Fante di picche

Part 3

Chapter 3 3,851 words Public domain Markdown

--Cuor tenero; benissimo, dice il signor Asdrubale chiudendo maliziosamente un occhio; la signorina Costanza è molto ricca... non fa nissun sagrifizio; come vede, colloca i suoi capitali coll'interesse del sei per cento, impiego sicuro, perchè già ella è sulla via di diventar ricco ed alla prima tappa della fortuna non proseguirà certo il viaggio senza pagare i debiti. Quando si è ingegneri si può camminare spediti, e camminando spediti si può arrivare in tempo... la signorina Costanza è tanto giovane...

Finalmente apre l'occhio, e sghignazza forte; Donato, che si è fatto rosso fino alle orecchie, ora ripiglia animo e trova gusto in quelle allusioni.

«Ecco fatto, dice il signor Asdrubale, piegando l'obbligazione e mettendola in fascio con un mucchio di carte, non era più difficile di così.

Donato accompagna melanconicamente la scritta che ora sprofonda nell'ampia tasca, e le manda dietro un sospirone lungo.

Ci è qualcos'altro; è facile vederlo anche tenendo un occhio solo aperto, come il signor Asdrubale, il quale entra difilato nel cuore dell'argomento.

--La me lo dice, o l'ho da indovinare? Ella, con rispetto parlando, è al verde; si capisce, quando si è studenti non si possono pagare cinquemila lire da un momento all'altro senza trovarsi un po' dissestati... Non è così?

È così, è assolutamente così; e come dir di no, quando quell'adorabile signor Asdrubale mette un garbo tanto persuasivo ed una bonarietà tanto impertinente nelle sue interrogazioni?

--Ecco, dice Donato, facendosi di bragia; prima delle cinquemila lire io ne aveva perduto altre mille, e di queste ne avevo cinquecento sole...

--Dimodochè, interrompe l'altro, geloso di far prova di penetrazione, dimodochè ella ha un debituzzo di cinquecento lire e non ha un soldo in tasca.

--All'incirca, tranne che il debituzzo è di seicento lire... per gl'interessi.

--E scade?

--Fra due mesi.

--Il suo creditore si chiama?

--Cherubino Dolci, via Poslaghetto, N. 12.

--Un cherubino vero, della stoffa su cui si tagliano gli angioli custodi dei figli di famiglia.

--Un usuraio, un briccone.

--Ingrato! un uomo di cuore, un uomo onesto, che non la vedrebbe perdere di tasca un centesimo senza correrle dietro per restituirglielo; ella non sa come funziona il meccanismo del credito; e può dire lei dove incomincia l'inonesto nell'interesse? Ci ha un interesse legale, inferiore all'interesse commerciale, il quale poi sta sotto all'interesse bancario; il commercio fa un passo più della legge, la banca fa un passo più del commercio; e non sarà lecito ad un uomo di buona volontà fare un passo più della banca? Il signor Cherubino Dolci ne fa forse due o forse tre, ma in fondo è un galantuomo... Dicevamo dunque, via Poslaghetto, N. 12; sta bene; farò io questo piccolo negozio, riscatterò la sua obbligazione per mio conto.

E senza dar tempo al giovane di rispondere, ripiglia il cappello, se lo incassa sulla testa perpendicolarmente, abbottona l'abito ed infila l'uscio.

Un'ora dopo è di ritorno; Donato ha avuto le sue buone ragioni per non muoversi di casa e starlo ad aspettare.

«È andata a meraviglia, dice il signor Asdrubale sbottonandosi e buttando il cappello sopra una seggiola; il signor Cherubino Dolci è una pasta di zucchero; ha capito ciò che aveva da guadagnare se accettava subito il pagamento e non è stato a lesinare sullo sconto; ecco anche questa obbligazione; non ce n'è altre per caso?

--No, dice Donato con un accento di fierezza che mette l'altro di buon umore.

--Quand'è così ricapitoliamo: seicento lire per l'obbigazione, trecentocinquanta che le do in contanti, fanno mille lire tonde tonde che ella mi pagherà fra un anno cogli interessi commerciali.

Non per nulla Donato studia la matematica; facendo mentalmente il suo conto, egli trova che un po' di Cherubino Dolci ce l'ha anche il signor Asdrubale; ma nella gioia di vedersi liberato dai fastidii per un pezzo, nell'ebbrezza di sentirsi padrone ancora d'una sommetta, si dimentica volentieri di tutta la sua scienza numerica e ripete che va benissimo, che va benissimo, che va benissimo, e per poco non si stringe al petto quel caro, quel simpatico, quell'adorabile signor Asdrubale.

VII.

Non vorrei dare una cattiva notizia al lettore, ma è provato che egli ed io, e gli amici suoi ed i miei, abbiamo tutti un demonio alle calcagna. Donato, nostro amico comune, ora appunto è alle prese col suo, che è un demonietto sopraffino.

Poc'anzi costui gli ha detto: «Ora che tu hai trecentocinquanta lire in tasca, non andrai già al caffè ed al Circolo per far pompa innanzi agli amici d'una suprema indifferenza ai colpi della sorte, non ti darai il gusto di fumar loro sulla faccia un grosso avana, come nelle grandi occasioni, non ti uscirà di bocca, insieme coi nugoli di fumo, questa grossa spampanata che hai la meccanica, le costruzioni ed il resto in quel paese, no, Donato mio, tu non lo farai.»

Se avesse detto «tu lo farai,» Donato forse si sarebbe impuntato a non farlo; invece lo fa, e venuta la sera, col cuore leggiero, col cervello a spasso e con un sigaro d'avana in bocca, egli trotta allegramente al Circolo,--e il suo demonio dietro.

Atti di meraviglia, oh! ed ah! che gli si avventano da ogni parte, sorrisi, strette di mani robuste, interrogazioni parlate e mute--un trionfo.

Donato fa il suo ingresso con modesta dignità, compone il volto ad un'allegria che gli dà un sopravvento irresistibile sui colleghi, snoda la lingua a mille ciancie, dice un mondo di corbellerie che non pensa, è d'una fatuità sublime.

«Sai, dice Cosimo, il piccolo Bonaventura ha rubato l'innamorata a Faustino.

--E Faustino, per la disperazione, si farà la chierica, e si farà chiamare frate Bonaventura, dice un altro ridendo.

--Sai... Valente ha comperato un bel baio.

--E il virtuoso Felice ha giuocato ed ha perduto... cinquanta centesimi.

--Ieri abbiamo fatto una cena al Gnocchi,

--Giusto... che n'è del giornalista? chi ha visto Ilario?

--Io! È indisposto; la cena gli ha fatto male...

--Sempre la stessa mala lingua; non potendo fare un articolo critico, ha fatto un'indigestione.

Donato in mezzo ai razzi di buon umore e di spirito, si accontenta di star zitto e di dondolarsi sulla poltroncina fumando, e quando finalmente dice una parola, tutti ridono in coro, pronti a giurare che non hanno mai inteso nulla di così spiritoso. Così accade spesso nei circoli e fuori.

Ma al nostro eroe è entrata in capo un'idea, e checchè egli faccia, non vuole più uscirne... «Valente ha comperato un bel baio...» lui, Valente, quegli appunto che gli ha guadagnato le sei mila lire!

Certo il demonio gli ha detto: «Tu non penserai a questo, a te non importa dell'uso che Valente ha fatto del denaro guadagnato al gioco.»

«Valente è in gran vena, dice Cosimo, vince ogni sera...

--Chi viene? dice un altro.

--Io!

--Io!

--Io!

Escono. Donato sa dove vanno, non si muove. Il demonio gli dice: «Bada bene, tu non devi più mettere il piede nella casa da gioco, non lasciarti sedurre dalla curiosità di assistere a quello spettacolo, non dire a te stesso che non vi è male alcuno...»

E Donato si leva, esce, e quando è sulla via pensa che tanto vale passeggiare da una parte o dall'altra, e quando arriva dinanzi alla nota casa, conchiude che sarebbe proprio una debolezza il non salire le scale e che egli si sente forte, e che non giocherà...

Eccolo nella sala da gioco, sdraiato sopra un divano in aria di suprema indifferenza.

Il fortunato Valente gioca e vince.

«Osserva, dice qualcuno vicino a Donato, anche stasera Valente ha cambiato posto; egli afferma che la fortuna è una pazzerella e fa il giro del tavoliere, e che tutta l'arte di vincere consiste nel saperla precedere d'un passo.

«Oibò, risponde l'altro; la vera arte di vincere io la so, e non è quella.

--E qual'è?

--È un'arte che non s'insegna: saper aspettare il momento buono....

--E chi te ne avverte del momento buono?

--Non so chi, ma qualcuno certo; pigliando in mano i dadi o le carte, vi sono delle volte che io sono sicuro di fare un grosso punto e di vincere la partita; è come un buon vento che dura un quarticino d'ora, raramente mezz'ora; bisognerebbe saper cogliere il destro una volta, puntar grosso e poi non giocar più.

--E allora perchè non ti sei fatto milionario? Avessi io un vento simile!... Oibò, il vero sistema l'ho già esperimentato; è la teorica delle probabilità. Valente per esempio fa banco; io mi schiero fra i puntatori ed aspetto che egli abbia vinto tre o quattro volte; alla quinta punto ed ho quattro probabilità di vincere.

--E perdi, perchè ti manca la quinta.

--È possibile, ma è più facile ch'io vinca, e se perdo raddoppio.

--E se ti trovi per caso a camminare contro vento vai alla malora....

--Vuoi proprio saperlo, dice il demonio di Donato, qual'è il vero modo di vincere? Il vero modo di vincere è di non giocare; guardati bene dal pensare che in un quarticino d'ora, di buon vento potresti ricuperare il denaro perduto, arrischiando solo una piccola moneta....

Valente ha vinto ancora, sono quattro volte che vince, perderà alla quinta... e Donato non sa che sia, ma crede proprio di sentire come un estro, come un'onda che lo invada, il buon vento famoso forse. Davvero, se ci è una giustizia, non può Valente conservare il baio che ha comperato con denaro non suo... Potrebbe rischiare poco, cinquanta lire sole... perdendo glie ne rimarrebbero trecento, e fuggirebbe... e se vincesse, oh! se vincesse!...

Eccolo innanzi al tavoliere.... gli tremano le gambe, gli batte il cuore.

Qual mano gli si posa sulla spalla a trattenerlo? Volta la faccia impallidita.... è il signor Asdrubale, col farsettone nero abbottonato da cima a fondo, col nodo della cravatta a sghimbescio, col sorriso bonario sulle labbra.

A Donato vengono in mente mille idee in un punto solo. Come mai il signor Asdrubale si trova nella casa da giuoco? E che gli vuole? E perchè lo trattiene? Lo ha dunque spiato? Ha forse avuto incarico di stargli alle costole per impedire una ricaduta? Oppure--la cosa è men bella, ma più verisimile--oppure il signor Asdrubale bazzica nelle case da gioco per ragioni di mestiere? Or gli torna in mente più vivo il negozio stretto poche ore prima; rifà i calcoli fatti e conchiude che le due anime di Cherubino Dolci e dell'ometto dal farsettone nero abbottonato non solamente si assomigliano alla lontana, ma fanno un paio magnifico.... Tutto ciò in un istante, tra due sorrisi ed una stretta di mano.

Il signor Asdrubale non lascia il suo giovine amico, lo tira con lieve violenza in disparte, sorridendogli sempre e guardandolo con sguardo d'amore, e finalmente gli dice:

«Ella voleva giocare, dica il vero; tanto io son pratico di queste faccende, ne avevo quasi un sospetto--e per questo sono venuto, glielo dico schietto, perchè, via, se ella ha da giocare ancora, non vedo perchè abbia da farmi torto.

Donato spalanca tutti e due gli occhi e non gli basta; quello che il signor Asdrubale tiene chiuso non sarebbe di troppo per vederci chiaro,

E l'altro prosegue a dire:

«Ho giocato anch'io, e gioco ancora qualche volta; se crede, può far prima la pace del suo debito; io non desidero di meglio. Le carte sono traditrici, ella potrebbe perdere con altri, e mi dorrebbe molto, molto.

Il giovine capisce l'allusione, e vorrebbe offendersene; e sebbene un sentimento di giustizia gli dica che il signor Asdrubale ha ragione, si prova a fare il viso arcigno; ma l'ometto non gli bada, gli sorride, lo trae con lieve violenza ad un tavolino, lo costringe a sedersi e gli siede dirimpetto, e finalmente domanda un mazzo di carte; tutto ciò con una bonarietà schietta, con maniere tra serie e burlesche che finiscono a far ridere il giovane.

Ride e trema insieme, e si sente come oppresso dalla vergogna e dal rimorso, e ricerca di soppiatto un'accusa sul volto del signor Asdrubale, il quale ora è entrato nel guscio del giocatore vero e mesce le carte con sicurezza e depone il mazzo sul tavolino.

«Che gioco preferisce il signor Donato?

Il signor Donato non sa nemmanco lui, ha appena la forza di fare un gesto coll'animo di dichiarare che si rimette all'avversario, e intanto sbadatamente taglia il mazzo.

«Sta bene; risponde il signor Asdrubale errando sul significato di quel gesto; un gioco semplice, il gioco delle ultime ore, quando non si ha più tempo da perdere e si vuol tentare la sorte con colpi replicati e frettolosi, il solo gioco a due che non sia nè lungo, nè difficile; bravissimo, vedo in lei la stoffa del giocatore; la carta più alta vince.... benissimo; avrei però preferito qualche cosa di meno spiccio e di più interessante; questo suo gioco eroico non dà tempo alla commozione.

A Donato riesce finalmente di far capire con un mugolio che egli è indifferente a qualsiasi maniera di gioco; aggiungerò per debito di giustizia che in così dire egli si guarda intorno e che, se avesse in faccia l'uscio, forse pianterebbe in asso il signor Asdrubale. Intanto due o tre curiosi gli si sono stretti intorno per assistere alla partita.

--A meraviglia, prosegue a dire l'ometto abbottonando l'ultimo bottone della giubba fin sotto al mento; quand'è così le propongo un gioco pieno d'interesse e di commozioni, che permette di _tirar l'orecchio_ alla carta, come si dice; ecco; spartiamo il mazzo per metà, stabiliamo prima una carta, e chi si trova d'averla vince. Le garba?

--Mi garba.

--La posta?

Donato fa un gran sforzo per non balbettare e balbetta:

«Cinquanta lire.»

Qui i tre curiosi, non vedendo denaro sul tavoliere e delusi nell'aspettazione d'un giuoco più forte, se ne vanno ad assistere alla fortuna di Valente.

Il signor Asdrubale non dice più parola, piglia il mazzo, lo mesce ancora e sembra concentrarsi tutto in quest'operazione; quando ha finito presenta le carte all'avversario perchè tagli, poi ne estrae una che deve decidere del gioco:

«Fante di picche!

VIII.

Incoraggiato da un cenno gentile e da un sorriso amoroso, Donato addenta il sigaro d'avana, raccoglie il fante di picche, lo caccia nel mazzo, e mescola copiando assai male la disinvoltura che gli è tanto piaciuta nell'avversario. Ed è squisita misericordia del cielo se il signor Asdrubale, tutto intento a tirare di qua e di là il farsettone abbottonato perchè non faccia grinze sul petto, taglia senza levar gli occhi; altrimenti si accorgerebbe che allo studente di matematica tremano le mani e si contraggono le labbra e si scolorisce il volto,

Il giovane rovescia le sue carte, le squaderna, fruga e rifruga, poi guarda titubante l'avversario, il quale, coi gomiti appuntati al tavolino e col mazzo sollevato all'altezza del naso, _tira l'orecchio_ ad una carta ribelle.

A Donato non par vero di aver perduto, scompagina un'altra volta le carte che gli stanno dinanzi... poi risolleva il capo, impaziente della rivincita; il signor Asdrubale non gli bada, ha visto finalmente l'estremità d'una figura nera, ed affatica a farla uscire dal mazzo...

«Ho perduto, dice Donato.

L'altro gli fa cenno di aspettare, poi con uno sforzo scopre tutta intera la carta.

«Sissignore, ha perduto,» dice mostrando il fante di picche; e soggiunge modulando la voce con dolcezza melanconica: «mi lasci dire che se lo merita; non è così che si gioca; per vincere la sorte bisogna prima vincere la propria impazienza; scompaginare le carte, come ha fatto lei, è una profanazione.»

A Donato riesce di ridere, e l'altro «non rida, è un canone dell'arte.»

Intanto il signor Asdrubale ha sbottonato il farsettone, ha cavato di tasca il taccuino, e si è riabbottonato da cima a fondo. Il giovane leva anch'esso il taccuino ed estrae un biglietto di cinquanta lire che porge all'avversario.

Ricomincia la partita. Questa volta è il signor Asdrubale che mesce, ma è ancora Donato che perde.

Fa caldo--Donato suda; l'altro, impassibile, offre la rivincita... guadagna ancora. Fa un caldo orribile.

Non rimangono più che centoquarantanove lire nel taccuino dello studente, il resto si è sprofondato nella voragine di pelle di bulgaro del signor Asdrubale. Poco stante la voragine si apre un'ultima volta e le centoquarantanove vanno a raggiungere le compagne.

A Donato casca di bocca il mozzicone d'avana che gli è costato trecentocinquanta lire; le forze lo abbandonano, goccioloni di sudore gl'imperlano la fronte e gli rigano le guancie. La sciagura dovrebbe venir raffigurata in quell'atto.

Che fare ora, poichè non gli rimane nemmeno il tanto da ritentare la sorte?

Il signor Asdrubale finisce appunto di raccogliere il suo denaro, leva la faccia sorridente e porge le carte al giovine, dicendogli con una monotonia d'accento che parrebbe feroce: «La rivincita?»

Quale fortuna! Quell'ottimo signore si fida; è disposto a giocare a credito, si adatta a riperdere il denaro vinto ed a lasciarsene guadagnare dell'altro!...

Donato non ha forza di rispondere, ma l'avversario ne indovina gli scrupoli e lo previene:

«So quel che mi faccio, dice socchiudendo un occhio furbescamente, so quanto vale il signor Donato, so fin dove posso arrivare senza rischio.

E ripete colla stessa dolcissima monotonia:

«La rivincita?...

Donato ci pensa, ha paura.

«Cento lire!...

Questa volta vince, e si arrabbia di non aver arrischiato di più.

«Dugento cinquanta.»

«Dugento cinquanta,» ripete il signor Asdrubale come un eco, intanto che distribuisce le carte; e non faccia complimenti, caso mai il fante di picche non le accomodasse... scelga lei...

Ma Donato crede di udire una voce che gli grida di no, e risponde che il fante di picche gli accomoda, e lo cerca baldanzoso fra le proprie carte, sicuro come è di trovarlo. Quella voce ha mentito, Donato perde; il signor Asdrubale apre il taccuino e segna colla matita centocinquana lire a suo credito.

Un mutamento avviene nello spirito di Donato.

Quanto poc'anzi era pauroso, altrettanto ora è arrischiato; l'intrepidezza della prima audacia è sempre poca cosa appetto dell'intrepidezza che succede allo sgomento; il signor Asdrubale dice di sapere dove e quando si fermerà, Donato invece non sa nulla, è sulla via della rovina (questo lo sospetta), ma è disposto a correre ad occhi chiusi. Il terribile gioco incomincia ora; finchè il magro taccuino dello studente di matematica stava di fronte a quello ben pasciuto dell'uomo di affari, il pericolo della scaramuccia era determinato e palese come la posta; or si acciuffano le cifre, si fa posta di parole, si fa battaglia campale di numeri.

Le carte passano da una mano all'altra, una volta, due, tre; ma il fante di picche è sempre fedele al signor Asdrubale. Ah! il brutto pensiero che attraversa la mente di Donato! si prova a respingerlo, scrolla il capo e getta indietro i capelli, ma quel pensiero buio non se ne va.

«Badi, dice l'avversario guardandolo fisso, il fante di picche quest'oggi mi vuol bene, scelga un'altra carta.

Donato si sente smascherato e si fa di porpora... ma che colpa ne ha egli se ha pensato male? Ne ha inteso dir tante! Vi è della gente così destra, dicono!... Il meno che possa fare per rattoppare il sospetto è di dichiarare, come dichiara:

«Nossignore, nel gioco bisogna essere ostinati...

Vince, si rianima, raddoppia, perde un'altra volta. Assolutamente il signor Asdrubale tiene la fortuna per le briglie e la mena come vuole.

«Accetto il suo consiglio, balbetta lo studente, scelgo l'asso di denari e raddoppio la posta.

L'ometto fa un cenno affermativo, e si curva a notare sul taccuino la nuova vincita. Si ridanno le carte... Amara beffa della sorte! Ecco Donato in contemplazione innanzi al fante di picche.

Pare al giovane che la carta fatale obbedisca ad un occulto nemico, che prima gli ha conteso la fortuna ed ora gli reca la beffa. La guarda intento, si sente voglia di stropicciarla, di morderla. Gli passano strane idee nella mente sbalordita, ha una visione; fissando l'occhio nel corpicciatolo meschino di quel fanticello, ci vede come una somiglianza di famiglia col suo avversario fortunato; se prova a levare il casco metallico all'uno, od a mettere un casco metallico all'altro, i due si confondono in un solo; hanno entrambi una faccetta asciutta e petulantella, ammiccano entrambi dell'occhio, ed il farsettone abbottonato dell'uno par tagliato dalla stessa mano che ha fatto il giustacuore nero dell'altro.

La visione, che va a poco a poco acquistando caratteri d'evidenza, è interrotta sul meglio da un'esclamazione del signor Asdrubale, il quale si ricorda d'aver viscere di misericordia, come tutti i giocatori fortunati, e compone il volto, i modi e l'accento ad una tenerezza compassionevole.

«È una vena sciagurata la sua, egli dice, mostrando l'asso di denari, non ho mai visto scirocco più ostinato, parola d'onore non ne ho mai visto.

Non so per quale fascino occulto le parole che celebrano la disgrazia d'un giocatore faccian l'effetto d'un balsamo sulle ferite della borsa, pur nissuno a mente fredda vorrebbe dare un quattrino della compassione nuda e cruda d'un che gli avesse levato di tasca gli scudi.

In tutti i modi Donato è riconoscente all'avversario, e nella sua miseria trova ancora un sorriso da spendere; l'altro prosegue:

«Ecco, se mai volesse aspettare un altro giorno fortuna migliore, ed intanto desistere, perchè non è forse prudente quanto immagina l'ostinarsi, anzi nossignore, non è prudente niente affatto... io s'intende, sarò a sua disposizione domani, doman l'altro, quando crede....

Donato si scolora in volto, trema, ha paura che l'avversario cerchi una scappatoia, ed interrompe la melliflua proposta ripigliando il mazzo e dicendo:

«Ancora una prova; torniamo al fante di picche.

L'ometto ammutolisce, riaccomoda le pieghe della giubba ed il nodo della cravatta, si rimette in positura perpendicolare e dà un'occhiata di sbieco alle annotazioni dell'enorme taccuino.

Quell'occhiata ha un significato, ed il giovine lo comprende. Ma che importa? Non è più ora di calcoli, di ritegni, di titubanze; ha perduto molto, troppo, perderà ancora; uscito dai confini delle sue proprie forze, una sola è la rovina, si chiami dieci mila o cento mila. Perde, raddoppia, riperde, raddoppia ancora, senza tremito, senza ansia, quasi indifferente. Una cosa sola lo inquieta, il timore che l'avversario, ad un dato momento, si levi dal tavoliere e dica col suo sorriso mefistofelico: «Mi basta.» La speranza, se ne rimane una palese a Donato, conta sull'ostinazione; un soffio favorevole può cancellare in dieci minuti tutte le paurose cifre messe in fila sul taccuino e rendere l'infausta partita un trastullo da bimbi, feroce trastullo, ma vano.

Per la prima volta, dacchè si è seduto in faccia al signor Asdrubale, Donato gira l'occhio intorno; l'ampia sala brulica di gente affannosa; dal tavoliere di Valente si stacca ogni tanto uno che si rasciuga la fronte e stropiccia la pezzuola, e stringe le labbra nascondendo male il dispetto. Nè Donato scampa a quella miserabile vanità di giocatore; se qualcuno si accosta a lui, e lo interroga sulla sua fortuna, rizza il capo, sorride nel rispondere: «Perdo.»

E perde; la sorte implacabile non si stanca.

Gli passano innanzi, come fantasmi benigni che invano cerca di trattenere nell'afa della sala da gioco, il babbo canuto, la sorellina gentile, Costanza innamorata. Col pensiero abbandona un istante quelle pareti fatali, torna a vagar pei campi inaffiati dal Lambro, risale l'erta faticosa del boschetto e ricompone innanzi agli occhi tutte le note sembianze di quel notturno paesaggio. Ecco i bruni alberi dondolanti, ecco le lunghe schiere d'acacie e la via maestra che si allunga come un nastro bigio nelle tenebre, le stelle che ammiccano in un cielo nero, i nugoli che viaggiano lentamente e l'anfiteatro di montagne appena disegnato nell'oscurità. A quel quadro vivo nulla manca, nemmeno il coro intermittente delle rane beffarde.

E perde; la sorte non si placa; gli sorride un istante, gli fa balenare una speranza che lo rende più audace, poi s'invola beffandolo.