Fame usurpate

Part 7

Chapter 73,266 wordsPublic domain

Da quando in qua la stirpe de' cigni è _battagliera_? Qual popolo ha gli occhi _crocei_, se il croco è il _carthamus tinctorius_ de' botanici? Chi ravviserebbe i granatieri napoleonici mascherati da _omerici fanti_? Il _sapiente legno del Nazereno_ è una sciarada, che s'indovina a scaparcisi un po' su: giudico meno facili ad interpretarsi _le cupole intemerate di neve_, e quindi mi affretto ad aggiungere che s'intendono le montagne. Che diavolerie sieno la _febbre lionina del trionfo_, le _cento febbri de' vent'anni_, _l'olimpia febbre de' carmi_, _il febbril zampillo della vena_, e diecimila altre febbri e febbrilità registrate ne' canti dell'Aleardi, forse potrà dircelo Salvatore Tommasi, Carlo Gallozzi Salvatore de Renzi; atterrito, io sclamo col venosino: _nova febrium terris incubuit cohors!_ Come vedete, manca pure una certa varietà. L'amore è un _assillo_, l'indipendenza è un altro _assillo_... Basta; ma, prima di conchiudere, lasciatemi citare due versi unici nel loro genere:

_...... E dalla rada ove Colombo nacque_ _Volò san Giorgio a cavalcar sull'acque._

Ostia! (dirò anch'io alla Veneta: una bestemmia qualche volta la ci vuole! ) ostia, che tropi! L'è un miracolo, l'è un _tour de force_ da santo, veramente miracoloso, il cavalcare volando od il volare cavalcando sulle acque marine! sfido il più valente cavallerizzo di quante compagnie equestri girano, girònzano, girovagano per l'Italia, a fare altrettanto. Eppure, neppure questa corbelleria..... no, la parola è scortese, mutiamola; neppure questa _frase poetica_ è originale! Sicuro, Francesco Maria Arouet Voltaire c'informa, che Niccolò Malebranche, volendo un giorno dimostrare, come ad un filosofo torni agevole di fare il poeta quando gli piace, componesse d'improvviso il distico seguente:

Il fait en ce beau jour le plus beau temps du monde. Pour aller à cheval sur la terre et sur l'onde.

Nè mi sembra, che lo Aleardi possa scusarsi, allegando, che _cavalcare il mare_ (e non _cavalcare sulle acque_) è stato adoperato semplicemente per _navigare_, (se pure non è errore di stampa per _travalicare_), per esempio dallo Straparola da Caraviaggio nella favola IV della III delle sue _Tredici piacevoli notti_: -- «Alchia, veduta la volontà di Fortunio ogni ora più pronta, nè vedendo modo, nè via di poterlo rimuovere dal suo duro proponimento, diedegli la maledizione, pregando Iddio, che se gli avvenisse per alcun tempo di cavalcare il mare, ei fusse dalla Sirena non altrimenti inghiottito, che sono le navi dalle procellose e gonfiate onde marine.» --

Cosa volete ch'io dica de' continui bisticci? Servono a vieppiù manifestare la commozione, la serietà del poeta! Abbiamo già rilevate le _ore di ciel, che il ciel condanna_. Persio è chiamato un _giovanetto incolpabile, vissuto in colpevoli tempi_. Per dire che un galantuomo è ito a Patrasso, l'Aleardi scrive:

_....... già sul.... petto,_ _Esercitato da sì lunghe croci,_ _L'ultima croce sta._

I martiri, que' poco autentici, ma molto uggiosi martiri, erano trascinati

_..... nei densi circhi a sazïar le tigri_ _D'Affrica, ad allegar l'inclite noje_ _De le tigri di Roma._

Io non aspiro a pedanteggiare; _nil humani a me alienum puto_, e non condanno _a priori_ ogni bisticcio. Quando ci quadra, _optume_. Veramente in altre lingue e ne' dialetti Italiani sta sempre meglio, che nell'Italiano aulico, e si confà più all'indole bonaria e gioviale di que' popoli oltramontani, che non alla nostra severa e contegnosa; è cosa di volgo, e nelle parlate del volgo non istona, sta al posto suo. Pure, ove abbia un perchè, ove dica e significhi qualcosa, non l'escluderei. È forma di pensiero comico: ed il contenuto delle poesie vernacole, sendo sempre necessariamente comico, in esse devi _a priori_ aspettarti a trovarlo di frequente. Ma ficcarti nel bel mezzo d'un serio discorso il più sconchiusionato de' bisticci, che, opposto all'intenzion manifesta dello scrittore, a quantunque precede e segue, scioglie buffonescamente il momento tragico, è leggerezza inconcepibile. Passò il tempo in cui ammiravamo Pietro della Vigna, il quale, in una relazione ufficiale sulla vittoria di Cortenuova, osava scrivere bisquizzando. _Et dum castrametatì sunt juxta_ _Lolium_ _perditionis filii, ut rationem segetis perderent, zizaniae, quae a vulgo_ _Lolium_ _dicitur, semina seminarunt._ E lasciamo a' tedeschi applaudire il loro Paolo Heyse, scrittorucolo, che, in una sconcia tragedia ed insulsa sulla istoria della _Francesca da Rimini_, scarabocchiata (o che pare apposta per render indulgenti verso il rettoricume del Pellico ed indurci ad apprezzarlo e desiderarlo), fa bisticciare Paolo su due sensi della parola _vergeben_ (perdonare ed avvelenare,) allorchè la Francesca gli dice avergli rimesso lo inganno per cui si trova moglie del deforme Lanciotto, invece d'esser mogliera di lui:

_Doch ich vergeb'es und vergess'es nie,_ _Dass ich mit Lügengift dir schnöd vergeben._

-- «Il bisticcio» -- diceva un secentista, notate, bene, un secentista! -- «è segno di animo sciolto e non passionato; e maravigliosa cosa è, quanto egli impedisca la commozione dello affetto. Però, quando il Poeta lo mette in bocca di chi si rammarica, una delle due: fa credere che quegli si burli o che esso sia un bue; e verifica in sè quel proverbio, che _chi bisticcia è una bestiaccia_.» --

Sulla prosodia poche parole: Aleardo Aleardi fa meno spropositi d'altri verseggiatori contemporanei, che pure raccolgon plauso, come Arnaldo Fusinato, per esempio. Ma _carriaggi_ non è, nè puol essere trissillabo; _viaggiatrice_ non è, nè puole esser quadrissilabo. Veramente un _sottile ravignan patrizio_ nello -- «Epitaffio di Cesare, in opposto sentimento a quello del Sannazzaro,» -- ha posto questo verso:

Fuggi viator: qui di sanguigne spoglie...

Ma chi non sa quanto poco e di lingua e di prosodia s'intendesse Paolo Costa? _Espiazione_ bruttamente si contrae a cinque sillabe, dietro il mal esempio dato da qualcuno per le parole in _ione_. -- «Non dichiamo noi _compassione_ con quattro e i poeti con cinque sillabe? Non _intentione_, _operatione_, _devotione_, _invidioso_, _litigioso_ e mille altri noi con una meno, e i poeti con una sillaba più?» -- Così messer Fagiano; ma la pronunzia de' poeti è la buona: la dieresi ci vuole: la i è una vocale in quelle parole; ed il mutarla in j è un errore sempre, in cui però, nol nego, sono incorsi qualchevolta anche gli ottimi, conformandosi alla cattiva pronuncia fiorentina. Che nella lingua ci sia la tendenza a trasformar in j la i, che segue una consonante precedendo una vocale, non può negarsi; ma questa trasformazione, quando ha avuto luogo, ha cagionato sempre un'alterazione profonda nella consonante precedente od almeno ne ha prodotto il raddoppiamento: (confronta _vezzo_ da _vitium_, _mezzo_ da _medium_, _ragione_ da _ratio_, _rabbia_ da _rabies_, _figlio_ da _filius_, _ingegno_ da _ingenium_ e via discorrendo).

Ma vorreste imitarli, quegli ottimi, anche quando errano? Chi farebbe senza rimorso un trissillabo di _Beatrice_, quantunque Dante istesso abbia perpetrato questo delitto di prosodia? E forse può scusarsi in lui, ripeto, perchè avrà pronunziato alla fiorentina _Biatrice_ ossia _Bjatrice_: ricordiamoci, che egli vien riconosciuto fiorentino da' dannati dallo accento:

...... ma fiorentino Mi sembri veramente, _quand'io t'odo_.

Ma con sei sillabe, _espiazione_, per la giacitura degli accenti, non entrerebbe in alcun endecasillabo! Davvero? Poco male! o che tutti i vocaboli debbono potersi ficcare in ogni verso? Rammentiamoci gli epigrammi di Marziale in onore dello schiavo Earino.

Nomen nobile, molle, delicatum, Versu dicere non rudi volebam: Sed tu, syllaba contumax repugnas! Dicunt Earinon tamen Poetae, Sed Graeci, quibus est nihil negatum, Et quos _áres áres_ decet sonare: Nobis non licet esse tam disertis, Qui Musas colimus severiores.

A' quali versi un commentatore annota: _Jocatur hic noster... in nomine Earini, Domitiani eunuchi ex pulcherrimis et amatissimis: et ait nomen quidem dulcem esse, quod a vere sit deductum (Graecis enim_ ear _ver sonat), at idem contumacibus syllabis constare, quae neque hexametri neque_ hendecasyllabon _rhythmo congruant. Hi enim versus dactylos tantum aut spondaeos aut trochaeos recipiunt. Vocis autem istiusce_ _Earinus_ _tres primae syllabae breves. Sed quid obstitit, scire velim, quominus hic Noster iambicis aut scazonte uteretur?_ Il giambo tragico tedesco, essendo formato dall'alternarsi ripetuto d'una breve e d'una lunga, ne esclude una infinità, di vocaboli, nè per questo impaccia chi è valente.

Il verso d'Aleardo Aleardi è un verso floscio, moscio, che mi ricorda que' majali inglesi tutta ciccia, dallo scheletro ridotto a' minimi termini, schisato.[3] Non di rado si sostiene per un pezzo magnifico, sonoro; ma questo, checchè molti vaneggino, non è mica un pregio. I nostri maggiori poeti sol di quando in quando hanno scritto be' versi: il verso allora è indovinato quando non l'avverti, quando combacia perfettamente col pensiero. Ove si affermi come qualcosa di bello per sè, ove cattivi l'attenzione, ahi!... Quando, letto uno squarcio verseggiato, gli uditori esclameranno: -- «che be' versi!» -- dite pure, che il ritmo ha travolta e sommersa la poesia, che il musicale soverchia il fantastico. Non crediate però, che l'Aleardi abbia nel maneggio del verso la virtuosità, la franchezza del Frugoni o del Cesarotti. Si nota lo stento, abbondano le riempiture oziose; e vorrei sapere quali orecchie in Italia valgano a pescare il ritmo ne' seguenti endecasillabi:

..... Sarai del Cristo, anima di Maria.... ..... E passò. Io stetti in disperato pianto.... ..... D'espiazione; ed or le capre e l'erba...;

o quali labbra Italiane riescano a pronunziare senza incespicare questa filza di liquide: _Vela la nebbia de le stelle il lume._

[3] Ho visto con piacere seguito questo giudizio dal Barrili, uno de' pochi, se non il solo scrittor di novelle contemporaneo, che mostri istruzione e buon gusto. Egli non vi parlerebbe di cavalli _amburghesi_, come il Tarchetti; non vi porrebbe Rouen, la patria del Cornelio, sul mare, come Salvatore Farina nel _Tesoro di Donnina_; egli non farebbe, come il Guerzoni, scrivere da una bennata fanciulla alla madre la dimane delle nozze. -- «Ti mando tutti i baci che mio marito mi lascia disponibili,» -- frase che non adoprerebbe una donna da conio. Eccone le parole: -- «Luisa! Bel nome! Egli lo sapeva finalmente, e stava con fanciullesca cura a pronunziarlo, non come si fa a Genova, ma scandendolo in tre sillabe: _Lu-i-sa_, e sibilando un tal poco l'esse alla maniera toscano. E' non era un nome strano, di quelli, che certi capiscarichi impongono alle bambine, per dare importanza di eroine da romanzo o da dramma alle loro creature grame. Gli era un nome quieto, gentile, dolce a pronunziarsi e dolce a udirsi: Luisa! E' non era _Elisa_, nome da mettere in endecasillabi morbidi e flosci come quelli di... acqua in bocca per non farci maledire dal secolo, che li ha in gran pregio. Non era neppure _Eloisa_, nome da far ricordare la badessa del Paracleto, innamorata d'un teologo, o la svizzera di Giangiacomo Rousseau, innamorata d'un astrologo sconclusionato. Era _Luisa_: modestamente, unicamente e soavemente _Luisa_.» --

La lingua è flaccida, insipida, come accade sempre a' non commossi. La _genitura de' giusti_ è frase di pessimo gusto. _Zillo_ è un vocabolo che nessun vocabolario registra; benchè il dottor Gaetano Savî nella _Ornitologia toscana_, stampata in Pisa dal M.DCCC.XXVII al M.DCCC.XXXI, dica, che i rampichini propriamente _mettan zilli_ (I, 188.) Sarà probabilmente una corruzione idiomatica di _zirlo_; io non la ripudierei, perchè fo buon viso a qualunque termine de' dialetti, che importi una nuova distinzione e più minuta. Ma qui rimarrebbe a spiegare da quando in qua gl'insetti abbian preso ad imitare le voci de' tordi o dei rampichini. Il _ne_ spesso viene adoperato dall'Aleardi in modo, che rasentando la sgrammaticatura, non è certo eleganza, anzi sconcio pleonasma. L'esse impura in Italiano vuol esser preceduta dall'articolo _lo_; è norma, che lice senza dubbio trasgredire, ma con intenzione d'ottenere bellezze, per dare maggior forza, non per accozzare orrori, come:

..... E il scintillio de le fraterne spade... ..... Ma al scintillar de le serene stelle...

Pel secondo de' quali versi, che vuole esprimere una immagine gentile, l'Aleardi non potrebbe neppure accampare per iscusa di pensare, come un candidato alla licenza liceale, che conosco: -- «L'articolo _lo_ si adopera, quando si vuol essere cortesi; e l'articolo _il_, quando si parla villanamente.» -- _Opinione_ (chiamiamola così) che fe' sclamare a Diomede Marvasi: -- «Dunque, se dicessi ad uno: _ti darò un calcio nello sedere_, sarei cortese.»

XII.

Conchiudiamo, che n'è tempo. Ho dimostrato, come Aleardo Aleardi non senta in verità gli affetti, che pretende ritrarre; tutto il resto è conseguenza necessaria di codesta premessa. Chi non sente, difficilmente ha grandi concetti; e, se per avventura ne capita uno, non ha virtù d'incarnarlo. E chi, senza proprio concetto e sentimento delle cose, s'incaponisce a scrivere, dovrà prenderli ad accatto: o da una massa comune e casca nel rettorico; e da un altro scrittore e.... ed ha delle reminiscenze. In ambo i casi cercherà di nascondere la sua nullità esagerando, spaccando, sfoggiando meriti non poetici; e le immagini particolari ed i tropi e le figure e la lingua ed il verso dimostreranno di non essere un tutto, l'espressione di un pensiero organico, sibbene un composto artifiziale, senza significato. Ed al critico avanzerà solo da spiegare un fenomeno frequentissimo nella Storia Letteraria: come un retore possa usurpar fama di gran poeta.

Nel caso nostro speciale, le cagioni del fenomeno sono due soprattutto: prima la dappocaggine, la pecoraggine della critica ordinaria; e poi, le condizioni politiche, le quali trasformavano le parole _patria_ e _libertà_ in parafulmini estetici per le più inette scritture. In Italia, al presente, critica non può dirsi, che ve ne sia: giudichiamo con l'utero, cerebrinamente, per ragioni subjettive e psicologiche, per simpatia ed antipatia, per ispirito di parte, per motivi personali. Si fischia un dramma, perchè il padre dell'autore era poliziotto austriaco; si leva al cielo una colascionata, perchè lo scrittore è stato in carcere a Iosephstadt, o lusinga le passioni popolari (o meglio plebee) piaggiando l'_eroe di Caprera_, insultando Pio IX. Aveva ragione il De Vigny nel dire. -- «che i tempi di rivoluzione sono comodi e propizi alle mediocrità» -- ed aveva sovranamente torto il Goethe di affermare: -- «che un grande effetto presuppone sempre una gran causa; che una poesia popolare e diffusa deve aver qualità eminenti; che un dramma il quale si mantiene per venti anni ed ha le simpatie del pubblico dev'essere qualcosa in sè.» -- Le opere stesse a proposito delle quali parlava così, le poesie dell'Uhland ed i drammi del Kotzebue provano il contrario. Son ormai roba morta e stramorta; e riesce malagevole il comprendere, come incontrasser tanto un tempo. Insomma, il plauso non guarentisce bontà. Pe' versi dell'Aleardi si rinnoverà quel che da Tacito impariamo esser pure avvenuto a' zibaldoni di Vejentone: _Nero Vejentonis libros exuri jussit, conquisibos lectitatosque donec cum periculo parabantur; mox licentia habendi oblivionem attulit._ Ora Aleardo Aleardi, destituito d'ogni valore intrinseco, è di moda a dispetto della ragione; è un andazzo, che deve finire come tutti i dirizzoni, ma del quale ho stimato utile affrettar la fine: buona cosa è lo accelerar la suppurazione degli ascessi. Non c'è maggior pena per chi si dà all'estetica del lavorare su scrittori d'ultim'ordine e senza importanza; il critico si compiace nell'esporvi perchè i grandi son grandi e non può trovar diletto a dimostrare perchè i piccoli sono piccoli; allo storico letterario giova occuparsi de' protagonisti, non delle comparse. Se non che, spesso bisogna sacrificare le inclinazioni all'utilità comune: l'innalzare una Reggia, un teatro, un arco trionfale è più gradevole, appaga più lo amor proprio, dello scavare una cloaca; ma, quando v'è necessità d'una cloaca, il miglior architetto non le negherà l'opera sua. Era ormai tempo di atterrare un idolo vano; ed io ho studiato e parlato coscienziosamente, senza tacer la lode dove andava amministrata. Spero d'aver convinto chiunque m'ha letto e d'aver dimostrato il mio assunto, cioè, che Aleardo Aleardi:

_Angosce finse e simulò letizie,_ _Con quell'accento, che non vien dal core._

Del rimanente, poichè _nolenti non fit beneficium_, padronissimo pure chiunque di non accettare la mano, ch'io gli offro e porgo per ispastojarsi da una indecorosa ammirazione; e di perseverare nell'errore. Ma mi permetterò di paragonarlo al giudeo, del quale un amico mi raccontò la tragicomica avventura.

Poveraccio! Figurarsi un dotto rabbino, esimio talmudista, oracolo delle sinagoghe, arbitro del sinedrio, non so come capitombolato in una fossa piena, colma, riboccante di....... chi m'insegna una circonlocuzione decente? insomma in una fossa simile alla bolgia secondo dell'inferno dantesco, dove stanno e si accasciano Alessio Interminei da Lucca e la Taide; in una fossa -- «che con gli occhi e col naso facea zuffa.» -- Francamente, non avrei voluto essere ne' panni del meschinello: confitto in quella fetida poltiglia fino al mento, con le braccia impegolate così da non potersi nemmanco schermire dagl'innumerevoli sciami di mosche e tafani, che suscitati da uno splendido sole, gli mangiavano quasi la testa. La bellezza appunto della giornata, aveva indotto Benedetto Spinosa, già combattuto dalla tisi, che doveva ucciderlo l'anno di poi, a fare una passeggiatina in campagna; il caso volle, ch'ei capitasse di lì e scorgesse quel capo, che emergeva dallo sterco. Subito si accinse a cavare il rabbino da quell'angoscia; ma il tentativo non gli riuscì meglio degli altri fatti per isfrancar l'uman genere dalla fogna dell'errore. Lo Spinosa, sceso sul margine della fossa, afferrandosi con la manca ad un salcio, sporse con la destra il bastoncello al talmudista confitto nel giulebbe, gridandogli, che facesse uno sforzo per agguantarlo. Ma quel giudeo non si mosse, non diè crollo: era un sabato e la sacrosanta sua religione, ch'ei ritenea per unica vera, gl'imponeva di astenersi da qualsivoglia lavoro. Serenamente, superbamente, rispose allo Spinosa:

_Sabbatha sancta colo_ _Et de stercore exire nolo._

Ed il filosofo, accortosi d'avere a fare con un individuo da' convincimenti robusti, dalla fede incrollabile, gli replicò non senza l'onesto dispetto di chi suo malgrado si lava le mani dell'altrui sciocchezza:

_Sabbatha sancta quidem_ _Remanebis ibidem._

E ripulitesi le punte delle scarpe, già contaminate alcun poco, nell'erba fresca e folta, s'avviò verso casa, ripensando all'incorregibilità dell'uman genere, che, pur di non contraddire ad un'idea ricevuta, consente a rimaner sepolto vivo nelle chiaviche.

POSCRITTA

(M.DCCC.LXXII.)

SCORSA BIBLIOGRAFICA

_In morte di Donna Bianca Rebizzo. Lettera a Raffaele Rubattino di Aleardo Aleardi. -- Roma, Tipografia Barbèra, Via de' Crociferi, 44. -- M.DCCC.LXXI._

-- «Chi scrisse questi poveri versi amerebbe, che tutti gli uomini, i quali hanno seriamente meditato sulle cose di religione e su quello, che sarà per essere di noi al di là della tomba, prima di lasciar la vita, facessero il loro atto di fede e lo manifestassero alla gente. Egli penserebbe, che, in tanta confusione di concetti e di credenze, nella quale ogni di più si versa e miseramente si ondeggia, questa lunga serie di onesti documenti frutterebbe un gran bene all'Umanità.» -- Così l'autore in una nota.

Siamo dunque avvisati: l'Aleardi ha scritto questi poveri versi per beneficare l'uman genere; questi poveri versi sono un credo, via, sono il testamento religioso e filosofico d'un pensatore, e quasi un bollettino d'un plebiscito sull'esistenza di messer domineddio e sull'immortalità dell'anima. La gente ascoltino con reverenza e riconoscenza la parola meditata, ponderata, che rischiarerà la confusione universale. Si procede alla chiama: ed, a scorno solenne degli scettici, nientemeno che Aleardo Aleardi vota pel sì: sì, c'è un dio; sì, l'anima è immortale. Ritengo, che questo effato non abbia punto meno autorità del celebre decreto sul medesimo argomento, suggerito dal Robespierre alla Convenzione francese. L'Italia brulica, formicola di persone, che in fondo non hanno punto sentimento religioso, che non adempiono per conto proprio alle prescrizioni di nessun culto; ma che pure affettano di dare molta importanza alla religione, perchè credono, che lo scettico inculcator di religiosità, che l'incredulo, il quale raccomandi agli altri la fede, acquisti fama di testa politica e machiavellica. Laida genia si è codesta, pei quali la religione serve a soddisfare una fatuità sacrilega. Costoro, adesso, applaudiscono al _gran poeta, che tratta argomenti morali, filosofici, civili_; anzi un certo P. P. in un'Appendice dell'_Opinione_, vorrebbe persino, che ne ammirassimo _il coraggio_... Ah! certo, se l'Aleardi ha coscienza della ridicolezza di quella Nota e della povertà de' suoi versi, non può negarsi la grandezza del coraggio suo nello stampar l'una e gli altri! Ma lasciamo la burletta.

Le quistioni filosofiche non si risolvono col passare a' voti. Gli atti di fede, i _credi_, non importano un corno alla scienza. Le affermazioni immotivate, sia _pro_, sia _contra_, sono cosa fatua e vana. Io mi fo beffe tanto di chi superstiziosamente crede senza saper ragionare la credenza sua, quanto del sedicente libero pensatore, che nega, senza saper dimostrare la sua negazione. Lo scherzare dilettantescamente co' problemi più ardui mostra la presunzione e la leggerezza dell'individuo, non altro. Meditare, pensare, non è da tutti. L'Aleardi s'immagina di aver detto qualcosa, scrivendo:

_.... s'io vivente unico, in vetta_ _D'una rupe restassi, esterrefatto_ _Testimone dell'ultima ruina_ (del mondo), _Oh! non ancor dimetterei la salda_ _Fede nella immortale anima e in dio._

Orazio ha ben detto:

_Si fractus illalatur orbis_ _Impavidum ferient ruinae;_

e l'Aleardi non fa, se non parafrasare e stemperare questo concetto; inopportunamente: giacchè bene è alta immagine dell'audacia d'un uomo il dire, che neppure il finimondo lo impaurirebbe; ma un cataclisma non sarebbe argomento nè favorevole nè contrario alle ipotesi dell'esistenza di dio o dell'immortalità dell'anima. Tanto è vero che anche il cristianesimo ammette il mondo dover finire; e solo alcune generazioni d'atei ne hanno sostenuta la immortalità.