Part 6
Pensavo: «È la prima volta, ma chi sa se non faremo più! Bisogna ritornare a lei, toglierla quanto è possibile alla sua pena, e confortarla, e dirle che non avremo più a bisticciarci mai... Ma se, invece di ascoltarmi benignamente, fa la ritrosa?... Ah! che non darei perchè alla prima parola buona rispondesse con un bacio saporito! E non se ne parlasse più e si piangesse e si ridesse insieme!» Tutte queste riflessioni, mi portarono due o tre volte sulla soglia di casa, ed altrettante me ne ritrassero; finalmente mi riuscì di rompere il fascino, infilai il portone d'un balzo, salii gli scalini a quattro a quattro, ed in un attimo fui innanzi a lei che mi era venuta incontro lagrimosa sul pianerottolo.
Nascondeva il viso fra le mani e non mi diceva nulla. Le cinsi il corpo con un braccio e la trassi nel salotto; me la feci sedere sulle ginocchia, le scostai con dolce violenza le mani dagli occhi, posi il mio volto sotto al suo, e le chiesi perdono. Ma invece di perdonarmi scoppiò in un altro singhiozzo, e mi buttò le braccia al collo, ed appoggiò la testina sul mio omero.
Mi batteva il cuore forte; gli atti di Nina esprimevano una disgrazia. Che era dunque avvenuto nella mia assenza? Di nuovo carezze di baci e di parole, e cento interrogazioni paurose e finalmente un altro singhiozzo più forte:
«È morta!
--Chi?
--Concetta, la povera Concetta!
Ammutolii. Se devo dire il vero, non me ne doleva moltissimo; la buona donna trotterellava giù dalla settantina da un pezzo, e il Paradiso aveva aspettato molto per avere una pergamena di più; ma rispettavo la sensibilità di Nina. Quando ebbe cessato di lagrimare, tentennò il capo e mi disse con un filo di voce melanconica:
«Eccoli separati di letto e di mensa!
--E chi ti ha dato questa notizia?...
--Un'amica che è venuta a trovarmi; la povera Concetta è mancata ieri l'altro quasi improvvisamente.
--E Sulpicio?
--È disperato; non dice parola, sembra sbigottito.
--Bisognerà andare a trovarlo,
--Amico mio, vacci subito.
Vi andai.
Oimè! Il povero cuore del vecchio non aveva potuto resistere agli affanni della solitudine, e nella notte, poche ore dopo che gli fu portata via la sua compagna, s'era posto nel vedovo letto colla sicurezza di non vedere un altro mattino.
Il cadaverico volto pareva sorridermi tristamente e dirmi che neppure la morte li aveva voluti divisi.
Ritornando a casa col cuore mesto, ma d'una mestizia dolce che mi faceva bene, non volli dire nulla alla mia compagna. La quale seppe la cosa da altri alla mia presenza, e come fummo soli mi si strinse paurosamente al petto...
«Carlo!
--Nina!
Levò gli occhi come per leggermi nel pensiero, e mormorò lentamente queste parole:
«Anche noi, non è vero?»
UN UOMO FELICE
I.
--... Un uomo felice!
--E contento del proprio stato?
--Così contento che non lo cambierebbe con quello di un principe...
--Secondo i principi...
A forza di ruminarci sopra, non potemmo più reggere alla tentazione, ed una bella mattina del mese di giugno il mio amico Antonio ed io ci provammo ad arrampicarci sul monte Barro, voltando le spalle al territorio di Lecco, per andare a vedere da vicino il prodigio vivente.
Il monte Barro è un monte rispettabile per ogni riguardo; ha due sagre, una delle quali, quella di S. Michele, è tenuta in molta considerazione in Paradiso; ha l'eco di Galbiate che ripete poco meno di due versi endecasillabi senza incespicare, e la sua vetta, in forma di gobba, apparisce a quando a quando involta fra le nuvole. Ci sarebbe da insuperbire per poco che un monte avesse le facoltà locomotrici del minimo insetto che campa la vita alle sue spalle e potesse andarsene dove meglio gli talenta; così inchiodato dove si trova, in faccia alla mascella enorme del Resegone ed alla vetta brulla del San Martino, ed a tutta quella famiglia di giganti che, più oltre, più oltre, sembrano rizzarsi sulle punte dei piedi per guardare dietro le spalle di chi li precede, il povero Barro ha la fisionomia burlesca d'un nano, e si direbbe che ci soffre. È tutt'uno. Ad arrampicarvisi non è punto comodo: è un monte niente affatto arrendevole, ed i sentieri che esso apre nelle sue coste non hanno l'aria di concessioni; si inerpicano diritti o quasi diritti, sassosi che non è una delizia. Ogni tanto siete costretti a fermarvi per respirare, e vi vien fuori senza avvedervene: «che monte!» Lo stratagemma gli è riuscito.
Vi ha, è vero, una via carrozzabile, ma è un'altra arguzia di quel monte imbronciato, perchè, ad un certo punto, poco prima di Galbiate, la salita si fa così ripida, che il peso della carrozza trascina il cavallo, e carrozza e cavallo pigliano l'andatura di un gambero enorme; quanto ai viaggiatori pedestri nulla di peggio, si sa, d'una strada carrozzabile.
L'amico Antonio, pratico dei luoghi, mi incoraggiava alla salita, assicurandomi che, giunto alla sagra di S. Michele, tutte le asperità avrebbero cessato come per intercessione del santo, e che avremmo camminato all'ombra delle acacie, e posto i piedi sopra un vero tappeto di velluto.
Coraggio e innanzi, e innanzi, a salti, piegando a dritta ed a sinistra, ascoltando l'allegra musica dei ciottoli che rotolano dietro i nostri passi, e ridendo... Eccoci giunti. Ecco la sagra. È una chiesa, o piuttosto uno scheletro di chiesa; mostra il tetto, le pareti e le fondamenta, il tutto disegnato con gusto e impiantato solidamente; le mancano le polpe--pavimento, volte, sagristia, altari: ci sono aperture di finestre e di porte ma senza porte e finestre, e il vento deve farvi strane scale cromatiche quando gli accomoda.
San Michele è benemerito per la sua sorgente di acqua leggiera come un soffio. Nulla di meglio d'una buona sorgente d'acqua per assicurare la devozione dei fedeli; a S. Michele non ci ha altro, ma basta perchè migliaia di devoti vi portino al 29 settembre l'occorrente per desinare sull'erba. Vi bevono l'acqua e si ubbriacano di vino, ed alla sera rotolano giù per la rapida china cantando e ridendo allegramente. Gran buona pasta di santo questo che si lascia adorare in tal maniera!
Via, ancora una ciottola d'acqua leggiera come un soffio, e innanzi... L'amico Antonio non mi ha lusingato inutilmente; ora si sale senza fatica; il sentiero gira intorno al cocuzzolo del monte, all'ombra delle boscaglie; l'aria frizzante del mattino ci batte in viso, e sotto di noi si schiera un panorama incantevole d'acque e di monti. A un certo punto ci pare d'entrare in un giardino; il vento ci ha portato un profumo di gelsomini selvatici in fiore. Vien la tentazione di raccoglierli tutti, ma ce n'è troppi, non ne raccogliamo nemmeno uno... Innanzi... Alle falde del monte, tra le, acacie, s'incontrano altri tesori: ecco un ciclamino bianco e per uno bianco mille color di rosa, e poi una famiglia stravagante di fiorellini dalle forme più curiose; ecco una spiga d'un rosso cupo che non avevamo ancor visto; la fiuto per far più ampia conoscenza; quale profumo squisito di _vainiglia_! quella che noi coltiviamo nei giardini col nome di _elitropium peruvianum_ è molto lontana dall'aver un odore così squisito. Facciamola felice anche questa; diamole un battesimo dotto: _vainiglia montana_. La gran ventura!
II
Innanzi. La strada è sgombra, ma la salita si fa sempre più faticosa--bisogna rallentare il passo.
--Arriveremo in tempo per l'ora del desinare, dice Antonio.
--Supponendo che un uomo felice abbia un'ora per desinare.
--Nè avrà due, questo dev'essere il primo benefizio della vera felicità.
Ed il mio amico uscì in uno di quei scoppi sonori di risa che sa fare egli solo e che avevano già risvegliato parecchie volte gli echi delle vallate.
--Che uomo è questo Cuor Contento?
--Un ex baritono, che si era fatto un piccolo patrimonio stonando il Conte di Luna, e prestando i suoi quartali a Manrico; si vantava sempre che avrebbe tirato su l'edifizio della sua felicità, e pare che ci sia riuscito; un bel giorno rifiutò colle lagrime agli occhi una scrittura ed un quartale anticipato--era ricco.
--Ed è venuto subito ad inselvarsi nel Monte Barro?
--Oibò; pare che la felicità non sia così facile a ritrovare, perchè per un pezzo le corse dietro inutilmente; divenne prodigo, per sè solo si intende, offrì il cuore a varie prime donne _assolute_, la cena a parecchie seconde ballerine che aspettano ancora adesso l'assoluzione. Le cene trovavano subito la piazza, il cuore rimaneva disponibile. Allora si consacrò tutto al vino, che egli amava molto ed a cui doveva i più rumorosi trionfi della sua carriera baritonale; ebbe una cantina ben provveduta ed invitò alcune volte i compagni di chiave a desinare. Andava a tutte le rappresentazioni del Carcano e della Scala, e trovava che ai _suoi tempi_ si cantava meglio. Tutto ciò non lo aveva portato un pollice più vicino alla sua felicità, e quando lo lasciai, or son due anni, correva ancora dietro la sottana della fuggitiva. Due settimane fa ricevetti finalmente la lettera in cui mi giura che è felice!
--Sia lodato il cielo!
--E l'altro dì la seconda lettera in cui ripete, sacramentando, che è felice, e che io dovrei levarmi il gusto di vedere un uomo felice.
--Peccato che la felicità stia tanto in alto!
--Non importa, ci arriveremo. Ecco, si vede già la casetta color di rosa, emblema dei pensieri e dei sentimenti ex-baritonali del suo abitatore.
Qui la via si biforcava, da un lato scendendo a precipizio e dall'altro girando intorno intorno verso Galbiate: noi ci mettemmo per un sentieruccio che si apriva nella siepe e moveva più diritto che poteva incontro alla vetta del monte.
Dopo venti minuti di cammino, fatto colle mani sulle ginocchia e col corpo piegato in arco, all'uscire da una boscaglia ci vedemmo finalmente innanzi la casicciola rosea. Aveva un solo piano, una piccola spianata dinanzi alla porta e quattro o cinque finestre colle persiane verdi in tutto. Levai il capo in alto; il cucuzzolo del monte pareva molto vicino e si staccava nero nero dall'azzurro fondo del cielo. Quel bocciolo di rosa in quel luogo aveva proprio l'aria d'un nido di amorini. Gli amorini ci erano, ma scalzi e scamiciati, e corsero non appena ci videro a nascondersi nel nido; subito dopo apparve una donna che pareva vecchia ed era invece la giovane venere, madre di quegli amori, e ci chiese chi cercassimo,
«Il signor Tallini.
--Dorme
--Sogni innocenti; beato lui!
--Però ha raccomandato di svegliarlo se venisse qualcuno....
--Viene spesso gente a trovarlo?...
--Mai.
--E come passa il tempo?
--Mangia, dorme e va a spasso.
--Ecco la vera felicità!
--Devo dirgli chi sono lor signori?
--Due disgraziati.
E siccome la buona donna ci guardava sospettosa, Antonio ripetè, premettendo una delle sue allegre risate:
«Sì, ditegli che due disgraziati lo aspettano.
In quel mentre una persiana verde si socchiuse, la faccia felice e rubizza dell'ex-baritono Tallini apparve nel vano, e si udì un grido, un _do_ di petto della gioia più schietta e più stonata che io m'avessi mai udito.
E pensai fra me e me: «Come rende buoni la felicità!»
III.
Il signor Tallini scese le scale a precipizio, e si gettò nelle nostre braccia prima ancora che avessimo avuto il tempo di varcare la soglia della casa color di rosa. Nelle nostre braccia non è un modo di dire iperbolico, perchè l'ex-baritono, buttando ciecamente la mano diritta sul costato sinistro di Antonio e la mano manca sul mio costato diritto e premendoci l'un contro l'altro e premendosi egli stesso contro di noi, trovò modo di abbracciarci tutti e due in un tempo. Era un quadro che avrebbe tentato un pittore fiammingo.
«Bravissimo il mio Antonio, bravissimo anche il signore... bravissimi... bravissimi! Non potete credere il piacere che mi date; il primo quartale toccato per la mia prima scrittura non mi ha fatto così lieto!
Il suo volto era veramente illuminato a giorno, ed i suoi occhi mandavano bagliori. Pensavo che egli cedeva con troppo abbandono alla febbre della gioia, la quale è la più acre nemica della vera felicità!
Ci fe' entrare nel suo appartamento; due stanze in tutto, arredate con una scenica parsimonia di molto buon gusto; nel salotto si vedevano parecchie di quelle enormi sedie ad alto schienale, che frequentano il palcoscenico di tutti i teatri dell'orbe terraqueo; nel mezzo una tavola rettangolare con un gran tappeto che ne copriva le gambe, da un lato una _cônsole_ e dall'opposto lato un pianoforte; la sola differenza tra il salotto dell'ex-baritono, ed _una sala riccamente addobbata con due porte laterali_, era che _in fondo_ invece d'un'altra porta si vedeva un caminetto, un vero caminetto, ed uno specchio, un vero specchio, con cornice dorata sovr'esso. E però, quando l'ex-baritono volle mostrarci la sua camera da letto, io fui molto meravigliato che due comparse non venissero a toglierci le sedie di sotto per preparare il cambiamento di scena. Se non che nella camera contigua, oltre il letto nascosto dietro una cortina bianca, come nell'ultimo atto della _Traviata_, rividi le stesse sedie ad alto schienale e lo stesso tavolino coll'identico tappeto, ed allora compresi perchè le due brave comparse non avessero fatto la loro frettolosa apparizione.
La felicità non tolse all'ex-baritono la memoria del suo appetito e la fede nel nostro.
Erano le undici e die' ordine che si preparasse il desinare pel mezzodì. Antonio ed io udimmo alcuni momenti dopo, con un vero sentimento di gioia che non aveva invidia di quello del nostro ospite, correre dietro ad un branco di polli, i quali starnazzavano le ali fuggendo, e finalmente uno dei fuggitivi gridar più forte.... e poi il silenzio profondo.
«Così è, disse allora l'amico Antonio all'ex-baritono che ci aveva fatto uscire dall'abitato per farci vedere il suo campicello, così è, non ho potuto resistere al piacere di vedere in faccia un uomo felice.
--Ed un vecchio amico!
--Ma sai, che non è carità la tua di scrivere tante volte ad un disgraziato pari mio, che tu sei felice! Almeno ora che mi hai fatto arrampicare fin qui, dovresti insegnarmi la ricetta.
--È facile, rispose l'ex-baritono con visibile soddisfazione, e col miglior accento per far credere il contrario, è facile!
--Basta aver denari!...
Il nostro ospite lo interruppe prontamente, come per non lasciar più a lungo il suo tempio sotto la macchia di siffatta profanazione.
«Oibò; il denaro non serve a nulla; io che ti parlo sono stato ricco, e non sono mai stato felice, ed ora che non sono più ricco, sono felice!
--È una sciarada.
--Bravo! una sciarada, ma io l'ho sciolta, e me ne trovo bene. Il _primo_ è la campagna, il _secondo_ la solitudine, il _terzo_ l'indipendenza, il _quarto_ la serenità d'animo, e l'_intero_...
--E l'_intero_ è il baritono Tallini, non può essere altri che lui, perchè io potrei ritirarmi in campagna, e starmene solo, ed essere indipendente, che nossignori, non sarei felice.
--Perchè ti mancherebbe il _quarto_, la serenità d'animo...
--E tu l'hai? chiese Antonio.
--L'ho, rispose gravemente l'ex-baritono.
--E come passi il tuo tempo nella solitudine?
--Non lo so, non son io che passo il mio tempo, è il mio tempo che passa da sè.
La risposta era così semplice che ci parve profondissima; Antonio si volse a me e tradusse il suo stupore in una risata, intanto che l'ex-baritono ci guardava in volto curiosamente, per spiare l'effetto delle sue parole.
--Osservate, ci disse poco dopo il nostro ospite, che incantevole panorama! Lecco laggiù, più oltre Pescarenico, che si guardano nell'immenso specchio delle acque...
--Stupendo! dissi io.
--Stupendo, ripetè Antonio; ma non si cambia mai scena mi pare; è un vero idillio; atto unico, scena unica...
--T'inganni; se ci arrampichiamo sulla vetta del Barro, vedrete l'altro versante, Valmadrera, Galbiate...
--Ma sempre Valmadrera e Galbiate,
--E il monte S. Martino e il Resegone...
--E quanto tempo tu consacri ogni giorno a contemplare tutto ciò?
--Nulla... ma io so di essere circondato da una bella natura, e questo mi fa bene... Ecco qua il mio campicello...
--Lo coltivi tu?
--Qualche volta sì... la botanica mi piace...
--Hai seminato tu quei fagiuoli?
--Sicuro... io stesso... è la mia passione. Antonio si rivolse a me ed uscì in uno scoppio di risa più sonoro dei precedenti.
Bisogna sapere che i fagiuoli seminati dall'ex-baritono Tallini erano una specie di cicoria, di cui si fa un'ottima insalata.
Ma il nostro ospite, nella serenità dell'animo suo, non si avvide dell'intenzione burlesca dell'amico e non prese in mala parte la sua ilarità. Antonio proseguì l'interrogatorio che cagionava all'ex-baritono un visibile piacere.
«A che ora ti levi di letto al mattino?
--All'alba; nulla di meglio d'una magnifica passeggiata sui monti, all'alba; si gode uno spettacolo incantevole, si respira un'aria frizzante e si acquista un appetito... un appetito... ritorno a casa e faccio colazione...
--E poi?...
--E poi fumo la pipa, e poi canto accompagnandomi sul pianoforte; e poi vado alla campagna a dare un'occhiata ai miei fondi... fino all'ora del desinare, che dura più d'un'ora... e poi leggo, o canto, o fumo la pipa... e appena annotta, mi caccio in letto...
--E al domani ricominci?...
--Ricomincio....
--E non ti stanchi mai?
--Mai.
--E non ti vien mai voglia di parlare con chicchessia?
--Se me ne venisse voglia, ci è il fattore, un uomo che si può far andare in estasi con una nota filata, che s'inginocchierebbe ad adorarmi se gli cantassi una romanza, e che dice le più innocenti schiocchezze che siano mai uscite da una bocca che non canta.
--E non ti vengono mai in mente i tuoi trionfi, le belle cene, i tuoi _debutti_, i sospirati quartali ed i non sospirosi amori delle quinte?
--Mi vengono, ma non li rimpiango, ne rido... insomma sono felice!
--To', disse Antonio guardando l'orologio; è mezzogiorno, voglio essere felice anch'io!
--Anch'io! dissi accontentandomi della parte secondaria che mi toccava in quella commediola.
Il desinare era ghiottamente casalingo, e se è vero che l'appetito sia il miglior condimento delle vivande, io dico che non furono mai vivande meglio condite di quelle della mensa del baritono Tallini. Il quale però, checchè dicesse e facesse, mi sembrava meglio un uomo nervosamente di buon umore, che un mortale baciato in volto dalla felicità. Non aveva dell'uomo felice, come io lo immaginava, la robustezza serena, la tranquilla indolenza, la beata apatia; vero è che codesto è il tipo iperbolico degli uomini felici, e che tutti gli uomini meno scontenti del loro stato escono dalla schiera operosa di quelli che non han tempo da proporsi quesiti psicologici--ma è anche vero che l'ex-baritono Tallini non apparteneva a quest'ultima schiera, e che, stando ai calcoli fatti sui termini forniti da lui stesso, gli dovevano rimanere sei buone ore al giorno per maledire l'esistenza.
Egli guardava ogni tanto alla sfuggita Antonio e me, e s'empiva la bocca, e ci rivelava fra un boccone e l'altro i mille artifizii con cui gli era riuscito finalmente di raggiungere la felicità in cima al monte Barro.
«Tu non sei più ricco? gli chiese Antonio.
--Non sono più ricco; dopo di essermi messo insieme un piccolo patrimonio colla mia voce, ho voluto speculare su quella degli altri; ho fatto l'impresario e ci ho rimesso tutti i miei quartali ed una porzione anche di quelli dei miei scritturati.
L'ex-baritono nel dire queste parole ingrossava la voce, volendo, per una vecchia vanità d'artista, sfoggiarne il volume. E proseguiva:
«Un giorno mi avvidi che mi avanzavano solo poche migliaia di lire, pensai che era tempo di voltare per sempre le spalle al palcoscenico, uscii dal teatro e presi la via dei monti. Avevo il cuore leggiero quando giunsi a Lecco; seppi che sul Barro ci era questa casicciola da vendere e la comperai. E ci venni, e qui finirò i miei giorni...
Queste ultime parole tragiche furono dette a boccia piena, il che ne temperava singolarmente il sinistro significato e dava alla felicità dell'ex-baritono un carattere durevole.
«Beato te! disse Antonio sospirando.
Non vidi mai faccia più solenne di quella del nostro ospite, a quel sospiro; egli si arrestò perfino dal mangiare per chiedere con aria di superba commiserazione:
«Non mi hai detto nulla di te... come vivi tu?
--Male... male; per una inveterata abitudine tengo a vivere più che posso e meglio che posso, ma non mi riesce di essere contento. Passo l'estate a Lecco, amo anch'io la campagna, ricevo molte visite...
--Ricevi molte visite?...
--Molte... sono seccato a tutte le ore; bisogna chiacchierar sempre, parlar di cento sciocchezze, tagliar i panni al prossimo... e leggere nei giornali altre chiacchiere, altre sciocchezze, altra maldicenza! Sempre chiacchiere, sciocchezze e maldicenza, con questo solo divario che nelle parole si trova qualche volta un po' di spirito e nelle scritture si trova qualche volta un po' di grammatica... All'inverno vado a Milano, perchè a Lecco non si spazza bene la neve... passo il tempo al teatro o al caffè Martini, o in galleria...
--Ah! tu all'inverno vai a Milano?
--Sicuro.
--Poveretto! ripetè l'ex-baritono vuotando d'un fiato un bicchiere ricolmo. E voi, signore, come vivete?
--Male anch'io, male anch'io; anzi peggio di voi altri; perchè sto sempre a Milano, vado a tutte le prime rappresentazioni, costretto ad ascoltare tutti gli artisti che hanno o che avevano o che vogliono avere in gola un filo di voce, ed a leggere tutte le cronache cittadine, ed a mostrare di prendere sul serio cento cose che non m'interessano punto. Beato voi che ve ne state qui, con questi bei monti in faccia, con questo bel lago sotto i piedi, che non pensate se non ai fagiuoli del vostro orticello ed a tener provvista la cantina di questo nettare delizioso!
--E chi viene a trovarti a Lecco? chiese l'ex-baritono, a cui il vinello snodava la lingua.
--Molti che ti conoscono. Agenti teatrali, maestri di musica, cantanti...
--E che dicono di me?
Questa domanda fu pronunziata sbadatamente, col bicchiere alle labbra e gli occhi fissi nel bicchiere. È impossibile comportarsi meglio per parere supremamente sdegnoso delle cose degli umani.
«Dicono, rispose Antonio, levando dal suo canto il bicchiere e ponendolo tra il raggio visuale e la luce della finestra, dicono...
--Dicono?
--Dicono... Non dicono nulla... Cioè!.... qualcuno dice che sei un pazzo... Niente di meglio per vivere felici che essere creduti pazzi dal prossimo...
--Già... sicuramente...
--E gli altri?
--Gli altri non si ricordano nemmeno che abbia esistito al mondo un baritono Tallini... Nulla di meglio che essere dimenticati dal prossimo per vivere felici...
--Già... sicuramente.
IV.
Il pranzo era al termine; una comitiva di bicchieri di vino s'era data ritrovo nel nostro ventricolo ed accendeva gli estri del buon umore.
Ci fu però un momento in cui il nostro anfitrione chinò la testa fra le mani e guardò fissamente la tovaglia. In quel punto il piede d'Antonio urtò sotto la tavola contro lo stinco della mia gamba; guardai. L'ex-baritono uscì in breve dalla sua beata fantasticheria, si pose al cembalo senza dir parola, e dopo alcuni accordi di preludio, intonò con voce stentorea la romanza del _Trovatore_.
«Che voce! esclamava ogni tratto Antonio, chinando il capo sul mento e guardandomi sott'occhi, che voce! benissimo! benissimo! Sai qual'è la disgrazia dei nostri teatri? aggiunse quando l'altro ebbe finito.
--E qual'è?
--Che siano al mondo tanti disgraziati, i quali implorano la misericordia del cielo in chiave di baritono, e che se ci è uno il quale abbia un _organo_ a dovere, sia un uomo felice e non ne voglia sapere del palcoscenico.
Antonio temperò l'effetto della frase lusinghiera con una bella risata, ma l'ex-baritono non pose mente che alla prima parte e rispose modestamente all'elogio cantando il duetto e facendo in falsetto la parte della donna.
--Credete che, se volessi ancora cantare, troverei una scrittura? disse all'improvviso.
--Ma tu non vuoi! rispose Antonio.