Canto l'inno alla vita!....
VEGLIARDO
_.... in chiesa.--_
Prega--sei solo.--Il tardo Passo qual triste idea qui t'ha guidato, O pallido vegliardo? Forse ti parla ne la chiesa oscura Quel Dio che ti fe' grande e sventurato, Quel tremendo Signor che t'impaura?...
Passan ne la tua mente Le rimembranze de l'età fuggita, Passan, gelidamente: Ed il tetro squallor del tempo antico E il calvario crudel de la tua vita, La tua vita di servo e di mendico.
Prega. Sfiorîr cogli anni Di tua lontana gioventù solinga Voti, speranze, inganni. E pur fidavi--e ti cantava in core, E ti spronava sulla via raminga Il fresco inno gentil d'un primo amore.
Per quel nemico, acerbo Destin che sotto un giogo empio curvava Il capo tuo superbo; Per la tua mesta gioventù schernita, Pe' tuoi laceri panni ella t'amava, E l'orme seguitò de la tua vita....
Era bionda e sottile, E come raggio le parlava in fronte Il cor grande e gentile. Con te divise degli affanni il pondo, De la tua povertà gli strazi e l'onte, E la sprezzante carità del mondo;
Poi.... s'addormì. L'assorta Dolce pupilla al bacio tuo chiudea, Piccola fata smorta. Ove fuggiva?... In qual plaga profonda, In qual lembo di ciel si nascondea La tua boema innamorata e bionda?...
.... Prega--sei solo.--Il tardo Passo ben triste idea qui t'ha guidato, O tremulo vegliardo! Forse ti parla ne la chiesa oscura Quel tremendo Signor che pur t'ha dato Il sorriso di lei ne la sventura?...
Svanîr calma e tempesta; Ormai la tua giornata è giunta a sera, Nulla quaggiù ti resta. Su te mendico, servo e dispregiato, Senza posa gravò la sferza fiera D'un avverso destin.... ma fosti amato!...
IL CANTO DELLA ZAPPA
Ruvida spada io son che il terren fende; Son forza ed ignoranza. In me stride la fame e il sol s'accende; Son miseria e speranza.
Io conosco la sferza arroventata Dei meriggi brucianti, Dell'uragan che scroscia a la vallata Le nubi saettanti.
Io so gli olezzi liberi e feraci Che maggio da la terra Con aulenti corolle, insetti e baci Trionfando disserra:
E nell'opra d'ogni ora e d'ogni istante Io più m'affilo e splendo; Rassegnata, fortissima, costante, Vo il duro suol rompendo.
Ne le basse casupole sconnesse, Nel rozzo cascinale Ove penètra per le imposte fesse La ràffica invernale,
Ove del foco sul tizzon che geme L'ignavia s'accovaccia, E la pellagra insazïata freme Gialla e sparuta in faccia,
Entro e guardo.--E in un canto abbandonata, Ne l'alta e paurosa Notte che incombe a l'umida spianata E a la stanza fumosa,
Mentre la febbre di risaia scote Feminei corpi affranti, E più non s'odon che le torve note Dei villici russanti,
Veglio, ed un soffio di desir m'infiamma. .... Sogno la nova aurora, Quando, dritta qual rustico orifiamma Nel sol che l'aure indora,
Serenamente splendida, brandita Da un'inspirata plebe, Sorgerò, bella di vigor, di vita, Da le feconde glebe.
Ma le lame saran pure di sangue, E bianchi gli stendardi; Conculcato morrà de l'odio l'angue Sotto i colpi gagliardi;
E dalla terra satura d'amore, Olezzante di rose. Purificata dal novello ardore De le gare animose,
Fino a l'azzurro ciel tutto un tumulto Di rozze voci umane Salirà come un inno ed un singulto: «Pace!... lavoro!... pane!....»
I VINTI
Sono cento, son mille, son milioni. Son orde sconfinate. Sommesso rombo di lontani tuoni Han le file serrate.
S'avanzan sotto il rigido rovaio Con passo uguale e tardo. Nuda è la testa, l'abito è di saio, Febbricitante il guardo.
Essi cercano me.--Tutti son giunti.-- Fluttuando com'onda Di grigie forme e di volti consunti, La turba mi circonda.
Mi pigia, mi nasconde, m'imprigiona; Sento i rôchi respiri, Il lungo pianto che nel buio suona, Le bestemmie, i sospiri.
«Noi veniam dalle case senza fuoco, Dai letti senza pace, Ove il corpo domato a poco a poco Piega, s'arrende, giace.
Veniam dagli angiporti e dalle tane, Veniam dai nascondigli, E gettiam su la terra un'ombra immane Di lutto e di perigli.
Noi lo cercammo un ideal di fede, Ed esso ci ha traditi. Noi cercammo l'amor che spera e crede, Ed esso ci ha traditi.
Noi l'oprar che rigenera e rafforza Cercammo, e ci ha respinti. Ov'è dunque la speme?... Ove la forza?... Pietà!... Noi siamo i vinti.
.... Sopra e d'attorno a noi, del sol raggiante Ne la gran luce d'oro, Scoppia e trasvola il vasto inno festante Del bacio e del lavoro:
Ferreo serpe, il vapor passa e rimbomba Sotto montana vôlta, Chiama l'industria con guerriera tromba Menti e braccia a raccolta:
Mille bocche si cercan desïose Innamoratamente, Mille vite si lancian generose Nella fornace ardente;
E inutili siam noi!..--Chi ci ha gettato Su la matrigna terra?... Il sospiro del cor chi ci ha negato? Chi ne opprime e ne atterra?...
Qual odio pesa su di noi?... Qual mano Ignota ci ha respinti?... Perchè il cieco destin ci grida: Invano?... Pietà!... Noi siamo i vinti.»
MANO NELL'INGRANAGGIO
Rôtan le cinghie, stridono le macchine; Indefessi ne l'opre, allegri canti Vociano i lavoranti.
Ma un dissennato grido a un tratto levasi; E pare lacerante urlo di belva Ferita in una selva.
Fra i denti acuti un ingranaggio portasi --Povera donna bionda e mutilata!...-- Una mano troncata.
... Rôtan le cinghie, stridono le macchine; Ma le ruvide voci i lavoranti Più non sciolgono ai canti.
Stillan, confuse col sudor, le lacrime; Da lontano rombando, la motrice Cupe leggende dice.
E senza tregua appare agli occhi torbidi --Povera donna bionda e mutilata!...-- Quella mano troncata.
LA MACCHINA ROMBA
La macchina romba.--S'eleva ruggendo Il vasto solenne rumor, Qual forte avoltoio che, l'aure fendendo, Si slancia a le nuvole d'ôr.
La macchina romba.--Son gli urli selvaggi Di chi fra i suoi denti spirò: Di chi stritolata fra gl'irti ingranaggi La giovine vita lasciò.
Di cinghie, d'acciaio, di morse, di foco, Di spire temuto signor, Il mostro sbuffante nel vigile loco Si nutre d'immenso clamor:
Folleggia, sghignazza, divampa, s'allenta, Stridendo si frena e ristà: Poi torna all'assalto, si snoda, ed avventa Nel cielo il fatidico hurrà.
«Avanti, campioni de l'opre venture, Scendete nel nobile agon: Di sega, di zappa, di picca, di scure Vi chiami l'onesta tenzon.
Bollenti di vita le turgide vene, Baciati nel viso dal sol, Spiranti l'ambrosia de l'aure serene, Nudriti da fertile suol,
Osate, o campioni di novi ardimenti, V'aspetta la libera età....» .... La macchina romba: nel cielo, fra i venti Si slancia il fatidico hurrà.
POPOLANA
Giran le spole, il fil s'attorce, io canto: Ho diciott'anni in core, Due begli occhi, un telaio ed un amore, Vesto d'indiana e non conosco il pianto.
S'io snodo e sciolgo la mia treccia rossa Ove un raggio sfavilla, Nel guardo a chi m'affisa una scintilla S'accende, e in petto elettrica una scossa!
Ma passo noncurante, e rido in viso Ai tentator loquaci; Serbo per l'amor mio tutti i miei baci, E il mondo venderei pel suo sorriso.
Io l'amo;--egli è il signor della fucina, Egli è il re del martello: Alto, robusto, nerboruto e bello, A lui dappresso sembro una bambina.
Quand'egli batte il ferro arroventato Dinanzi alla fornace, E sul volto ha i riflessi della brace, E s'inturgida il collo denudato,
Io m'esalto per lui tutta d'orgoglio, E per lui tutto oblìo; Il mio demone egli è come il mio Dio, E per me sola, per me sola il voglio!....
E s'io l'attendo ne la mia soffitta, E l'ora è già trascorsa, Mi si strozza il respir dentro una morsa, E mi sento qui al sen come una fitta:
Ma un passo già risuona sulle scale.... Già l'uscio si spalanca.... La mano trema e il labbro mi s'imbianca, Ma per corrergli incontro ai piedi ho l'ale....
Nero di polve e splendido d'amore, Affranto e sorridente, Ecco, ei m'avvolge in una stretta ardente, E sento sul mio cor battergli il core.
FIOR DI PLEBE
Tu la vedesti mai?... Sembra di rame La sua pelle morata. È una dea che ha per letto il nudo strame, Una dea folleggiante ed abbronzata.
Sorride sempre ed ha sì bianchi i denti, E il labbro sì vermiglio, Che ti provoca ai baci.--In cor tu senti L'alta malìa del luminoso ciglio;
E un turbamento che spiegar non sai Le tue viscere afferra. Ma d'esser bella ella non seppe mai, E non ama che me sopra la terra!...
.... Tutte le sere, sola, essa m'attende Su quel canto di via. Quando mi vede, l'occhio suo s'accende, La sua voce diventa melodìa;
Ed all'orecchio mi bisbiglia cento Folli e semplici cose.-- Il batter lesto del suo core io sento, L'alito de le labbra desïose;
E sento che benchè ricco soltanto Io sia d'un saldo braccio. Ella sarà felice a me daccanto, Niuno la strapperà da questo abbraccio!...
.... Sai?... Le dissero un dì ch'io la tradìa; E le dissero il nome Da la nemica.--Tacita s'avvia. Anelante il respir, sfatte le chiome;
La vede, la minaccia, s'accapiglia. La sfregia con un morso; Come indòmo cavallo che si sbriglia. Tutta la rabbia sua disfrena il corso.
.... Io ritorno alla sera.--A me s'avvince Ella, tutta tremante; E colla voce che ogni sdegno vince, Col grand'occhio bagnato e supplicante,
Scomposta, paurosa, scarmigliata, Bellissima d'amore, Umil come una schiava appassionata, Ammalïante come schiuso fiore,
«Perdonami,» susurra,--e colla mano Carezzando mi viene-- «Non disamarmi, non fuggir lontano.... Mi vendicai perchè ti voglio bene.»
BACIO PAGANO
Fra l'auree spiche, in faccia al rutilante Sole che tutta incendia la vallata, Nel solco fumicante, Su la tepida bocca ei l'ha baciata.
Ride il ciel senza nube e ride il grano A la coppia rapita; Inneggia intorno al bacio schietto e sano Potentemente l'universa vita.
Sanguigne olezzan le corolle schiuse Come bocche anelanti nell'amore; Sale per l'aure effuse Il canto allegro de la terra in fiore.
S'abbraccian sorridendo in mezzo al verde I due giovani amanti, Mentre un trillo di rondine si perde Sotto l'arco dei cieli azzurreggianti;
E dappertutto, nei cespugli ombrosi, Nei calici dei fiori, entro la bionda Messe e nei nidi ascosi, Freme il bacio che avviva e che feconda.
CAVALLO ARABO
Sogni tu forse le gialle radure, Sogni tu forse le calde pianure Arse dal sol? Vasti miraggi di sabbie cocenti, Corse d'audaci cavalli nitrenti Sul patrio suol?
Quando tu scoti la folta criniera, E punti a terra la zampa guerriera Mordendo il fren, Quando tu nitri con urlo selvaggio, Subita brama di novo viaggio M'avvampa in sen.
Non sai?... M'attiran le plaghe serene; Non sai?... M'attiran le nitide arene Arse dal sol. Vien, ch'io ti salti su l'agile groppa; Bruno corsiero, galoppa, galoppa, Divora il suol!...
Fuggi le nebbie stagnanti sui piani, Su questa ignobile folla d'umani Passa col piè: Fendi correndo l'irsuta ramaglia. Fuggi, galoppa per valle e boscaglia, Libero e re!
Dietro ti lascia gli abissi e le frane, Gonfî torrenti, spezzate liane, Calpesti fior. Avanti sempre, se lunga è la strada, Fin ch'io con te ne la polvere cada, Mio corridor!...
O fiamme rosee di vesperi queti, O visïoni di snelli palmeti Riflessi in mar; Scabri e rocciosi profili di monti, D'arabe nenie pei glauchi orizzonti Fioco vibrar!...
Sprizza scintille la sabbia infocata; Ahmed, galoppa!... La corsa sfrenata Più non ristà. Verso l'ignoto ti slancia, t'avventa; Tutto disfido se in faccia mi venta La libertà!...
TE SOLO
Qui.... te solo, te solo.--Oh, lascia, lascia Ch'io sfoghi sul tuo cor tutti i singulti Da tant'anni nel petto accumulati, Tutti gli affanni e i desiderî occulti....
Ho bisogno di pianto.
Sul tuo sen palpitante, oh, lascia, lascia Ch'io riposi la testa affaticata, Come timido augello sotto l'ala, Come rosa divelta e reclinata....
Ho bisogno di pace.
Sul tuo giovine fronte, oh, lascia, lascia Ch'io prema il labbro acceso e trepidante, Ch'io ti susurri l'unica parola Che t'incateni a me per un istante....
Ho bisogno d'amore.
SINITE PARVULOS....
_Oh, si vouz rencontrez quelque part sous les cieux...._
_V. Hugo._
Se nel crocicchio d'una via deserta O in mezzo al mondo gaio e spensierato Incontrate un bambino abbandonato, Pallido il viso e la pupilla incerta;
Che d'una madre il bacio ed il consiglio Abbia perduto, e pianga su una bara La memoria più santa e la più cara, Oh, portatelo a me!... Sarà mio figlio.
Io lo terrò con me, per sempre.--A sera Gli metterò le sue manine in croce. Con lui, per lui dicendo a bassa voce De' miei anni più belli la preghiera.
La parola che eleva e che conforta Io gli dirò con placida fermezza; La gelosa e veggente tenerezza Avrò per lui de la sua mamma morta.
Io gli dirò che la vita è lavoro, Gli dirò che la pace è nel perdono; Di tutto ciò che è giusto e grande e buono Farò nella sua mite alma un tesoro.
La forza di pensier che Dio m'ha data Tutta trasfonderò ne la sua mente; Presso a lui sfiorirà tranquillamente La mia vita raccolta e scolorata.
Mentr'io declinerò verso l'oblìo, E avrò la cuffia e metterò gli occhiali, Ei salirà, lo spirto agl'ideali, Le braccia alla fatica e il cuore a Dio.
Fidente ei moverà verso l'aurora. Ingranaggio vital nell'universo, Irrequïeto augello al sol converso, Giovane stelo che nel sol s'infiora:
E in pace io morirò.... poichè sofferto Non avrò indarno, e non indarno amato; E da un petto di figlio e di soldato Cadrà un sospiro su l'avello aperto.
NENIA MATERNA
Quando, bimba felice, a l'origliere Desiosa di sonno, io m'affidava, Curva su l'ago ne le lunghe sere La madre mia vegliava.
Cantando ella vegliava--era una dolce Cantilena gentil come di fata, Donde il fioco ricordo ancor mi molce Nell'anima turbata.
Nel silenzio vanìan le note lente Come tremando d'intima dolcezza, Vanìan per l'ampia oscurità dormente. Lievi come carezza;
Ed io.... sognava.--Intorno a la mia culla Aleggiava di miti angeli un coro, D'amor parlanti a l'anima fanciulla, Belli nei nimbi d'oro.
*
Or più non canti. Ma nel verno algente Cruda miseria strazia, inesorata, La tua stanca vecchiezza e l'impossente Mia gioventù spezzata.
Or più non canti, o madre.--Ad una ad una Svanîr le gioie--e pur, calma nei guai, A l'insulto crudel de la fortuna Non imprecasti mai;
Ma nel torvo del cor sdegno profondo, Io lancio ai dardi de la sorte infida, A l'onta nera, a la miseria, al mondo, Una superba sfida.
.... Pur, quando a la mia fronte austera e smorta Tacitamente, o madre mia, tu miri, Come in amare ricordanze assorta, Poi, timida, sospiri;
Di lontane memorie una dolcezza, Di battiti segreti un'armonia, Mi spinge a ricercar la tua carezza Appassionata e pia.
Ne la penombra dell'ora quïeta, Sotto il tuo caro sguardo, a te vicina, Madre, vorrei scordar che son poeta, E ritornar bambina.
Vorrei sentirle ancor le nenie lente Che un dì, chinata su tranquilla cuna, Calma ne l'ampia oscurità dormente, Fidavi a l'aura bruna;
E ribaciando la tua fronte bianca, Che tristezza d'amor tutta scolora, Fra le tue braccia, come bimba stanca, Addormentarmi ancora.
NELL'URAGANO
Quando de la procella scapigliata Rugge l'ira e gialleggia il lividor, Ed Eolo come furia scatenata Fischia dei lampi al vivido baglior,
Vorrei nel turbinìo dell'uragano, Fra le saette d'ôr, Perdermi tutta, perdermi lontano, Così, stretta al tuo cor!...
*
In questa febbre di cielo e di terra, Con te sospinta nell'immensità, Dirti l'antica ed ostinata guerra Che tu in me non sospetti e Dio non sa;
A me d'intorno l'ulular del vento, Buio, schianto, furor; Sotto ai piè la ruina e lo spavento, La testa sul tuo cor....
LUCE
A fasci s'effonde Per l'aria tranquilla. Colora, sfavilla, La mite frescura Del verde ravviva, S'ingemma giuliva Per terra e per ciel,
Vittorïosa, calda e senza vel.
Son perle iridate Danzanti nell'onde, Son nozze di bionde Farfalle e di rose, La vita pagana Dolcissima emana Dai baci dei fior...
Il mondo esulta e tutto grida: Amor!...
Mi sento nell'anima La speme fluire, L'immenso gioire Di vivere sento. Qual schiera di rondini I sogni ridenti Fra i raggi lucenti Si librano a vol....
Son milionaria del genio e del sol!...
PORTAMI VIA
Oh, portami lassù, lassù fra i monti, Ove lampeggia e indura il gel perenne, Ove, fendendo i ceruli orizzonti, L'aquila spiega le sonanti penne;
Ove il suol non è fango; ove del mondo Più non mi giunga l'odïata voce; Ov'io risenta men gravoso il pondo Di questa che mi curva arida croce.
Oh, portami lassù!... Ch'io possa amarti In faccia a l'acri montanine brezze, Fra i ciclami e gli abeti, e inebbriarti Di sorrisi d'aurora e di carezze!...
Qui grigia nebbia sul mio cor ristagna; Nelle risaie muor la poesia; Voglio amarti lassù, de la montagna Nel silenzio immortal.... portami via!...
PUR VI RIVEDO ANCOR....
Pur vi rivedo ancor, povere stanze, Linde stanzette de la madre mia: Oh, nel mio sen, che folla di speranze, Quando, ricca di sogni, io ne partìa!... Pur vi rivedo ancor, povere stanze.
O bianco letto ove dormii bambina, O vaghi fiori, o ninnoli gentili, Soavemente, con virtù divina, Voi mi parlate dei trascorsi aprili; O bianco letto ove dormii bambina!...
La speranza nel cor si rinnovella, Care memorie, in voi mirando--e al muto Labbro la fede, più gagliarda e bella, Chiama il sorriso ch'io credea perduto.... .... La speranza nel cor si rinnovella.
Madre, qui, nel silenzio, a te vicina, Chinar la testa fra le tue carezze, Sui tuoi ginocchi ritornar bambina, Dirti del cor l'indomite tristezze.... Madre, qui, nel silenzio--a te vicina!...
Oh, non lasciarmi, non lasciarmi mai, Solo conforto ai miei tristi vent'anni!... Tutti, presso di te, mamma, tu il sai, L'anima scorda i paventati affanni.... Oh, non lasciarmi, non lasciarmi mai!...
Move da l'aure un alito di pace; Palpitante di stelle è il firmamento, Ed ogni umana sofferenza tace Come dormono i fiori e tace il vento: .... Move da l'aure un alito di pace....
STRANA
Treman le foglie con brivido lento: Al bosco verde che bisbiglia e posa Narra una storia il vento.
E comincia così: C'era una volta.... E, trepidando all'alitante spiro, Il bosco verde ascolta.
*
Era un'errante e fervida gitana: Avea la bocca rossa e fulvo il crine, E si chiamava: Strana.
Un giorno amò.--Fu spasmo e fu dolcezza, Fu sorriso e delirio, ombra e splendore Di quell'amor l'ebbrezza.
Un altro giorno attese, ed ei non venne. Attese a lungo, palpitante e muta. Non venne più.... non venne.
Ed essa allor, chinando il volto assorto, Disse: A che serve trascinar la vita, Quando l'amore è morto?
.... Un alito passò tra fronda e fronda. D'infinito riposo a lei parlava L'acqua limpida e fonda;
D'oblìo parlava!... E su come lamento Un susurro venìa: Tutto si spegne Quando l'amore è spento.--
.... La moritura si drizzò fremendo, Col teso pugno un'adorata, infida Larva maledicendo;
Poi com'ebra slanciossi. E su l'effuse Chiome, e sul niveo corpo disfiorato La fredda onda si chiuse.
*
Narra il vento così. La notte densa Cala, cinta di nubi, a la foresta, Che abbrividendo pensa.
Ed ecco, a poco a poco il vento sale, Punge, penètra, sibila, travolge, Fiero scotendo l'ale.
Ed è voce di pianto alta e suprema, Ed è lungo e gemente urlo d'angoscia, E la foresta trema.
Son palpiti di fronde e son sussulti. Parole d'ira sibilate a volo, Aneliti, singulti....
Squallida e nuda, ad un ricordo avvinta, Via per la selva turbinando gira L'anima d'un'estinta;
E par che gema tra le foglie attorte; No, non v'è pace!... Amor che avvampa in vita Spasima nella morte.
PERCHÈ
I.
L'uno ha vent'anni--è bello, innamorato, Dolce signor d'armonïosi canti, E sul suo labbro acceso ed inspirato Fioriscono per me gl'inni vibranti.
Ei che descrive nel suo verso alato Splendidamente de l'amor gl'incanti, Egli, vinto, sommesso, affascinato, Trema come un fanciullo a me davanti.
E mi susurra al piè queste follìe: Darei la gloria pe' tuoi cari accenti, Per te che sola al mondo adoro e bramo...
E de l'arte le mistiche armonie, Sogni, voti, sorrisi, estri ferventi, Tutto a' miei piè depone, e pur.... non l'amo!...
II.
L'altro drizza la fronte imperiosa Come tronco di quercia a la procella. Tace--ma tutta in lui leggo l'ascosa Poesia de la schiva alma rubella.
Non mi parla d'amor--forse non osa. Ma l'acuto suo sguardo, ignea facella, Con secreta carezza e dolorosa Mi ripete ch'ei m'ama e che son bella.
Quando langue sui vetri il dì che manca, Ed ei m'affisa ne la smorta faccia, E pensa, e soffre, e non sa dirmi: Io t'amo,
Io chino il volto con ebbrezza stanca; Ed un desìo mi spinge a le sue braccia, Come trepido augello al suo richiamo.
SFIDA
O grasso mondo di borghesi astuti Di calcoli nudrito e di polpette, Mondo di milionari ben pasciuti E di bimbe civette;
O mondo di clorotiche donnine Che vanno a messa per guardar l'amante, O mondo d'adulterî e di rapine E di speranze infrante;
E sei tu dunque, tu, mondo bugiardo, Che vuoi celarmi il sol de gl'ideali, E sei tu dunque, tu, pigmeo codardo. Che vuoi tarparmi l'ali?...
Tu strisci, io volo; tu sbadigli, io canto: Tu menti e pungi e mordi, io ti disprezzo: Dell'estro arride a me l'aurato incanto, Tu t'affondi nel lezzo.
O grasso mondo d'oche e di serpenti, Mondo vigliacco, che tu sia dannato! Fiso lo sguardo ne gli astri fulgenti, Io movo incontro al fato;
Sitibonda di luce, inerme e sola, Movo.--E più tu ristai, scettico e gretto, Più d'amor la fatidica parola Mi prorompe dal petto!...
Va, grasso mondo, va per l'aer perso Di prostitute e di denari in traccia: Io, con la frusta del bollente verso, Ti sferzo in su la faccia.
SALVETE
Penso agli atleti della vanga--ai forti Che disfidando urlanti nembi e soli, Strappano a l'arsa tormentata gleba Misero un pane.
Penso agli atleti del piccone--ai macri De la miniera poderosi atleti, Ne l'ombra nera ed imprecata ansanti Senza riposo.
.... Un sordo rombo ecco serpeggia--e crolla Precipitando con fragor la vôlta, E tutto è polve e cieco abisso e lunghi Gemiti e morte....
Ma il sen squarciato del pietroso monte Fende il vapor vittorioso, e passa; E lo saluta al trionfato varco Fulgido il sole.--
.... Penso agli atleti dell'idea, che, accesi D'ansia febbril la generosa mente, Martiri e duci, fra le turbe ignare Tuonano a pugna:
Penso a chi veglia, s'affatica e muore Disconosciuto.... e dal mio seno irrompe Alto echeggiando su la terra un grido: Forti, salvete!--
*
Salvete, o petti scamiciati e ferrei, Ruvidi corpi e muscolose braccia Infaticate nel clamor ruggente De l'officine:
Salvete, o voi, cui del lavoro infiamma Il santo orgoglio, e nel lavor morrete, Voi, del pensier, del maglio e della scure Strenui campioni.
A me dinanzi in visïon severa Passan profili d'operaie smorte, Passan le navi ruinanti a l'urto De la procella;
E bimbi stanchi e incanutite fronti, E mozzi corpi e sfigurati volti, E tutta, tutta un'infinita, affranta, Lurida plebe.
Sento da lungi un romorìo di voci. Colpi di zappe, di martelli e d'aste: Io, fra il tumulto che la terra avviva, Libera canto;
Te canto, o sparsa, o dolorosa, o grande Famiglia umana!... Va, combatti e spera, Tenta, t'adopra e non posar giammai; Breve è la vita.
Su le tenzoni del lavor; sul capo Dei vincitori e l'agonie dei vinti, Sguardo sereno ed immortal di Dio, Sfolgora il Sole.
PIETÀ!...
Io t'invoco, o Signore, Che nel buio mi guardi. Batte da lungi l'ore La bronzea squilla. È tardi. Spiega la notte l'ale.... Io prego, inginocchiata, Convulsa, al capezzale Di mia madre malata.
Pietà!...
Sul terreo viso immoto Cala come un sudario. Dio dell'ombra e del vuoto, Che salisti il Calvario, Che portasti la croce, Che cingesti le spine, Ascolta la mia voce, Allontana la fine,
Pietà!
Pietà di lei che soffre, Pietà di lei che muore. Che vuoi da me?... M'avvinghia, O implacabil Dolore; Copri di strazi e d'onte I miei tristi vent'anni, Scavami sulla fronte Le rughe degli affanni,
Fa che d'amor, di gioie, Fa che di tutto priva Io sia, tranne di lagrime.... Ma che mia madre viva.
Pietà!...
VA
Tu che sei bello, generoso e forte, Tu amor mi chiedi?... Oh, bada. Se gaudio e speme a te reca la sorte, Non ti gettar su la mia fosca strada. Va, di pace e d'amor ricca è la terra: Fanciullo, io son la guerra.
T'arde la fiduciosa alma ne gli occhi, E amor mi chiedi?... Oh, bada. Non trascinarti dunque a' miei ginocchi, Non ti gettar su la mia fosca strada. Se gaudio e speme a te reca la sorte, Ti scosta--io son la morte.
De la mia madre sulla grigia testa E sul mio capo bruno Scatenarsi vid'io nembo e tempesta, E cumular gli affanni ad uno ad uno. Esile ed avvilita, in vesti grame, Piansi di freddo e fame.
Crebbi così, racchiusa in un dolore Torvo, senza parole; Crebbi col buio intorno e qui nel core Una feroce nostalgia di sole. D'occulti pianti e di sconforto vissi, Soffersi e maledissi.
E quando penso a mia madre, che un lento Vorace morbo uccide, Al focolar de la mia casa spento, Al lauto mondo che gavazza e ride, Un odio, un infrenato odio mortale, Spiega a' miei versi l'ale.
E tu mi chiedi amor?... Parti, m'oblìa, Fanciullo!... Oh, tu non sai L'ansie de la rovente anima mia In lotta sempre e non placata mai?... Lascia ch'io fugga, disamata e smorta, Ove il destin mi porta.
Lascia ch'io fugga tra i sassi e le spine Sin che la vita muore, Ch'io fugga senza tregua e senza fine, Colla febbre nel sangue e Dio nel cuore.... .... Va, di pace e d'amor ricca è la terra: Fanciullo, io son la guerra.
NO
Io lo respinsi e dissi: «Non t'amai, Non t'amo, no. Che tenti? Viva o morta ch'io sia, tu non m'avrai.» Egli rispose: «Menti.»
Io lo respinsi e dissi: «No--non mai. S'io t'ami, Iddio m'annienti. Per sempre dal mio cor ti cancellai...» Egli rispose: «Menti.»
«Indarno, indarno, o pallido infelice, L'anima mia tu chiami. Sigilla il cuore ciò che il labbro dice....» Egli rispose: «M'ami.»
In volto lo mirai, scossa, non vinta. «Pel tuo fatale amore, Per la memoria di tua madre estinta, Per me, pel mio dolore,
Per Dio che tutto vede e tutto sente, Pel tuo bieco passato, Per questa vita mia breve e morente Non ribellarti al fato;
Lasciami e scorda. Oh, nulla ti trattenga: Favelli in te l'orgoglio. Vano ricordo io pel tuo cor divenga...» Egli disse: «Ti voglio.»
*
Inutilmente in quel desìo raccolto Infatti egli restò. Ma ancora, ancor gli sibilo sul volto: «Che fai? che aspetti?... No!...»