Falco della rupe; O, La guerra di Musso
Chapter 11
Dopo avere così lungamente vaneggiato in amorosi delirii ora piegando a placidi consigli, ora ad estremi rimedii avvisando, guardò la luna che salita a mezzo il cielo annunziava essere già inoltrata la notte, e pensò di là discendere per ritrarsi in sua stanza a riposo, onde, alzatosi, entrò nella porta quadrata della torre per calare da essa al basso; Nel momento però che stava per porre il piede sul primo gradino, udì al fondo della scala lieve rumore di pedate ascendenti, e travide un lucore debolissimo come di lanterna Coperta da mano o da altro impedimento. Egli non potendo scorgere chi fosse che su venisse perchè nel rimanente quell'interno della torre era oscurissimo, non vedendovisi che alle sommità un barlume di luna che penetrava da ristrette fenditure del muro, retrocesse di nuovo sul baluardo onde evitare uno scontro con chi saliva fra quelle tenebre, che dar potesse luogo a sospetto o ad allarme, poichè suppose si fossero soldati che salissero a far la scôlta sul bastione medesimo. Retrocesso che si fu per ischivare eziandio di mostrarsi improvvisamente al loro uscire dalla torre, si ritrasse a qualche distanza di là, e oltrepassando il rialzo che copriva la casamatta, ed ove era stato pria seduto, si pose ad una diecina di passi lontano appoggiandosi ai merli che guarnivano il muro in vista d'uomo che stesse quivi oziando a rinfrescarsi all'aria notturna.
Le pedate s'andavano facendo più distinte e indicavano al rumore d'essere di più persone, l'una delle quali apparve al fine sul limitare della quadrata apertura: era quegli che recava la lanterna. Porse in avanti il capo pria di mettersi fuori del tutto, e portando la lanterna all'altezza del volto spiò d'intorno con sospetto; ma non s'accorgendo di Gabriele, uscì francamente dalla torre. Appena ebbe posto piede sul baluardo, e venne rischiarato per intero dal chiaro della luna che quivi batteva, Gabriele mirandolo attentamente s'avvide con istupore al suo vestimento che non era un soldato, nè altro uomo del Castello a lui noto: a tal vista immediatamente appiattossi traendosi tutto entro l'ombra fitta del rialzo merlato onde attendere e scoprire a che e con chi fosse quivi venuto quello straniero. Questo chiuse la lanterna di maniera che non mandava affatto più lume, la posò al suolo e si rivolse poscia alla porticella della torre accennando colla mano agli altri che s'avanzassero: ne comparve uno ben tosto ed uscì traendo per mano un altro che era pur tenuto da un terzo.
Guardinghi e cauti si fecero avanti anche questi appressandosi al primo; e quale non fu la sorpresa di Gabriele riconoscendo nella persona che stava di mezzo agli ultimi venuti, il Cancelliere Maestro Lucio Tanaglia: volea levarsi, farsi palese, e chiedere ad esso lui, come e perchè fosse salito a quell'ora insolita sulla muraglia, e di qual parte venissero quegli uomini che seco erano; ma quatto ristette senza moversi, udendo in tal punto lo stesso Tanaglia pronunciare tremando a mezza voce queste parole: _Benedetta gente, perchè trattare così con un galantuomo... con un vostro Milanese... con uno che cercava di farvi del bene...--Taci_, dissero ad una voce, ma pianissimo, quei tre--_Ma signore Iddio_, riprese Maestro Lucio un po' più forte, _voi volete veramente...--Zitto, o mori_: ripeterono gli altri più piano alzando tre pugnali. Maestro Lucio si contorse e tacque. Quello ch'era salito innanzi agli altri, s'accostò al rialzo della casamatta, vi si mise carpone d'appresso, e andò tastando e percuotendo leggermente il terreno tutto d'intorno col pomo dello stile sinchè sentì rimbombarsi di sotto un suono di cavità. _È questa l'entrata della scala secreta?_ chiese allora con bassi accenti rivolto a Maestro Lucio; ma desso parve non intenderlo e continuò a tacere: i due che gli stavano a fianco, squassandolo per le braccia, gli dissero all'orecchio: _Rispondi.--Io non so niente_, esclamò con voce alta Tanaglia:--_Piano: rispondi, o mori_; e gli appuntarono i pugnali alla gola: _Oh povero di me, cosa volete ch'io sappia? ahi... ahi... è quella... è quella...--Silenzio e queto_: disse l'uno serrandolo più strettamente pel braccio ed abbassando il pugnale, e l'altro l'abbandonò e si mise a terra presso il primo. Sgrettolando il suolo e puntando insieme col ferro degli stili ed una squarcina che s'avevano, sospendendo il lavoro quando udivano il legno scricchiolare troppo forte, giunsero a scassinare una tavola, e levandola, vedendovi sotto un vano tondo e nero come di pozzo: _Ci siamo_, dissero tra loro; e l'uno, alzatosi, riprese la lanterna, e scoprendone il lume, si mise in ginocchio presso quel buco, e ve la internò spingendovi la testa: _Ih ih_, disse al compagno, _che scala lunga? non vi si vede il fondo: ma tanto fa: tu scenderai pel primo, dietro a te Tanaglia, poi ci verrò io, che ci terrò la punta alla pelle per farlo parlare: esso ci deve additare i passaggi e la porta: se questa è aperta, entra, e, ricordati, colpo alla testa perchè potrebbe essersi coricato col giacco di maglia; se è chiusa, il Cancelliere gliela farà aprire, e allora l'assaliremo in due: Gorano starà intanto qui sopra a guardia per tenere libera l'uscita di questa scala: presto all'opera che il tempo c'incalza._ Appena ebbe desso ciò detto, si rialzò, fece accostare il compagno che teneva afferrato Maestro Lucio, il quale continuava a fare strani motti col capo, e mentre l'altro si calava a mezza persona giù pe' gradini della scala della casamatta, ridestò il lucignolo della lanterna, il cui chiarore languiva e stava appunto per consegnarla al primo già disceso, quando Gabriele, che dal luogo ove stava nascosto, aveva perfettamente veduto ed udito ogni cosa, non dubitando che l'intrapresa di quei tre fosse diretta all'assassinio del fratello Gian Giacomo, acciecato dallo sdegno, nè potendosi più oltre frenare, non badando a periglio, tratta rapidamente la spada, scagliossi come folgore addosso a loro gridando a tutta gola: "Traditori, siete morti".
Il primo ch'esso investì fu quello che ratteneva il Cancelliere, e il trapassò sì giusto col ferro, che cadde morto di piombo. Balzò tosto contro il secondo, che, esterrefatto a quell'assalto improvviso, indietreggiò d'un passo, lasciandosi cadere ai piedi la lanterna che si spense: Gabriele nello stesso istante aveva mirato un colpo a quegli che era calato giù colla metà del corpo nel pertugio, ma gli andò fallito a causa dell'abbagliamento che gli produsse alla vista la lanterna nel cadere, nè ebbe campo di misurargli il secondo, perchè l'altro ch'era in piedi al di fuori, gli si gettò alla persona furibondo col pugnale nella sinistra e la squarcina nella destra: Gabriele difendevasi da costui valorosamente, anzi l'andava incalzando, ma l'altro, che s'era tratto fuori dalla casamatta, gli si precipitò di fianco, per il che a lui rimase tempo appena ruotando la spada con una velocità ed una forza incredibile di riparare gli opposti colpi che gli venivano tirati da fianco, e dovette rinculando appoggiarsi di schiena al muro della torre, ove all'incerto lume della luna ribatteva i disperati assalti di que' furiosi che vedevano non esservi per loro altro scampo che nell'ucciderlo.
Nel frattempo Maestro Lucio, che appena s'era sentito sciolto il braccio, senza pur guardare da che lato venisse il soccorso, s'era dato a gambe pel baluardo, andava gridando a tutto potere: "Ai nemici... Al tradimento... Agli assassini"; le voci clamorose di lui, quella di Gabriele, il suono dei ferri che si percotevano, destarono le guardie del Forte, che abituate da qualche mese in quella elevata parte del castello ad una inalterata notturna quiete, non vigilavano col dovuto rigore ai loro posti, nè ponevano le ordinanze ad esatta fazione: in un momento si sparse l'allarme, i tamburi sonarono a stormo, e gli uomini d'armi ed i Capitani accorsero in folla nel cortile. Primo fra questi fu il Pellicione che, discinto e coi capegli scarmigliati, balzato dal letto, discese impugnando la sua lunga spada, ed a capo d'un drappello di guardie munite di fiaccole e d'archibugi salì rapidamente per la scala della torre al baluardo. Vi ascesero ben tosto da diverse parti anche Alvarez Carazon, Sarbelloni e il Bologna con molti altri soldati provveduti di lumi e d'armi. In pochi istanti si videro sbucciare dalla torre le guardie, e venire gli altri uomini accorrendo colle fiaccole, distendendosi in lunga fila per le mura. L'uno dei due che stava combattendo con Gabriele, allorchè udì accorrere uomini, gettò il ferro e corse per scagliarsi dall'alto della muraglia, ma balzato in quel mentre fuori dalla torre il Pellicione, il raggiunse gridando "Per la spada di san Michele, prendi questa" e con un colpo d'impugnatura nelle tempia il fece precipitare al suolo tramortito e grondante di sangue; l'altro, più fiero e vigoroso, benchè circondato da gran numero di uomini d'armi, si difese disperatamente, sino a che vedendosi accerchiato e stretto da ogni parte, ed accorgendosi di non potere più a lungo resistere, si mirò al cuore una pugnalata; ma preso in alto il suo braccio, venne distolto il colpo, e cento mani che gli caddero addosso lo strascinarono a terra, da dove in vano tentò si dibattendo di sollevarsi.
Intanto da tutti gli spaldi s'era accuratamente guardato se vi fossero nemici sotto le mura o nei luoghi e pei monti vicini, s'era osservato se vi stessero scale od insidie presso il Castello, ma non s'era veduto ombra d'uomo: tutto era tranquillo, nè udivasi quasi un movere di foglia. Fatte per ciò ricollocare le guardie ai primi posti, i Capitani s'affrettarono parte intorno al Cancelliere, e parte presso Gabriele onde udire come mai fosse nato quell'avvenimento. Ma Maestro Tanaglia, pallido, tremante e contraffatto, piegando il capo alternativamente ed allargando le braccia, non sapeva altro dire con affannosa voce se non che "Le capitano a me... sono pure un uomo sfortunato!... tre Milanesi costringermi a forza ad essere complice in un fatto simile!... a rischio... oh! ma, mi credano, io sono innocente... povero Tanaglia! povero Tanaglia!" Gabriele all'incontro, non agitato ed alterato se non quanto l'ira e la foga del sostenuto combattimento necessariamente il volevano, appoggiato alla propria spada, narrò succintamente tutto l'occorso, dicendo però d'ignorare affatto, come era il vero, chi si fossero quei tre, come penetrati nel Castello, e in qual modo colà venuti. I Capitani rimasero maravigliati e confusi a quella narrazione al pari di lui. Il Pellicione comandò ad alcuni soldati che prendessero sulle spalle quell'ucciso e quello che giaceva tramortito, e giù se li portassero dal baluardo recandoli nella sala della _Quistione_, che era dove si giudicavano dal Castellano tutti i rei di gravi delitti, ed ordinò che quivi pure si conducesse quel terzo preso vivo e sano. Così fu fatto. In un momento venne sgombrato il baluardo, spente le fiaccole, mandato ordine alle Rocche ed al Porto, ove quel rumore nato nel Forte aveva eccitato un generale movimento, che tutti si rimanessero ai loro posti in quiete, ed ogni cosa venne racquetata come era da prima.
Gian Giacomo, al battere de' tamburi sorto dalle coltri, s'era armato prontamente, e saputo da' suoi sergenti essere causa di quella chiamata all'armi alcune grida uditesi alle mura, accorreva quivi anch'esso unitamente ad Agosto suo fratello, a Volfango, al Borserio, al Mandello venuti tostamente intorno a lui; ma giunto appena a metà del cortile, s'incontrò nel Pellicione, in Gabriele e ne' soldati che discendevano recando due uomini a spalla, e tenendone strettamente afferrato un altro di feroce cipiglio, e coi panni lacerati e sanguinosi. Subito che ebbe udito in brevi parole l'accaduto, fu preso tosto da forte sospetto che quello fosse stato l'esito d'una trama de' suoi nemici, e divenne cupido oltre modo di scoprire in ogni parte l'arcano per trarne alta vendetta. S'avviò quindi alla sala della _Quistione_ ove entrarono i principali Capitani, Gabriele e Maestro Lucio, essendone rimandati i soldati con ordine di tenere secreto quel fatto e vigilare attentamente alle scolte.
Pria che s'incominciasse il giudizio, vennero quivi sej robusti sgherri, sbracciati e pronti ad eseguire ad ogni cenno quegli atti atroci che costituivano parte integrante della penale giustizia di que' tempi, non solo ne' castelli de' feudatarii e de' piccioli Signori, o piuttosto tiranni di terre e paesi, ma eziandio nelle città più vaste dei reami e degli imperii.
La sala della _Quistione_ era un'ampia stanza quadrangolare, la cui vôlta era sostenuta da grossi e ruvidi pilastri; non avea finestre; solo vi si vedevano due porte, l'una che da uno stretto corritoio metteva quivi entro, l'altra, chiusa da grandi spranghe di ferro, che dava ingresso ad un carcere sotterraneo. Gli arnesi ch'ivi si trovavano erano una gran lampada che pendeva da un anello fitto nella volta, un tavolo, una sedia a bracciuoli, altri sedili grossolanamente tagliati, un gran braciere di ferro per accendervi carboni, catene, corde, randelli e cavalietti, stromenti tutti che s'usavano per tormentare.
Stesi a terra l'uno accanto all'altro il ferito e l'ucciso, e messo l'altro in salda annodatura, venne accesa la lampada e collocato sul tavoliere l'occorrente per iscrivere, al che fare s'accinse il Mandello, siccome l'uno dei più istrutti; quindi il Castellano, assisosi in mezzo a' suoi, si fece condurre innanzi quello incatenato, e misuratolo dello sguardo dalla fronte ai piedi, senza che desso mutasse punto di suo audace e feroce portamento, gli domandò con voce severa: "Chi sei?" ed ei rispose: _Sono Marco Spinaferro_.--Di qual luogo?--Milano.--Quando venisti in questo Castello?--_Ci sono entrato ieri col seguito di quei signori_ (ed accennò Volfango e Agosto Medici)--Con chi eri tu?--_Con Ambrosio Bina e Antoniotto Gorano._--Sono quei due colà giacenti?--_Essi stessi._--Per qual causa sei qui venuto?--_Per ucciderti_", esclamò con tuono più fermo e con un lampo di rabbia e di minaccia in volto: tutti fremettero di sdegno, ma il Castellano freddamente proseguì: "Chi t'ha mandato?--_Nessuno._--Mentisci; tu non mi conoscevi; palesa chi fu quello che t'ha dato tal ordine?--_Nessuno._--Morirai nei tormenti se non rispondi il vero: da chi fosti spedito?--_Da nessuno, ripeto_".
Gian Giacomo accennò agli sgherri, e questi attaccarono tosto Spinaferro alla corda: pria che s'incominciasse la tortura, il Castellano gli ripetè più volte la richiesta, da chi avesse avuto il comando di togliergli la vita, ma non ne ottenne alcuna risposta, nè gli squassi e lo slocamento di tutte le ossa valsero a trargli alito mai dalla bocca che sordi lamenti. Fu calato dalla corda: e benchè avesse pel tormento perduto il vigore di reggersi, non gli fu dato che breve riposo, perchè Gian Giacomo volle in sua presenza assumere tosto ad esame anche il Cancelliere e Gabriele, onde tentare almeno di venire in chiaro del fatto.
Eccolo in breve come risultò dalle deposizioni di Maestro Tanaglia, che ebbe tanta parte a suo mal costo in quell'avvenimento, e che lo stesso Spinaferro confessò per vero. Entrati che si furono i tre congiurati nel Castello frammisti ai seguaci de' due ambasciatori di Gian Giacomo, penetrarono con essi inosservati nel Forte, e vi si tennero celati sino al principiare della sera. Quando si fu oscurato il giorno, si fecero da un soldato guidare alle camere di Messer Lucio, che il Bina conosceva di persona per essergli stato scolare, e sapeva trovarsi in quel Castello nella qualità di Cancelliere: là pervenuti gli si appalesarono per tre nobili Milanesi fuggiti dalla patria per la persecuzione degli Spagnuoli, ed astretti per trovare salvezza a rifuggirsi a Musso, e circondandolo caldamente lo scongiurarono a volerli quella notte stessa condurre alla presenza di Gian Giacomo, onde intercedere da lui di essere ammessi a militare sotto la sua bandiera in qualità di capitani di ventura. Maestro Tanaglia, al quale riusciva incomoda e disgustosa quella visita, ed a cui quella pressa sembrò strana e artificiosa, rifiutossi d'accedere alla loro richiesta, e ciò fece principalmente perchè temeva gravi rimproveri dal Castellano se avesse osato condurgli innanzi di notte que' tre stranieri che s'avevano certe faccie sinistre, che più le andava esaminando, più gli apparivano di cattivo augurio. Infatti appena ebbe espressa la sua negativa, i tre Milanesi lo guardarono con tali occhi cagneschi facendo certi atti di secreto accordo, che desso dovette affrettarsi per calmarli ad addurre come causa di suo rifiuto che il Castellano soleva in certe ore della notte recarsi sul baluardo. Allora quei tre gli chiesero che li guidasse ad un sito ove potessero scontrarsi in lui, ma inosservati, perchè non volevano che altri s'accorgesse di loro. Tanaglia, affannato di vedersi incalzato in tal modo, rispose che anche ciò era impossibile perchè il Medici usciva dalle sue stanze per una secreta porta che s'aveva comunicazione sotterranea coi baluardi, e che di là rientrava poscia nelle sue stanze istesse, e guardi il cielo se alcuno avesse ardito mostrare di conoscerlo quando percorreva da solo notturnamente il Forte o le Rocche. L'uno di que' tre, e precisamente Spinaferro, fece un cenno della mano agli altri due, e tutti insieme sfoderarono i pugnali e furono addosso a Maestro Tanaglia, e puntandoglieli al petto lo obbligarono a dire ove fosse l'entrata della scala sotterranea che metteva capo alle stanze del Castellano: il Cancelliere che s'aveva inteso un giorno narrare che quel rialzo che esisteva sul baluardo presso la torre copriva una secreta strada, ignorando però che dessa quella fosse realmente che scendeva all'indicato luogo, spaventato e tremebondo, palesò quanto sapeva: i congiurati l'afferrarono tosto strettamente e il forzarono, minacciandolo di morte, a seguirli indicando la via che conduceva al baluardo. Tanaglia già più morto che vivo tentò ogni mezzo di persuasione per farli desistere da quell'impresa, ma strascinato a forza e sempre colle punte alla persona dovette discendere, passare lungo il porticato del cortile, ove sperò invano d'incontrare soldati, e gli fu forza salire dalla torre al baluardo, ove quanto sia avvenuto è già noto ai nostri lettori.
Nel tempo che Gian Giacomo ed i suoi Capitani udivano con sorpresa ed isdegno la narrazione delle particolarità d'un sì ardito ed iniquo attentato d'assassinio, cui il truce viso, l'audacia e la costanza di Spinaferro nel tacerne tra i più crudeli dolori la vera cagione motrice, davano aspetto d'un fatto straordinario d'alto ed importante interesse, gli sgherri che stavano d'intorno ad Ambrogio Bina, che il colpo dato dal Pellicione aveva lasciato per lungo tempo privo de' sensi, annunziarono che andava riprendendone l'uso e che proferiva chiare parole. Sperarono tutti che costui, siccome affievolito del corpo, il sarebbe stato anche dello spirito, nè avrebbe avuta la forza e l'ostinazione del silenzio di Spinaferro, ma svelerebbe l'origine, la causa e gli ordinatori di quel misfatto che ad ognuno stava sì a cuore il conoscere. Non potendosi però Bina sollevare da terra, s'alzò il Castellano e gli altri seco, e gli si portarono d'intorno.
Interrogato del nome suo e dei fatti già esposti, rispose conformemente al compagno; ma quando si venne al chiedergli di palesare da chi s'avessero avuto il comando di recarsi colà per torre la vita al Medici, tremò, si confuse e tacque, Gian Giacomo, preso da estrema rabbia, ordinò gli si strappassero le carni con ferri roventi se puntigliavasi più oltre a tacere quel secreto: ad un tratto ardenti carboni rosseggiarono nel braciere, entro cui vennero collocati bidenti uncinati di ferro: si denudarono al Bina il petto e le spalle, e due sgherri gli si accostarono scuotendo colla destra i grafii arroventati. Alla vista di quei tremendi arnesi di martirio che stavano per lacerarlo, non potè il Bina resistere, e invocò si sospendesse il tormento che direbbe il tutto. A queste sue parole s'udì uno scroscio di catene e il grido di, _taci, traditore_, che Spinaferro emise scuotendosi furiosamente, e tentando di gettarglisi addosso, ma gli sgherri lo strinsero più saldamente fasciandogli con un lino la bocca. Un freddo sudore, un impallidimento mortale coprirono il volto di Bina, che tre volte tentò parlare e tre volte si tacque, sin che ferito da una graffiata rovente, "Ohimè! gridò, dirò tutto, dirò tutto benchè i miei figli debbano pagare colla vita queste mie parole: io gli avrei fatti ricchi se il colpo non andava fallito: essi stanno nelle mani di quello che ci comanda... non il signor Duca, quell'altro di... Oh Beata Vergine della Scala, soccorretemi! il demonio mi strangola perchè do la morte ai miei figliuoli... e ho giurato di non parlare... soccorso... soccorso... mi ha preso il collo... mi stringe... mi strozza..." A tal punto un gonfiamento assai visibile della gola gli tolse la voce; esso portò quivi le mani in atto di tentare d'allargarsi un capestro o strettoio che il serrasse, stramazzò quindi convulso battendo il capo con forza sul pavimento; venne rialzato e trattenuto, ma gli si rovesciarono le orbite degli occhi, gli spumeggiò di bava e sangue la bocca; e soffocando spirò.
Alla vista di sì atroce scena restarono compresi d'orrore anche gli animi più duri di quegli uomini fieri: un terrore secreto si sparse ne' loro cuori, perchè le parole e la causa ignota della morte di Bina li persuase che fosse dessa veracemente l'opera d'una mano invisibile che punisse in lui un enorme peccato con cui avesse provocata l'ira divina. I Capitani, ammutoliti e aggruppati in diversi atteggiamenti d'intorno al Castellano, contemplavano con occhio atterrito quel deforme cadavere. Gabriele, fattosi da un canto, ritraendo lo sguardo da quello spaventoso e ributtante spettacolo, gemeva come se avesse l'anima oppressa da un sogno fatale. Il Cancelliere stava per svenire, teneva gli occhi immobili ed era freddo come un morto: ei non sapeva in qual mondo si fosse, ora gli ritornava alla mente il pericolo corso d'essere ucciso da quei tre, e li voleva puniti, ora facea riflessione ai loro tormenti, e gli parevano eccessivi; pensava quanto esso stesso avea arrischiato d'essere preso in sospetto di traditore, e quindi trattato a quel modo, e s'immaginava i casi futuri e paventava di modo che il suo spirito era un caos di terrori, di paure e di funeste aspettative.
Pel primo Gian Giacomo riprese la consueta sua fredda apparenza: qualunque fosse la brama che s'avesse di mettere a luce quell'arcano, pensò essere prudente consiglio di più non insistere per iscoprirlo: pronunciò all'orecchio d'uno degli sgherri alcuni secreti comandi, indi fece aprire la porta di quella sala della _Quistione_ e ne uscì assieme a tutti i suoi.
Sebbene spuntasse appena il giorno, mandò a risvegliare l'abbate di Frustemburgo parroco del Castello, e fece sonare le campane della Chiesa nella Rocca di Sant'Eufemia per far celebrare immediatamente la Messa, il che venne eseguito con gran concorso di Capitani e soldati, i quali tutti si recarono poscia ad assistere a più solenne celebrazione nel tempio maggiore di Musso. Furono distribuite elemosine ai conventi d'intorno: per cui si sparse una vaga voce d'uno strano avvenimento accaduto nei Castello, ma non se ne conobbero mai bene nè gli autori, nè la causa, nè il fine. I tre congiurati assassini vennero sepolti nascostamente nel sotterraneo, e tutti gli animi si rivolsero ai fatti più importanti che si preparavano, la cui aspettativa era quivi di massimo e generale interesse.
CAPITOLO SESTO.
Il dì seguente allorch'aperte sono Del lucido orïente al sol le porte, Di trombe udissi e di tamburi un suono Onde al cammino ogni guerrier s'esorte. Non è sì grato ai caldi giorni il tuono Che speranza di pioggia al mondo apporte, Come fu caro alle feroci genti L'altero suon de' bellici instrumenti. TASSO, _G. L._, C.° I.°