# Fante di picche

## Part 4

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Il signor Asdrubale, finora impettito ed abbottonato, comincia a muoversi sulla seggiola, a guardarsi intorno, a mostrarsi inquieto; ha l'aria di voler dire qualche cosa e di non sapervisi indurre, finalmente si sbottona, trae dall'ampia tasca, tirandola per un capo, una pezzuola di seta non mai finita e si asciuga il sudore ipotetico della fronte. A vederlo in quell'atto pare un uomo che abbia fatto un'improba fatica; è invece semplicemente un uomo in imbarazzo.

«Oh! senta, dice finalmente, stringendo fra le due mani la pezzuola per farsi forza; devo proprio dirglielo; non posso andare innanzi; ella ha perduto tutto quanto poteva perdere; non dico già che la non abbia ad essere _solvibile_ anche per il doppio, anche per il triplo, non dico questo, ella è giovane, è quasi ingegnere, e gl'ingegneri di talento... come dice Martino Bruscoli... tutto questo è probabile, è probabilissimo, ma è l'avvenire nudo nudo... senza altro fondamento.

S'interrompe perchè Donato dica qualche cosa, ma Donato guarda istupidito e non dice nulla; ed allora riattacca il filo a bassa voce come facendogli una confidenza:

«Ho voluto porgerle modo di rifarsi, ho giocato la sua eredità futura, e mi sono messo a rischio, perchè ella potrebbe, Dio la conservi, invertire l'ordine naturale delle cose, buscarsi un malanno, mi capisce; ma se non altro ci è un... fondamento; ora siamo arrivati al limite massimo, e se persistessimo a giocare sarebbe far le cose in aria... senza fondamento.

Ancora s'interrompe, ed ancora ripiglia con accento misericordioso:

«Ah! creda che mi duole vederla perdere così, è una disgrazia senza esempio, senza esempio... Ebbene senta, per mostrarle che non voglio abusare della sua situazione, accetterò ancora una posta, una sola; se la fortuna vuoi favorirlo e rifare la strada fatta, la non dirà almeno che io le ho sbarrato il passo.

Ah! Si allarga il cuore a Donato.

«Accetto, dice egli, e soggiunge come obbedendo ad un'ispirazione: ma questa volta chi ha il fante di picche perde.

È l'ultima posta, ansiosa come la prima; è la minaccia d'un male senza rimedio, è l'estrema parola della sciagura.

Il giovine mesce, taglia, fa tutto da sè; l'avversario lascia fare.

«Povero signore! dice poco dopo il signor Asdrubale, non ne imbrocca uno, non ne imbrocca; io non ce l'ho proprio il fante di picche, lo cerco... ma non ce l'ho proprio; povero signore!

E dette queste parole, nota nel taccuino il nuovo guadagno, raduna le proprie carte, nasconde il tutto nella giubba e si abbottona da cima a fondo per l'ultima volta.

Donato non lo intende, non lo vede neppure; rimane immobile, istupidito, cogli occhi negli occhi di quel fanticello di picche dalla faccetta petulante, dal giustacuore nero e dal casco metallico.

IX.

Il pendolo della sala da gioco segna le undici da tempo immemorabile; ma porgendo l'orecchio, in un intervallo di profondo silenzio, si odono le voci variamente fioche degli orologi lontani. Sono le due dopo mezzanotte.

La fortuna di Valente ha stancato gli avversarii che ad uno ad uno sono scomparsi; rimangono un paio di testerecci, ed una mezza dozzina di scioperati, i quali, non avendo un quattrino per pagarsi vizii proprii, campano sulle bricciole dei vizii degli altri. Costoro non se ne andranno che dopo l'ultima partita.

Donato, col capo curvo sul petto, sembra estraneo a quanto succede tutt'intorno, ed il signor Asdrubale, dopo essere stato un pezzo in silenzio, si decide a rammentare la sua presenza con un sospirone lungo lungo. Lo studente si scuote, si leva in piedi, e come colto da un improvviso pensiero, ricade sulla seggiola balbettando:

«Sono agli ordini suoi.

--Agli ordini miei, dice l'ometto con accento di evangelica pietà; agli ordini miei! ma io non ho ordini da darle, caro signore; il suo debito, ella sa benissimo che ascende a... ecco... lo dicevo, ella lo sa benissimo; dunque non ne parliamo altro; quanto al termine ed al modo di pagamento, io... (ah! le giuro che mi duole di aver guadagnato, non dico che preferirei aver perduto perchè non mi crederebbe e non sarebbe vero, ma in coscienza mi duole,)... quanto al termine nè io nè lei non ne sappiamo nulla, dipende dal cielo, il meno che posso fare per dimostrarle il mio... la mia... i miei, insomma il meno che posso fare è di augurare a quell'ottimo signor Norberto gli anni di Matusalemme.

Donato si fa forza per chiudere l'uscita ad un'onda amara di lagrime, ed arriva appena in tempo a trattener coi denti un singhiozzo che si perde in un mugolio lamentevole.

Il signor Asdrubale sembra proprio alla tortura

«Non ne parliamo più, egli dice; e se può, se ne dimentichi ella stessa, veda, io me ne sono bell'e scordato; la cosa è semplicissima, e deve passare fra noi due soltanto; anima viva non l'ha a sapere; di questo fatto doloroso nissuno avrà dolore, eccettuato lei ed... io. A suo tempo, fra venti anni, fra trenta, salderemo i nostri conti senza amarezze soverchie.

Bisogna dire che l'ometto trovi proprio irresistibile la sua eloquenza, perchè, interrompendosi un istante, ripiglia fiato così:

«Allora ella sarà in grado di non avvedersi nemmeno di questa piccola sventura... perchè è giovane, ha talento, buona volontà, ed i giovani ingegneri di talento, se lo lasci dire ancora una volta, hanno sempre una miniera sotto i piedi; un bel giorno battono il tacco e trovano il filone buono, afferrano la fortuna per i capelli d'oro e non la lasciano più scappare. Così farà lei; è il solo rimedio al suo male, è la sola via onesta...

Alla parola _onesta_, Donato rialza vivamente il capo; senza rendersene conto, ha una voglia pazza di regalare un paio d'impertinenze al suo avversario. Il quale interpreta quell'atto a modo suo e tira innanzi senza fermarsi:

«Bravissimo; così mi piace. Un uomo volgare, dopo una brutta notte come questa, penserebbe a mille corbellerie, a disperarsi, ad impazzire, a pigliare un semicupo nel naviglio, od a cacciarsi in corpo una palla, che spesso va di sghimbescio e ti inchioda a letto un paio di mesi... che so io; un giovane volenteroso e savio, come lei, medita invece una partita coraggiosa colla fortuna, combatte col lavoro e coll'ingegno, si piglia una rivincita solenne e fa onore ai propri impegni e paga i proprii debiti... Le ho detto che mi sono scordato del mio credito... sarò sincero, ci penso invece, e sono sicuro che ella non mi farà aspettare un pezzo.

Donato si rizza in piedi, finge di ravviarsi i capelli innanzi allo specchio, abbozza un sorriso a due o tre camerati, esce a passo fermo colla desolazione nel cuore--ed il signor Asdrubale dietro.

Uno degli orologi più frettolosi di Milano batte la mezz'ora, un altro gli risponde e dieci altri.

Donato cammina un breve tratto a gran passi, poi rallenta l'andatura.

E la voce fessa dell'ometto dal farsettone nero ripiglia a dire, mutando accento:

«Un istante di torpore è necessario a preparare le nobili cose; il filugello s'intorpidisce quattro volte prima di farsi il bozzolo; anche lei si farà il bozzolo, sissignore, se lo farà anche lei, se Dio le conserva questo tesoro di salute. Ed io spero di sì, perchè se ella morisse prima del tempo sarebbe una sciagura per tutti...

Donato si ferma nel mezzo della via, ed alla luce d'un lampione guarda la faccia contrita del suo compagno.

«Sissignore, per tutti, soggiunge costui, e prima di tutti per lei... poi per Martino Bruscoli, _idest_ per la signorina Costanza, e in fine per il signor Asdrubale suo umilissimo servitore. Badi un po' quanto la sua vita è preziosa: morendo lei, l'eredità del signor Norberto toccherebbe tutta alla sorellina, ed addio crediti; la signorina Costanza non potrebbe nemmeno farsi i ricciolini colla sua obbigazione, perchè non porta ricciolini, mi pare, ed il signor Asdrubale non potrebbe nemmeno accendere la pipa colla obbligazione che ella gli farà... perchè non fuma; veda un po' se la sua vita è preziosa! E veda quanto è facile pagare i debiti quando non si ha coscienza, e veda che rischio si corre di appaiare in un istante di debolezza una corbelleria irrimediabile ed una cattiva azione...

Qui le intenzioni del vincitore cominciano a farsi palesi anche a Donato, il quale si arresta di botto e dice:

«La ringrazio del consiglio; so i miei doveri; domani venga da me, le scriverò l'obbligazione.

Lo studente di matematica, ciò detto, volta a mancina, ma il signor Asdrubale non lo lascia.

«Come mai da quella parte? non va dunque a casa?

--Non ho sonno, non dormirei stanotte...

--To'! anch'io non ho sonno.... e non dormirei; non le duole già che l'accompagni?... quanto all'obbligazione non ci è tutta la premura che ella immagina... ed è una cosa subito fatta, quattro parole sopra un foglio di carta bollata... vorrei che fosse già aperto uno spaccio di tabacchi che si leverebbe la seccatura subito... abbia pazienza fino a domattina. E dica... non vuole che andiamo al caffè a prendere una chicchera di latte caldo? Fa bene il latte caldo dopo una notte vegliata... pago io, s'intende, poichè, salvo errore...

L'oscurità non permette a Donato di vedere l'occhiata che il suo compagno gli lancia dal basso in alto con un occhio solo; ma nondimeno l'indovina, come l'altro indovina che lo studente si fa rosso in viso.

«Non ci è da arrossire; ella ha perduto tutto quanto aveva, e non ha più un soldo; ma sono qua io per lei; dica che cosa le occorre per i bisogni più urgenti e faremo un conto solo...

Suonano le tre, quando il signor Asdrubale spinge con lieve violenza il giovane nel caffè della stazione.

Non vi è anima viva, tranne due camerieri ed un grosso micio che sonnecchiano.

Vedendosi ancora faccia a faccia col suo avversario, col suo nemico, Donato sente come un impeto d'odio, come un'amarezza nuova, come uno spasimo indefinibile. Quella faccetta asciutta, quell'occhio che ammicca, quel labbro che sorride e par che ghigni, quel farsettone chiuso come una cassa forte dopo di aver inghiottito ogni sua ricchezza, quella voce monotona, uguale, stridula, quella disinvoltura provinciale, non vi è dubbio tutto ciò è lui--il fante di picche!

Non pensa, solo gli sta innanzi la fatale visione; non ragiona, ma sente un bisogno irresistibile: allontanarsi da quell'uomo.

Si alza bruscamente, e dice con voce rotta dallo sforzo che fa per contenersi:

«Ho bisogno d'esser solo, venga domani; come le ho detto, le farò la sua obbligazione.

Ma il signor Asdrubale non sembra avvedersi di quei modi nè di quell'accento, afferra il giovine per la falda dell'abito e lo costringe a sedersi, picchiando sul tavolino coll'altra mano per chiamare un cameriere.

«Due chicchere di latte caldo, ben caldo... Veda, caro signor Donato, come le dicevo, io non ho premura; fra un'ora albeggia, e se ha tanta fretta faremo subito l'atto; intanto eccole qui trecentocinquanta lire... le bastano?... non faccio che pigliarne nota e sono sue...

Tanta sicurezza dà l'ultimo crollo al giovine studente, il quale per la prima volta fissa gli occhi in faccia del compagno importuno; ma costui non batte palpebra, sorride bonariamente ed insiste per fargli accettare il denaro.

Sotto quelle sembianze di cortesia e di buona fede è un'ansia paurosa che non inganna nemmeno Donato.

«Ha paura che gli scappi!» pensa il giovane, «diffida di me.»

E ne ha ragione, figliuol mio; e che farnetica la tua mente scombuiata se non il modo di fuggirgli di mano? Non sai perchè, non immagini che farai, non vedi nulla oltre il bisogno del momento, perchè le tenebre ti si stringono intorno al cervello; ma questo tuo bisogno prepotente, l'hai pur detto, è sempre lo stesso--rimaner solo. E che farai quando sarai solo?

Così sembrano parlargli il sorriso bonario e la dolce insistenza del signor Asdrubale per fargli accettare il denaro.

E Donato accetta, beve il latte caldo, risponde a monosillabi alle chiacchiere del compagno, spinge l'occhio nel buio della sua mente quanto più gli riesce, cerca un'idea. Non trova; in quella ridda di fantasie strambe--carte, tavolieri, debiti, sorrisi di Costanza, lagrime del vecchio padre, carezze melanconiche di Mariuccia e quesiti di meccanica applicata--non vi è nulla che abbia l'aria d'un pensiero proprio.

Pure il bisogno di togliersi la seccatura del suo compagno ha preso a poco a poco il carattere di mania; cominciano a venirgli alcune idee di evasioni impossibili; pensa al conte di Montecristo, una delle poche reminiscenze romantiche della sua vita numerica; si guarda intorno cercando uno scampo; fa disegni insensati; fugge in cento mila modi, e invano, chè il signor Asdrubale gli è sempre alle calcagna come un'ombra.

E il tempo passa.

«Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Camerlata?» grida all'improvviso una voce stentorea nella sala.

Ah! ecco finalmente un'idea!

«Pagherò io, dice Donato levandosi di botto ed accostandosi al banco.

--Oibò, ribatte l'altro, è già pagato, e chiama a sè col gesto un cameriere.

Ma il giovine non gli bada e tira dritto, piglia l'altro cameriere in disparte e gli dice sommessamente mettendogli in mano cinque lire: «Un biglietto _secondi posti_ per Seregno; spicciati, il resto è per te.»

Cinque minuti dopo la voce stentorea ripete: «Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Camerlata?»

E la campana annunzia la partenza.

Donato guarda attorno ansiosamente, non badando al signor Asdrubale, il quale per la ventesima volta ripete: «Ah! triste cosa il giuoco, non è contento chi perde, e non è nemmeno contento chi vince... Creda...

Il cameriere arriva, Donato scatta in piedi senza dir parola, afferra il biglietto ed infila l'uscio che gli sta in faccia.

Due minuti dopo il convoglio si muove, parte... lo studente di matematica respira.

X.

È solo. Può ora sprofondare l'occhio nell'abisso in cui è caduto, misurare l'immensità della sua sciagura. Ma che vale? Tutto quanto può dire il pentimento egli l'ha inteso altra volta--e nulla valse. Allora come oggi si trovava solo, faccia a faccia con un pauroso fantasma; allora come oggi lamentava nella sua colpa non la rovina propria, ma il dolore affannoso del vecchio padre--e nulla valse.

Or si aggiunge allo stesso strazio la morte della sua più cara speranza, un amore non pur confessato e già gigante, e già perduto per sempre; e su quel cumulo di sciagure--sciagura maggiore di ogni altra, perchè gli toglie anco il conforto delle lagrime--una sfiducia profonda di sè medesimo.

Ricercherà egli nelle voci della natura, nelle immagini de' suoi cari, nei mille vaneggiamenti febbrili, un alimento al rimorso, se già ebbe tutto questo e invano? Si farà zimbello di un giuoco bambinesco, e pur d'incrudelire contro sè medesimo, ripeterà ancora una volta il vacuo frasario della coscienza di che ha fatto inutile esperimento?

No, anche la coscienza tace; uno squallido silenzio è intorno all'anima sua; quel raggio di sole che percuote la pianura, illumina la morta calma d'un cuore che si disprezza.

La sua condizione è palese; ha giocato, ha perduto; ha perduto Costanza, la stima d'altrui e di sè stesso, il diritto di lasciarsi amare dal vecchio babbo e dalla sorellina, la fede nell'avvenire; era questa la posta, egli lo sapeva ed ha giocato--ed ha perduto. Non gli rimane nemmeno più il diritto di morire; uccidersi ora sarebbe «un troppo facile modo di pagare i proprii debiti»--il signor Asdrubale lo ha detto.

La mattina è splendida di luce, puro il cielo, l'aria fresca e carezzevole. La morta calma del cuore di Donato gli si riflette nell'occhio intorpidito che si arresta in una inconsapevole contemplazione. I pali del telegrafo gli passano dinanzi vertiginosamente in prima linea, le acacie delle siepi procedono più lente, e i gelsi più lenti; tutta la pianura scintillante se ne va; solo gli orizzonti rimangono immobili, anzi le vette delle montagne, con movimento opposto, par che lo seguano nel viaggio.

Così fugge il presente, così non possiamo staccarci dal nostro tempo lontano--dal passato che ci accompagna, dall'avvenire che ci aspetta.

Una volta, due, tre il convoglio si è arrestato; finalmente al noto fischio succede una monotona voce: «Seregno!»

Donato si scuote, balza fuori dal carrozzone, e si arrende all'invito del primo monello che, schioccando la frusta, offre un calessino sconquassato. La rozza, educata alla identica scuola del Morello famoso, attraversa come un fulmine o poco meno le vie di Seregno, poi strascica gli zoccoli nella polvere della via maestra.

Che fa lo sciagurato? Che propone?

Non lo sa egli stesso; ha bisogno di rivedere la casa dove fu tanto lieto, di sentirsi vicino, per l'ultima volta forse, a coloro che ama, di respirar l'aria della felicità di cui ora è immeritevole, poi... Poi fuggirà, e se non gli è lecito togliersi la vita, andrà in cerca di morte, domandandola agli uomini ed alla natura.

Attraversa i paeselli, osserva le case meschine, i villini eleganti, le fontane pubbliche, guarda a tutte quelle note fisonomie, che, alla tetra luce della nuova sventura, gli paion nuove e non più care come prima. Per tutta la via s'incontra in contadinelle che, canticchiando sommessamente, levano la bruna testa di mezzo all'immenso biondeggiare delle spighe mature... ecco l'ultima salita, ecco il colle, ecco Inverigo coi suoi viali di cipressi, colle sue casette bianche, col suo campanile scintillante al sole, ecco il tranquillo sentieruolo ombreggiato d'acacie, l'ultimo...

Donato fa arrestare il calesse, scende, rimane un istante immobile, poi si avvia a passo lento... e si trattiene innanzi al muricciolo di cinta del giardino, del babbo; gli batte il cuore, sente rumore di passi, si nasconde, ha paura di esser visto; poi si appressa, si arrampica d'un balzo allo sporto del muro, getta, spenzolandosi, un'occhiata di baleno nel giardino e si lascia ricadere a terra palpitante. Quante cose ha visto! la casetta bianca, le finestre dischiuse, non ancora baciate dal sole, il viale, il padiglione di glicinie, la quercia superba... Ascolta, gli par di udire una voce, è lei... no, sì, sono due voci note, la sorellina e Costanza. Le care creature hanno l'anima lieta come il limpido mattino che le ha destate, ridono... se salissero sulla _montagnuola_ e si affacciassero al muricciuolo!... ecco si accostano, si allontanano, ridono ancora... se sapessero!...

Ah! questa volta Donato non regge più, una lagrima gli riga le guancie e, dietro a quell'una, mille.

Un rumore di passi nel sentiero lo toglie al sua affanno; vuol fuggire, vuol nascondere il proprio dolore alla stupida curiosità d'un contadino indifferente... troppo tardi, appena ha il tempo di celare la faccia lagrimosa fra le mani. Ma il passante si è fermato, non se ne va, e Donato ne sente lo sguardo curioso ed indagatore.

Allora si leva in piedi, guarda innanzi a sè e rimane come istupidito. È lui, ancora e sempre lui--il fante di picche!

XI.

Il signor Asdrubale, col pugno sull'anca, colla faccetta petulante, se non ha un aspetto odioso, come pare a Donato, ha certo una gran voglia di ridere. A momenti spalanca la bocca sorridente e se la lascia scappare la sonora risata di soddisfazione che gli spira da tutti i pori.

«Come ho fatto? Mi domandi come ho fatto, e si dia per vinto. Vede bene che io sono nato prima. «Uno secondi posti per Seregno;» ho l'orecchio fino io ed ho fatto il papagallo... «uno secondi posti per Seregno» ed ho viaggiato con lei, separato solo da un tramezzo, ed ho inghiottito la polvere del suo calesse, ed eccomi... Così ho fatto.

Questa volta non resiste più e dà in una risata che fa ammutolire i grilli mattinieri.

Donato si ricompone, fa un passo innanzi, si ferma e dice:

«Ignoro le sue intenzioni; le mie sono da galantuomo, non ho avuto in mente di sottrarmi alla mia sciagura, ma alla sua presenza odiosa che me la fa parere cento volte più amara.

Che ci è da ridere in queste parole, pronunziate con una solennità dignitosa?

Pure il signor Asdrubale minaccia di far saltare i quattro bottoni della giubba e si stringe i fianchi con tutte e due le mani. Finalmente si rifà serio, e risponde in falsetto:

«Non dirà sempre così, non dirà sempre così.

Certo l'eco della risata ha passato il muricciuolo ed è entrato in giardino, perchè lassù, sulla montagnuola, di mezzo alle foglie della vite ed ai grappoli immaturi, si affaccia una figurina gentile, e poi un'altra. Due esclamazioni di gioia, ed un replicato batter di palme e due voci amorose che gridano:

«Donato!

«Lo zio!

L'ometto dal farsettone nero leva il capo in alto e dice senza turbarsi:

«Sì, piccina mia! siamo noi; arrivati a piedi come due studenti; buon giorno, signorina Mariuccia.

Mariuccia non risponde nemmeno, è la prima a sparire, Costanza l'accompagna; si odono le loro voci fresche e festose che si allontanano gridando la buona novella; Donato non ha parole, si crede beffato da un'illusione, guarda l'ometto a bocca aperta, e l'ometto guarda lui con un sorriso incoraggiante.

«Il signor Martino Bruscoli? balbetta il giovane.

--Sono io per fortuna... perchè potrei anche essere il signor Asdrubale.

Lo studente non ha tempo di domandare spiegazioni delle parole incomprensibili, che dall'estremo punto del sentieruolo appariscono Costanza e Mariuccia, tenendosi per mano, ansimando e ridendo.

Eccoli stretti in un amplesso; fratello e sorella, zio e nipote. Poco stante apparisce il signor Norberto, col volto pieno di rughe e d'amore, coi capelli canuti accarezzati dalla brezza del mattino. Donato si stacca dalla sorella e corre a buttarsi nelle braccia del padre, lagrimando.

Ma Martino Bruscoli accorre, stringe la mano al vecchio e spiega l'improvviso arrivo e le lagrime così:

«Fra quattro giorni Donato incomincia gli esami; tutta la settimana ha studiato, ha studiato, ha studiato, ci ha voluto rimetter gli occhi questo bravo figliuolo; sono stato a Milano per certe mie faccenduole, ho visto una nuova macchina per la Filanda, ed ho parlato coi professori della Scuola d'applicazione... Fra un mese suo figlio è ingegnere. Ha voluto venire a salutarla un'ultima volta prima degli esami, ma questa sera stessa partirà, perchè non ha tempo da perdere, e, come vede, è soverchiamente impressionabile; ha torto, gliel'ho detto, ha torto!

Il tempo passa veloce; non anco sì è arrivati, che già è l'ora della colazione. Donato ha sempre Camillo Bruscoli alle costole; non se lo può levare d'attorno. Pure, non sa bene perchè, nella sua miseria gli par d'essere tanto felice, tanto felice!...

«Signor Martino, egli dice quando per la prima volta si trova con lui, se le ho mancato di rispetto, mi perdoni; io non sapeva che ella fosse lo zio della signora Costanza.

--Non mi basta, risponde l'ometto, tu devi (ti do del tu perchè mi piaci e ti voglio bene, e se vuoi fare altrettanto accomodati) tu devi prima fare ammenda di tutte le ingiurie che mi hai detto o che hai pensato.

--Io?

--Sta zitto... cioè che ho una figura odiosa; questo l'hai detto; guardami bene, ti pare proprio che io abbia una figura odiosa?

Donato ride.

«Hai sospettato che io fossi un usuraio; non è forse vero?

--È vero.

--E che ti rubassi al gioco?

--Questo poi...

--È vero o no?

--Ma perchè non darsi a conoscere?

--Oh! bella, perchè volevo conoscere te, e ti ho conosciuto.

Donato china gli occhi, e si perde in un labirinto di congetture... finalmente trova il bandolo e ne esce con un sospiro.

«Quando vuol che le faccia l'obbligazione... dice poi, cambiando tono di voce.

L'ometto leva le braccia in alto invocando la misericordia del cielo su quell'ingenuo, e risponde:

«Che obbligazione d'Egitto! Oh! non capisci dunque che ho fatto per ridere?

Donato sbarra tanto d'occhi e non trova parole; alla fine balbetta:

«Ma io ho fatto sul serio, ho perduto e devo pagare... il denaro del gioco è sacrosanto.

Martino Bruscoli scatta come una molla e tappa la bocca allo studente.

