Falco della rupe; O, La guerra di Musso
Chapter 22
Orsola e Rina dopo avere camminato assai per il sentiero che rimonta la valle, e che l'obbliqua posizione, i seni del monte e i rami delle grosse piante che il fiancheggiavano avevano riparato in parte dalla neve, rendendo così meno disastroso il trascorrerlo nel buio della notte a chi com'esse l'aveva tante volte praticato, giunsero finalmente nel bosco di Zelbio, ove internandosi alcun tratto ritrovarono la Cappelletta dell'Eremita, e v'entrarono. Era questa una picciola rotonda aperta sul davanti, guasta allora e spoglia d'ogni arredo, ma dove altre volte si vedeva un altare con varie immagini sculte in legno, custodite e mantenute in venerazione da un Eremita che s'era costrutto in quel bosco una cella. La moglie e la figlia di Falco si assisero colà l'una presso all'altra, cercando col rinserrarsi i panni che avevano indosso di difendersi alla meglio dal rigore del freddo notturno. Oltre lo sgomento che durava nel loro spirito pel funesto avvenimento che le aveva costrette a fuggire fra le tenebre in quella dirupata valle, quando cessarono dal camminare e si videro solinghe sotto quella ristretta volta dentro un antico disabitato bosco, furono assalite altresì da un terrore che aveva più antica origine nei loro cuori. In fondo di quella valle trovansi le vaste e profonde grotte del monte del Tivano, che le popolari tradizioni fecero sempre albergo e convegno di enti spaventosi e malefici [19]: quivi, secondo l'opinione di que' montanari, recavansi in tregenda dai luoghi più lontani maghe e stregoni, che uniti ai demonii che sbucavano dalla terra, dopo lunghe infernali tresche formavano gli incantesimi, e preparavano filtri e simboli fatali. Le due donne, allorchè concentrate in se stesse cominciarono poco a poco a riflettere che si trovavano in prossimità di quel tremendo luogo, provarono in tutta la forza il sentimento della paura, che è tanto più potente quanto più è indefinito e misterioso il soggetto che lo cagiona. Quell'oscurità, quel silenzio, il fantastico aspetto che prendevano ai loro occhi i neri tronchi delle piante che sorgevano presso il limitare dell'edifizio ove s'erano ricoverate, tutto insomma aumentava in esse l'angustia del cuore e la tema. S'abbracciarono strette l'una l'altra, e "Ohimè, incaute! esclamò Orsola con voce smarrita, perché mai siamo noi venute così presso alla montagna del Tivano? perché non abbiamo scelta un'altra strada meno pericolosa? chi sa cosa avverrà di noi in questo luogo!" Rina, a cui la tenerezza manteneva la mente in uno stato di continua esaltazione, e s'aveva quindi l'immaginazione ardente, e suscettiva di più profonde impressioni, senti a questi accenti della madre frizzarsi una punta al petto, onde serrandosi a lei più strettamente, e nascondendole il volto in seno: "Madre mia, proferì tremando, fuggiamo, retrocediamo, usciamo da questo bosco prima che si avveggano di noi! guai se si accorgano che stiamo qui sole, potrebbero prepararci le più gravi sventure!"
[Nota 19: Chiamasi anche al dì d'oggi _Buco di Nicolino_ (sopranome che si dà in que' paesi al Diavolo) una grotta in forma d'un gran pozzo che vaneggia in mezzo al Piano del Tivano, e nell'interno del monte ha molteplici comunicazioni con altre caverne.--Vedi Amoretti, _Viaggio ai tre Laghi_.]
"Ah Santa Vergine, soccorreteci! disse Orsola: fate che presto spunti il giorno, e che noi rimaniamo intanto illese dalla potenza dei nemici infernali, come v'è piaciuto di salvarci da quelli di Como, che l'ira vostra confonda e disperda!... Ma facciamoci coraggio, o Rina: io spero che il Tornasco, che abbiamo incontrato, giungerà prima dell'alba a Bellaggio, e sono certa che se Falco è colà, in poche ore verrà a raggiungerci in questa valle: altrimenti ne usciremo, e cercheremo da noi una strada verso il lago per recarci a Musso".
"A Musso sì!" pronunciò Rina rilevandosi inanimita come da un magico tocco "per rimanere colà, per non più scostarci da quel Castello?-Ma, ohimè! o madre, udite! mi pare d'intendere rumore di pedate: qualcuno di certo s'avanza pel bosco!"
Stettero quasi senza trar fiato ascoltando perché si fece per la selva sentire distintamente un veloce mutare di passi diretti a quella volta; ma ad entrambe fu per balzare dal petto il cuore trasportato dalla gioia improvvisa quando udirono la robusta e sonora voce di Falco far rintuonare la valle dei loro nomi. Esse risposero subitamente alla chiamata affacciandosi unite all'ingresso di quel diroccato edifizio: Falco riuscì in quel punto fuori dall'intricamento delle piante, precedendo Gabriele che lo seguiva per quell'oscurità con un palpito veemente di speranza: le donne gli vennero incontro, non dubitando che la persona che seco era, e che distinsero al suono dei passi, fosse il Tornasco, od altro de' suoi compagni montanari. Quando però furono dappresso, Rina s'accorse tostamente al contorno delle forme che s'intravedevano a quell'ignoto anche nelle tenebre, che esso non era l'uno de' rozzi seguaci del padre; quando poi sentì il di lui respirare gentile e un po' affannoso, un dubbio, un lampo le passò per la mente, e il di lei cuore aveva già sobbalzato ripetutamente prima che Falco dicesse ad Orsola: "È venuto meco il signor Gabriele, che da valente e generoso giovine, com'egli è, allorquando udì il disastro di Nesso, si dispose ad affrontare con me anche i più gravi pericoli, se fosse stato d'uopo, per liberarvi dalle mani feroci dei nostri nemici".
Sparì ogni tenebria dagli occhi di Rina in quell'istante, e le parve vedere come di pieno giorno l'adorato viso del suo guerriero, provando all'anima la dolcezza che dagli sguardi di lui le suoleva immancabilmente derivare; pari fu il contento del giovine Medici, nel cui spirito subentrò all'angosciosa incertezza una tranquillità ed un appagamento inesprimibile.
Il Montanaro di Nesso aveva nell'antecedente cammino convenuto con Gabriele del proprio torto, nell'essersi rifiutato sempre ad andare a prendere dimora in Musso, lo che stabilirono tra loro avrebbe fatto immantinenti: quindi pensando al modo di condurre le donne a Musso senza farle passare vicino ai nemici, Falco disse ch'ei conosceva una strada da cui avrebbero potuto recarsi al lago di Lecco, ove imbarcarsi per Musso, senza retrocedere dalla valle del Noce in cui s'internavano; ma soggiunse che a causa delle alte nevi, era d'uopo passare il monte che chiudeva quella valle per una via inusitata e strana, cioè dentro le profonde caverne che perforavano la montagna stessa. Gabriele rispose che se per le donne non v'erano colà pericoli od oggetti di spavento, s'offriva pronto a seguirlo dovunque. Falco lo accertò che correva bensì voce che quivi apparissero streghe e diavoli, ma ch'egli aveva fatta altre volte co' suoi compagni quella via, e che nulla mai gli era accaduto incontrare che gli recasse danno o terrore. Questa determinazione presa con Gabriele fu da Falco comunicata alla moglie, la quale, restia per alcun poco ad aderirvi, fu finalmente convinta, o piuttosto forzata, dalle parole e dalla volontà del marito, la cui scorta unita a quella del giovine guerriero le temperava in gran parte nell'animo la paura, che a pensare a quel tremendo luogo tutta l'invadeva.
Procedettero tutti insieme, guidando Falco gli altri, per quel bosco, usciti dal quale, e sempre rimontando la valle per via più aspra, e in quell'oscurità difficilissima, vennero in luogo dove restringendosi è chiusa dalle erette spalle del monte, ingombro d'alte piante. Quivi salirono un breve tratto, e trovaronsi alla bocca d'una spaziosa caverna tutta ingombra all'entrata da grossi alberi e sfrondate boscaglie. Le donne si strinsero intimorite a Falco, scongiurandolo a non por piede colà; ma egli cercando con animate parole dì dissipare il loro terrore, raccolse un fascetto di rami, lo strinse insieme, e coll'esca del moschetto, avendolo acceso a guisa di fiaccola, entrò intrepidamente nella grotta obbligando la moglie e la figlia condotte da Gabriele a seguirlo.
Levò alto quel lume, mirò d'intorno, e null'altro si presentò al suo sguardo che lo sterminato masso in che era incavato quell'antro: continuando con vivaci e risoluti detti a togliere dal seno di chi lo seguiva ogni temenza; raccolse molti frantumi d'alberi diseccati che erano sparsi sul suolo, li radunò in una catasta, intorno alla quale fece assidere le donne e Gabriele, e colla fiaccola v'appiccò fuoco.
Splendette ampia la fiamma investendo d'una luce viva il sasso giallo-rossiccio che formava la vôlta e le pareti laterali di quella caverna, riflettendosi sugli ineguali e rotti scaglioni che ne costituivano il fondo, il quale alla superiore estremità s'internava con un nero sprofondamento. Mentre, seduti intorno a quel fuoco sovra pietre dalla vôlta stessa cadute, quei quattro ivi venuti, le cui ombre si proiettavano in gigantesche proporzioni sul pavimento e sulle scabre pareti, stavano ragionando dei tristi avvenimenti di quel giorno, giunse al loro orecchio come un lontano e lieve rumore di pedata che venendo dal fondo dell'antro destava un tenue ma cupo rimbombo. Colpiti da quel suono, divenuti all'istante silenziosi ed immobili, attentamente ascoltarono, ed il rumore di que' lontani passi andava facendosi più distinto, indicando che alcuno dall'interno di que' recessi s'avanzava. Balzarono tutti in piedi, e Falco pel primo, che sollevò il moschetto piantandosi in attitudine di scagliare il colpo; Gabriele gli si pose a lato sguainando rapidamente la spada: dietro a loro rimasero le donne l'una accanto all'altra. Appena s'erano dessi così atteggiati, che ecco sul ciglio del più elevato masso che chiudeva in parte il fondo di quell'antro comparire una figura femminile, appoggiata a due mani ad un bastone, che l'incerto chiarore che là perveniva fuor disegnandola dall'oscura cavità che dietro le stava, davale aspetto di straordinaria e fantastica apparizione. Gelò a quella vista il sangue per terrore anche nelle vene dell'intrepido Montanaro, che come gli altri che seco erano pensò che quello uno si fosse dei tremendi abitatori della caverna comparso a punire gli audaci colà penetrati. Di grado in grado per i rialzi sporgenti negli smisurati scaglioni calò l'apparsa vecchiarda, e giunta al piano della grotta s'avanzò verso il luogo ove quei quattro si stavano immobili ed atterriti. Era dessa Imazza, la vecchia comare di Palanzo, che all'accostarsi dei nemici a quella terra aveva abbandonato anch'ella il proprio abituro, ed era per la Valle del Noce venuta colà, penetrando per un altro ingresso nella caverna, ove soleva frequentemente venire, e dove gli abitatori di que' monti supponevano stesse in consorzio cogli spiriti maligni. Vedendo dalle oscure latebre in cui s'aggirava, splendere lontano il fuoco sotto la più spaziosa vôlta, essendo pressochè intirizzita dal freddo, s'avviò per riscaldarsi verso di quello. Andò dritto colà, e senza nemmeno guardare in volto a chi vi era già vicino, coricò al suolo il suo bastone, e si rannicchiò presso la fiamma stendendo verso di essa ambe le scarne mani.
Allorchè Falco e le donne la riconobbero, sebbene non riuscisse ad essi gradita la sua presenza colà, pure essendo dessa loro comare, mirandola lacera ed abbrividita, lasciarono che s'accostasse a quel fuoco, sembrando troppa crudeltà il non concederle che sgelasse le membra. Gabriele guardava con occhio di meraviglia e di ribrezzo quella vecchia, il di cui strano aspetto annunziava una strega uscita quasi per incanto dal seno del monte, e mirando Falco e le donne, rimise il ferro nella vagina, non sapendo però rendersi ragione nè del loro silenzio, nè della calma ritornata sui loro volti nel momento che la vecchia approssimatasi s'accosciò quivi senza proferire parola.
Falco comprendendo dall'incerto movere degli occhi del giovine Medici chè volesse chiedere, bramando rassicurarlo inclinò il capo verso l'orecchio di lui, e con voce sommessa come di chi parla alla presenza d'uno che sonnecchia o vaneggia, disse:
"Questa è una donna di Palanzo: è la nostra comare Imazza: la madre di quel Grampo che rimase ferito a morte la notte che foste liberato dai Ducali. Essa conosce questa grotta assai meglio di noi, poichè si dice che da anni ed anni vi sia solita venire ogni notte; non vi saprei spiegare da qual parte è ora penetrata, poichè le vie da essa praticate sono ignote a tutti: non vi potrei dire neppure cosa sia qui venuta a fare. Se non vi si è ritirata per fuggire anch'essa i Ducali saliti a Palanzo, sarà venuta per trovarvi certi amici che il Cielo ci guardi dall'incontrare giammai. Comunque sia, noi non dobbiamo prenderne spavento: la lasceremo ben tosto qui sola, poichè l'alba non è lontana, e fa d'uopo mettersi in cammino, attraversando la grotta per riuscire dall'altra parte del monte e proseguire il nostro viaggio".
Mentre Falco così parlava, Gabriele e le donne guardavano attentamente la vecchia, a cui il calore che intiepidiva le carni faceva sparire dal viso e da tutto il corpo le rigide contrazioni prodotte dal freddo, e per la sensazione di quel ristorante tepore vedevansi i suoi lineamenti ricomporsi, gli occhi divenire poco a poco meno stravolti, sino al punto che le riuscì così grato quel sollievo, che mirando la fiamma colle spalancate pupille, sorrise, abbassando replicatamente la testa come salutasse un ente animato che la beneficasse; e benchè quel sorriso e quel moto avessero un indefinito carattere di demenza, si scopriva però che venivano dal cuore. Ad un tratto si fece di nuovo sconvolta in viso, raccolse le braccia al petto, i suoi occhi divennero vitrei ed immoti; stette come aggruppata in se stessa, poscia allungò una mano lentamente; la abbassò al suolo allargata, e fece l'atto di stringere alcun che di morto e resistente e di sollevarlo, aprì poscia le dita ad un colpo e rimase in quell'atteggiamento.
Un tetro pensiero assalì Falco a quell'atto, poichè gli richiamò vivamente alla memoria il moto fatto da lei col braccio di Grampo steso cadavere sul letto nel casolare di Palanzo e le parole che seguirono quel gesto tremendo: i suoi tratti si fecero oscuri e mormorò fra i denti:
"Ah vecchia maga, or ti ricordi del figlio! M'accorgo che ti sta presente come quando lo ricopriva il lenzuolo inzuppato del suo sangue, e tu lo vedi come allora sfigurato e irrigidito... Ma che pretendi? (ed alzò la voce) Hai tu il potere di far risorgere i morti dal luogo ove essi dormono? Puoi tu far apparire gli estinti in queste caverne?... Che guardi?... Che ascolti? forse qualche spirito uscito dalle viscere della terra, non visibile a noi, qui s'aggira e ti parla?"
"È ben la tua voce che io sento, o uomo di Nesso?" pronunciò Imazza in tuono lento e sepolcrale; ma cangiando poscia affatto l'espressione del volto, poichè la voce e la vista di Falco la richiamarono a passate abituali idee, proseguì, con manifesto delirio della mente: "Sì... sei tu... Oh ti conosco!.. è molto tempo che io non ti vedo. Il mio Grampo non viene più con te?... egli non pronuncia mai il tuo nome: ma ora che fa? dove sarà egli andato? oh Dio! non vorrei che s'incontrasse cogli uomini di Como! Che si sia perduto per la valle, o l'hai tu mandato col tuo battello lontano sul lago?"
Il guerriero Montanaro stette muto a tali inchieste; Gabriele stupì, e Orsola disse:
"Il vostro figlio, o Comare, è al sicuro di tutti i pericoli di questa terra: esso si trova certamente in un luogo dove non ha bisogno che delle vostre preghiere, e dove chiede al Signore che vi conceda misericordia".
Imazza non parve punto intendere questi detti, alzò lo sguardo a Gabriele, e dopo averlo considerato a lungo, pronunciò le seguenti parole con voce raddolcita, che annunziava un improvviso commovimento dell'anima, il quale la ritornava alla ragione: "Chi sei tu, o giovine? Tu non abiti certo nel nostro paese? Perche abbandonasti la tua casa? Hai tu colà tua madre? Perchè la lasciasti sola?... Essa ti aspetterà... ti chiamerà... ritorna a lei... fuggi di qui! (aggiunse in tuono più aspro e solturno) Tu non sai con chi ti trovi... Anch'io... anch'io aveva un figlio, giovine, vigoroso come sei tu, e per causa di quest'uomo io l'ho perduto... esso me lo condusse a morire: ed ora son sola..." Qui le mancò la voce, ma subitamente si riaccese in volto, stralunò gli occhi, drizzò verso Falco l'irto capo, contraendo convulse le labbra, protese le braccia con adunche le dita, sì ch'esso e Gabriele arretrarono inorriditi, e le donne si coprirono colle mani il volto, e furibonda esclamò: "Perchè non posso lacerarti il cuore con queste mani; perchè non mi è dato trascinarti con me nel sepolcro? Ma va! che s'anche or ti salvi, tu non vivrai lungamente. Faccia il cielo però che prima di morire ti possi mirare cader estinto dinanzi ciò che tu hai di più caro, che il tuo sangue sia sparso con infamia e che nessuno de' tuoi abbia altro fine che negli strazii e ne' tormenti".
Gabriele strinse tra le braccia Falco bollente d'ira a quell'imprecare della vecchia, e tal atto dell'affettuoso giovine gli temprò lo sdegno, per cui appena il rimbombo della rauca e stridente voce d'Imazza svanì per quell'antro, il fiero Montanaro, fatto mite e calmo, guardolla con occhio di disprezzo e pietà, dicendo: "Misera vecchia! il tuo spirito è dominato da malefiche potenze: tu non sai ciò che dici; io ti perdono!--Andiamo, lasciamola qui da sola a riscaldarsi più agiatamente le membra, che fra poco la morte le gelerà del tutto".
Così detto, Falco accese una fiaccola che aveva contesta con resinosi rami, e gettato a spalle il moschetto, procedette per quell'antro innanzi alle donne seguíte da Gabriele che recava un'altra face; abbandonando per tal modo colà la vecchia Imazza che soprapposte molte legna al fuoco vi si rannicchiò nuovamente dappresso. Giunti al fondo della prima grotta salirono pei dirupati scaglioni formati dal passaggio di voluminose sobbalzanti acque ivi scorrenti la state, e s'internarono nell'andito superiore più oscuro e ristretto. Progredendo per quella via cavernosa che or ritorta or diritta, ma sempre ascendente, cammina per le viscere del monte, udivano il rumore dei loro passi risuonare con cupo e prolungato mormorio, e allo splendore delle loro faci che spesso squassavano per rinvigorirne la fiamma, rompenti quell'eterna tenebria, miravano variarsi la forma, il colore e l'ampiezza dell'antro per cui s'avanzavano. Ora nella vôlta e nelle pareti ristrette e basse nereggiava liscia l'ardesia; ora lo scisto verdastro cilestrino o giallognolo rigato da fili d'acqua offriva l'aspetto d'un drappo steso, di cangiante colore frastagliato da lucide striscie; in alcuni luoghi strati di bianca marna formavano lunghe zone compatte, in altri brillavano al lumeggiare delle faci mille e mille punte argentine nella scabra arenaria: qui miravasi la vôlta vasta e piana formata d'un solo masso di granito che spaccato dai lati in larghe fenditure presentava enormi arcate sostenute da informi colonne fra cui s'apriva il varco ad altri spechi; là perpetue stille gocciavano dalle acute stallatiti pendenti dall'alto.
I quattro che battevano quello strano e cupo calle contemplavano con istupore misto a meraviglia, fatta maggiore dalle tremende idee di che erano stati poco prima agitati, il variato succedersi di tanti ciechi ravvolgimenti, dai quali non avrebbero creduto potere riuscire mai all'aperto, se Falco stesso non avesse assicurato d'averli altre volte percorsi, ed egli medesimo pensando ai timori ed all'esitanza che dovevano naturalmente durare nel cuore di quelli ch'ei conduceva per una sì lunga sotterranea via, rallentò d'alcun poco il passo, e rompendo pel primo il silenzio, disse:
"Se fossimo andati tanto all'ingiù quanto siamo saliti per questa strada, io credo che saressimo già arrivati dove si comincia a vedere il fuoco a trasparire dalle porte della casa dei dannati; ma finalmente per quanto sia grosso il monte dentro cui camminiamo, m'accorgo che l'abbiamo quasi attraversato. Vedete quest'altra grotta che s'interna a destra: essa si apre in forma di pozzo in mezzo al piano del Tivano, da dove entrano le acque quando si sciolgono le nevi, e trascorrendo per queste gole sboccano in parte dalla caverna per cui siamo entrati nella valle del Noce, e in parte nella Valle del Lambro dalla caverna per cui usciremo, ed alla quale ora siamo vicinissimi".
"Perchè non si ponno scavare sì lunghi e profondi i sotterranei dei nostri castelli? pronunciò Gabriele; oh allora daremmo cattivo giuoco all'inimico in caso d'assedio, e se per isventura si cedesse all'assalto, potremmo per tale strada condurre in salvo le persone che non saprebbero aprirsela col ferro alla mano, e serbarci anche nella sconfitta ciò che abbiamo di più caro e prezioso!"
"Ah, rispose Orsola, che la Madonna ci guardi dall'essere mai costretti a praticare simili sorta di cammini! Chi sa chi passa di solito qui dentro; chi sa chi va svolazzando colle ali di pipistrello per i luoghi che abbiamo lasciati dietro a noi e ci segue da lontano spiando i nostri passi! Io per me non mi sento il coraggio di volgere indietro la testa. Avete osservato che qualità di siti? In un luogo è tutto nero, in un altro tutto bianco e giallo, e per sino coperto d'argento. Non ponno essere stati che i demonii e gli stregoni che hanno fatti questi buchi; ed io sceglierei piuttosto di camminare cento anni sulle bragie, anzichè trovarmi da sola nel luogo ove abbiamo acceso il fuoco e dove s'è venuta a sedere la comare di Palanzo, perchè essa sta ora certamente in mezzo un circolo di diavoli. E non sentiste la vecchia strega quali parole pronunciò per rabbia e quali imprecazioni ci ha scagliate perchè stavamo colà a sturbare la sua tresca cogli spiriti maligni a cui ha venduta l'anima sua?"
"Non temete pe' suoi detti, o Madre: la Vergine di Nobiallo ci protegge: Ella che ha fatto giungere prima del tempo da noi sperato le persone che ora sono con noi, saprà pure sventare i nefandi presagi della trista vecchia: io so che a pregarla di cuore quella santa Madonna concede sempre le grazie che le sono richieste". Così disse dolcemente Rina, a cui le parole poco prima proferite da Gabriele avevano recato una consolazione soave, confortatrice, che il tetro luogo in cui si ritrovavano punto non sminuiva; e Gabriele a lei con entusiasmo: "Quando pregano gli angeli, o Rina, sorridono i cieli, e beato chi è l'oggetto dei loro voti". Così pronunciando le si mise accanto, poichè la grotta che s'andava allargando il sofferiva, e posò lo sguardo sul volto di lei nel momento che veniva investito da una luce purissima azzurrina che penetrava dall'ampia apertura della caverna a cui erano finalmente pervenuti.
Falco, gettata al suolo e spenta la fiaccola come fece Gabriele: "No, non mi sono ingannato (disse con voce forte e contenta), benchè siano scorsi molti anni da che feci questa via. Eccoci all'uscita della famosa caverna del Tivano: ora scenderemo nella valle del Lambro, passeremo il monte a Magreglio, e caleremo a Vassenna: questo è il cammino che facevamo prima che il signor Gian Giacomo fosse padrone di Lecco, poichè in quelle acque potevansi gettare le reti a buone tinche; ma era d'uopo tenersi al largo dal capo di Bellaggio e da Limonta, ove stavano sempre appostati i mastini per darci la caccia".