Canto l'inno alla vita!
Se c'è poesia sentita da tutti è questa di Ada Negri, essenzialmente moderna e democratica. Qui dentro è il «turbinoso presente» invocato da Arturo Graf, qui rigurgita davvero «l'onda immensa di voci che ci ingombrano di stupore, ci empiono di pietà, ci infiammano d'entusiasmo, ci rattristano a morte».
dicembre 1901
_Sofia Bisi Albini._
FATALITÀ
Questa notte m'apparve al capezzale Una bieca figura. Ne l'occhio un lampo ed al fianco un pugnale, Mi ghignò sulla faccia.--Ebbi paura.-- Disse: «Son la Sventura.»
«Ch'io t'abbandoni, timida fanciulla, Non avverrà giammai. Fra sterpi e fior, sino alla morte e al nulla, Ti seguirò costante ovunque andrai.» --Scostati!... singhiozzai.
Ella ferma rimase a me dappresso. Disse: «Lassù sta scritto. Squallido fior tu sei, fior di cipresso, Fior di neve, di tomba e di delitto. Lassù, lassù sta scritto.»
Sorsi gridando:--Io voglio la speranza Che ai vent'anni riluce, Voglio d'amor la trepida esultanza, Voglio il bacio del genio e della luce!... T'allontana, o funesta.--
Disse: «A chi soffre e sanguinando crea, Sola splende la gloria. Vol sublime il dolor scioglie all'idea, Per chi strenuo combatte è la vittoria.» Io le risposi:--Resta.--
SENZA NOME
Io non ho nome.--Io son la rozza figlia Dell'umida stamberga; Plebe triste e dannata è mia famiglia, Ma un'indomita fiamma in me s'alberga.
Seguono i passi miei maligno un nano E un angelo pregante. Galoppa il mio pensier per monte e piano, Come Mazeppa sul caval fumante.
Un enigma son io d'odio e d'amore, Di forza e di dolcezza; M'attira de l'abisso il tenebrore, Mi commovo d'un bimbo alla carezza.
Quando per l'uscio de la mia soffitta Entra sfortuna, rido; Rido se combattuta o derelitta, Senza conforti e senza gioie, rido.
Ma sui vecchi tremanti e affaticati, Sui senza pane, piango; Piango su i bimbi gracili e scarnati, Su mille ignote sofferenze piango.
E quando il pianto dal mio cor trabocca, Nel canto ardito e strano Che mi freme nel petto e sulla bocca, Tutta l'anima getto a brano a brano.
Chi l'ascolta non curo; e se codardo Livor mi sferza o punge, Provocando il destin passo e non guardo, E il venefico stral non mi raggiunge.
NON MI TURBAR....
Se qualche volta i tuoi detti d'amore, Assorta, io non ascolto, E m'ardon gli occhi, e insolito pallore M'imbianca il labbro e il volto;
Se, di tutto dimentica, reclino La bruna testa, e penso, Non mi turbar--dinanzi a me, divino, Si schiude un mondo immenso.
Da le nubi squarciate io vedo il sole Cinger, nudo e ridente, Il suol ricco di mirti e di viole In abbraccio possente;
E dai fieni falciati, e da le messi Mareggianti all'aperto, Da le chiome de l'elci e dei cipressi, Da l'arido deserto,
Dai grandi boschi urlanti al vento iroso Con grido appassionato, Dal fremito d'amor voluttuoso Che ravviva il creato,
Sento, sento salir coi voli erranti D'aligere sperdute Soffi larghi, novelli e trionfanti Di forza e di salute.
E non più sangue, non più sangue allaga La dolorosa terra, Non più, feroce ed inflessibil maga, Spiana il fucil la guerra;
Ma tutto il mondo è patria e tutti un santo Entusiasmo avviva, E di pace solenne e mite un canto Vola di riva in riva.
Non più il pazzo furor de la mitraglia Eruttano i cannoni, Non più volan fra mezzo a la battaglia Le belliche canzoni;
Fuma il vapor; rompe l'aratro il cuore A le zolle feraci, Rimbomba de le macchine il fragore, Rosseggian le fornaci;
E sul ruggito leonino e rude De la terra in fermento Libertà le sue bianche ali dischiude Fiera squillando al vento.
VA L'ONDA....
Fra l'alte rive, irrefrenata e cieca, Va l'onda, e piange.--Il plumbeo cielo ascolta. Non ha sorrisi la quieta vôlta. Non l'aura un soffio ne la notte bieca.
Va l'onda, e piange. E nel suo grembo porta E via trascina con mestizia greve Il giovin corpo inanimato e lieve D'una leggiadra suicida smorta.
Va l'onda, e piange.--In quel lamento accolto È l'eco d'un mister torbido e strano; Da quel pianto s'eleva il grido umano D'un disperato amor vinto e travolto.
BIRICHINO DI STRADA
Quando lo vedo per la via fangosa Passar sucido e bello, Colla giacchetta tutta in un brandello, Le scarpe rotte e l'aria capricciosa;
Quando il vedo fra i carri o sul selciato Coi calzoncini a brani, Gettare i sassi nelle gambe ai cani, Già ladro, già corrotto e già sfrontato;
Quando lo vedo ridere e saltare, Povero fior di spina, E penso che sua madre è all'officina, Vuoto il tugurio e il padre al cellulare,
Un'angoscia per lui dentro mi serra; E dico: «Che farai, Tu che stracciato ed ignorante vai Senz'appoggio nè guida sulla terra?...
De la capanna garrulo usignuolo, Che sarai fra vent'anni? Vile e perverso spacciator d'inganni, Operaio solerte, o borsaiuolo?
L'onesta blusa avrai del manovale, O quella del forzato? Ti rivedrò bracciante o condannato, Sul lavoro, in prigione, o all'ospedale?...»
.... Ed ecco, vorrei scender nella via E stringerlo sul core, In un supremo abbraccio di dolore, Di pietà, di tristezza e d'agonia:
Tutti i miei baci dargli in un istante Sulla bocca e sul petto, E singhiozzargli con fraterno affetto Queste parole soffocate e sante:
«Anch'io vissi nel lutto e nelle pene. Anch'io son fior di spina; E l'ebbi anch'io la madre all'officina, E anch'io seppi il dolor.... ti voglio bene.»
SON GELOSA DI TE!...
Ti vidi un giorno--e di sospetto un palpito M'arse la solitaria alma sdegnosa, Senza saper perchè: Or ti conosco, e t'odio, e son gelosa, Son gelosa di te!...
Va, sirena, e trionfa. A te di grazie Molli e procaci ben concesse Iddio Il fulgido tesor: Va--sei bella e fatal come il desìo, Bianca fanciulla da le trecce d'ôr!...
Perchè venisti? Di repente al fascino Di tua fiorente giovinezza audace Fuggì mia speme a vol; E il mio splendido sogno infranto giace, L'ali spezzate, al suol.
Se tu sapessi come punge l'anima L'acuta spina d'un dolor profondo, Quando fugge l'amor.... Come par vuoto e desolato il mondo. Quando negletto e senza meta è il cor!...
Oh, potessi scordar l'alate e rosee Larve del sogno appassionato e stolto De la mia gioventù; Su le rovine de l'amor sepolto Non ridestarmi più!
.... Va, sirena, e trionfa.--A te di gioie Intime il riso, e la bugiarda festa Di dolci voluttà; Ma se cupo abbandono a me sol resta, L'ira del fato su te pur cadrà.
Quando, solinga, cercherai fra i ruderi Muti e dispersi de l'amor languente L'ebbrezza che svanì, Quando, fra i geli, invocherai l'ardente Felicità d'un dì,
Ritta e proterva mi vedrai risorgere Come vindice larva a te dinante, Lieta del tuo dolor; E riderò su le tue gioie infrante, Bianca fanciulla da le trecce d'ôr:
Poichè, superba di tue molli grazie, Tu calpestasti il sogno mio di rosa Sotto l'audace piè, T'odio, balda sirena, e son gelosa, Son gelosa di te!...
STORIA BREVE
Ella pareva un sogno di poeta; Vestìa sempre di bianco, e avea nel viso La calma d'una sfinge d'oriente.
Le cadea sino ai fianchi il crin di seta; Trillava un canto nel suo breve riso, Era di statua il bel corpo indolente.
Amò--non riamata. In fondo al core, Tranquilla in fronte, custodì la ria Fiamma di quell'amor senza parole.
Ma quel desìo la consumò--ne l'ore D'un crepuscol d'ottobre ella morìa, Come verbena quando manca il sole.
AUTOPSIA
Magro dottore, che con occhi intenti Per cruda, intensa brama, Le nude carni mie tagli e tormenti Con fredda, acuta lama,
Odi. Sai tu chi fui?... Del tuo pugnale Sfido il morso spietato; Qui ne l'orrida stanza sepolcrale Ti narro il mio passato.
Sui sassi de le vie crebbi. Non mai Ebbi casa o parenti; Scalza, discinta e senza nome errai Dietro le nubi e i venti.
Seppi le notti insonni e l'inquïeto Pensier della dimane, L'inutil prece e il disperar segreto, E i giorni senza pane.
Tutte conobbi l'improbe fatiche E le miserie oscure, Passai fra genti squallide e nemiche, Fra lagrime e paure;
E finalmente un dì, sovra un giaciglio Nitido d'ospedale, Un negro augello dal ricurvo artiglio Su me raccolse l'ale.
E son morta così, capisci, sola, Come un cane perduto, Così son morta senza udir parola Di speme o di saluto!...
Come lucida e nera e come folta, La mia chioma fluente!... Senza un bacio d'amor verrà sepolta Sotto la terra algente.
Come giovine e bianco il flessuoso Mio corpo, e come snello! Or lo disfiora il cupido, bramoso Bacio del tuo coltello.
Suvvia, taglia, dilania, incidi e strazia, Instancabile e muto. Delle viscere mie godi, e ti sazia Sul mio corpo venduto!...
Fruga, sinistramente sorridendo. Che importa?... Io son letame. Cerca nel ventre mio, cerca l'orrendo Mistero della fame!...
Scendi col tuo pugnale insino all'ime Viscere, e strappa il cuore. Cercalo nel mio cor, cerca il sublime Mistero del dolore!...
Tutta nuda così sotto il tuo sguardo, Ancor soffro; lo sai?... Colle immote pupille ancor ti guardo, Nè tu mi scorderai:
Poi che sul labbro mio, quale conato Folle di passïone, Rauco gorgoglia un rantolo affannato Di maledizïone.
NEVICATA
Sui campi e su le strade Silenzïosa e lieve, Volteggiando, la neve Cade.
Danza la falda bianca Ne l'ampio ciel scherzosa, Poi sul terren si posa Stanca.
In mille immote forme Sui tetti e sui camini, Sui cippi e nei giardini Dorme.
Tutto dintorno è pace: Chiuso in oblìo profondo, Indifferente il mondo Tace....
Ma ne la calma immensa Torna ai ricordi il core, E ad un sopito amore Pensa.
NEBBIE
Soffro--Lontan lontano Le nebbie sonnolente Salgono dal tacente Piano.
Alto gracchiando, i corvi, Fidati all'ali nere, Traversan le brughiere Torvi.
Dell'aere ai morsi crudi Gli addolorati tronchi Offron, pregando, i bronchi Nudi.
Come ho freddo! Son sola; Pel grigio ciel sospinto Un gemito d'estinto Vola;
E mi ripete: Vieni, È buia la vallata. O triste, o disamata, Vieni!...
NOTTE
Sul giardino fantastico Profumato di rosa La carezza dell'ombra Posa.
Pure ha un pensiero e un palpito La quiete suprema; L'aria, come per brivido, Trema.
La luttuosa tenebra Una storia di morte Racconta a le cardenie Smorte?
Forse--perchè una pioggia Di soavi rugiade Entro i socchiusi petali Cade.--
.... Su l'ascose miserie, Su l'ebbrezze perdute, Sui muti sogni e l'ansie Mute,
Su le fugaci gioie Che il disinganno infrange, La notte le sue lagrime Piange.
FIN CH'IO VIVA E PIÙ IN LÀ
Ella mi disse: «Tu non ridi mai; Imprecan sempre i versi tuoi mordaci. Tu il cantico non sai Ove il gaudio folleggia e vibra al sole La musica dei baci.
Tu non conosci la canzon febèa Che ignuda erompe dal pagano ammanto Come un'antica dea, E in alto vola, nuvole spargendo Di glicine e d'acanto.»
Ella mi disse ancora: «Ove sei nata, Poetessa fatal del malaugurio?... Quale perversa fata Ti stregò ne la culla?...»--A lei risposi: «Io nacqui in un tugurio.
Io sbocciai da la melma.--Ed attraverso Al trionfo del sole ed ai ferventi Inni de l'universo, A me giunge da presso e da lontano Un'eco di lamenti.
A me goccia sul cuore in accanita Pioggia vermiglia il sangue degli eletti Che gettaron la vita Ove crollante libertà chiedea Baluardo di petti.
Dalle case operaie ove si pigia Una folla agitata e turbolenta, Una pleiade grigia Che al pan che le guadagna la fatica Famelica s'avventa;
Da le fabbriche scure ove sbuffando Vanno, mostri d'acciaio, le motrici, E l'acre aër filtrando Pei pori, il roseo sangue intisichito Rode a le tessitrici;
Da l'umide risaie attossicate, Dai campi e da sterili radure, Da le case murate Ove in nome di Dio s'immolan tante Inerti creature,
A me giunge, a me giunge il pianto alterno Che mi persegue e che cessar non vuole, Lugùbre, sempiterno, Vipistrello che al buio sbatte l'ali, Nube che offusca il sole!
Fuggon dinanzi a me gioia e bellezza, Fugge la luce a novo dì ridesta. La temeraria ebbrezza Fugge d'amore e l'estasi del bacio.... Solo il dolor mi resta!...
Ma è dolor che non cede e non s'inclina, È il dolor che pugnando a Dio s'innalza; È la virtù divina Che Promèteo sostenne incatenato Su la selvaggia balza.
E tetro vola il canto mio sonante Sopra l'intenta folla impallidita, Come cala gigante Su la ghiacciaia ove s'indura il gelo Un'aquila ferita.»
SULLA BRECCIA
Passan, compatti, tragici, severi, Colla testa scoperta. La cassa dell'estinto è ricoperta Di lunghi veli fluttuanti e neri.
Un pensoso dolor fra ruga e ruga Su le fronti s'incide. Su loro invan da l'alto il ciel sorride; Sgorga tacito il pianto, e niun l'asciuga.
Fra le travi inchiodate egli riposa, Rattratto e sfracellato. Lavorava sul tetto; e s'è spaccato, Cadendo, il capo su la via sassosa.
Pieno di speme e di gagliarda vita, Bello come un Titano, Cadde.--Or la fredda e raggrinzata mano Stringe il cor d'una vedova sfinita;
E via lo porta nei recessi austeri Del sonno e dell'oblio.-- Sotto il dito terribile d'un Dio Passan, compatti, tragici, severi;
E pensano.--O destin!... Com'egli è morto Forse anch'essi morranno. Il bracciante è soldato; essi lo sanno.-- Gonfiasi il petto, e il volto si fa smorto.
Erculei sono e coraggiosi, ed hanno Ai lor sogni una meta, Una famiglia e una casetta lieta, E forse, sul lavor, doman cadranno
Da un tetto, nel fragor d'un opificio, Sotto un crollo di vôlta; Ma il grido di chi muor nessuno ascolta, Niun comprende il supremo sacrificio.
Sorgono i vivi al posto degli estinti: Sul lutto è la speranza: Sconfinato è l'esercito che avanza, Serenamente calpestando i vinti:
E come corron su le fosse mute I bambini festanti, Vanno le turbe, ignare e rimugghianti, Sui resti de le vittime cadute.--
BUON DÌ, MISERIA
_A Sofia Bisi Albini._
Chi batte alla mia porta?... ... Buon dì, Miseria; non mi fai paura. Fredda come una morta Entra: io t'accolgo rigida e secura. Spettro sdentato da le scarne braccia, Guarda!... ti rido in faccia.
Non basta ancor?... T'avanza, T'avanza dunque, o spettro maledetto. Strappami la speranza, Scava coll'ugne adunche entro il mio petto; Stendi l'ala sul letto di dolore Di mia madre che muore.
T'accanisci: che vale? È mia la giovinezza, è mia la vita! Nella pugna fatale Non mi vedrai, non mi vedrai sfinita. Su le sparse rovine e su gli affanni Brillano i miei vent'anni.
Tu non mi toglierai Questa che m'arde in cor forza divina, Tu non m'arresterai Ne l'irruente vol che mi trascina. Impotente è il tuo rostro.--O tetra Iddia, Io seguo la mia via.
Vedi laggiù nel mondo Quanta luce di sole e quante rose, Senti pel ciel giocondo I trilli de le allodole festose: Che sfolgorìo di fedi e d'ideali, Quanto fremito d'ali!...
Vecchia megera esangue Che ti nascondi nel cappuccio nero, Io nelle vene ho sangue, Sangue di popolana ardente e fiero. Vive angosce calpesto, e pianti, ed ire, E movo all'avvenire.
Voglio il lavor che indìa, E con nobile imper tutto governa. Il sogno e l'armonia, D'arte la giovinezza sempiterna; Riso d'azzurro e balsami di fiori, Astri, baci e splendori.
Tu passa, o maga nera, Passa come funesta ombra sul sole. Tutto risorge e spera, E sorridon fra i dumi le vïole: Ed io, dai lacci tuoi balzando ardita,