bizzarre istorie D'amor, di lagrime, D'ebbrezze adultere Che Dio punì; Colpe e misterii D'antichi dì.

Narra la ràffica Storie di lagrime.

Prendimi, portami, Spirto malefico: Su l'audacissime Ali indomabili, Tra nubi e fulmini, Pel cieco orror, Portami, involami, Come la gracile Foglia d'un fior....

In alto, in alto sempre, in alto ancor!...

CASCATA

Da che eccelse scaturigini tu nasci, O cascata impetuosa?... Rimbalzante sulla china perigliosa, Tu scrosciando volgi al mar; Spumi, brilli, ridi, spruzzi, e niun t'arresta Ne la corsa secolar.

*

Da che eccelse scaturigini tu nasci, O pensiero zampillante? A te beve, secco il labbro e il petto ansante, L'assetata umanità; In te il sole si rispecchia, e niun t'arresta Ne l'immensa eternità.

MISTICA

Ella amava le gotiche navate Dei templi solitari; I ceri agonizzanti sugli altari, Il biascicar dei mistici Rosarî.

Ella pregava sempre, pei dolori Che ancor non conoscea: Come un giglio era bella e nol sapea: Non di carne, ma d'etere Parea.

Una sera, nell'ombra d'un'arcata, Uno sguardo l'avvolse, Ella chinò la testa e non si volse. Ma nelle fibre un tremito La colse.

Un'altra sera ancor, nel tempio vuoto, Ella incontrò quel viso. Prometteva l'inferno e il paradiso.... Il cor le battè rapido, Conquiso.

Ed una voce su la bocca: Io t'amo, Le disse, ed ella pianse.... Un angelo dall'alto la compianse; Sull'altare una lampada S'infranse.

HAI LAVORATO?

Dunque tu m'ami. Hai confessato; or, trepido, Taci ed attendi, e ti scolora il viso Un'onda di pallor. Vuoi dal mio labbro un bacio ed un sorriso. Vuoi di mia fresca giovinezza il fior!...

Ma dimmi: L'ansie, le battaglie e gl'impeti Sai tu d'un ideal che mai non langue? Sai tu che sia soffrir?... Che ti val la tua forza ed il tuo sangue, L'anima tua, la mente, il tuo respir?...

Hai lavorato?... Le virili insonnie De la notte in severe opre vegliata, Di', non conosci tu?... A qual fede o vessillo hai consacrata La tua florida e bella gioventù?...

Non mi rispondi.... oh, vattene. Fra gli ozî Lieti di sonnolente ore perdute Torna, vitello d'ôr. Torna fra balli, carte e prostitute; Io non vendo i miei baci ed il mio cor.

Oh, se tu fossi affaticato e lacero, Ma coll'orgoglio del lavoro in faccia, E una scintilla in sen; Se stanche avessi l'operose braccia, Ma t'ardesse nel grande occhio un balen;

Se tu fossi plebeo, ma sovra gli uomini Cui preme e sfibra il vile ozio codardo Ergessi il capo altier, E nel tuo vasto cerebro gagliardo Avvampasse la febbre del pensier,

Io t'amerei, sì!... T'amerei per l'opre Tue vigorose e la tua vita onesta. Pel sacro tuo lavor; Sovra il tuo petto chinerei la testa. Forte di stima e pallida d'amor!...

Ma tu chi sei?... Da me che speri, o debole Schiavo languente fra dorato lezzo? Sgombrami il passo, e va. Non m'importa di te--va--ti disprezzo, Fiacco liberto d'una fiacca età!...

A MARIE BASHKIRTSEFF

Da l'ampia tela, ammaliante e fisso Mi persegue il tuo sguardo; e a sè m'attira Come bocca d'abisso.

Sotto la chioma d'ôr fina e fluente Sei tutta bianca, e le rosate nari Vibran nervosamente:

Dice il labbro serrato: «Io penso e voglio:» Dice la fronte non curvata mai: «Io nacqui al lauro e al soglio.»

.... Senti. È ver che sei morta, o bionda Slava, Che tesori d'ingegno a noi portasti Dai ghiacci di Poltawa;

Che nel silenzio de le tristi nevi Come rosa sbocciasti, e inconsumata Sete di gloria avevi?...

Del genio coll'ignoto a te la guerra; A te la fantasia che tutto sfiora, E irruendo si sferra;

A te la melodia che ha preci e schianti. Che parla, erompe, impreca e si contorce Su le corde pulsanti;

A te la tela ove gioia e dolore, E carne e sole ed anima diventa Lo sprazzo del colore.

Che trionfo di vita e di baldanza. Quanta grandezza in te, quanto futuro, Che soffio di speranza!...

Fiore di landa fra le nevi aperto, Tu sognavi, sul verde agile stelo, I cieli del deserto:

Gracil patrizia, tu gli abeti foschi Sospiravi de l'Alpe, il mar di spuma, La libertà dei boschi.

.... Or di te che rimane, o battagliera Figlia de l'Arte?... Una ferrata cassa Sotto la terra nera;

Su la cassa una croce esposta ai venti; Dentro, fra i vermi, il tuo teschio che ride, Ride, mostrando i denti.

*

.... Null'altro?...--Calma senza fine grava Nella notte, dintorno.--Io su la tela Ti miro, o bionda Slava.

Il cangiante tuo sguardo m'incatena: Qualchecosa di te m'entra nel core, E tutta m'avvelena.

Una elettrica forza si sprigiona Dalla regal tua forma--e mi serpeggia Per tutta la persona;

Ed io mi sento _te_.--Del martellante Desìo d'ignoto che il tuo sen minava Sento l'alito ansante.

Sento l'innata facoltà che crea; Sento pulsar nel cérebro l'acuta Vertigin dell'idea.

Vedo la morte rotear da lunge Già guatando il mio capo; algida larva S'appressa e mi raggiunge;

Come in te, tutto stralcia e tutto annienta. Cala il corvo a gracchiar su la rovina: Fuma la torcia spenta.

Nulla dunque di noi, nulla più resta?... Io lancio a te l'angoscïoso grido Dell'anima in tempesta.

Ma la terra non sa, Dio non risponde!... Ne l'infinito il gemito s'inghiotte Come sasso ne l'onde.

Mentre su i dubbi de l'ignare genti, O trapassata, il teschio tuo sorride Mostrando i tersi denti,

Del tuo spirto la vivida scintilla Ne l'esser mio che morirà tra poco Penètra, arde e sfavilla.

IN ALTO

Sogno.--Dinanzi al mio vagante sguardo Una turba fantastica traluce Tutta ravvolta ne la rossa luce Del tramonto di giugno austero e tardo.

Son macri volti e petti strazïati, Teste coperte di polve e di spine, Sfolgoranti d'amor luci divine, Corpi da interne piaghe divorati.

Ed io domando: Ma chi siete voi, Che accennando sfilate a me davanti, E m'arridete, taciti e raggianti, Nella gloria del sol?...--«Noi siam gli eroi,

Siam l'inspirata e tragica coorte Che sui campi di guerra e sugli spaldi Fra cozzo d'armi e risuonar di caldi Inni, i petti robusti offerse a morte.

Gli sventurati eroi siam del pensiero, Siam la falange macera e sfinita Che invanamente consumò la vita Ne la ricerca del fuggente vero.

Soldati fummo, martiri e giganti: Nostre le pugne, i sacrifici e l'onte. Nemico ferro ci squarciò la fronte, E pur cadendo singhiozzammo: Avanti!

E plebi insane inferocîr su noi, E vilipesi fummo e lapidati, Crocifissi, derisi, torturati, Senza tregua o quartier!... Noi siam gli eroi.»

.... Ed io sorgo ed esclamo: Oh, perchè mai Tanti sospiri e tante vite infrante, E tante ambasce e tanto lutto, e tante Serie infinite d'infiniti guai?...

Perchè s'insegue con rovente ardore Un ideal che balenando sfugge, Perchè piangendo l'anima si strugge Nel desìo, ne l'inganno e nell'amore?...

Perchè?...--Dinanzi al mio sognante sguardo La fantastica turba ancor traluce, Tutta ravvolta ne la rossa luce Del tramonto di giugno austero e tardo:

Dai volti radïosi e senza velo Spira una calma che non è terrena: Schiudendo la pupilla ampia e serena Segnan col dito, sorridendo, il Cielo.

SOLA

Langue d'autunno il solitario vespero De l'âtre nebbie fra i cinerei veli; Scendon l'ombre a le verdi solitudini Giù dai lividi cieli.

Cadon le foglie, volteggiando aeree Da la fredda portate ala del vento, Quai morti sogni. Erra per l'aure un brivido Come di bacio spento.

Sui capelli di lei, ravvolti e morbidi, Muta agonizza l'ultima vïola. Ella guarda laggiù, fra i nudi platani, Ritta, scultoria--sola.

Ella guarda laggiù. Pensa a le nivee Placide culle ove, chinato il biondo Capo sui lini, i sorridenti pargoli Dormon sonno profondo:

Veglian le madri--e a la commossa tenebra, Come voci di ciel blande, serene, Sciolgono, i sonni a raddolcir degli angeli, Le lunghe cantilene.

Ne la queta foresta, entro il pacifico Nido, l'augel s'appressa a la compagna, E s'addorme così... nè spira un alito Per la brulla campagna:

Solo a le basse, immensurate nebbie Rabbrividendo il vizzo ultimo fiore, Sovra l'erbe, in un bacio, il roseo calice Piega--e quel bacio è amore.

O dolcezze!... Ella sogna. Assorta in candidi Pensier, presso gentil cuna modesta, D'una lampa al chiaror, curva su l'agile Ago la bella testa;

E mentr'ei tenta con le forti braccia Cinger le caste flessuose forme, A lui susurra con carezza timida: Silenzio!... Il bimbo dorme.

Vane grida del cor, parvenze splendide, Di sorrisi e d'amor larve gioconde, V'estinguete laggiù fra i nudi platani E le brume profonde!...

Foglia al ramo caduta, occulta lacrima, L'ultima speme dal suo cor s'invola; O nidi, o fiori, o baci, o culle nivee, Vi celate.--Ella è sola.

Cala d'autunno il nebuloso vespero, Col lontano de i corvi acre lamento, Sovra gli aridi boschi e a lei ne l'anima, Inesorato e lento;

.... Cala.--Superba come greca statua, Al plumbeo cielo ella solleva i rai.... Scote la brezza di novembre un brivido Che le susurra: Mai!

SPES

Quando, senza pietà, pungente e rude In noi penètra il duol, L'anima le sue grandi ali dischiude Librata a vol.

In alto, insanguinata aquila altera, Posa, ove tutto è gel, Ove l'urlo non san de la bufera La vetta e il ciel.

Pur, mentre impreca e sogghignando nega, Angiol ribelle, il cor, Mite una voce dal profondo prega: Amore, amor!...

VEDOVA

Vedova triste che silente stai Nel tuo gramo tugurio affumicato, E cuci, e cuci, e non riposi mai Presso il letto del tuo figlio malato;

Che su la faccia scolorita e mesta D'un antico dolor serbi le impronte, E sei tanto infelice e tanto onesta, Vedi, vorrei baciarti sulla fronte.

De la finestra tua sul davanzale Un geranio vermiglio s'incolora. T'oppresse il fato, e pur tu serbi l'ale; Hai tanto pianto, e pur tu speri ancora.

Ch'io m'inginocchi presso te: m'apprendi La virtù che sopporta e che perdona: Tu che l'odio e il livor mai non comprendi, Benedicimi, o grande, o vera, o buona.

Mai come qui con più commossa mente Io ricordai mia madre--e dentro il core Mi penetrò la fiera e pazïente Dignità del dolore.

ROSA APPASSITA

Forse ella ha troppo amato: Ora è stanca e riposa. Forse ha sofferto molto: Sul gambo ripiegato Or china con un tremito La testa dolorosa.

Forse ella soffre ancora: La nausea de la vita, L'ebbrezza de la morte Nell'agonia de l'ora Parlan fra i vizzi petal.... Forse ella fu tradita.

Non so che storia ascosa Mi narri il dì che cade, Il penetrante balsamo De la sfiorita rosa, La stanza solitaria Che la penombra invade.

L'anima d'un ignoto Presso la mia respira: Aleggiare la sento Come un bacio nel vuoto, Mister di luce e d'ombra Che tutta a sè m'attira.

Ed un desìo mi nasce: Essere morsa al cuore, Esser baciata in bocca, Provar gioie ed ambasce, La follìa del trionfo, La follìa del dolore.

Batte un rintocco:--è l'Ave. O triste fior sfogliato Consunto di dolcezza, O fior mite e soave, Senti: non vo' morire Prima d'avere amato.

DEFORME

Ascoltate, signor.--Da lunge, al porto, Il mar si lagna con muggente voce. Mi guardaste?... L'atroce Ghigno d'un demon mi creava; io sono D'una furia l'aborto.

Coll'immortal malinconia del mare Il mio si fonde irrimediabil duolo. Piangetemi, son solo: Non ho moglie, non figli, non amici, Freddo è il mio focolare.

E un giorno anch'io, capite, anch'io cercai Un astro folgorante alla mia sera: Cercai la donna.... Ell'era Una vagante e splendida boema; La raccolsi e l'amai.

Quella donna mentiva, io lo sapea; Ma quando sul suo bianco, statuario Petto di marmo pario Io reclinava il deformato volto, Il mio cor si struggea!...

Ell'era noncurante ed io geloso, Ferocemente, ineluttabilmente, Del suo crin rilucente, De la sua bocca e del suo sen velato, Del suo riso festoso!...

M'abbandonò.--Cercò il piacer, l'aurora, Il maggio e la beltà!... Non l'ho seguita. Ma verso la svanita Sua forma io vile, sfigurato e irriso Tendo le braccia ancora!...

Oh, s'io potessi smantellar le porte Di questa vita maledetta e lenta! Ma il nulla mi spaventa: La debole e vigliacca anima teme L'al di là della morte.

.... Come de le schiumanti onde il fragore Commove l'aura e fa tremar la riva!... Non s'ode anima viva; Questa notte assomiglia al mio destino.-- .... Addio dunque, signore.

VOCE DI TENEBRA

_A Raffaello Barbiera._

Solitudin di gelo.--La tenèbra Qui nel bosco m'ha côlta. Infoscansi le nubi, ed io com'ebra Sto, ma non temo.--O fredda aura sconvolta, Aura fredda del vespro in agonia, Parla all'anima mia!

.... Ed essa parla. Parla con le arcane Voci de la boscaglia, Rumoreggianti per la selva immane Come ululìo di spiriti in battaglia: E mi dice: «Che fai su l'ardua piaggia, O zingara selvaggia?

Cerchi forse la pace?... O il glacïale Rude schiaffo dei venti? Nulla qui, nulla a soggiogarti vale? Che temi tu, se al buio ti cimenti? Di che razza sei tu, se non t'adombra Il velame dell'ombra?

Nata alle aurore fiammeggianti e ai voli Dell'aquila fuggente, Nata a le vampe dei bollenti soli Sovra gli aurei deserti d'Oriente, Fra ciniche bestemmie e stanche fedi Un ideal tu chiedi!

Ma t'annoda pei polsi una catena, Ti circonda la bruma, E la vita ti rode e t'avvelena L'inutile desir che ti consuma. Fatalità su la tua testa grava, E sei ribelle e schiava.

Pur tu combatterai, gagliarda figlia Di lutto e di disdetta: Senza freno irrompente e senza briglia La tua strofe sarà grido e saetta. Andrai fra gl'irti scogli del dolore Inneggiando all'amore;

Andrai coi piè nel fango e l'occhio altero Nella luce rapito, Le magnifiche larve del pensiero Cercando per le vie dell'infinito: Da una possa virile andrai sospinta, Più grande ancor se vinta.»

*

Così mi parla la tenèbra--ascolta L'anima mia pensosa. Son pianti e lampi ne la notte folta, Tetri misteri ne la selva ombrosa: Ma il respiro d'un Dio forte e sereno Sento aleggiarmi in seno.

MARCHIO IN FRONTE

Una zingara snella in vesti rosse Mi toccò in fronte con un dito, e rise. Un tremito mi scosse.

Ella disse: «Tu porti un marchio in fronte, Inciso in forma di bizzarra croce. Tu porti un marchio in fronte.

Degli anni tuoi nel fortunoso giro Sempre l'avrai con te--poi che l'impresse Il morso d'un vampiro.

Ei della vita tua la miglior parte Avido succhia, e il fuoco di tue vene; E quel vampiro è l'Arte.

Nelle tue veglie solitarie, oh, quante, Quante volte esso venne al tuo guanciale, Famelico e guatante!...

Tu d'Apollo nascesti al vieto regno; Ma in questo secol bottegaio e tristo È un delitto l'ingegno.

Su, denuda nel verso prepotente Le vive piaghe del tuo cor; sul viso Ti riderà la gente.

Ricca di gioventù sana e dorata. Libra un inno d'amore; e ti diranno Fantastica e spostata.

Critici e sofi con insulti vani T'inseguiran come lupi la preda Per mangiarsela a brani;

Ma cancellar quel marchio invan vorrai, Favilla di pensier più il non si spegne, Più mai, più mai, più mai....»

*

Disse. E, proterva ne la rossa vesta, Ritta dinanzi a me, parve il destino. .... Ed io curvai la testa.

VATICINIO

Raccoglie le pesanti ombre la sera Sovra il giaciglio dove il bimbo posa. Preme nel sonno una tristezza fiera La bocca dolorosa.

Soavissima e cara un dì venìa D'una madre la voce a questa cuna, E, qual canto d'amor, lenta salìa, Trillando, a l'aura bruna;

Ed aleggiando per le chete stanze, De la notte fra l'alte ombre perduta, Di sorrisi parlava e di speranze.... Or quella voce è muta.

.... Povero bimbo senza madre, oh, posa, Posa le membra sul diserto strame. Domani, a la frizzante alba nevosa, Ti sveglierà la fame.

Bello ne l'ingiocondo occhio superbo, Nel serio labbro e nella fronte scura Cui segna il fosco, inesorato, acerbo Stigma de la sventura,

Predestinato del dolor, vivrai, Sconosciuto dal mondo, a Dio sol noto, Pensosamente sollevando i rai Su, ne l'immenso ignoto:

E, solo, errante, macero, fremendo D'inconscio sdegno fra le vesti grame, A quell'ignoto chiederai l'orrendo Perchè de la tua fame.

Pur, qual vergine palma infra i deserti, Qual fior che, sôrto da silvestri dumi. Soavemente innalza ai cieli aperti Aerei profumi

Tu, d'abbandono e di dolor nudrito, Tu, condannato da la sorte rea, Lo spirto librerai nell'infinito Su l'ali dell'idea.

Tu poeta sarai! Come invadente Luce d'incendio nel silenzio nero, Splendida sorgerà ne la tua mente La fiamma del pensiero;

Poichè, se riso di beltà non resta, Se tutto al suolo le sue spoglie rende, Sola del Genio la possanza mesta Fra le procelle splende.

Tu poeta sarai--coi gravi incanti De la schietta, virile arpa sovrana, Evocherai le veglie e i lunghi pianti De l'infanzia lontana;

E gli schianti ribelli, e l'impossente Tua giovinezza, e la miseria atroce E la secreta nostalgia struggente De la materna voce:

E qual fiero singulto, o qual lamento D'onda che al lido querula si frange, D'un popol tutto il doloroso accento Che s'affatica e piange.

Te, poeta dei miseri, vissuti Oscuramente col destino in guerra, Dei martiri, dei prodi e dei caduti Saluterà la terra:

Tutto un mondo che passa e soffre e tace, Tutto un mondo di laceri e d'affranti, Di suprema rivolta un grido audace Avrà dentro i tuoi canti:

Per te, sôrto dal nulla a la vittoria, Della lotta su l'erta aspra e fatale, Innamorata serberà la Gloria Il suo bacio immortale.

LARGO!

Largo!... Da le sonore vôlte de l'officine, Dai rilucenti aratri, de l'orride fucine Da gl'infernali ardor, Dagli antri dove un popolo tesse, martella e crea, Da le miniere sorgo--e, libera plebea, Sciolgo un inno al lavor.

Largo!... Dai boschi pieni di nidi e di bisbigli, Dai cespugli di mirto, dai freschi nascondigli. Dal fecondato suol, Da l'acque azzurre dove il mite alcion sorvola Cinta di fiori sorgo--e, balda campagnola, Sciolgo un peana al sol.

Chi arresta la corrente nel suo corso sfrenato, Chi ferma a vol l'allodola sciolta pel ciel rosato, Chi il già partito stral? Il torrente che scroscia, la freccia scintillante, L'augel canoro io sono; or rondine vagante, Or gufo sepolcral!

Arte, per te combatto:--avvenire, t'attendo. E il rigoglio d'affetti che, qual vampa fervendo, M'arde la mente e il cor, Ne la gemmata veste de la strofe volante, Io getto al mondo e al cielo, qual fascio rutilante Di fulmini e di fior!...

_Fine._

Nota dei trascrittori

I seguenti refusi sono stati corretti (tra parentesi il testo originale):

17 Bianca fanciulla da le trecce d'ôr [or] 23 Seppi le notti insonni e l'inquïeto [inquieto] 49 E sorridon fra i dumi le vïole [viole] 61 Mille bocche si cercan desïose [desiose] 117 Dolce signor d'armonïosi [armoniosi] canti 209 Muta agonizza l'ultima vïola [viola]