Falco della rupe; O, La guerra di Musso
Chapter 9
Sedeva a capo al lungo desco Gian Giacomo medesimo, che era adornato d'un mantelletto corto di broccato d'oro alla foggia spagnuola, di grand'uso allora in Lombardia; alla sua destra stava Teodoro Schlegel di Dares, Abate di Fristemburgo, già Vicario del Vescovo di Coira. Questo vecchio personaggio, che sovra un sottabito di nero saio portava una zimara di velluto pavonazzo orlata di bianco, infondeva, coll'aspetto dignitoso e grave, riverenza e suggezione. Calva e rugosa erane la fronte, bianca e folta la barba e gli occhi incavati; traspariva però da tutto il suo volto una certa quale disposizione all'ira poco in accordo colla carità e colla bontà evangelica debita nel suo stato, la quale difettosa tendenza era a lui venuta forse dal lungo uso delle acri dispute cui erasi dato in altri tempi con tutto il vigore della mente e della parola. Nemico acerbissimo della Riforma che i Luterani promovevano a tutta possa nella Svizzera, aveva sostenute contro di loro pubblicamente ogni sorta di tesi in unione a varii Protonotari Apostolici, e fatte dai pergami in odio agli stessi le più violenti invettive; ma convinto al fine che le Diete Elvetiche assecondavano gli sforzi de' Protestanti, procurò, favoreggiando le parti del Medici, di dare il paese de' Grigioni in mano ad esso, sperando di trovare in lui un valido alleato contro l'eresia. La sua trama però fu scoperta: cercato a morte e forzato a trovare la salvezza nella fuga, si condusse a ricovero nel Castello di Musso ove Gian Giacomo gli fece cortese accoglienza, ben calcolando quanto poteva giovargli la costui secreta influenza nell'andamento degli affari della Lega Grisa, che così chiamavasi la confederazione de' Grigioni con altri Svizzeri tutti suoi accaniti nemici. Viveva l'Abate una vita ritiratissima in quel Castello, a null'altro dedito che a comporre una sua grand'opera in confutazione del sì famigerato libro _Della Schiavitù di Babilonia_ pubblicato pochi anni prima da Martino Lutero. Aveva desso l'incarico di celebrare ne' giorni festivi i riti divini nella chiesa del forte di Sant'Eufemia, dopo i quali chiudevasi solitario nella sua cameretta, e siccome non parlava che la lingua alemanna, veniva lasciato colà in pace da tutti, e ben anco da Maestro Lucio, che desideroso sulle prime d'appiccicare con lui relazioni onde aver pascolo di scientifici ragionamenti, avendogli diretta la parola in latino, ne venne sì stranamente da lui rabbuffato, che da quel punto ad esso non pensava come se nemmeno fosse quivi esistito. Il Castellano però, che aveva le sue mire nel tenerselo affezionato, non trascurava occasione per mostrargli considerazione e stima, invitavalo a tutte le principali adunanze de' suoi, e facevaselo seder d'accanto al posto d'onore siccome vedevasi a quel convito. D'intorno alla mensa fra gli altri capitani d'armi sedette pure Falco qual nuovo eletto all'onorevole grado di Comandante di nave, e benchè i suoi rozzi panni e la rete a nodi d'acciaio che gli copriva il capo il facessero, quanto all'abbigliamento, dagli altri distinguere, a nessuno però mostravasi secondo nella franchezza e sicurtà del contegno.
Allorchè consumate le vivande vennero recate nuove anfore di vino, ed i calici girarono ricolmi nelle mani de' commensali, si ripetè più volte da tutti acclamando il nome del Castellano, come solevasi fare alle mense de' gran personaggi, il che dicevasi _gridare il nome del nobile convitante_; si fecero in seguito gli evviva a Gabriele ed al Cancelliere Messer Tanaglia pel prospero ritorno dalla loro perigliosa spedizione. Messer Tanaglia, ringraziando umilmente, lesse in contraccambio un suo brindisi, in cui era espresso in durissimi versi un invito a Bacco a discendere dall'Olimpo e venire colà onde sedersi accanto al dio Marte e temprare l'ardor suo guerriero e quello delle altre deità delle battaglie che gli facevano corona; col qual dio Marte è chiaro alludeva a Gian Giacomo, e colle altre divinità a' suoi Capitani. Era allora sì comune il mitologico linguaggio, che quantunque assai pochi di quel convegno avessero qualche tinta d'erudizione, pure presso che tutti di leggieri concepirono il senso di quell'allusione, e come che fra i vapori e l'esaltazione del vino la mente degli uomini anche rozzi è facilmente colpita da immagini poetiche e dalle non complicate allegorie, così riuscì di generale aggradimento il brindisi del Cancelliere, del che egli s'ebbe attestato in un clamoroso battere di palme che successe alla declamazione enfatica con cui recitò gli ultimi suoi versi. Cessato l'applauso, alzossi Gabriele, e levando in aria la coppa, gridò: "Alla salute di Falco mio liberatore"; Gian Giacomo, assecondandolo, porse la sua e toccò ripetendo le stesse parole guardando Falco con gioioso sorriso; tutti allora ne imitarono l'esempio, e la sala rimbombò del nome del valoroso abitatore della rupe di Nesso, del novello Capitano, del Condottiero della _Salvatrice_. Quel suono unanime di lode di tanti guerrieri penetrò l'animo del fiero ed armigero Montanaro, e scuotendolo sì l'esaltò, che videsi brillargli in volto un vivissimo contento che tutti obbliare gli fece i rancori che s'erano in lui antecedentemente destati: vuotò anch'egli la sua tazza alla salute ed alla gloria dei Medici e di tutti quei prodi compagni d'armi. Terminato il convito, Falco recossi dal Castellano, e da lui chiese ed ottenne concessione di ritornare per alcun giorno al proprio abituro, onde mettere a parte le sue genti di quella nuova destinazione e trascegliere alcuni de' suoi pel servigio della nave; preso indi congedo da Gabriele, salì il proprio navicello, e quella notte stessa fece vela con Trincone e Guazzo alla volta di Nesso.
Gian Giacomo attendeva ne' giorni di cui parliamo, l'esito d'un avvenimento ch'essere dovea per lui della massima importanza. La fortuna e lo stato suo che tanta avevano sembianza di stabilità e grandezza agli occhi di tutti, punto non ne offrivano a' suoi proprii, poichè, uomo accortissimo e delle umane vicende sagace ed esperimentato conoscitore, sapeva quali leggieri cause fossero spesso bastevoli a rovesciare più grande dominio che il suo non fosse. Aveva egli per tre volte veduto i Francesi occupare il Ducato di Milano con potenti eserciti, e tre volte esserne scacciati: aveva mirati gli Svizzeri e gl'Imperiali entrare vittoriosi in Milano stessa, ed indi a poco venire astretti ad abbandonarla; di tre Duchi a lui contemporanei, due sapeva esserne morti in Francia, prigioniero l'uno, l'altro privato, e il terzo, ch'era allora regnante, starsi ciecamente soggetto alla volontà di Carlo V. Ben è vero che questa catena di successi e rovesci aveva porta a lui l'occasione di farsi forte e grande, ma gli presentava pure un troppo evidente quadro del destino che attendeva chiunque avesse colle sole armi a sostenere od ampliare il proprio dominio.
Due nemici assai più potenti di lui gli stavano ai lati, i quali non poteva sperare fossero mai per accordargli pace: il primo era il Duca soccorso dagli Spagnuoli, il secondo i Grigioni confederati con altri Cantoni Svizzeri formanti, come dicemmo, la formidabile Lega Grisa. Ei combatteva arditamente contro entrambi, e il valore suo e de' suoi, gli stratagemmi, l'audacia somma l'avevano fatto sempre trionfare di loro, per cui era pervenuto ad ottenere alla propria dominazione la fama e l'aspetto d'una solida signoria che, ispirando confidenza e tema nelle sue forze, aveva creato uno spirito di vassallanza nei soggetti, come appariva nel gran numero accorso a stanziare a Musso ed in altre sue vicine terre del Lago.
Ma la guerra si prolungava, le battaglie succedevansi incessantemente, e Gian Giacomo considerava che l'armi non verrebbero deposte da' suoi avversarii, sin che non avessero distrutta dalla radice la sua potenza, la quale usurpatosi un posto in mezzo a loro, doveva riuscire all'uno ed all'altro fatale se l'avessero lasciata più ampiamente distendere o consolidare. Vedeva quindi di non essere in grado di sostenere tal perpetuo combattimento, conoscendo troppo esigui i suoi mezzi a fronte di quelli degl'inimici che erano inesauribili, siccome nazioni già da secoli costituite e popolose: ogni vittoria era per lui una perdita, ed i più piccoli vantaggi della parte contraria gli recavano colpi funesti. Possedeva, è ben vero, oltre la regione del lago da Colico sino a Lecco, da Gera a Brienno, anche molta parte di Brianza con Carate, Incino, Monguzzo, presso che tutta la Valle Assina, la Valle Sasina; ma queste valli in ispecie erano per lui possedimenti di poco profitto, perchè terreni sassosi od incolti con rari e poveri abitatori traenti a gran fatica dal suolo uno scarso alimento. Aveva però perduto Chiavenna e tutta la Valtellina, di cui non possedeva che una porzione della sponda del lago; Lecco stava per essere assalita dalle schiere Ducali; le bande Svizzere s'andavano ogni giorno facendo più grosse, ed a Como s'allestiva una numerosa flotta. Egli era privo di qualsiasi legittimo titolo o diritto di Signoria; non teneva reali diploma che lo investissero di feudo: la spada e la fortuna avevano fatto lui, bandito e vagabondo, un Signore d'ampio paese, capo di banditi suoi pari, onde se veniva a sminuirglisi un solo istante la forza tra mano, perdeva il dominio con ogni speranza di ricuperarlo.
Gli erano non per tanto stati offerti onori, nobiltà, redditi cospicui onde cedesse la podestà del Lago al Duca suo legittimo padrone; ma Medici non era tale da discendere sì di leggieri dal sovrano grado in cui s'era collocato, e sino a tanto che rimaneva un sol mezzo da tentare per conservarlo, non voleva lasciarlo inoperoso: non disposto a venire a patti che allorquando avrebbe interamente disperato d'ogni riuscita, ben sapendo che i suoi nemici non avrebbero in qualunque tempo si fosse ricusate le sue trattative, conoscendolo tanto più terribile quanto più era ridotto agli estremi.
Poco prima dell'epoca del nostro racconto, Gian Giacomo, spinto da tutte le suaccennate riflessioni, aveva tentato un gran colpo politico, dall'esito del quale, se stato fosse favorevole, poteva ripromettersi una legittimazione vera, e una sicurezza inalterabile di dominio, oltre indefinita speranza d'ingrandimento; e nei giorni appunto di cui teniamo parola doveva conoscerne il risultato, del che egli stava in ansiosa aspettativa, potendo ad ogni istante succedere il ritorno di chi dovea recarne le novelle.
Ecco in che consisteva la cosa. Aveva egli spedite secretamente due ambasciate, l'una a Francesco I re di Francia, l'altra a Carlo V imperatore, all'uno per invitarlo a scendere in Italia e impossessarsi del Milanese, al che sapeva quanto caldamente aspirasse, colla promessa d'aprirgli un passaggio sicuro e secondarne le armi, purchè mandasse una parte dell'esercito a soggiogare i Grigioni; all'altro coll'offerta di cedere la Brianza, di non più molestare il Ducato, e tenere Musso e il paese circonvicino in suo nome, a condizione che lo investisse dei titoli imperiali di Signoria, e comandasse la pace al Duca ed agli Svizzeri. Se entrambe le ambascierie trovavano favore, egli sarebbesi attenuto all'esito della più vantaggiosa; se una andava fallita, poteva sperare nell'altra.
Suo messo in Francia aveva spedito il fratello Agosto Medici, uomo d'aspetto leggiadro, peritissimo negli usi cavallereschi e nella galanteria, e cortigiano di fino ingegno; ed in Germania mandò Volfango d'Altemps, figlio del conte Marco Sittico capitano della famosa squadra della banda nera, tanto prediletta dall'Imperatore per le sue prodigiose gesta all'assedio di Pavia. Ambedue erano partiti con picciol numero di fidati servi e molta scorta d'oro, senza che alcuno, eccetto i pochi ch'erano a parte del segreto, sapessero realmente per dove fossero diretti, avendo il Castellano fatto spargere voce che si recavano a Basilea onde trattare della pace cogli Svizzeri; nel retrocedere, trovare doveansi di fatti in questa città e ritornarsene unitamente a Musso.
Erano già scorsi più di tre mesi dalla loro partenza, tempo calcolato bastevole a quella spedizione, e il Castellano ne viveva già inquieto, quando il terzo giorno dopo quello del ritorno di Gabriele, si vide presso l'ora del mezzodì venire una barca verso il porto di Musso, spinta da otto rematori, nella quale scorgevansi assise varie persone che ai berretti ed all'abito mostravano dover essere di classe distinta. Due piccioli legni, portanti dieci archibugieri ciascuno, uscirono dal porto all'incontro di quella barca; non le si furono accostati appena, che parlamentato un istante con chi vi stava in prora, rientrarono a fianco di essa nel porto medesimo, dando varii segnali collo sventolare di due bandiere. I segnali vennero ripetuti dalle bandiere del porto, e un colpo di bombarda che partì dal molo in segno di saluto, cui tenne dietro un altro tirato dai primi baluardi della fortezza, detti le Case del Maresciallo, avvertì essere giunto qualche riguardevole personaggio.
Gian Giacomo che ritrovavasi in una sua camera posta sull'alto del Castello, girando di frequente gli occhi al lago, aveva già, al solo scorgere di quella barca, sperato forte contenesse i tanto aspettati messaggieri; e ne fu pienamente accertato al vedere i segnali ed all'udire i ripetuti colpi del saluto. Il tremito, i palpiti che accompagnano l'ansia del dubbio erano moti troppo stranieri al petto del fiero Castellano, nè tutte le speranze ed i terrori d'una desiante e minacciata ambizione potevano farli penetrare in quell'anima inconcutibile, ma non seppe però in quel momento difendersi da una certa interna angustia, da un indeterminato serramento di cuore, come all'avvicinarsi d'un grave periglio che inevitabile si fosse il superare, ed erangli tali sentimenti destati dal pensiero che tra poco verrebbegli fatta palese la decisione di sua sorte, convinto qual era che se non fosse stato protetto dall'alleanza o dal favore dell'uno di que' Monarchi cui aveva dirette l'ambasciate, cader doveva sotto gli urti replicati de' suoi nemici.
Agosto Medici e il conte Volfango discesi che si furono col loro seguito dalla barca, vennero all'entrata del Castello accolti da gran numero di Capitani d'armi che dalle rocche, dai baluardi e da tutte parti accorrendo, chiamati dal rimbombo dell'artiglieria, scendevano al porto per saper chi si fosse. Alternati i saluti e soddisfatto l'impulso della curiosa brama, i più si allontanarono e si dispersero ritornando ai posti loro; rimasero il Pellicione, Borserio e Sarbelloni, ch'erano i tre soli cui era noto il segreto ed i fini veri di quella ambasceria, i quali si strinsero dintorno ai due tornati, e salendo seco loro di celere passo le scale della Fortezza, bisbigliarono ad essi premurosamente all'orecchio accumulate domande sulla riuscita dell'impresa. Agosto, tacendo, crollò il capo, mostrando in volto scontentezza e dispetto; e il Conte d'Altemps, stringendosi nelle spalle con certo lieve e significante sorriso accennava aversi poco di bene a sperare. Nessuno a tali malaugurose indicazioni insistette più oltre interrogando, ma rimasi incerti e ammutoliti, entrarono nel Forte di Gian Giacomo, avviandosi drittamente alle stanze di lui. Il Castellano, fattosi sulla soglia, abbracciò il fratello ed il Conte, i quali poscia serraronsi al seno Gabriele ivi anch'esso accorso col Cancelliere, col Mandello e con altri Capitani.
Sebbene ciascuno di quelli cui era palese il secreto ardesse di desiderio d'udire immediatamente la narrazione dell'avvenuto, e quantunque impazientissimo ne fosse Gian Giacomo stesso, pure affinchè non nascesse sospetto negli altri quivi presenti, che si trattasse di cosa di cui non si volesse ch'essi fossero consapevoli, il che facilmente nascere poteva se venivano ad arte allontanati, il Castellano diresse ai due Ambasciatori ragionamenti in tutto estranei al vero oggetto del loro messaggio richiedendoli di cose unicamente relative alle disagevolezze ed ai pericoli del viaggio. Non fu che verso il finire di quel giorno che ritiratosi in una appartata camera posta a ponente del Forte, fatti quivi cautamente venire Agosto e Volfango, e que' soli che indicammo scienti del mistero, chiusosi colà seco loro, dichiarò volere essere minutamente e con ogni esattezza istruito di tutto il da loro operato e di ciò che ne era riuscito. Sedutosi in così dire sovra un seggiolone, posò il destro gomito sul bracciuolo di esso e fece appoggio della palma al volto, raccogliendo il sinistro braccio al petto preparato con intensa attenzione a non perdere un accento: gli altri si assisero in cerchio intorno a lui, tenendo gli occhi fissi in viso ad Agosto Medici, che con certa sua spedita e chiara espressione di voce pel primo parlando in tal modo si espresse:
"Tre giorni dopo ch'ebbimo lasciato Musso, passate con molto stento le alte nevi del San-Gottardo, ci dividemmo: il Conte andò alla volta di Zurigo, ed io di Ginevra, d'onde entrai tosto in Francia. Giunto prosperamente a Parigi, credetti opportuno, pria di presentarmi al Cardinale de' Gaddi colle lettere di Giovan Angelo[9], d'avere notizie intorno al carattere di lui. Feci quindi ricerca del luogo ove solessero darsi convegno gli Italiani che abitano colà, e mi fu detto recassimi alla taverna della _Bicoque_, tenuta da un oste, Bolognese, ch'ivi usavano principalmente gli uomini di mia nazione. V'andai infatti e trovaivi raccolto gran numero di artieri, pittori e scultori Fiorentini, Romani, Lombardi, coi loro fattorini e donzelli, persone le più sollazzevoli del mondo, che spendono a larga mano, poichè quel Re francese profonde tesori negli oggetti delle arti loro. Adocchiando attentamente, riconobbi tra essi il nostro Ambrogio Viarenna, quell'eccellente lavoratore di drappi di seta, che avea, se vi ricorda, un opificio presso Porta Tosa, e di cui nostro padre era sì stretto amico: corsi a lui e l'abbracciai, ed ei ravvisatomi, fecemi sì gran festa come se veduto avesse un proprio figliuolo. Gli spiegai le mie bisogna, e intese che l'ebbe, mostratosi pronto a servirmi, mi condusse da certo messere Giuliano Buonacorsi tesoriere reale, il quale, cortesemente accoltomi siccome gran conoscente del Viarenna, diedemi intorno al Cardinale ogni novella, e dissemi ch'ei trovavasi colla Maestà del Re a Fontanablò, ma che gli avrebbe fatto quivi immantinente parlare di me. Il mattino del dì seguente feci dal Viarenna presentare in mio nome il tesoriere d'una ricca veste di seta, e la sera stessa il Cardinale mandò per me un suo Prete, dicendo mi recassi il dì venturo a Fontanablò. Vi andai di buon'ora, fui tosto introdotto dal Cardinale, che abitava in un lato di quel sontuoso palazzo, gli consegnai le lettere di Giovan Angelo, e gli esposi l'oggetto di mia missione. Egli, cortesemente uditomi, mi rispose increscergli gravemente dovermi annunziare che la mia ambasciata non poteva riuscire a buon fine; che le mie proposizioni sarebbero state in altri tempi più che mai accette e grate al Re ed alla Corte, dove si aveva gran desiderio di rinnovare la guerra in Italia per scancellare con prove di valore l'onta ricevuta dal nome francese sotto Pavia per la prigionia del Re, che questi specialmente manteneva sempre viva la brama di ricuperare lo Stato di Milano, di cui aveva assunto titolo sovrano nella sua consacrazione, tenendo per fermo d'averne un diritto ereditario siccome discendente da Valentina di Valois figlia di Giovan Galeazzo Visconti: ma che però in quel momento non verrei al certo ascoltato, poichè s'era appena conchiusa una pace solenne con Carlo V, essendosi in segno d'amicizia celebrate le nozze di re Francesco con Eleonora sorella di Carlo, che trovandosi per tal modo le due Corti strette in perfetta alleanza, non potevasi nè conveniva violare sì tosto i trattati rompendo ogni fede, e mettere i due Stati in urto, il che sarebbe indubitatamente avvenuto accedendo a ciò ch'io veniva domandando, poichè sapevasi che l'imperatore Carlo protegge lo Sforza attuale duca, che d'altronde erasi precisamente stipulato che nessun esercito francese dovesse per qualunque motivo discendere in Italia: consigliavami quindi ad abbandonare l'impresa e ritornarmene, attendendo per essa più opportuna occasione. Io gli resi grazie de' suoi consigli, e gli chiesi nello stesso tempo mi permettesse di porgli innanzi agli occhi che il tempo stringeva, che le cose potevano da un istante all'altro cangiare d'aspetto; che se il Re di Francia trascurava una circostanza e un momento così propizii onde ricuperare il suo bel Ducato d'Italia, forse non se ne sarebbero più mai presentati di così favorevoli; che l'offrirglisi un ampio paese nel Ducato stesso con terre, fortezze e soldati, tutto per lui avrebbe d'un tratto disanimato il nemico e fatto solido appoggio alla sua stabile dominazione di là dai monti; che dovesse inoltre riflettere quanto un tale avvenimento sarebbe andato a sangue alla Corte di Roma, che mostrava ancora fumanti le piaghe apertele dall'orrendo saccheggio fatto dalle truppe Imperiali guidate dal traditore Contestabile di Borbone; che considerasse quanto Papa Clemente VII, il quale non poteva dimenticare la propria prigionia in Castello Sant'Angelo, dovesse desiderare di vedere depressa la possanza di Carlo che si va ogni giorno ingigantendo, e come a tal brama concorressero colla Repubblica di Venezia gli Estensi e lo Stato Genovese.
[Nota 9: Altro fratello dei Medici che godeva gran favore alla Corte di Roma, e fu poscia Papa egli stesso col nome di Pio IV.]
"Parve che tali mie parole colpissero l'animo del Cardinale: egli rimase varii minuti silenzioso e pensante, indi mi disse che prima di parlarne al Re era d'uopo comunicasse i miei progetti al Cardinale di Tournon, e m'avrebbe poscia indicato come dovessi contenermi. Volle frattanto ospitassi in un suo palagio di Parigi, da dove fecemi più volte cavalcare a Fontanablò, ove ebbi conferenza coi due Cardinali, con Claudio di Guisa, con Montmorancì, con Oliviero d'Epinais, col Sir de la Trimouille e varii altri de' più cospicui Duchi, Marescialli, Scudieri di Re Francesco, tutti al par di lui valorosi e gentili cavalieri. All'esposizione ch'io andava facendo loro di mia domanda e de' modi di porla ad effetto l'accoglievano con giubilo, dandomi ogni speranza di riuscita, e più d'uno d'essi parlava con onorevoli parole, o Castellano, di tua rinomanza e prosperità nelle armi, dicendo che ogni impresa a te affidata aveva sempre ottenuto felice successo".
"Sarebbe stata fortuna maggiore per me, l'interruppe Gian Giacomo cui brillò in volto un lampo d'orgoglio, che si fosse colà ritrovato quel loro Lautrec, che poteva ben dire s'io sappia maneggiare la spada e condurre una squadra, poichè mi provò il dì della battaglia di Vaprio al passaggio dell'Adda; e m'aveva allora appena gli anni che or conta il nostro Gabriele".
"N'ammazzammo pur molti de' Francesi in quel giorno, esclamò il Pellicione battendosi a due mani le coscie, e per la spada di san Michele! non sono soldati che combattano da burla".