# Fante di picche

## Part 5

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«Non mi ripetere queste corbellerie; non pretendere d'impormene con queste sentenze virtuosissime che escono dal tribunale della bisca, con questi postulati che non hanno altro valore se non di dare prestigio al vizio; le son ciancie che stanno bene in bocca al signor Asdrubale; ma io mi chiamo Martino Bruscoli, per grazia di Dio, e Martino Bruscoli non conosce altro denaro sacrosanto fuor quello che si è guadagnato col proprio lavoro. Tu non mi devi nulla, ti ripeto, ho fatto per guarirti in tempo da un brutto male; tocca il polso alla tua coscienza e se ti senti proprio sano, non ho perduto la notte. E fammi il famoso piacere di non fiatare nemmeno.

--Ma se avesse perduto lei?

--Se avessi perduto io, ti avrei fermato sulle sei mila lire, e ti avrei detto: «Figliuolo mio, hai riguadagnato il tuo denaro; il signor Asdrubale pagherà a Martino Bruscoli la somma che la signorina Costanza ti ha dato in prestito, eccoti l'obbligazione; non devi più nulla, bada che hai talento, hai cuore, ed eri sulla via di diventare un cattivo soggetto. Piglia la laurea d'ingegnere, fa felice il vecchio babbo, lavora, poi innamorati sul serio di una qualche bella ragazza e valla a domandare allo zio...»

L'ometto si tappa la bocca, ma oramai è scappata... conchiude: «Verrai a vedere la mia filanda; imparerai qualche cosa, perchè già la vita è una scuola d'applicazione, e ci è da imparare da per tutto; i bachi da seta, per esempio, t'insegneranno che prima di farsi il bozzolo prezioso bisogna intorpidirsi; tu ti sei intorpidito due volte; non pigliare alla lettera il sistema dei bachi, va e fatti il bozzolo.»

XII.

Che ore veloci! Donato ha appena avuto il tempo di gettare un'occhiata fuggitiva nella sua immensa felicità, ha appena specchiato il suo sorriso negli occhi di Costanza, le ha detto solo che le vuole tanto bene, ed ha paura di non essersi spiegato abbastanza chiaro--e già il focoso Morello scalpita impaziente sul lastrico, e l'oste afferra le redini e la frusta. Bisogna partire; replicati baci a tutti, perfino sulla faccetta petulante di Martino Bruscoli, ma non sulle guancie brune e vellutate di Costanza. Si parte.

Per via Donato fa come gli ha detto l'amico Martino, tocca il polso alla propria coscienza... è sano; or che ha visto la rovina da vicino, è sicuro di non giocar più, e lo dice a sè stesso senza l'inquietudine dei propositi malfermi.

I giorni passano, anche quelli terribili della meccanica e delle costruzioni; vengono e passano allegramente; e giunge il giorno famoso--Donato si copre di gloria; nulla più lo separa da una nuova rete di ferrovie o da una miniera... è ingegnere!

Uscendo dall'aula scolastica per lanciarsi nel mondo, chi lo accoglie a braccia aperte?... Martino Bruscoli, col farsettone nero abbottonato, colla cravatta a sghimbescio. Avesse anche in testa, invece del cappello a tubo, un casco metallico, la sua faccetta asciutta, la sua voce fessa, i suoi sguardi d'economia, fatti con un occhio solo, non avrebbero nulla di pauroso. Oggi Martino Bruscoli raffigura la bonarietà, la cordialità, tutti gli astratti onesti del vocabolario.

«Te lo leggo in faccia, tu sei ingegnere! Tutti gl'ingegneri appena sgusciati hanno la faccia che hai tu....

--Sono ingegnere! sì, sono ingegnere! risponde Donato... e il babbo, e Mariuccia... e Costanza?

La famigliarità con cui egli domanda della nipote non offende lo zio, il quale piglia il giovane a braccetto, lo sottrae con lieve violenza ai baci ed alle strette di mano dei compagni, esce dalla Scuola. d'Applicazione, volta a dritta, ed infila a passo di carica il portone del vicino Albergo Cavour.

In un salone deserto, Donato trova il mondo che l'aspetta a braccia aperte, il suo mondo che si chiama, Norberto, Mariuccia e Costanza. Questa volta inaugura la carriera d'ingegnere con un atto d'audacia; dopo aver baciato i suoi parenti, bacia anche Costanza. E nissuno ci trova a ridire.

In un cantuccio dell'ampia sala è preparata una mensa per cinque.

Martino Bruscoli da il segnale; seggono: il vecchio babbo a capo di mensa, Donato accanto a Costanza ed in faccia al... fante di picche. Ah! chi gli avrebbe detto allora che la partita formidabile doveva andare a finire così!

La sala si popola di forestieri, di comitive ciarliere o taciturne; bisogna essere felici a bassa voce, perchè della tranquilla gioia non esali nulla, non si perda un bricciolo.

Il desinare è splendido; alle frutta, Martino Bruscoli fa un brindisi all'ingegnere, ma l'ingegnere è distratto; protetto dalla complicità della tovaglia, egli si è impadronito colla destra della manina manca di Costanza, e tutta l'anima sua è sotto la tavola.

Alla sera si parte insieme; e giunti a Romanò, il signor Martino sbottona il farsettone, leva una busta chiusa e la dà a Donato, dicendogli:

«È un regalo per la laurea.

Donato rompe il suggello ed estrae dalla busta un omicciatolo magro e nervoso, con un giustacuore nero ed un casco metallico.

«Lo serberò prezioso, dice egli arditamente, ma non mi basta: signor Martino Bruscoli, le domando la mano di sua nipote...

E il signor Martino Bruscoli esce a ridere, chiude un occhio e risponde:

«Mariuolo d'un ingegnere... non hai fatto i tuoi comodi, non te la sei presa?... O credi che non ti abbia visto perchè ci era di mezzo la tovaglia?

UNA SEPARAZIONE DI LETTO E DI MENSA

I.

La camera che io abitava allora in via Bagutta era veramente in alto più del bisogno. Lo dicevo a me stesso quattro volte al giorno, sempre che salivo i cento e dodici gradini che mi separavano dalla folla, ma siccome quando si era su si godeva dalla finestra un magnifico panorama di tegole e di fumaioli, ci rimanevo. E poi in quattro mesi avevo fatto la conoscenza di tutti i vicini, e di solito fra i vicini d'uno scapolo ve n'è sempre qualcuno da cui dorrebbe esser lontani.

Fu là ch'io conobbi la più bizzarra coppia coniugale che si possa immaginare. Dire che il signor Sulpicio e la signora Concetta erano la legittima metà l'uno dell'altro non sarebbe una metafora, che tra tutti e due non so bene se avessero il tanto di polpe e di muscoli necessario a formare una sola creatura umana mediocremente pasciuta. Ponendo però insieme i loro annetti passavano il secolo e mezzo un bel tratto, e se coll'immaginazione (il decoro non consentiva altrimenti) collocavo la signora Concetta ritta in piedi sul cranio del signor Sulpicio, mi conveniva rassegnarmi a veder la testa della veneranda moglie sfondare il soffitto e passare dall'altra parte. Ora il soffitto della mia camera distava dal pavimento tre metri e mezzo.

Quando uno abbia sciolto tutti questi quesiti aritmetici si troverà, credo, innanzi il più preciso ritratto dei due coniugi, e li vedrà come io li vedo nel mio pensiero, lunghi, esili, allampanati, colle teste incanutite, coi volti tagliuzzati dalle rughe, cogli occhi sprofondati e lucenti.

Vivevano insieme dividendo il letto e la mensa e le tribolazioni da cinquantacinque anni, e s'erano tanto guardati nel bianco dell'occhio, che a poco a poco i due volti avevano come fatto la smorfia l'uno all'altro, e se non erano i nasi, si avrebbe detto che Sulpicio e Concetta fossero fratello e sorella. Ma i nasi, non ci era verso, avevano voluto rimaner tal quali, ed io dico che di nasi più in antitesi non mi toccò mai di vederne in vita; quello del marito, incurvato a becco d'aquila, come un curioso che guarda a tutto ciò che entra in bocca, quello della signora Concetta, rivolto in su, come un prudente che si tira indietro quanto può per non dar soggezione ai buoni bocconi. Le due similitudini non le ho fatte io, ma avevano avuto origine alla mensa dei due sposi, cinquantaquattro anni e undici mesi innanzi, in un momento di collera reciproca prodotta da non so quale intingolo che sapeva di fumo.

Fu la prima nuvola del loro azzurro, ma fu un nuvolone brutto, che come dall'intingolo si era passato ai nasi, così dai nasi si passò alle abitudini e dalle abitudini agli umori. Si finì a conchiudere che la catena del matrimonio non aveva mai appaiato due che la portassero insieme così di malavoglia; Concetta parlò di ritornare ai parenti e Sulpicio voleva che ci ritornasse subito, ma si considerò che, siccome viaggiavano per le nozze, i parenti di Concetta si trovavano a dugento miglia dal luogo della prima catastrofe matrimoniale, e si differì la cosa.

La gran parola era stata pronunciata «separazione di letto e di mensa!»

Al giorno dopo Sulpicio pensò che a lui era stato affidato il verginale tesoro della sua compagna, ricordò le parole d'un commovente discorsetto che gli aveva rivolto il suocero, ricordò d'aver giurato di _farla felice_, ricordò un mondo di oneste ricordanze, pensò un mondo di savii pensieri e conchiuse che gli bisognava indurre Concetta a rimanere nel tetto coniugale.

Dal canto suo Concetta, donna giudiziosa se mai ve n'ebbe, s'era tirata in mente i consigli della mamma, il sì pronunziato all'altare, l'invidia delle amiche rimaste zitellone, aveva pensato al dolore dei suoi, alla segreta gioia ed alla falsa compassione delle compagne e conchiuso che forse dopo tutto Sulpicio non era cattivo, e che se non fosse stato quel disgraziato intingolo che sapeva di fumo... Quando Sulpicio venne col suo più bel sorriso, Concetta aveva anch'essa il suo più bello, si strinsero le mani, si abbracciarono stretti e fecero la pace.

In fondo però rimaneva inteso che si davano l'uno all'altro in prova.

Quella prova era, per mille burrasche della stessa natura, giunta fino al quarto piano di via Bagutta, e durava ancora.

A volte il vicinato era messo improvvisamente sossopra da uno strillo acuto.

«È Concetta!» si diceva.

Era Concetta. La disgraziata vittima, dopo di aver lanciato al suo tiranno tutti gli epiteti graziosi ammucchiati in cinquantacinque anni di ricerche, senza riuscire a debellare il dizionario del marito, gli gettava finalmente uno strillo formidabile. Si accorreva e si trovava che il vecchio Sulpicio si era posto in salvo giù per le scale e che Concetta gli avventava un ultimo aggettivo qualificativo dal pianerottolo.

I primi uffizi di buon vicinato venivano prodigati a Concetta, e si sapeva a memoria che dovevano consistere nel lasciarla dire fino a tanto le fosse sbollita la collera. Guai a compiangerla o a dirle che non meritava la sua sorte e che suo marito era un disgraziato: anche quando pareva spenta, ripigliava fuoco come un fiammifero a protestare che il suo Sulpicio se l'era voluto lei e se l'avrebbe tenuto, che quello che era il suo Sulpicio lo sapeva lei sola e non doveva saperlo altri, e nessuno venisse ad insegnarle a leggere nel cuore del suo Sulpicio, e che essa da un pezzo lo sapeva a memoria e che in fondo _lui_ valeva meglio di tanti.

Cessato l'impeto, e quando il pianerottolo era ridiventato solitario, la vecchia usciva di soppiatto dalle proprie camere, si guardava intorno colla testa tremante entro la larga cuffia di seta nera, scendeva due scalinate ed andava a picchiare all'uscio, della signora Nina, una giovine vedova che viveva con uno zio pieno di acciacchi, amico di Sulpicio. Concetta sapeva che il suo _uomo_ voleva un gran bene a quella giovane donna e non solo non era gelosa, ma ne invocava l'intercessione per farle fare la pace.

Press'a poco nello stesso tempo il fuggitivo marito ritornava furtivamente in casa, saliva le scale ansando e faceva irruzione nella mia camera.

Sapeva che Concetta mi voleva bene come ad un figliuolo, che una mia parola poteva molto sull'animo di lei, e mi affidava il carico di ridargli la sua domestica tranquillità.

II.

A me la parte di conciliatore non costava gran fatto, e non credo che alla signora Nina contasse di più.

Quando Concetta mi vedeva, non mi lasciava proferir verbo dell'imbasciata, stringeva fra i nodi di ambe le mani la mia destra, e con un muto tentennar del capo e un levar d'occhi al soffitto, mi dimostrava tutto il suo dolore dell'accaduto, l'intenzione di ritornare nel talamo, la gratitudine per la mia buona opera.

In fondo era evidente che Concetta non poteva vivere separata dal suo Sulpicio, e che pensava nemmeno Sulpicio potesse stare senza la sua Concetta. Si amavano come si erano sempre amati, alla loro guisa battagliera, ma si amavano quanto è possibile che due si amino in terra.

Quando il convertito Sulpicio, il quale non aspettava altro, riappariva nel vano dell'uscio, dandosi un contegno sbadato ed indifferente per non parere commosso alla mia presenza, Concetta si ricordava non so qual rammendatura che doveva fare, e frugava in fondo alle tascaccie per trovare il ditale e l'agoraio.

Allora o infilavo l'uscio, o mettevo il capo ai vetri della finestra, o mi correvano gli occhi ad un libro o ad un quadro.

Sulpicio si accostava a Concetta, e Concetta si volgeva un pochino verso Sulpicio, ed entrambi un altro poco; poi vedevo colla coda dell'occhio stringersi due mani tremanti, ed avvicinarsi due volti illuminati da un magnifico sorriso, e due lagrime scendere incanalate lungo i solchi delle rughe.... Finalmente si abbracciavano stretti. Ed io continuava a guardare altrove, o mi voltavo sbadato, o dicevo che faceva un magnifico sole quando non faceva una pioggia diluviana, pensando dentro di me che quelle lagrime erano giovani e quei sorrisi in tutto degni della primavera di due volti rosati.

Una volta però la burrasca fu così tremenda, che prima che le due navi entrassero d'accordo nel porto matrimoniale ci vollero parecchie ore e molte ambascerie. La parola _separazione di letto e di mensa_ era stata pronunziata da tutti e due, e nissuno voleva essere il primo a disdirsi.

A sgominare la vicendevole diplomazia, i due coniugi erano andati fuori di casa da due parti opposte. La domestica, una fanciullona mezzo scimunita che i due vecchi avevano raccolto, non capiva nulla di nulla, fuor che i suoi padroni erano usciti uno dopo l'altro. Mi sedetti innanzi al caminetto, attizzai il fuoco ed aspettai. Era una magnifica giornata d'inverno; il sole dardeggiava sui vetri, ed i tizzoni scoppiettavano allegri.

I miei pensieri erano giocondi.

Cercavo d'indovinare quale dei due dovesse ritornare primo al letto coniugale... Quale? Concetta senza dubbio. In quella appunto udii un fruscio di abiti, mi alzai, mi volsi... e mi trovai faccia a faccia colla signora Nina, la giovane vedova del terzo piano.

La signora parve meravigliata di vedermi e si mostrava imbarazzatissima, tanto più che, essendo entrata colla dimestichezza consueta, voleva non aver l'aria, d'aver commesso una indiscrezione, e si guardava intorno per vedere se qualcuno giungesse ad apprendermi indirettamente che ella usava d'un vecchio diritto.

Intanto io m'era inchinato a salutarla, ed aveva fatto per parlare.

Ella mi prevenne.

«La signora Concetta non è in casa? mi disse.

--Nè il signor Sulpicio, aspetto l'una o l'altro.

--Ed io cercava dell'uno o dell'altra, ritornerò...

Ma l'apprendere che i due coniugi erano entrambi fuor di casa pareva inquietarla e non si muoveva.

«Se desidera attendere qui, ritornerò io...

--Grazie... ella viene probabilmente per...

--Per lo stesso motivo...

Così dicendo mi trassi in disparte come per invitarla ad inoltrarsi, e un minuto dopo ella era seduta al mio posto in faccia al camino, ed io non me ne andava.

La signora Nina non mi conosceva, ma io conoscevo benissimo la signora Nina; molte volte, dalla mia finestra posta sopra la sua, avevo studiato a memoria il colore dei suoi capelli sperando invano che ella mi desse occasione di apprendere il colore delle sue pupille; una volta l'avevo posta in fuga tossendo, e d'allora in poi non avevo mai più tossito alla finestra. Ora quelle manine candide, che avevo visto battere la solfa sul davanzale, tenevano le molle innanzi al camino, e quel volto, che era quasi tuttavia un mistero per me, mi si mostrava aperto.

Ah! la signora Nina era bella, o almeno mi piaceva tanto!

Vedendo che mi stavo ritto, mi fe' un cenno cortese; sedetti; aspettammo alcuni momenti in silenzio; nessuno veniva.

A poco a poco quel silenzio ci pesò, e per uscirne ella mi parlò di Sulpicio, ed io le parlai di Concetta.

Quando seppe l'ufficio che io compiva dacchè avevo la fortuna d'essere il vicino dei due coniugi, la vedova sorrise lievemente. Che bel sorriso! Che magnifici denti!

«Quale disgrazia! uscì a dire poco dopo; passare cinquantacinque anni insieme senza riuscire ad intendersi!

--Debbe essere uno spasimo, osservai; ma in fondo si vogliono bene.

La vedova fe' una smorfietta e non rispose.

«Quei contrasti sono per essi come i venti che separano onda da onda e le avventano, per ritornarle, passata la burrasca, la superficie d'uno stesso mare. Non credo che due possano vivere insieme gran pezzo senza incollerire.

Assolutamente la vedova non voleva rispondere; crollò il capo e si die' a frugare impaziente nelle ceneri.

Tacqui.

«Quante ore sono? mi chiese avvedendosi che il suo silenzio mi offendeva.

--Le quattro.

--È tardi; bisogna che me ne vada; ritornerò...

--Mancano veramente tredici minuti alle quattro...

La signora Nina sorrise e non se ne andò. Io non comprendeva perchè, ma il cuore scampanava a festa...

Quand'ecco venire Sulpicio e Concetta, tutti due, tenendosi per mano.

«La pace è fatta? interrogammo coll'occhio la signora Nina ed io.

--Sissignori, ci risposero i due coniugi alla stessa maniera.

--Ero venuto per salutarla, disse forte la vedova a Concetta; ora è tardi e me ne vado.

Concetta era di buon umore; le sue rughe avevano la mobilità delle grandi gioie e gli occhietti mandavano lampi.

«Meno male che il signor Carlo le ha tenuto compagnia.

A quel riavvicinamento io sentii che il cuore picchiava più forte, e mi avvidi che la vedova arrossiva.

Se ne andò; me ne andai subito dopo...

E tutto il giorno pensai alla signora Nina, e la sognai tutta notte, e al giorno successivo stetti alla finestra l'intero mattino per vederla, e fui così fortunato che mi vide e si volse e la salutai, e per un mese non lasciai di andare alle stesse ore alla finestra, sempre colla stessa fortuna, e una volta ardii sorriderle, e un'altra volta ardì sorridermi... e cinque mesi e otto giorni dopo, io mi stringeva legittimamente al cuore la signora Nina... non più vedova.

III.

Eravamo felici. Abitavamo una casicciola molto lontana dal chiasso e dalla baraonda cittadina; le nostre finestre non guardavano in casa d'incomodi vicini; il sole ci veniva a trovare ogni giorno all'alba e ci lasciava dopo mezzodì, e la luce dava colori di festa ai nostri mobili nuovi.

Il vecchio zio di Nina non aveva voluto assolutamente, come egli diceva, porre i suoi acciacchi in comune per fare una casa sola, e se n'era andato a stare con una sorella la quale viveva in villa.

La compagnia dei nostri sogni, dei propositi nostri, bastava a tutto; qualunque altro sarebbe stato un importuno. Le nostre stanze color di rosa erano popolate di care fantasime dello stesso colore. L'avvenire ci appariva nei sogni, e ne facevano di così leggiadri! Bisogna dire che Nina aveva una rara squisitezza di maniere, un sorriso dolcissimo, uno sguardo sereno come un raggio di luna, una voce armoniosa come una parola di conforto, e una tal maniera vezzosa di appressarmisi, di pormi le mani sugli omeri e dirmi «ti voglio bene» senza dirmi nulla, che io avrei passato le ore intere a divorarmela cogli occhi.

Aveva un solo difetto: nell'andare da una stanza all'altra si tirava dietro gli usci con violenza. Molte volte, strappato alle mie fantasticherie dallo sbattere d'una porta, avrei ceduto ad un movimento dispettoso se subito dopo non mi fosse apparso il suo viso rosato.

Ciò nondimeno il cuore continuava a trotterellare allegro e non mi sarebbe riuscito di fargli prendere un'andatura più ragionevole.

Bisogna anche dire che io era per Nina un marito poco men che perfetto. Non la lasciavo sola mai, o più raramente e più brevemente che poteva, non la contraddiceva in nulla, prevenivo i suoi desideri, non le dicevo che parole buone, facevo cento fanciullaggini per tenerla di buon umore. Avevo però anch'io un diffettaccio: mi distraeva orribilmente; a certi momenti, per tener dietro ad una sciocca fantasia, non mi accorgevo che ella, sorridendo, mi domandava un sorriso, o rispondevo con un cenno serio del capo ad una proposta burlesca.

Certo la sorte non accoppia due colpe così nere per dare l'immagine della pace coniugale.

Venne il giorno in cui io mi mostrai più distratto del solito, ed ella sbattè gli usci più forte. Mi sfuggì un _oh_! ed ella l'intese, ed io me ne pentii. Inutilmente. Un'altra volta Nina mi lasciò pensoso, camminando sulle punte dei piedi, e chiuse l'uscio con mille precauzioni per non far rumore... Il frastuono delle fucine d'averno non mi avrebbe fatto dare un balzo più ratto dalla seggiola. La raggiunsi, l'abbracciai, e ridemmo insieme di gran cuore.

Ma il ghiaccio era rotto; ci avevamo detto in viso il pensiero nostro: non eravamo perfetti!

Per quanti sforzi facesse, Nina non riusciva a correggersi; solo quando aveva peccato, pigliava una certa aria tra il dolente e lo scherzoso che la faceva più bella.

Quanto a me avevo un gran scrollare il capo, o spalancar tanto d'occhi quando ero colto col cervello in processione--non ci guadagnavo nulla, assolutamente.

La luna di miele durava da molte lune, senza che la più lieve ombra avesse mai oscurato i nostri volti innamorati.

Fu un giorno, un brutto giorno di quel dispettoso mese di luglio, in cui il sole è così beffardo e il caldo così crudele... Ella giura d'essere stata la prima a dirmi: «vorrei un po' sapere a che pensi sempre col capo nelle nuvole, vorrei proprio saperlo...;» ma non le credete; la prima offesa uscì proprio dalle mie labbra in forma d'un piccolo sacramento che non mi riesci d'afferrare coi denti se non quand'era venuto fuori più di mezzo. Comunque sia, un di noi rispose con una lieve impertinenza, e l'altro con una meno lieve, e poi con un'ironia, e con un'altra ironia, e infine Nina colle lagrime agli occhi ed io col cuore gonfio.

Un'altra volta lo stesso esordio ci portò alla stessa conclusione, ed un'altra più in là,

--Questa vita non è più sopportabile, disse lei.

--Davvero! dissi io per farle dispetto.

--Davvero! Ah! davvero! Eh! lo sapeva io che sei già stanco di me: è quasi un anno che sei alla catena.

--Dieci mesi, risposi.

--Che ti sono parsi dieci anni; me ne sono accorta già da un pezzo; la nostra felicità ha già troppo durato; ah! come sono disgraziata! Finirai per odiarmi, se pure non mi odii fin d'ora; ma finirò anch'io per odiarti.

Mi struggevo di voglia di pigliarmela fra le braccia e di portarla in giro per _le stanze_, lei e tutta la sua collera insieme, sino a tanto che dicesse: _basta_ ridendo; mi veniva voglia di buttarmele ai piedi ginocchioni e dire le mie orazioni maritali, di allacciarle il collo e rubarle tanti baci finchè lo sgomento me l'avesse rifatta docile--mi venivano in mente tutti i propositi buoni che possono venire alla miglior pasta di marito. La guardai sott'occhi, vide il mio sguardo e mi volse le spalle, mossi un passo verso di lei, ed ella via in un'altra camera... ed io dispettoso, via dalla parte opposta, e giù per le scale, pieno di rimorsi già prima di porre in atto la terribile vendetta,

Gironzai un pezzo, non mi potendo staccare dal vicinato e volgendomi ogni tanto a guardare la casicciola dov'era la mia felicità.

Mi tornavano al pensiero Concetta e Sulpicio, i buoni amici d'una volta, e dicevo a me stesso che io non aveva chi compiesse presso la mia Nina i buoni uffizii di paciere, e che dopo tutto non avrei patito di affidarli a chicchessia.

