Fante di picche

Part 2

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Donato porge orecchio alle parole della fanciulla come ad una musica, ne guarda il bel viso compassionevole come una cara visione, e istintivamente nasconde dietro le spalle l'arme che ha nella destra. Ora che ha tutto detto, gli par di sentirsi alleggerito; si dimentica quasi, ripiglia le mille fantasie della notte, rallegrate dai trilli delle rondini inquiete e dalla splendida luce del mattino; gli par di non essere mai stato colpevole di nulla, e sia la propria angoscia un brutto sogno della notte, ed egli si trovi in faccia a quella natura sorridente, a quel leggiadro volto amoroso, a quegli occhi fascinatori, attratto da un sentimento nuovo che è una festa, una luce; tutte le potenze dell'anima dimentica bisbigliano una parola, la stessa che gli ripetono i passeri ciarlieri e i tremoli riflessi delle rugiade ed i soffi tiepidi della brezza: «Amala!»

Amala! tu hai bisogno di un dolce nodo che ti trattenga nella vita, poichè gli affetti santi dei tuoi cari, per tua sciagura, ti fanno desiderare la morte, hai bisogno di un sentimento nuovo e tirannico che t'invada il petto da padrone e vi soffochi le angoscie vane, d'un pensiero che cancelli ogni altro pensiero, d'un caro fantasma rosato che disperda un'orda di fantasime nere; colma in un istante il vuoto di ventidue anni, apprendi qual sia la gran festa del cuore: «Amala!»

Vi sono palpiti che compendiano tutta l'esistenza; udite la vecchiaia volgersi indietro e ripetere: «Io vissi in quel giorno, in quell'ora, quel dolore e quella gioia sono cosa mia, il resto appartiene al tempo.»

Se non appar nulla in volto a Donato, perchè Costanza abbandona la mano del giovine, e, quando egli tenta di riafferrarla, sorride?

«Senta, dice la giovinetta con un accento determinato che le da un vezzo di più, senta, io le voglio bene, perchè siamo cresciuti, si può dire, insieme; crede ella che io abbia il diritto di interessarmi al suo dolore?

Cogli occhi, coll'atto, col fremito delle labbra, Donato risponde di sì, di sì, di sì--a parole non può;

--Ebbene, prosegue la fanciulla, se ho questo diritto, ho anche quello di pensare al rimedio.

--Non vi è rimedio, balbetta il giovine, tranne uno...

Costanza si arresta.

--Dica...

Ma Donato si turba, si fa rosso in viso, poi impallidisce e fissa l'occhio a terra ripetendo fra sè e sè: «Non vi ha rimedio.»

--Quando è così, la lasci dire a me che ve n'ha uno.

--Quale?

--Il più semplice; pagare le cinquemila lire quando sia il momento, senza dir nulla al babbo, lavorar poi assiduamente e riguadagnare il denaro perduto... è dell'altro insieme.

--E il denaro?

--Bisogna trovarlo in prestito...

Il giovine tentenna il capo.

--La cambiale scade fra otto giorni.

--E fra otto giorni bisogna avere le cinquemila lire, e le avremo. Io sono ricca, così dicono tutti nel paese, non ho il babbo da un pezzo, e l'anno passato mi è morta anche la mamma, non mi rimane che lo zio, il tutore; domani egli sarà a Romanò, gli dirò tutto, gli farò giurare che terrà il segreto col signor Norberto...

A Donato balenano negli occhi la gratitudine e l'amore, ma lo sconforto lo vince di nuovo.

--È impossibile, non posso accettare...

--Perchè è superbo.

--Simile sagrifizio...

--Nessun sagrifizio!... Mio zio è di quella razza di zii che fa miracoli per accontentare le nipotine, non dirà di no; giurerà tutto quello che vorrò io, e piglierà le sue precauzioni per assicurare il mio denaro, andrà da un notaio se occorre, insomma farà le cose in regola. Ella non conosce mio zio, perchè da soli sei mesi ha comperato da queste parti la filanda; se lo conoscesse direbbe che è cosa fatta.

La mente di Donato assediano mille idee, mille fantasie; non sa che rispondere, e intanto fissa gli occhi attoniti negli occhi lucenti della fanciulla, la quale, non sospettosa, gli sorride.

--Non se ne parli altro, dice finalmente la giovinetta, è cosa fatta--e porge la mano al giovane che la piglia melanconicamente e la porta alle labbra sospirose.

Costanza lascia fare crollando il capo.

--Ed ora la mi dia quell'arme, soggiunge con accento di soave imperio.

Gli va dietro le spalle, gli toglie di mano la rivoltella con mille cautele, poi la impugna e domanda al giovine, che si è voltato e la guarda tuttavia sbigottito: «Così bisogna premere?»

Donato fa per pigliarle l'arme, ma la fanciulla lo allontana colla mano manca, protende la destra, tira indietro quanto può il corpo, chiude gli occhi e preme coraggiosamente il grilletto. Un colpo parte, poi un altro, ed un altro, e ad ognuno Costanza si tira indietro, serra le labbra, socchiude gli occhi e ride. Quando l'arma è del tutto scaricata, la restituisce, al giovane, e gli si attacca a braccetto.

Si avviano senza dir nulla; all'atto di uscir dal bosco, la fanciulla si ferma e dice a Donato: «Non ha detto che accetta la mia offerta, lo dica ora, perchè non se ne parlerà più.»

Allo studente di matematica par finalmente che torni proprio la rettorica; incomincia una frase, va fino a metà, si ferma...

--Ella ha fatto molto per me, dice finalmente balbettando, mi ha tratto da morte a vita, faccia di più...

--Che cosa? domanda Costanza sorridendo.

--Permetta che io la baci in fronte.

E perchè Costanza si fa rossa, egli soggiunge:

--Non può rifiutarsi al capriccio d'uno che ha risuscitato...

Ma il piccolo monello che accompagna la giovinetta si è fermato anch'esso, e guarda curiosamente.

«Vieni qua, gli dice Donato, obbedendo ad un'ispirazione.

Il fanciullo si accosta titubante.

«Chiudi gli occhi, ed indovina che moneta è questa.»

Il fanciullo è sicuro d'indovinare e vuoi guadagnare il suo denaro onestamente. E allora Costanza, sorridendo, porge la fronte a Donato che vi imprime un bacio ardente e lungo.

--Un soldo!» dice il monello.

E non venendogli subito risposto, corregge: «Due soldi!»

Questa volta indovina e in premio ne ottiene altri sei. Che gioia pura, profonda e muta! Il fanciullo afferra il suo tesoro senza dir parola e corre a gambe levate giù pel bosco, mentre Costanza e Donato attraversano, a braccetto e pensosi, il viale che dalla chiesa mena a Romanò.

IV.

Sono passati sei giorni e sta per passare il settimo.

Donato non fu mai così assiduo alla scuola, nè così attento alle lezioni; se la storiella delle seimila lire non avesse fatto il giro della scolaresca nelle prime ventiquattr'ore, i velocipedisti della classe non avrebbero tralasciato di far segno alla comune riprovazione quell'ipocrita diligenza alla vigilia degli esami. Ma non si può credere quanto le seimila lire perdute a bassetta avessero arricchito Donato nell'estimazione dei colleghi; egli poteva ora comportarsi a modo suo, intervenire ogni santo giorno alla scuola, fare il sordomuto durante tutta la lezione, sporcar quinterni colla matita, mangiarsi cogli occhi il professore, e rimanere a lezione finita come inchiodato sulla panca per porre in ordine le proprie note; egli poteva anche non farsi più vedere al circolo o al caffè, come appunto faceva, che tanto nissuno pensava a fargliene un carico. A togliergli di dosso il ridicolo della nuova parte, ad ingrandirlo dieci buoni cubiti sul livello del volgo bastava quest'unico fatto, memorando negli annali della Scuola d'Applicazione, che egli aveva perduto sei mila lire e in grandissima parte non le aveva ancora pagate.

Tanta freddezza d'animo pareva indizio di natura eccezionale; la condotta scolasticamente esemplare al domani del giorno nefasto della bassetta, alla vigilia del giorno nefasto della scadenza della cambiale, pigliava aspetto di eroismo.

Il fatto è che Donato aveva il cervello in processione e il borsello vuoto. Nel lasciare la paterna villetta, egli si era pure reso conto, con un rapido esame di coscienza, di questo vero sacrosanto, che non gli rimaneva più un quattrinello in tasca, ma il signor padre non chiese informazioni e il signor figlio non osò darne; e Donato partì, e venne a Milano, e ci visse sei lunghi giorni e quasi il settimo, con mille idee nel capo e con un nuovissimo tesoro in cuore--ma senza uno spicciolo. Per fortuna lo scetticismo degli osti non regge quasi mai allo spettacolo dell'ingenuo entusiasmo con cui gli studiosi sogliono divorare le pagnotte e il resto; nell'età in cui si è buoni solo a consumare, e si consuma con tanta convinzione, è facile desinare a credenza; quando non si è più scolari l'accostarsi alla cattedra d'un oste per chiedergli da pranzo, in nome d'un vaglia che non si è potuto riscuotere perchè era chiuso lo sportello, o d'una somma che deve arrivare proprio al domani, può parere un atto pieno di difficoltà e di incertezze; a vent'anni è naturale e sicuro.

Donato adunque, vinte alcune lievissime velleità espiatorie che gli consigliavano il digiuno, si sfamò.

Quanto alle lezioni di meccanica applicata, non è da credere che egli le applicasse proprio come doveva. Certo lo scolaro era lì, immobile, cogli occhi negli occhi del professore; ma quante volte Donato piantò scolaro e maestro nella classe, per andarsene a Romanò a contemplare le linee d'un bel visino, a scomporre ed a ricomporre i mille congegni del proprio cuore? Tutto l'esser suo è ora fatto obbediente ad una leva, non sa se interresistente o interpotente od altro, ma prepotente certo: l'amore di Costanza; il dolce delirio si aggira sopra un perno solo: l'indimenticabile bacio.

Ah! se avesse dato retta al proprio desiderio, e se la fanciulla avesse dato retta a lui, egli avrebbe chiesto ed ella avrebbe dovuto concedere molti compagni a quell'unico bacio saporito!

Le tornava al fianco come un'ombra, intento, combattuto fra la trepidanza d'essere importuno ed il desiderio d'essere un eroe; rispondeva con un sorriso alla tenera sollecitudine di Mariuccia, la quale aveva visto il letto del fratello intatto e non sapeva che pensare, tappava la bocca al rimorso perchè stesse zitto, sentiva in cuore una gioconda danza di baldi propositi, si prometteva mille ricchezze, e smaniava perchè mancavano due ore sole alla partenza ed egli così perdeva il tempo senza far nulla. E che male ci sarebbe stato se egli avesse detto a Costanza: «ancora uno» e poi «ancora uno, ancora uno?» Un bacio di più non impoverisce chi lo dà e fa ricco chi lo riceve; così pareva a Donato. E siccome Mariuccia non se n'andava mai, gli veniva voglia di tirarsela fra le braccia, di farle chiudere gli occhi, di ripetere il gioco riuscito già così bene. E Costanza? Leggeva in cuore del giovane? Ci vedeva almeno l'amore nato poc'anzi ed ora già fatto gigante? Ci vedeva la gratitudine, il pentimento, la felicità nuova, e il timore di non essere inteso, e il desiderio di farsi intendere con musica di parole e di baci? I labbri rosei sorridevano, i nerissimi occhi saettavano sguardi brevi e sereni, troppo brevi e sereni. Ahi! Nemmeno l'ombra del turbamento amoroso in quel soave visino! E quando finalmente veniva l'oste di Romanò, col suo morello e col suo calesse, tre bei vecchi arzilli e puliti, e bisognava dire addio e partire, allora si stringeva forte al petto Mariuccia ed il babbo, i quali pigliavano in buona fede quell'amplesso per roba loro, stringeva la mano a Costanza, le diceva: «si conservi, signorina» e via di galoppo, trabalzando sul selciato e schioccando la frusta in aria innanzi ai curiosi ammirati per quelle prodezze senili. Allo svoltar dell'unica strada nei campi, Donato perdeva di vista due fazzoletti che sventolavano per aria; e l'oste, il calesse e Morello di comune accordo rimettevano il pazzo entusiasmo giovanile ad un'altra volta; si pigliava un'andatura ragionevolissima....

E Donato li piantava tutti e tre sulla via maestra e tornava in classe a far di sì col capo per dar a credere al professore che la sua meccanica gli era entrata tutta; e un istante dopo, con una devozione che metteva in sacco i colleghi, ficcava il naso nel cartolaro e pigliava le sue annotazioni così: «Cara Costanza!» o così: «Angelo mio! mia vita!...» e proseguiva dando del tu alla fanciulla e prodigandole tutto quel tesoro di rettorica che anche gli studenti di matematica hanno in disparte per le grandi occasioni.

A questo modo sono passati sei giorni e sta per passare il settimo.

V.

Dieci volte si è incontrato distrattamente con un'idea buia che gli passa ogni tanto dinanzi, ma ancora non sa bene che sia; ha l'occhio, il pensiero ed il cuore al solito fantasma dai labbruzzi rosati; ma l'ombra nera, instancabile, ripassarsi fa una luce di baleno nello spirito di Donato... è dessa, la cambiale che scade al domani!

Il fantasma dai labbruzzi rosati scompare, tutto un esercito di immagini paurose invade il campo dei suoi sogni ad occhi aperti; è un istante solo, ma quante amare ricordanze in un istante! Ah! che ha fatto! che ha fatto! Come sarebbe felice ora se...

Bizzarra beffa della sorte, che egli debba la felicità alla propria sciagura! Pure è così: senza quel denaro perduto, or non si sentirebbe tanto ricco! Gli viene un estro di filosofo. «Ecco, dice Donato a Donato, quando tu perdi di tasca uno scudo, ti si fa pagare con questa moneta quel tanto d'esperienza necessario a non mettere gli scudi nelle tasche sfondate.» Potrebbe moltiplicare gli esempi all'infinito, ma si pente, si arresta, e per non conchiudere che a lui l'esperienza fu fatta pagare troppo cara, avvia il pensiero da un'altra parte. E da qual parte? La cambiale che scade al domani anticipa, gli si presenta allo sconto, ed egli, non pratico di codeste operazioni bancarie, ci si confonde, ci perde il capo.

Viene la notte, una eterna notte di fantasie nere, viene il mattino.

Ora si inquieta: le cinque mila lire non ci sono ancora, se mancassero!... Costanza non ha scritto, lo zio non si è fatto vivo. Tutto ieri pareva una cosa naturale e logica che il denaro dovesse venire al domani; appena è l'alba del domani pare invece una cosa naturale e logica che il denaro doveva venire alla vigilia. Donato, frugando nel codice di commercio, ci ha trovato molte dozzine di articoli che lo riguardano, ha nel cervello una processione d'immagini disparatissime, scadenze, protesti, baci, tavolieri colmi d'oro, la canizie del padre, il coro delle rane di Romanò, e in coda a tutto... l'arresto personale.

Sono le dieci del mattino; qualcuno picchia all'uscio del suo domicilio legale; a Donato tremano le gambe nell'andare ad aprire. Se si sapesse già che egli non ha il denaro, che non può pagare, e si venisse ad arrestarlo!... Non ci è senso comune, lo sa, ma tanto tanto trema; e giunto sul limitare, si ferma e non osa tirare il catenaccio, che gli par già di vedere dietro l'uscio un volto freddo, marmoreo, un uomo dall'aspetto rigido, a cui dovrà dire.... che cosa?...

Egli non sa risolversi ad aprire e l'altro pare determinato ad entrare, perchè borbotta fra i denti contro la mancanza d'un campanello e tira calci all'uscio.

Qualcuno si affaccia al pianerottolo e dice all'impaziente: «dormirà!» E l'impaziente risponde: «quando si hanno da pagare cinque mila lire, non si dorme fino alle dieci e un quarto.»

E l'altro, un ottimo vicino: «E quando non si hanno....» Senza dubbio lo scherzo gli pare amenissimo perchè sghignazza forte.

Un istante di silenzio; Donato, ora che vorrebbe aprire, ha paura di lasciar entrare gli sguardi curiosi di quel vicino che ride. Ma il buco della toppa si oscura; forse qualcuno guarda... Donato si tira indietro quanto può, senza far rumore, per non esser visto; ma ode nuove ciancie, rumore di passi sul pianerottolo, giù per le scale, poi più nulla. Il buco della toppa è sempre oscurato; Donato ci va presso, guarda e vede una cartolina piegata; l'afferra, torna nella sua camera da letto e si lascia cadere fra le braccia d'una poltroncina. Ha la fronte coperta di sudore.

Quella cartolina dice press'a poco così: «Il signor Donato X è invitato a pagare alla Banca (qui una delle cento) Lire 5000 per un effetto scaduto oggi.»

Ci pensa, rilegge, non capisce, rilegge ancora:

«Il signor Donato X è invitato a pagare alla Banca.... lire 5000 per un effetto scaduto oggi.»

Ma si tirano nuovi calci all'uscio. Una speranza entra baldanzosa nel cuore del giovine, e gli dice: «va ad aprire.» Non ci va, ci corre.

Un ometto sottile e nervoso, con una faccia mobilissima e sorridente, si affaccia nel vano:

«Il signor Donato X?

--Sono io, per servirla.

--Vengo da parte del signor Martino Bruscoli.

Donato non ha mai inteso questo nome, e tira ad indovinare:

«Lo zio di Costanza?

--Precisamente lo zio della signorina Costanza.

E l'ometto in così dire è guizzato in camera, sorridendo e guardandosi intorno coll'aria d'uomo soddisfatto di sè medesimo.

Anche il giovine studente ne è soddisfatto; il volto, i modi, tutto gli piace nell'incognito, sente che se lo stringerebbe volentieri al petto, ma un naturale sussiego lo trattiene.

In quella vece accosta un seggiolone, invita il nuovo venuto a sedere, e gli domanda col miglior garbo possibile:

--Ella è il signor?...

--Come le ho detto, vengo da parte del signor Martino Bruscoli, ripete l'ometto, chiudendo un occhio e cacciando una mano nella tasca del farsettone.

Che modi, che sorriso, che uomo adorabile!

VI.

«Martino Bruscoli mi ha detto:--Compare, tu vai a Milano?--Sicuro, ho detto, ci vado e mi ci fermerò qualche giorno.--Ebbene hai da farmi un piacere.--Dieci.--È per un collocamento di denaro di mia nipote colà, cinque mila lire a mutuo, tu porterai la somma, mi ha detto.--La porterò.--Sono cinque mila lire, le consegnerai al signor Donato X studente di matematica, abitante in Via Moscova numero 11, entro il giorno di domani infallibilmente.--Con tua pace, ho detto, come fai a dare a mutuo i capitali di tua nipote ad uno studente di matematica? È almeno maggiore d'età il signor Donato X?--È maggiore d'età; ha talento e sarà presto ingegnere; gl'ingegneri di talento guadagnano molto denaro; faccio un ottimo negozio; il sei per cento netto; impiego sicuro; e poi il signor Donato ha anche l'eredità del vecchio padre in prospettiva; gli uomini non sono immortali, ed è nell'ordine naturale delle cose che....

Donato interrompe il dire dell'incognito, cacciando le mani nei capelli con un atto di dolore.

L'altro, da uomo che non vuol sprecar tempo nè fiato, ammutolisce, squaderna un pacco di carte che ha tolto dal portafogli, depone una busta chiusa sul tavolino, nasconde le altre carte nel portafogli e il portafogli in tasca, e quando Donato risolleva il capo, gli batte famigliarmente sull'omero, e prosegue:

«Bravo giovinotto! bravo giovinotto! Martino Bruscoli è un uomo d'affari nudo e crudo, va diritto alla quistione, non le gira intorno, come fa il cuore, come fa il sentimento--cattivi negozianti tutti e due--ed io sono un po' come Martino Bruscoli; scusi sa, si capisce che calcolare sulla morte di un padre per....

--Io ne sono la causa....

--È vero anche questo; se Martino Bruscoli pensa all'età del suo signor padre è perchè le dà il denaro della nipote, e le dà il denaro perchè oggi scade la cambiale, e la cambiale scade perchè ella l'ha fatta... ed ella l'ha fatta perchè si è data un po' di spasso... giuoco, baldorie, donnette, si sa, ventidue anni! li ho avuti anch'io--ventidue anni sono, ed ora che li ho due volte, le assicuro che non valgono la metà....

L'uomo d'affari ride del proprio scherzo, ma vedendo che Donato non gli bada, si batte sul ginocchio coll'aria di dire: «bravo, ci si badi o no, la tua arguzia è saporita!»

«Il signor Martino le ha detto tutto questo? domanda il giovane sollevando il capo fieramente.

--Nobile fierezza, giovinetto; non me l'ha detto lui, ma l'ho indovinato io; egli attribuisce tutto ad un momento di pazzia nel giuoco; è un buon figliolo il mio amico Martino; ha vissuto poco alla città, è un Sant'Antonio che non conosce le tentazioni nemmeno di vista....

--Il signor Martino ha avuto fede nelle mie parole e lo ringrazio; io non bazzico con donne, bevo il vino annacquato, non fumo quasi mai....

--Ella è un uomo perfetto, interrompe l'incognito chiudendo un occhio, dicevamo che sono cinque mila lire che scadono oggi; eccole....

E così dicendo rompe la busta e ne leva cinque biglietti della Banca Nazionale, che sventola ad uno ad uno e guarda attraverso la luce della finestra.

A quella vista, a quel fruscio, Donato sbarra tanto d'occhi e si sente come mozzare il fiato. Egli non ha visto mai tanto denaro in una volta, nemmeno sul tavoliere, dove pure ciascuno aveva sulle labbra parole infinitamente più grosse di quel capitale. Anch'egli ha giocato una parola, una parola piccina al paragone, ed ora deve pagare a contanti. Cinque mila lire! Quanto è facile perderle, e come dev'essere faticoso il guadagnarle!

E' par quasi che solo per suggerire queste fantasie al giovine studente l'amico del signor Bruscoli gli abbia squadernato quei pochi cenci innanzi agli occhi, perchè ora ripiglia il denaro, lo ripone nella busta, e poi nel tacquino che estrae ed inabissa un'altra volta nella tascaccia della giubba.

Donato lo guarda come istupidito. L'altro sorride, si rizza in piedi, e dice:

«Scusi, sa, non posso stare molto tempo seduto, ho bisogno di muovermi; e dica... si è già presentato qualcuno per il pagamento?

Il giovine addita senza dir parola l'avviso ricevuto poc'anzi.

«Alla Banca..., dice il bizzarro ometto, leggendo con un solo occhio aperto; sta bene, bisogna andarci subito, si avrebbe tempo fino a domani, ma è meglio sbrigarsi; mi vuole accompagnare? Ho l'ordine di riscuotere la cambiale colla ricevuta in regola; finiremo poi il negozio con una semplice scrittura privata. Per via mi faccia memoria di comperar la carta bollata...

Così dicendo abbottona il farsettone nero da cima a fondo, si pone innanzi allo specchio per tirare in positura perfettamente orizzontale il nodo della cravatta che pel tramenio della persona va ogni tanto a sghimbescio, infila un paio di guanti neri e larghissimi, in due tempi, brandisce il bastoncello di giunco e si avvia a passo di corsa.

A Donato rimane appena il tempo di ghermire il cappello, di guardarsi alla sfuggita nello specchio e di porsi alle calcagna del bizzarro visitatore, il quale scende le scale a due gradini alla volta.

«Signore, signore!

Il signore si ferma per fortuna, e in due salti Donato gli è presso.

«Non le ho detto il mio nome; mi chiami signor Asdrubale; a Milano non mi si conosce altrimenti.

Ora che Donato sa di aver a fare col signor Asdrubale, per occupare in qualche modo il silenzioso trotterello con cui gli cammina al fianco, piglia ad esaminarlo.

Il signor Asdrubale veste interamente di nero, secondo l'ultimo figurino domenicale della campagna; ha un volto asciutto, espressivo, con due occhi piccini, ma penetranti e sempre in agguato dietro folte ed ispide sopracciglia; ha le labbra sottili, ma socchiuse, perchè ci sta di mezzo un sorriso bonario; per altro ammicca di continuo cogli occhi, come per un ticchio nervoso, e ciò guasta un pochino l'impressione piacevole della bizzarra fisionomia.

Quanto all'andatura è quella d'un che abbia fretta, il contegno, non punto impacciato, ma dimesso, è d'uomo che conosce benissimo gli usi della città, ma si attiene alle lezioni dei campi.

Si giunge alla Banca.

L'_operazione_, come dice il signor Asdrubale, non richiede gran tempo; ecco Donato rimminchionito dinanzi ad un pezzo di carta, guardare la propria firma che gli è costata tanto cara. Non ci si fida quasi; quel nome e quel cognome gli paiono capaci di qualche tiro, vorrebbe lacerare la cambiale. Il signor Asdrubale lo trattiene; e giunto a casa tira fuori un foglio di carta bollata, mette la penna nelle mani del giovine e detta senza preamboli una breve ma succosa dichiarazione come qualmente Donato è debitore di lire cinquemila verso Costanza.

Questa volta lo studente di matematica firma senza titubare e suggella il tutto con una lagrima che gli sgocciola di nascosto,

«Buona Costanza!