Falco della rupe; O, La guerra di Musso
Chapter 2
"Che se per via maggiormente convincervene vorreste esaminare la cosa con cognizione di causa, potrei parlare per ore intiere spiegandovi la differenza che passa tra una macchina a _bassa_, ed una ad _alta pressione_, soggiungervi che quest'ultima presentava la possibilità d'uno scoppio, al che però s'è ovviato colla applicazione delle valvole di sicurezza, e più recentemente colla sostituzione dei cilindri alla caldaia, ottimo ritrovato di sir Gurney; sebbene la caldaia stessa ottenne un aumento notabile nella solidità coll'ultima ingegnosa armatura di ghisa: potrei farvi un paralello tra i sistemi di Wath, di Perkins e di molti altri famosi meccanici inglesi, francesi, americani, e delle officine di tal genere stabilite a Liverpool, a Charenton, a Boston: potrei finalmente presentarvi un quadro statistico del numero di tutte le macchine a vapore applicate alle arti, alla navigazione, all'idraulica, col calcolo della loro forza rispettiva e della loro utilità rappresentata dai prodotti, e ciò basterebbe ad illuminare le pupille più lippe, le teste più ottuse. Ma voi non abbisognate di tanto per penetrare il vero; vi leggo la persuasione negli occhi. Ebbene, qua la mano, e datemi parola che domani salirete il battello a vapore e farete il viaggio del lago?"
Così dicendo, siccome nel calore del discorso s'era a lui accostato, gli stese la destra, presentandogliene il palmo per ricevere la sua in pegno della promessa che attendeva. Al Conte, sbalordito da quella tempesta di parole, da cui in sostanza dedusse che non si voleva che vi fosse pericolo nel vapore, uscì un istante dalla mente la villa del Lambro e la protesta fatta poco prima al Marchesino, porse la mano, e quando stava per impalmare quella di don Annibale, improvviso gli attraversò la fantasia l'importante pensiero del come si sarebbe provveduto al ventre su una barca che correva per più ore senza toccare mai sponda, e tenendo sollevata la destra con esitazione: "Indicatemi il modo, disse, con cui potere colà su avere, senza fastidio, una buona colazione ed un buon pranzo, ed io v'assicuro che tutte le difficoltà sono sparite, e v'ascenderemo domani immancabilmente".
"Ma altro che colazione e pranzo!" dissero a due voci il Marchesino e don Annibale. "Immaginatevi, proseguì quest'ultimo, tutto quanto può esservi in un ben fornito albergo colà su si trova tutto: v'è ogni sorta di vivande, di vini, di frutti, di dolci: ma che credete che sia una barcaccia come le altre? C'è la sua cucina, la credenza, una sala, con tutti i suoi comodi come in una casa. Quel correre poi sull'acqua rompendo l'aria vibrata montanina, eccita un appetito, una fame da divorare il ferro, e trovare a propria richiesta qualunque ghiottoneria, ed essere fra le agiatezze come in un ricco palazzo, è un piacer tale da quasi non credersi. Via, non ci mancate, datemene parola e credetemi che non v'andando perdereste un raro complesso di divertimenti:--E fareste uno sproposito da sapervene male per tutta la vita", soggiunse il Marchesino.
"Ed averne le beffe universali", aggiunse colla sua voce dilicata, e con tal modo di rimprovero la Contessina.
Stretto così da tutte le parti divenne pel Conte impossibile il battersi in ritirata.
"Se in realtà è così, rispose stropicciandosi le mani lentamente, se assolutamente lo volete, per me ci vengo volontieri; ma domani, ed accennò per terra coll'indice della destra come fermasse un patto, domani a sera qui, e dopo dimani alla Villa".
"Oh! ciò s'intende, replicò il Marchesino pago oltre modo del riportato consentimento, e diede a donna Amalia uno sguardo di trionfante compiacenza a cui ella rispose con un sorriso, mostrando negli occhi tutto ciò che una bella donna sa farvi apparire per affettuosamente ringraziare. Don Annibale accostatosi ad essi andava ripetendo or all'uno or all'altro: "Ma era un errore, un torto, un insulto imperdonabile venir sin qui per vederlo, e non salire sul battello a vapore".
Per una concatenazione di idee che gli ideologi non durerebbero fatica ad ispiegare, i pensieri del Conte s'erano rivolti frattanto a far rivista del futuro desinare sul lago, indi con poca divergenza ritornati sulle sue sensazioni presenti, e ritrovarono l'urgente bisogno della cena, per il che rammemorò al Marchesino que' certi _agoni_ di cui gli aveva parlato prima di sera, e soggiunse che gli sembrava venuto tempo d'assaggiarli. Il Marchesino chiamò, ordinò la cena, e in pochi tratti fu allestita la mensa, ed arrecate le vivande. Eglino vi si assisero d'intorno, obbligando cortesemente don Annibale a rimanerti seco loro. Gli agoni furono trovati saporitissimi, ed in ispecie dal Conte, che se ne fece una scorpacciata, e terminata la cena, s'assise di nuovo sul canapè a smaltirli addormentandosi profondamente.
La Contessina, tutta occupata della lieta idea della promessa gita, si diede ad interrogare don Annibale intorno alle delizie del lago.
"Onde conoscerle tutte perfettamente, rispose questi che ne aveva esatta cognizione, d'uopo sarebbe ch'ella visitasse ad una ad una le molte ville che sono sparse a diversi punti delle sue rive, e salisse in alcuni luoghi i monti, o s'internasse nelle valli onde mirare pittoresche vedute, o singolari accidenti di natura, che molti ve se ne trovano; ma giacchè non deve che percorrerne il lungo, ella cerchi di tracciarne bene in mente l'aspetto generale e le posizioni diverse, che poscia le descrizioni di chi ne ha esaminate le singole parti gioveranno a formargliene nello spirito un quadro completo. Un abbozzo preventivo del viaggio posso farglielo io con questa carta distesa in ampia scala". Così dicendo staccò una gran tavola geografica che stava appesa ad una delle pareti, e la stese sul tavoliere: donna Amalia e il Marchesino accostandovi i lumi vi portarono attento lo sguardo.
"Il Lago di Como, come qui si vede, proseguì egli, ha la forma d'una zanca di granchio aperta in atto d'abbrancare".
"Ah! ah! dite benissimo, lo interruppe ridendo il Marchesino, si può assomigliare la forma del lago di Como ad una zanca di gambero, come appunto si paragona quella dell'Italia ad uno stivale. Ah! ah! gambe da per tutto".
"Sarebbe miglior cosa, vorresti forse dire, che vi si ravvisasse alcuna parte che raffigurasse una testa. Tu sei troppo maligno: ma torniamo a noi. Il grosso della zanca (e toccava coll'indice i luoghi che indicava) appare formato da questa porzione di lago che sta tra il suo incominciare e la punta di Bellaggio, e le due estremità sono la più sottile a sinistra, cioè a levante, il ramo di Lecco, ed a destra quello di Como. Quest'ultimo ramo ch'ella deve percorrere domani, presenta alla vista di chi lo viaggia una serie di circoli che si succedono, ciascuno de' quali ha un diverso aspetto, il che qui sulla carta non si scorge, essendo quell'ottico effetto prodotto dalle montagne che lo fiancheggiano, da cui apparentemente a diversi tratti è chiuso. Il carattere però generale di simile spazio di lago sino al principiare della Tramezzina è piuttosto alpestre e severo. Superata questa punta di Lavedo, che è la Gibilterra del lago, esso si presenta ridente da una sponda e dall'altra sino a Bellaggio, dove si vede in tutta la sua vastità, cinto da monti giganteschi. La barca a vapore perviene a Domaso, d'onde si scorgono a sinistra le bocche dell'Adda, ivi è il vero incominciamento del lago di Como, poichè quest'altro laghetto inameno e solitario posto all'estremità, detto di Riva di Chiavenna, si può considerare segregato e facente parte da se. Da Domaso poi si ritorna per lo stesso cammino dopo una brevissima fermata".
"E quante ore si impiegano nel percorrere questo spazio?" disse la Contessina.
"Quattro o cinque sì nell'andata che nel ritorno, secondo la quantità de' passeggieri, per ricevere i quali e dimetterli ne' varii luoghi d'uopo è perdere alcun tempo, e secondo la forza e la direzione del vento".
"Così avremo, tornò a dire la Contessina tutta gioiosa, otto o dieci ore d'amenissimo sollazzo, di cui avrò obbligo a lei, caro don Annibale, che ha stornato mio marito dal commettere un fallo imperdonabile; ed a voi pure, Marchesino (e sogguardollo sorridendo), come promotore di questa gita. Ma, or me ne avveggo, avete trascurato di darmi un suggerimento importante, e si era di portar con noi qualche libro che ne indicasse per viaggio i nomi dei paesi e delle ville del lago".
"Perdonatemi, Amalia, ma la colpa non è mia. Ieri guardai e riguardai nella vostra picciola biblioteca della villa, e non vi scorsi di opere relative al lago di Como che le _Lettere del Giovio_, e il _Viaggio ai tre laghi dell'Amoretti_; dunque tenni per fermo che il vostro favorito autore, il dipintor delle belle, il pellegrinante, il romanziere sentimentale, Bertolotti, l'aveste già con voi, o il teneste chiuso nella cassetta da viaggio".
"No, v'ingannaste, perchè il dovetti quest'anno lasciare a Milano, essendo il suo, ed il posto di due o tre altre mie predilette opere occupato dai _Promessi Sposi_, e da altri romanzi recenti: sebbene vi dirò che le _Peregrinazioni_ di quel finto vecchio militare, la cui vivacità e galanteria ne smentiscono ad ogni linea l'età e la professione, me le so quasi a memoria. Desiderava non altro per domani che un indicatore, una nomenclatura, una guida".
"Per questo, bella Contessina, poss'io soddisfarla immediatamente", disse don Annibale, e tolse dalle tasche del _redingotte_ che vestiva, due libri stretti in elegante copertura, ed uno gliene presentò aggiungendo: "Questa è una raccolta di disegni miniati rappresentanti vedute del lago, con brevi descrizioni: avrà in esse una guida, un Cicerone laconico, ma vero e compiuto. Caso poi mai che pioggia impreveduta, incomodi soffii di vento od altro accidente l'avessero a costringere a tenersi nella sala sottocoperta, e così non le fosse dato occupare il tempo a contemplare le viste, eccole in quest'altro libro manoscritto un Racconto del lago, che potrà leggere per divagarsi".
"Oh gli sono doppiamente obbligata, disse la Contessina ricevendo con piacere anche quel secondo libro, e sarà mia premura il fargliene, appena letti, immediata restituzione; ma dica, dica: questo è una novella, una vera storia, od un romanzo?"
"Non è, parlando a rigore, alcuno dei tre, ma tiene un po' di ciascuno: si potrebbe collocare in quel genere botanico in cui mischiandosi il seme di varii fiori, ne nasce un tutto più fragrante, più aggradevole ed attraente delle specie separate: in una parola, è un romanzo storico.--Oh! lo conosco questo genere cui tu alludi, disse il Marchesino; esso si chiama dai Botanici _ebridismo_, che significa _non legittimo_, e poco giudiziosamente raccomandi il tuo manoscritto, mio caro Annibale, dichiarandolo appartenente ad un genere che si appella con sì brutta parola. D'altronde non sai, continuò in tuono comicamente enfatico, che uomini gravi, tenuti maestri in letteratura, disprezzano appunto come spurie e deformi quelle opere in cui la storia è vestita coi falsi colori del romanzo, e il romanzo foggiato coll'imponenze storiche, che in alcune parti appaiono drammatiche, in altre filosofiche o politiche, ma in conclusione non appartengono ad alcuna di quelle classi, e recano il grave disordine di stravolgere o render false le idee a quelle persone di spirito debole che hanno la sfortuna d'averle nelle mani? Sono incalcolabili i danni che questo genere di moderno lavoro detto Romanzo storico ha recati ai buoni studii ed alle profonde storiche e filologiche investigazioni. Dappoichè la manía di simili superficiali opere ha invase due parti del mondo.....
"Ih ih che sermone! Non imiti male un pedagogo di sessant'anni che ritrova sullo scrittoio d'uno scolaro un tomo di Walter-Scott in vece della grammatica.--Sappi però che io non posso nè difendere nè commendare quel libro, perchè l'Autore, che è un giovine mio conoscente, me lo ha espressamente proibito; non ripeterò altro che alcune opinioni dello stesso intorno a tal genere di componimenti. La storia, egli pensa, si può chiamare un gran quadro ove sono tracciati tutti gli avvenimenti, collocati i grandi personaggi, e la serie d'alcuni fatti esposta con ordine, ma dove la moltitudine delle cose v'è negletta o appena accennata in confuso e di scorcio, e sole le azioni più straordinarie e gli uomini sommi vi stanno dipinti isolatamente e quasi sempre nella unica relazione dei pubblici interessi. Il Romanzo storico è una gran lente che si applica ad un punto di quell'immenso quadro: per esso ciò ch'era appena visibile riceve le sue naturali dimensioni, un lieve abbozzato contorno diventa un disegno regolare e perfetto, o meglio un quadro in cui tutti gli oggetti riprendono il loro vero colore. Non più i soli re, i duci, i magistrati, ma la gente del popolo, le donne, i fanciulli vi fanno la loro mostra: vi sono messi in azione i vizii, le virtù domestiche, e palesata l'influenza delle pubbliche istituzioni sui privati costumi, sui bisogni e la felicità della vita, che è quanto deve alla fin fine interessare l'universalità degli uomini. I romanzi di tal genere sono in somma i _panorama_ della storia. Alcuni rigoristi portano loro l'accusa di frammischiare cose menzognere alle reali, e deturpare in tal modo la storica purità: ma si potrebbe a questi domandare: accusate voi i grandi storici, come Livio, Tacito, Guicciardini, d'essere menzogneri perchè facciano tenere ai duci d'armate, ai principi, ragionamenti in pubblico od in privato ch'essi non hanno di certo ascoltati, nè altri ha loro riferiti? No, risponderebbero essi, perchè è probabile e verisimile che in date circostanze que' personaggi dovevano consimilmente esprimersi. Ora, perchè, tenendosi nei limiti della verisimiglianza, non sarà lecito, anzi utilissimo intrecciare la storia con fatti d'invenzione che la rendano più drammatica, più evidente, quindi più studiata e proficua?"
Don Annibale continuò in tal modo per lunga pezza ora colle opinioni di quel suo conoscente, ora colle proprie ad encomiare il genere dei Romanzi storici;, inutilmente però, perchè la Contessina non aveva d'uopo di tante parole per farseli aggradire, formandone da molto tempo l'esclusiva sua lettura; ed il Marchesino s'era occupato a svolgere i fogli del libro che conteneva le vedute del lago, nè aveva più oltre badato a quel chiaccherare erudito. Stanca però anche donna Amalia d'udire teorie, volle che don Annibale le dicesse il suo parere intorno ad alcuni Romanzi storici italiani, addomandandolo della _Pianta dei sospiri_, del _Gabrino Fondulo_, del _Castello di Trezzo_, della _Sibilla Odaleta_, e finalmente dei _Promessi Sposi_.
"I _Promessi Sposi_, conchiuse don Annibale, s'udirono annunziare tanto tempo innanzi che apparissero al pubblico, ch'ebbero tutto il campo di ricevere dalle mani abilissime del loro valente autore quella forbita lucente, e veramente nuziale acconciatura, di cui egli seppe adornarli. V'ha in quei libri una inimitabile proprietà di vocaboli, espressioni fine, vere, incalzanti: vi si trova per tutto una vita, un'indagine profonda del cuore, delle circostanze, delle cause; un nesso invisibile, ma universale, efficace, che offre pascolo a tutti i gradi d'intelligenza; è un complesso in somma d'osservazioni e di quadri affatto nuovi e sublimi. È vero però che vi si rinvenne un lato vulnerabile come il calcagno nel fatato corpo d'Achille, ma però le saette scagliategli dai nostri Priamidi non lo ferirono sì addentro da toglierci la vita, che durerà anzi sempre robustissima".
Il Conte, che aveva in tutto questo frattempo dormito russando tranquillamente, svegliossi di repente, balzò esagitato dal canapè, fece due o tre giri intorno a se stesso, e sarebbe andato a dar del volto in terra se non incontrava la tavola a cui affrancarsi colle mani. "Che c'è? che avete? Cosa è avvenuto? gridarono ad una voce gli altri accorrendo.--Ohimè! ohimè! esclamò egli cogli occhi stravolti: quel maledetto battello a vapore... quella fornace, oh! che incendio!.. puh! che spavento! Per fortuna che è stato un sogno... Ma il capo mi gira ancora, e sento un peso gravissimo allo stomaco".
"Niente, caro Conte, gli disse il Marchesino, sono le quattro o sei dozzine di quei pesciuolini che v'avete trangugiati; prendete un caffè, ed andate a letto che tutto passerà in poco d'ora".
Così fece di fatto, conducendosi accompagnato dalla Contessina nella stanza da letto. Il Marchesino e don Annibale, dopo aver conversato più a lungo, salirono essi pure nelle camere rispettivamente assegnate a riposo.
Il primo segnale di partenza dato il mattino dalla campana della barca a vapore trovò la nostra comitiva già allestita pel viaggio nella sala dell'albergo. La Contessina era involta nel suo mantello di finissimo _circasse_ foderato di felpa: il Marchesino portava un tabarro verdognolo alla _cocher_ di stoffa scozzese ed un berretto all'inglese tessuto di neri crini di cavallo. Il Conte ancor sonnacchioso, ed a cui il freschetto mattutino recava più molesta sensazione d'ogni altro, stava imbacuccato in un _sourtout_ di peluzzo color d'orecchio d'orso, e riceveva, senza rispondervi, i complimenti di don Annibale, che seco loro discese sino al lago, ove porgendo braccio alla Contessina ad entrare nel battelletto che li dovea trasportare alla barca a vapore, le rammentò i libri a lei consegnati, e salutò tutti affettuosamente a due mani quando quel battelletto s'allontanò dalla riva.
Saliti ch'essi furono a bordo, fu dato l'ultimo segno, ed alzata l'áncora, il _Lario_ salpò, spinto rapidamente dalle sue ampie ruote. Non è a dirsi quanto riuscisse gradevole quel viaggio alla Contessina, che instancabile si recava ora da un lato, ora dall'altro del ponte della nave tutto rimirando, di tutto interrogando il Marchesino, servendosi del libro delle vedute per aver notizia del nome d'ogni luogo più interessante a sapersi.
Riconobbero la villa d'Este, la Tanzi, la Passalacqua, la solitaria Pliniana, videro la cascata di Nesso; e nella popolosa Tramezzina ravvisarono varie case di persone conoscenti; scórsero la villa Melzi co' suoi vaghi giardini, e il bel viale d'ipocastani che la fiancheggia, e presso che di fronte sull'opposta sponda l'elevato palazzo Sommariva, che tanti contiene eccellenti capi d'arte. Prossimi a sopravanzare la punta di Bellaggio, gli occorse alla vista il _Plinio_, altra barca a vapore che viaggiava alla lor volta con spiegata bandiera: a poca distanza le due navi s'arrestarono, e calati a fior d'acqua i palischermi, fecero cambio di passeggieri, indi ripresero cammino, il _Plinio_ tagliando a levante per Lecco, e il _Lario_ in retta linea al nord. Lasciato a mancina Menaggio, volsero i loro sguardi al famoso _Sasso rancio_, e mentre la Contessina contemplava ammirata quell'erta sinuosa rupe, rammentando i miserandi casi che lesse ivi avvenuti, attrasse da destra la loro attenzione lo scoppio delle mine che aprivano il varco alla nuova strada, che correndo pei monti della Valtellina, riesce al cuore della Germania. Sempre più avanzandosi indicarono a destra Bellano, già celebre per l'_orrido_ che gli stava vicino, e che da pochi anni dirupatosi perdette tutta la maestà del suo orrendo aspetto. Passato il promontorio di Dervio, scórsero le antiche ruinose mura del forte di Rezzonico, la vecchia torre di Corenno, e più inoltrandosi mirarono attentamente i pochi avanzi del castello sopra Musso, della cui guerra faceasi cenno nel titolo del racconto storico; quindi Dongo in un seno, e per ultimo il biancheggiante castello di Gravedona, presso alla quale sta Domaso, innanzi a cui la barca a vapore venne a fermarsi. Dopo non lunga posa quella barca virò di bordo e s'avviò colla stessa rapidità al ritorno.
Un lauto pranzo che si protrasse in lungo, il conversare, il rimirare di nuovo tutti i punti più belli e rimarchevoli delle sponde, non lasciarono mai alla Contessina rinvenire un momento da dare alla lettura del manoscritto consegnatole da don Annibale, nè, ritornata che fu alla sua villa del Lambro, il che avvenne il giorno seguente di buon mattino come avea voluto il Conte, potè ritrovar tempo da leggerlo sinchè ivi rimase il Marchesino. Partito però che questi si fu, s'occupò di quel libro sbadatamente da prima, poscia con attenzione; e rendendolo a don Annibale, lo accertò che quella lettura le era riuscita in più parti interessante in modo da farle desiderare di poter gire un'altra volta sul lago di Como per visitare molti luoghi di cui teneva poetica impressione nello spirito, derivatale dalle narrazioni contenute in quel libro.
Per il che siamo venuti in pensiero di pubblicarlo, affinchè possa, chi lo vuole, ottenerne lo stesso effetto senza difficoltà, persuasi d'altronde che se quell'accertazione non avesse contenuto ombra di verità, la qual cosa non è impossibile, pure alcuno fra i molti che percorrono di frequente quel lago ci saprà grado di porgergli un mezzo di più onde passare alcune ore d'un giorno nebuloso o di pioggia, acquistando minute notizie di fatti che avvennero in questa bella parte di Lombardia ch'ora non offre che placide e liete situazioni ad amene e ricche villeggiature, e numerose mete sulle sue ridenti sponde a sollazzevoli gite.
FALCO DELLA RUPE O LA GUERRA DI MUSSO
CAPITOLO PRIMO.
Era la notte e il mar non avea lume Quando s'incominciar l'aspre contese ................... Dalla rabbia del vento che si fende Fra i scogli e l'onde escon orribil suoni; Di spessi lampi l'aria si raccende; Risuona il ciel di spaventosi tuoni.
ARIOSTO, _Orl. Fur._ Can. 41.
Veleggiando da Como verso settentrione, passata la penisola di Torno, perviensi ad un lago solitario e di selvagge sponde. Fiancheggiato a levante dagli alti monti della Valle Assina e da quelli di Val d'Intelvi a ponente, non offre al riguardante che ripide balze e annosi boschi sparsi per le loro falde e per le loro sommità; ivi le acque nereggiano riflettendo il bruno aspetto delle vaste rupi da cui sono cinte, e più d'un torrente in esse si versa precipitando biancheggiante dalle nude roccie.
Sorge su quelle sponde la Terra di Nesso, di cui scorgonsi molti casolari sparsi pel declivio del monte presso l'ingresso di ampia valle, dalla quale sbocca pure un torrente che forma colà una grandiosa cascata. Ne' passati tempi tutte le abitazioni di che constava quel Borgo, stavano raccolte in un sol corpo, ed erano protette e tenute in soggezione ad un tempo da una Rocca che consisteva in una larga torre di pietre circondata da tre lati da un bastione, ed appoggiata di schiena al monte da cui s'aveva l'entrata.
All'epoca del Dominio de' Visconti e de' primi Sforza, teneva dimora in questa Rôcca un Commissario Ducale con forte mano d'uomini per mantenere colà e ne' circostanti paesi i signorili diritti, esigendo i tributi e le regalie: nel tempo però a cui si riferisce il nostro Racconto, cioè nel 1531, trovavasi dessa già da alcuni anni priva d'abitatori. Ne avevano da pria i Francesi sbanditi gli Sforzeschi, poscia ne erano stati essi stessi scacciati dagli Svizzeri, quando questi (nel 1512), condotti da Matteo Scheiner, il guerriero cardinale di Sion entrarono nel Ducato di Milano, per sostenere contro i Francesi i diritti di Massimiliano Sforza, primogenito del duca Lodovico detto il Moro, già morto prigioniero in Francia. Tocca non per tanto la terribile sconfitta nella famosa giornata di Marignano, ripresa Milano dai Francesi venutivi col loro re Francesco, sgombrarono gli Svizzeri il territorio ritraendosi nei baliaggi di Lugano, Locarno e Bellinzona, che erano già possedimenti del Ducato, e da cui non fu più possibile lo scacciarneli.