Falco della rupe; O, La guerra di Musso
Chapter 19
Mentre Orsola s'accostava alle acque inoltrandosi alcun poco pel lido onde spiare se fosse lontano il battello, Rina e Gabriele rimasero soli vicini, e i loro sguardi s'incontrarono e si sostennero fisi, dimentichi nel contemplarsi d'ogni cosa creata, sinchè l'eccesso del sentire li costrinse entrambi a divergere le pupille: la fanciulla abbassandole al suolo, e Gabriele alzandole all'eterea volta ver' la regina della notte, ripetendo più fervido colla mente il voto da lui fatto sul baluardo del Forte d'aver Rina o morire. Una potenza irresistibile però ricondusse a poco a poco lo sguardo di questo ardente amatore al volto dell'adorata giovinetta, e quale non fu il suo affanno e la sorpresa veggendola immobile in un mesto atteggiamento col capo inclinato e le guancie rigate di pianto! non seppe resistere a tal vista Gabriele, e piegandosi verso di lei, serrandole una mano con ambedue le proprie: "Che miro mai! pronunciò con agitata e repressa voce: Voi piangete? voi vi mostrate afflitta, addolorata? per pietà, Rina, spiegatemi la cagione della vostra angoscia; fate ch'io possa rasciugare il vostro pianto: non potrei vivere un istante lontano da voi se vi sapessi dolente e sconsolata".
"Io doveva o non mai qui venire, o scostarmene mai," rispose Rina con voce lenta e interrotta dai sospiri, tenendo sempre lo sguardo rivolto a terra. "Sì, Rina, disse con trasporto d'amore Gabriele: tu qui verrai per sempre, e allora non vi sarà forza d'uomo che potrà mai più staccarti dal mio fianco: la mia vita è sacra a te, e nessuna terrena potenza potrà togliermi ciò che tengo più caro d'ogni tesoro". Levò Rina su di lui teneramente gli occhi: essi erano pieni di lagrime, di quelle lagrime preziose che l'amore elíce dalla regione più pura del cuore: brillavano quelle stille come gemme ai raggi della luna, e facevano più celeste il lievissimo sorriso con che l'innamorata fanciulla rispondeva e il pagava delle sue amorose parole. Il battere dei remi annunziò il giungere della barca: ritto in mezzo ad essa si stava Falco appoggiato al suo moschetto che aveva ripreso: s'accostò il navicello un momento a terra: Gabriele diè mano ad Orsola, poscia a Rina a salirvi, e appena fatto e ricevutone da esse e da Falco un saluto, la barca s'allontanò rapidamente.
Piena l'anima dei più vivi e soavi sentimenti e d'ogni cara speranza, il giovine Medici rimase sul lido per tutto quello spazio di tempo in cui gli fu dato distinguere al lume di luna le forme di chi sedeva in quella barca che vogava al largo; si mosse quindi di là, percorrendo la strada che sulla sponda guidava al Castello.
Il conte Giberto Borromeo, preso congedo da Gian Giacomo quella sera stessa, nel mattino seguente di buon'ora partì con sua comitiva da Musso, avendo contratto l'impegno d'un nodo nuziale che doveva dare a Milano l'uno de' più illustri suoi Arcivescovi, ed alla Chiesa un famosissimo santo, quale si fu Carlo Borromeo, che nacque nel 1538, cioè sette anni dopo l'epoca del nostro racconto, da questo conte Giberto e da Margherita, secondogenita tra le sorelle del Medici, la quale colle germane e le cugine stava allora in quella casa foggiata a monastero, che sorgeva in vicinanza di Musso, ove il giovine Conte era stato condotto a pranzo dal Castellano.
Gian Giacomo, che tutta conosceva la possanza della casa Borromeo, di cui i conti Lodovico, Giberto il senatore, e Pietro Francesco avevano allora recentemente ottenuti tante dignità e favori da Duchi e da Monarchi, calcolò che un'alleanza stretta da legami nuziali con quella stirpe patrizia non poteva che tornargli oltremodo proficua, e pensava che, estendendo coll'aiuto de' Borromei i confini de' proprii dominii sino a congiungerli coi loro feudi, tutto il paese compreso fra il Lario e il Verbano poteva un giorno cessare d'appartenere alla corona Ducale. Come però le vicende facessero vani simiglianti ambiziosi progetti, si vedrà nel seguito di questo racconto.
Alcuni giorni dopo la battaglia discese dai monti Mattia Rizzo colla sua schiera di cacciatori e di uomini d'armi, poichè s'aveva avuta certa notizia che i Grigioni e gli altri Svizzeri della Lega, conosciuto per mezzo dei montanari l'esito infelice del combattimento navale, avevano interamente abbandonate le montagne e le valli circonvicine. Quest'ultimo favorevole avvenimento venne però controbbilanciato in gran parte dalle novelle che recarono i messi spediti a Monguzzo: narrarono essi che Battista Medici nell'assalto tentato dai Ducali contro quel Castello era rimasto gravemente ferito, buon numero di soldati uccisi, e le mura in più luoghi aperte e diroccate in modo, da renderne disastrosissimo e forse impossibile ogni difendimento se il nimico avesse insistito nella sua intrapresa; ma che per buona ventura i Ducali che s'erano duplicati di numero due giorni dopo aver posto l'assedio, al quarto dì scomparvero nel momento appunto che gli assediati si credevano ridotti a disperato partito.
Ecco come era avvenuto il fatto: Rinaldo Lonato, retrocesso da Lecco, ove, veduti gli apparecchi di difesa, aveva considerato vano ogni tentativo d'espugnazione, era venuto a congiungersi sotto Monguzzo col capitano Tridelberg, che in un assalto dato al Castello, sebbene respinto dagli assediati, aveva fatto loro provare gravissima perdita: allorchè questi duci, congiunte le loro forze, stavano per ispingerle ad una più formidabile scalata, dovettero dimetterne ogni pensiero e partirsi frettolosamente colle loro truppe da Monguzzo, chiamati a Como da lettere pressanti dei Commissarii Ducali e del Governatore Pedraria, i quali appena venuti in chiaro, con indescrivibile cordoglio, della sconfitta della flotta e della morte dell'ammiraglio Gonzaga, paventando una sorpresa del Medici in Como stessa, che si trovava affatto sguernita d'armi e di difensori, si affrettarono a richiamarvi le sparse bande d'armati.
Il Castellano quando seppe l'infermità del fratello Battista, spedì tosto a Monguzzo il capitano Mandello con cento uomini d'armi onde rafforzasse il presidio, comandandogli desse prontissima mano a ristaurare e rimettere nel primiero stato le fortificazioni, non perdonando a spesa od a fatica, poichè forte gli premeva il conservarsi in possesso di quel Castello ch'egli considerava come l'antemurale de' suoi dominii del lago. Partito il Mandello e assecurata la difesa di Monguzzo, Gian Giacomo non aveva altro pensiero che il travagliasse, fuorchè quello dello scarso numero a cui trovavansi ridotti i suoi soldati, poichè ben vedeva che i dì delle battaglie non erano tutti trascorsi, e che era per lui urgente necessità di avere a' suoi ordini numerosa gente per sostenere i futuri inevitabili conflitti.
Si compì però di que' giorni un avvenimento che anche a tale bisogno promise certo riparo. Il conte Volfango Teodorico d'Altemps, invaghitosi di Clara la maggiore sorella del Castellano, a lui la richiese in donna, ed esso gliela concedette, a patto però si recasse in Alemagna alla terra di Altemps, possedimento di Marco Sittico suo padre, ed assoldate molte schiere tedesche, inviandole pel Tirolo e pei monti della Valtellina, le facesse prontamente pervenire a lui in Musso. Il conte Volfango aderì alla proposta: vennero celebrate le nozze, e partito colla sposa, giunto in Germania, ove il padre lo accolse con sontuosi festeggiamenti di conviti e tornei, si diede ad adunare bande armate per adempiere alla promessa contratta col Castellano.
Un mese all'incirca dopo il matrimonio del Conte d'Altemps arrivò a Musso un ricco Milanese, feudatario ducale, certo Galeazzo Messaglia, uomo giovialone in apparenza e dato al motteggiare, ma fino ed accorto conducitore di politici negozii: mostrò essere colà venuto per sue private faccende, ed a guarentigia di sua persona offrì commendatizie di Gio. Angelo Medici, fratello di Gian Giacomo, monaco in un convento di Milano.
Il Castellano, già svegliatissimo per natura e allora sempre in sospetto di nemiche macchinazioni, volle subito conoscere dappresso il messere Milanese che gli fu riferito essere arrivato a Musso, e tale per l'appunto era il desiderio del Messaglia, il quale non venne inviato colà per altro fine che per proporre trattative di pace al Medici; secretamente però, e quasi le esponesse in nome proprio in qualità d'intermediario tra il Castellano ed il Duca, senza che ne avessero sentore i Grigioni e senza che in caso di rifiuto il decoro ducale restasse compromesso. Dopo varii colloquii tenutisi da Gian Giacomo col Messaglia, in cui questi seppe destramente cattivarsi l'interesse di lui svelandosi per famigliare e confidente del Duca, venuto un giorno il buon destro, il Milanese gli fece un quadro assai animato dei mali gravissimi che quella guerra partoriva ad ambe le parti, e della carestia che cominciava a regnare d'intorno; parlò poscia della possibilità di porre un termine alle tante tribolazioni dei popoli di queste contrade, e disse che sapeva di certo che il Duca non sarebbe stato lontano dall'accordare la pace sotto certe condizioni: il richiese tosto Gian Giacomo s'ei conosceva quali potevano essere le condizioni assolute sotto le quali lo Sforza segnerebbe un trattato che dovesse mettere un fine alle ostilità. Messaglia rispose ch'egli non poteva asserirle fondatamente, perchè non era munito delle necessarie facoltà per ciò fare, ma che era convinto di non colpire lungi dal vero dicendo essere le seguenti: (erano quelle da lui previamente concertate alia Corte) I.° "Che al Castellano dovesse restare Musso e Lecco colle riviere del lago ed altri luoghi vicini di qualche importanza: II.° Che egli potesse comandare assolutamente senza eccezione di maggior magistrato, ed in somma che potesse nel suo stato tutto ciò che può un principe, solo ch'ei riconoscesse nel Duca il supremo e diretto dominio, sebbene il Duca non potesse sotto qualunque pretesto a lui comandare. III.° Che il Duca si sarebbe obbligato a somministrargli negli anni avvenire senza pagamento di gabelle quella quantità di grano e sale che potesse abbisognare per i suoi paesi. IV.° Che il Duca parimenti darebbe fede di riputare e trattare in ogni circostanza i soldati ed ufficiali del Castellano come suoi proprii. V.° Che il Castellano all'incontro lasciasse Monguzzo con tutto il territorio che possedeva al di là di Lecco, e pagasse al Duca quaranta mille scudi in una o più rate, e nei modi e termini che si sarebbero convenuti". Aggiunse il Messaglia che qualora esso Gian Giacomo fosse disposto ad accettare tali proposizioni, s'assumeva egli medesimo l'incarico di farsi autorizzare dal Duca a proporgliele nella forma più autentica onde venire alla stipulazione solenne d'un trattato di pace. Il Castellano udito il tutto attentamente, a lui rispose che si riservava manifestargli le proprie risoluzioni in altra vicina giornata; e licenziatolo, chiamò intorno a sè il Pellicione cogli altri suoi più fidi, ed espose loro quanto eragli stato proposto da quel segreto Ambasciatore del Duca, che per tale egli bene l'aveva riconosciuto. Ai primi quattro capitoli, come il Medici medesimo, anche i suoi consiglieri opinarono potersi liberamente aderire, perchè il riconoscere nel Duca il supremo dominio, mentre non inceppava affatto la sovranità di Gian Giacomo, dava anzi un carattere di legittimità a quel suo dominio, ch'era ciò appunto che egli maggiormente desiderava: l'ultimo articolo però fu rigettato ad una voce, e Gian Giacomo che pendeva dubbio se dovesse sottoporvisi o rifiutarlo, volle, pria di decidersi, che si sviluppassero estesamente i motivi del negato assentimento: dopo varii ragionamenti fatti sotto diversi aspetti da que' suoi cortigiani contro la pretesa dei quarantamila scudi, che a que' tempi era ingente somma, il Pellicione, balzato in piedi, esclamò:
"Per la spada di san Michele! hanno da venire a chiedere a noi tutto questo danaro per lasciarci quello che non ci possono togliere, e per far terminare una guerra in cui essi hanno sempre avuta la peggio? Ma che dico, terminare la guerra? Chi ci accerta che quando noi avremo comperata la pace dal Duca saremo lasciati tranquilli dalla Lega Grisa? Non è invece più probabile che se gli Svizzeri riportassero nell'avvenire qualche vantaggio sopra di noi, i Ducali, in luogo di soccorrerci, si tornerebbero ad unire ad essi per tentare di compire la nostra ruina? Rammentatevi, Castellano, delle prove che ci hanno già date della loro mala fede: se vogliono monete, mandate ad essi quelle che ancora vi rimangono di cuoio colla effe spezzata [17]; ma gli scudi lucenti del sole che si coniano ora con buon argento nella zecca di Musso, riserbateli onde comperare botti di vino e cacio per le truppe Tedesche che saranno qui tra poco condotte da vostro cognato il conte Volfango d'Altemps".
[Nota 17: Vedi Capitolo III, pag. 83.]
Le vittorie recenti, l'aspettativa delle bande ausiliarie indicate dal Pellicione, la supposizione che se il Duca era disceso a tanto da fare pel primo proporre capitoli di accordo doveva essere ridotto a stringente necessità d'aver pace, per la penuria dei viveri che in Milano cominciava a regnare, e che quindi non sarebbe stato restio all'accedere a patti meno vantaggiosi, determinarono Gian Giacomo Medici, richiamato il Messaglia, a rispondere: che se voleva si prendesse a trattare sui capitoli da lui esposti, allorquando presentati verrebbero in nome del Duca medesimo, era d'uopo toglierne l'ultimo interamente, poichè egli intendeva di non sborsare pure un cavallotto: che quanto a Monguzzo, l'avrebbe volontieri cangiato con qualche altra Terra del dominio Ducale, ma che voleva che lo Sforza gli spedisse il diploma che lo investisse della Signoria di Musso e di Lecco. Il Messaglia, da sperimentato ed astuto negoziatore qual era, cercò ogni via di determinare il Medici ad aderire al pagamento dei quarantamila scudi, esponendo l'incertezza della militare fortuna, il bene della patria, la tranquillità del possesso, e proponendo varie altre concessioni in compenso di quella somma, giacchè era stato il solo bisogno di danaro che aveva costretto il Duca a far tentare quell'accordo: ma Gian Giacomo fu irremovibile, e il feudatario Milanese dovette partirsi da Musso senza avere ritratto il più picciolo frutto dalla sua missione.
L'infelice successo di queste trattative portò vivissimo cordoglio nell'animo del duca Francesco Sforza, che tante avversità e proprie e dello Stato tenevano di già in continue agitazioni e tristezze.
Era nell'epoca di cui parliamo prossima a scoccare l'ultim'ora dell'indipendenza del lombardo regime. Dopo il dominio de' Romani, cessato nel quinto secolo dell'era nostra, dopo quello de' Longobardi, de' Franchi e de' Germani, che finì di fatto verso il mille, Milano si resse per tre secoli, sebbene non senza interruzioni, con governo libero municipale; alla metà del secolo decimoterzo i Visconti se ne fecero signori e furono pei maneggi di Giovan Galeazzo nel 1395 investiti dalla Corte imperiale del titolo di Duchi, che serbarono sino al 1447, nel qual anno, morto Filippo Maria Visconte, s'estinse con esso la linea legittima maschile di quella casa e la sua sovrana grandezza. Lungi i Milanesi dal trar profitto da tale favorevole occasione per riassumere gli antichi loro diritti, decaduti pur troppo da quella fama di prodezza e valentía che s'erano acquistata ai tempi del Barbarossa e della Lega Lombarda, giacquero in uno stato d'obbrobriosa anarchia per tre interi anni, nel qual tempo i _Capitani del popolo_ o _Difensori della libertà di Milano_, che così vollero essere denominati quelli che si posero a capo dell'informe governo della città, nulla mai operarono che all'assunto titolo corrispondesse.
Sapendo quanto fosse la città infiacchita, miseri ed impotenti i cittadini, il conte Francesco Attendolo, celebre condottiero d'armati, che dal soprannome di suo padre era detto Sforza, ponendo in campo il pretesto d'aver per moglie una figlia del duca Filippo Maria, la quale pur legittima non era, aspirò alla signoria di Milano, ed assediatola nel 1450 la ridusse ben presto a tale che, prevalendo nel popolo il di lui partito, gli furono aperte le porte, ed accolto con acclamazioni e festeggiamenti, fu proclamato Principe e s'ebbe tosto della ducale corona fregiata la fronte. Il dominio sforzesco giunse al massimo grado di potenza e splendore al cadere del secolo decimoquinto, quando sotto la paterna mano di Lodovico (per la bruna tinta del volto chiamato il Moro) Milano ricca e pacifica vide fiorire in se splendidissime le arti, le lettere e le scienze. Ma, per fatale sventura d'Italia, la Francia e l'Alemagna divenute possenti nazioni trascelsero a campo di loro disfide questo bel paese, da cui sembrava dovesse l'Alpi escluderle per sempre: in breve periodo di anni i monarchi francesi Carlo VIII, Luigi XII, Francesco I visitarono colle loro armate Milano, a vicenda con quelle dei Germanici Imperatori, il più possente dei quali Carlo Quinto vi lasciò finalmente stabili presidii e un Generale supremo.
In mezzo ai tanti e diversi avvenimenti delle guerre che gli stranieri qui combattevano, gli Sforza erano alternamente apparsi e spariti come picciol legno sopra mare in tempesta. Francesco, figlio dello sventurato Lodovico ed unico rampollo della famiglia Sforzesca, per magnanimità e giustizia di Carlo si riassise al fine più stabilmente del fratello Massimiliano, sul lombardo seggio principesco che sostenne lui ultimo Duca, e dappoi si cangiò per sempre in uno sgabello da governatore.
Sebbene però il Germanico Cesare avesse riposto lo scettro nelle mani di Francesco secondo Sforza, non è però a dirsi che questi le tenesse libere e sciolte come a sovrano signore si conveniva. Antonio De-Leyva, che sotto colore di rimanersi a difesa del Ducato pel caso d'una temuta invasione delle armi Francesi si stava a Milano a capo di molte schiere imperiali, teneva il Duca in quasi totale soggezione: era De-Leyva uno spagnuolo vigilante, ardito, prepotente, odiato da tutti per le estorsioni da lui commesse nel suo lungo soggiorno in questo paese, il quale non aveva altro di mira che di affievolire la podestà ducale per estendere la propria.
Il Duca, oltre l'importuna ed imperiosa presenza di questo straniero nella capitale del suo Stato, era angustiato e tenuto in pensiero dalla prossimità delle armate Romagnole e Viniziane, dai moti popolari di varie città e più di tutto dall'usurpazione ch'aveva fatta Gian Giacomo Medici d'una parte importante del ducale dominio, nella quale si manteneva con tanto vigore ed ostinazione e da dove nuove circostanze gli facevano ogni dì più tenui i mezzi per iscacciarnelo. Dopo l'esito infelice della battaglia di Bellaggio, il De-Leyva, che aveva tentato di troncare il male alla radice con un colpo arrischiato per tre soli, e che andò fallito come sanno i nostri lettori, richiamate da Como le sue truppe, dichiarò di non volere più cooperare in modo alcuno alla continuazione di quella guerra, dicendo essere dessa di privato interesse del Duca, per cui non doveva l'Imperatore sagrificare uomini e danari suoi proprii. Questa inaspettata defezione d'un soccorso su cui Francesco Sforza faceva tanto appoggio, riuscì dolorosissima a lui che le avversità avevano reso di cuor timido ed affannoso e fattane cagionevole la salute; poichè sebbene contasse allora soli trentanove anni, aveva perduto il vigore, era pallido e macilente, e ben mostrava non dovere, come avvenne, protrarre in lungo i suoi giorni: appariva di consueto taciturno, ed era dato ad una costante melanconia, abbenchè quelli che l'approssimavano, asserissero essere egli di carattere dolce ed umano.
Abitava allora la Corte Ducale in Milano nel Castello di Porta Giovia [18], una parte interna del quale edificio era conformata a sontuosa dimora, siccome si scorge tutto giorno ad onta dei travisamenti, delle mutazioni, delle aggiunte fatte nei secoli posteriori. Poco meno della metà dello spazio ove ora si estende la vastissima piazza d'armi era occupata da una specie di parco che andava unito al Castello, intorno al quale dalla parte della città in luogo dei maestosi viali, dei regolari erbosi tappeti che presentemente fanno colà sì vaga mostra, era tutto un incolto ineguale terreno con qualche rozza o diroccata casupola, e più propinquamente alla Fortezza una gran fossa con barricate e palafitte. Dentro però al Castello era, come dicemmo, una magnifica abitazione con ricchi appartamenti ove albergava lo Sforza colla ducale sua corte, la quale mostravasi splendida e sontuosa come era sempre stata la Corte di Milano, quantunque scarse omai fossero divenute le entrate.
[Nota 18: L'attuale Castello.]
Allorchè Galeazzo Messaglia ritornò alle soglie ducali narrando essergli andato fallito lo scopo per cui era stato spedito a trattare col dominatore di Musso, fu quivi generale la costernazione, poichè tutti avevano sperato trovare rimedio ai pressanti bisogni nei quarantamila scudi che alcuno non dubitava avrebbe il Medici pagati per mantenersi ed essere legittimato negli usurpati possedimenti. Il Duca, più irritato da quel rifiuto, voleva ad ogni modo domare e punire quel fellone, onde tentò di procacciarsi i modi d'avere soldati e danaro imponendo nuove taglie e gravezze; ma la miseria ch'era grande, e la carestia che s'andava aumentando, fecero non solo inefficaci le gabelle, ma il travagliato popolo eccitarono a turbolenze e sedizioni che costrinsero lo Sforza a deporre ogni pensiero di continuare la guerra.
Ai primi di gennaio del seguente anno 1532, pervenne a Milano la novella che l'imperatore Carlo, per consiglio dei potentati d'Italia, stava trattando le nozze tra sua nipote Cristina figlia del re di Danimarca ed il duca Francesco: una tale notizia ed ordini imponenti venuti dalla Corte d'Alemagna fecero cangiare interamente la condotta del De-Leyva verso il Duca. Recossi incontanente da lui e gli si proferse disposto qual vassallo ad assecondarlo in tutto colle proprie schiere, dichiarandogli ad un tempo che i suoi uomini d'armi verrebbero per lo innanzi assoldati dall'Imperatore, e che cessava per tal modo l'obbligazione al tesoro Ducale di versare le grosse mensili somme che a tal uopo necessitavano.
Consolato da tali esibizioni e proteste, primo pensiero del Duca fu di trarne profitto per riassumere la guerra contro il Medici: rese grazie al De-Leyva di sue offerte, e gli fece tostamente conoscere il proprio desiderio di riprendere le ostilità contro il ribelle Castellano di Musso onde reintegrare in ogni parte il Ducato. Il duce Spagnuolo ripetè non essere altra brama in lui che di favorire con ogni potere la volontà del Duca, e che tutte le truppe imperiali erano a sua disposizione: lo Sforza volle determinassero tostamente insieme la persona che si doveva porre a capo dell'armata da spedirsi a Como, onde i fatti d'armi riuscissero più efficaci e decisivi di quello che non fossero stati per l'addietro.
Trovavasi allora in Milano Lodovico Vestarino, capitano rinomatissimo che aveva battagliato a lungo al soldo dei Veneziani e degli Svizzeri, e s'aveva quindi acquistata somma perizia nei combattimenti navali e nelle guerre pei monti: nessun altro parve al Duca ed al De-Leyva più adatto ad aversi il comando dell'esercito destinato ad agire contro Gian Giacomo Medici. Chiamato a Corte ed affidato a lui l'incarico di quella guerra, prese sotto i suoi ordini numerose colonne d'uomini d'armi; ne mandò notizia alla Lega Grisa; e poco dopo la metà di gennaio mosse alla volta di Como. Il governatore Dom Lorenzo Mugnez Pedraria attendeva quivi ansiosamente quei rinforzi, poichè temeva ad ogni istante venisse la città assalita dal Castellano, divenuto per esso tanto più terribile ed odioso da che un'armata spedita contro di lui per espresso volere dell'Imperatore non aveva potuto nè vincerlo nè domarlo.
CAPITOLO UNDECIMO.