Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta

Part 7

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Aveva Don Michele una moglie giovane e bella, ed un suo fratello scapolo e minor d'anni viveva in casa sua. La bellezza della cognata potè tanto sul cuore del giovane, che, gettato ogni rispetto dietro le spalle, s'adoperò in modo da ridurla ad ogni sua volontà. Ma non seppero tanto ben nascondere questa tresca che non se ne avvedesse una fanticella: ne fece la spia al marito. Questi postosi in agguato, li sorprese: e, cavato un pugnale per dare ad ambedue ad un tempo, venne loro fatto di fuggirgli dalle mani senza altro danno che una leggiera ferita. Fu tanta la passione del torto ricevuto, che, messosi in traccia del fratello il quale colla cognata fuggiva per porsi in sicuro, lo voleva ammazzare ad ogni modo. Ma questi, udito che gli avea giurata la morte addosso, seppe tanto schermirsi che per molti anni gli ebbe mandato vuoto ogni suo disegno: il che fu cagione che l'offeso, disperatosi affatto di poter fare le sue vendette, era da tal furiosa passione condotto al sepolcro.

Intanto venne bandito un Giubileo nell'anno MCCCCLXXXV, e nella terra ove dimorava Don Michele si fecero processioni, penitenze, prediche per le piazze, onde molti odii di parte si spensero, furono fatte paci, ed anch'esso parve si risolvesse a deporre ogni rancore per voltarsi in tutto alle cose di Dio. Ma il fratello, per quante proteste gli venisser fatte da parte sua non si volle mai piegare a capitargli d'innanzi. Al fine dell'anno santo, consumato da Don Michele in continue pratiche di penitenza, si risolse di lasciar il mondo affatto, e condottosi ad un convento di Scalzi, entrò in noviziato, compiuto il quale pronunciò i voti solenni. Mandato da' superiori in varie parti di Spagna, e persine a Roma allo studio della teologia, divenne grandissimo dottore, e tornando in patria con voce d'uomo di santa vita, parve ai religiosi di conferirgli il sacerdozio. Disse la prima messa con quella pompa e frequenza di popolo, d'amici e di congiunti che si usa; finita che l'ebbe, e, tornato in sagrestia, si pose (tale il costume) colla pianeta ancora indosso, ritto sulla predella, ove gli amici ed i parenti venivano l'un dopo l'altro a baciargli la mano ed abbracciarlo.

Da tutti, replicate volte, era stato udito deplorare l'odio nutrito tant'anni contra il fratello, e dire spesso, che non aveva al mondo altro desiderio se non d'ottenere intero obblio del passato, anche, qual servo di Dio, umiliandosegli il primo. In questa solenne occasione, mosso dalle preghiere di tutti i parenti, si risolse alla fine il fratello venire anch'esso cogli altri, e quando gli fu innanzi con parole molto modeste cominciava a parlare, nell'atto che cingendo colle braccia il sacerdote, se lo stringeva al petto, ma poi invece di rialzar il capo, furon viste mancargli le ginocchia, cadde rovescio in terra, dando un gran sospiro, ed il prete brandendo in aria un pugnaletto sottile che in quell'abbracciamento gli avea cacciato nel cuore, ne baciò la lama stillante, e spinto col piede il cadavere disse: Ci sei capitato! e sparì via. Fu tanto lo sbalordimento degli astanti, che non fecero verso di lui dimostrazione veruna.

Per questo fatto ebbe il bando della testa; fuggì di paese in paese, finchè si ricoverò a Roma, e dal Valentino ebbe salva la vita. Questi penò poco a conoscere le sue virtù, presto l'adoperò in cose di somma importanza, ed il ribaldo frate diventò in breve l'anima di tutte le sue imprese.

Quando giunse alla porta del castello, interrogato dalla guardia di chi cercasse, mostrava un cofanetto che tenea sotto braccio, dicendo esser allora giunto di Levante, e cercar di Consalvo per offerirgli più qualità di cose rarissime, rimedii segreti contra le malìe, e cento pappolate. Un di costoro, dopo averlo squadrato, gli accennò lo seguisse.

Entrarono in un gran cortile, chiuso da fabbriche alte d'architettura antica. Le camere d'ogni piano avean l'uscita su logge aperte verso l'interno, rette da colonne di sasso bigio, sulle quali posavano archi ora tondi ora a sesto acuto, secondo le diverse epoche della loro costruzione. Molte torri rotonde, coronate di merli a coda di rondine, e del color rossiccio de' mattoni vecchi, sorgevano a disuguali distanze, e s'alzavano molto al di sopra dei tetti. Sulla cima della maggiore, detta la torre dell'oriuolo, sventolava un grande stendardo giallo e vermiglio, la bandiera di Spagna.

Salirono al primo piano per una scala esterna a largo parapetto, sul quale erano posti in fila molti leoni di pietra, rozzamente scolpiti, ed entrarono in una sala ove Don Michele venne lasciato dalla sua guida che gli disse:

--Quando il gran Capitano uscirà, gli potrete parlare.

--E di grazia, quando uscirà?

--Quando ne avrà voglia--rispose ruvidamente il soldato, e se n'andò pe' fatti suoi.

Don Michele sapeva benissimo che la pazienza è la dea delle anticamere, perciò tacque; ed accortosi che una brigata di gentiluomini radunata in fondo presso di gran finestroni che davan sul mare, lo andava squadrando, si pose, per atteggiarsi in qualche modo, a passeggiare osservando le antiche pitture, ond'erano piene le mura. Così a poco a poco si venne loro accostando naturalmente: chi sa, pensava, che non trovi da far bene anche qui! Alla fine colse destramente l'occasione d'incastrar qualche parola fra i loro discorsi, e, dopo pochi minuti era divenuto anch'esso uno della brigata.

Quella fortuna che i galantuomini invocano quasi sempre inutilmente, lo servì meglio che non s'aspettava. Osservando con sottile sguardo quei signori, notò fra gli altri un uomo sui cinquant'anni, alto, smilzo, con una spalla che usciva leggermente fuori di simmetria, il quale teneva cinto uno spadone che gli alzava dietro il gabbano, e dava per gli stinchi a chi gli era accosto, mentre s'andava centinando per istrisciar inchini, e far l'uomo necessario ed intrinseco di ciascuno, e principalmente di coloro che erano di maggior riguardo. Le ciglia che s'alzavano in arco sino a mezza la fronte, e due occhi bigi, tondi ed ammirativi, davano al suo viso magro l'espressione della curiosità unita alla dabbenaggine; e questa qualità appariva poi più spiccata in un sorriso perenne di compiacenza col quale accompagnava tutti i suoi discorsi. Quest'uom dabbene era Don Litterio Defastidiis, podestà di Barletta, l'uomo più curioso, più vano, più stucchevole del mondo.

Don Michele che s'intendeva di fisonomie, conobbe tosto che avea trovato il fatto suo. Gli s'accostò; e con modi cortesi e schietti, che, quando voleva, sapeva usare ottimamente, appiccò seco ragionamento. Il podestà non finiva mai un discorso senza la lepidezza obbligata (di quelle tali che il nostro lettore conosce sicuramente, se è stato in qualche paesetto del Regno, seduto una mezz'ora del dopo pranzo sulla panca dello speziale): e di più voleva che si ridesse. Don Michele crepava dalle risa, e gli diceva: Io non conobbi mai il più piacevole uomo! oh bella questa! oh curiosa quest'altra; e così diventarono amiconi in meno di mezz'ora.

In quel tempo Prospero Colonna che usciva da Consalvo col salvocondotto per la sfida, traversò la sala, e tutti gli fecero riverenza. Don Michele domandò chi fosse quel barone, e a Don Litterio non parve vero di far il saccente, e venne a parlar della sfida, di ciò che s'era detto alla cena, di Fieramosca, de' suoi amori; e Don Michele n'ebbe miglior mercato che non sperava, e disse, mostrando premura:

--Questo giovane.... come lo chiamate?

--Fieramosca.

--Questo Fieramosca è egli vostro amico, che vi preme tanto?

--Oh! mio amicissimo. E preme molto al signor Prospero, e poi universalmente a tutti.... È tanto un bravo giovane! Ci vediamo ogni sera o in casa Colonna, o in piazza. Peccato, che ha un brutto vizio! Non ride mai, mai! vedete. Sempre con una faccia di scomunicato, che ti senti accorare. Eh! io è un pezzo che me n'ero accorto, e non mi volevano credere. Son curiosi questi bravacci di soldati. Pare che sia vergogna per loro d'esser innamorati! Insomma, jer sera il prigione francese che l'ha conosciuto a Roma ha cantato: ed ora poi non c'è più dubbio. Dice bene il proverbio «Amore, tosse e scabbia, non la mostra chi non l'abbia.»--

La lepidezza del podestà fu accolta al solito da Don Michele con una risata, che dovette replicare due o tre volte, poichè piacque a Don Litterio di replicare altrettante il suo proverbio. Tornati poi sul serio, il primo riprese:

--Da codesto amore a me basterebbe la vista guarirlo, che nemmeno se ne ricorderebbe. Ma....--

E qui una pausa per farsi pregare.

--Guarirlo?--disse il podestà--come vorreste guarirlo? Per questa febbre ci vuoi altro che medici e speziali.

--Ed io vi dico che vorrei soltanto trovar un suo amico che m'ajutasse, e poi vada il capo se resto bugiardo.--

Don Litterio lo guardò un poco per veder se diceva davvero o da burla; e non è da dire se l'altro sapesse far sì che quest'investigazione gli riuscisse favorevole. Quando si fu mezzo persuaso, gli disse:

--Se non volete altro, questo non vi mancherà.--

E ravvolgeva fra sè d'aver egli il merito di questa portentosa guarigione, come si vantava d'aver avuto quello di scoprire il male. E certamente chi avesse operato il miracolo di render Fieramosca compagnone, amico del chiasso e dell'allegria, sarebbe stato portato al cielo dai suoi amici e da quanti lo conoscevano.

E così punzecchiava Don Michele per udire qual modo avesse ad ottenere una cosa tanto difficile, e questi stava sulla sua, facendosi pregare assai, quasi non si fidasse ben di lui. Pure alfine mostrando di lasciarsi vincere, gli diceva, come in terra di Turchi avesse veduto usare ed imparato un segreto maraviglioso a spegnere qualsivoglia più furioso amore, e non durò gran fatica a rendersi interamente padrone del cervello di grillo del povero podestà, che stimò gran ventura l'aver trovato costui.

--Il tutto sta--disse alla fine Don Michele--ch'io possa trovarmi per cinque minuti colla sua innamorata: del resto lasciate il pensiero a me.

--Questo, veramente, così su due piedi non ve lo potrei promettere. Perchè a dirvela, non la conosco. Ma se è in Barletta, o dieci miglia qui intorno, lasciatevi servire: non andranno ventiquattr'ore che vi saprò dire qualche cosa. Ora trovo Giuliano... è il fante del Comune... un diavolo per saper tutto.

--E dove ci vediamo--domandò Don Michele.

--Dove vi pare.

--Se credete, ci troveremo all'osteria del Sole, così sulle ventidue.

--Siamo intesi--rispose Don Litterio; e lasciato Don Michele maravigliato della propria ventura, s'avviò al palazzo del Comune per rintracciar Giuliano. Se non dispiace al nostro lettore faremo a meno d'accompagnarlo, per non lasciar che Don Michele s'annoi troppo in quest'anticamera.

Aspettò un pezzo inutilmente che Consalvo comparisse; alla fine ottenne dall'usciere di essere introdotto.

Stava il Capitano di Spagna ritto accanto alla finestra, avvolto in un robbone di raso vermiglio foderato di vajo, e l'augusta presenza, l'alta fronte, l'occhio scrutatore, la fama in fine d'un tant'uomo risvegliarono nel petto del condottiere del Valentino quel senso di timore, e direi quasi d'avvilimento, che sempre coglie l'iniquo in faccia all'uomo virtuoso. Fece un saluto umile e profondo, e disse:

--Glorioso signore! l'importanza del messo ch'io reco alla vostra magnificenza m'ha costretto presentarmi a quella sotto un nome che non è il mio. Se in ciò v'offesi, umilmente vi chieggo perdono; ma, come potrete conoscere da voi stesso, il segreto era troppo necessario, nè quegli che a voi mi manda poteva commettersi ad altri che alla vostra gloriosa fede.--

A queste parole rispose brevemente Consalvo, che non mancherebbe a chi si fidava di lui, e che esponesse. Don Michele consegnò la lettera del duca: ebbe il salvocondotto, e tornando al suo signore con quello, lo fece sicuro che il segreto della sua venuta in Barletta sarebbe stato custodito da Consalvo.

Aggiunse poi quanto si riprometteva dalle ricerche del suo nuovo amico il podestà; onde il Valentino, contento dell'avviamento che prendevano le cose sue, si tirò il cappuccio su gli occhi; e, chiuso nel mantello, uscì dall'osteria. Si fece condurre da un battello alla parte di dietro della rocca, ove Consalvo, rimastone così d'accordo con Don Michele, avea mandato un uomo ad aspettarlo. Gli fu aperta una porticella; e su per una scaletta segreta, e per certi bugigattoli giunse alla camera del Capitano spagnuolo.

Non crediamo necessario di dar minuto ragguaglio di questa conferenza.

Espose in sostanza il Valentino con una mirabil chiarezza la somma delle cose d'Italia, le forze, le speranze, i timori de' varj Stati. Fece intendere che avrebbe avuto caro accostarsi a Spagna, mostrando d'esservi tratto dal desiderio del bene che poteva venirne ai suoi popoli, ed a cessar le sciagure che incontrerebbero, ove gli Spagnuoli rimanessero vincitori. Riuscì con ischiettezza, che sapea finger benissimo, a dar di sè opinione migliore della sua fama. Offerse di far con Ispagna una lega ove entrasse il papa, e si lasciasse luogo a' Viniziani, ove vi si volessero accostare, colla quale s'impegnassero ad ajutarsi ne' loro interessi scambievoli, e s'avesse a render palese soltanto quando gli Spagnuoli fosser divenuti padroni di due terzi del Regno. Propose di far colle proprie forze l'impresa di Toscana mostrando che in Italia i primi amici di Francia erano i Fiorentini, e molto gioverebbe l'abbattere un così potente alleato. Aggiunse che avrebbe stimato di gran profitto a questa lega il chiamarvi i Pisani, aiutandoli ristorarsi dei danni fatti loro soffrire dalla Repubblica di Firenze, della quale, ove fosser resi più forti, sarebber divenuti guardiani vigilantissimi.

Consalvo non aveva obbiezioni essenziali da fare a queste proposte, ed il sottile ingegno di Cesare Borgia sapeva esporre con evidenza grandissima cose che in gran parte eran pur vere. Ma lo Spagnuolo lo conosceva, e durava fatica a fidarsi di lui.

Prese partito di non dar per allora una risposta precisa, e disse voler conferire coi suoi più intimi prima di prendere una risoluzione. Non lasciò mancare al Valentino nè buone parole, nè uffici cortesi; lo condusse in certe camere terrene, che davan sul mare, facendonelo padrone pel tempo che gli sarebbe piaciuto passare in Barletta; e da alcuni suoi servitori più fidati lo fece servire con quell'onore che si doveva al figlio d'un papa.

Verso sera Fieramosca e Brancaleone giunsero alla porta della città. Appena messi dentro, cominciò a formarsi intorno a loro una folla d'officiali, d'uomini d'arme, di soldati, che s'ingrossava di quanti incontravano per istrada, e tutti volevano esser i primi a sapere la risposta de' Francesi.--Com'è andata? che cosa hanno risposto? chi combatterà? quando? dove?...--Ma i due amici dicevan, ridendo a questa furia: venite alla rocca e lo saprete. Giunsero alla rocca, ed introdotti a Consalvo, Fieramosca gli consegnò la lettera del duca di Nemours, che quegli lesse ad alta voce, e diceva accettarsi la sfida, ma negarsi d'accordar campo franco. Questo rifiuto parve strano a tutti, ed il gran Capitano disse:

--Non mi sarei aspettato che i Francesi cercassero sutterfugi per ischivar la battaglia. Ma il campo franco l'avrete: io ve l'assicuro.--

Poi chiamato un suo scrivano gli disse: scriverai al duca di Nemours, stia di buona voglia che l'ostacolo è tolto; che gli offerisco una tregua sin dopo il combattimento; ed in fine, che fra due giorni aspetto mia figlia donna Elvira, alla quale intendo far un po' di festa; s'egli vuole, mentre si posan l'armi, venire a goderla con noi, sarà cagione di renderla più lieta.

Fra lo scrivere, lo spedir la lettera e ricever la risposta, passarono appena due ore. Il duca di Nemours accettò l'invito, e la tregua, che fu bandita per la città a suon di tromba quella sera stessa, insieme co' nomi de' combattenti italiani, ai quali per compiere il numero voluto dai Francesi, si aggiunsero altri tre, e furono:

Ludovico Aminale da Terni. Mariano da Sarni. Giovanni Capoccio Romano.

CAPITOLO OTTAVO.

Il monastero dell'isola posto fra il monte Gargano e Barletta era dedicato a Santa Orsola. Le sue mura oggi non presentano allo sguardo che un monte di rovine coperte di spini e d'edera; ma all'epoca della nostra istoria erano in buon essere, e formavano un edifizio d'aspetto severo, innalzato dai tardi rimorsi d'una principessa della casa d'Anjou, che venne ivi a finir santamente una vita scorsa fra le sfrenatezze dei piaceri e dell'ambizione. Non si potrebbe desiderare solitudine più tranquilla o più amena di questa.

Sopra uno scoglio, alto forse venti braccia sul livello del mare, è un piano di terra fruttifera, che gira da cinquecento passi andanti. Nell'angolo più vicino alla terra ferma sorge la chiesa. Vi s'entra per un bel portico, retto da gentili colonne di granito bigio. L'interno a tre navate, con archi a sesto acuto, posati su fasci di colonne sottili ornate d'intagli, riceve la luce da lunghe finestre gotiche chiuse con invetriate a colori, piene di storie de' miracoli della Santa. La tribuna dietro l'altar maggiore è tonda, ornata di musaici in campo d'oro. Vi si vede un Dio Padre nella gloria, ed ai suoi piedi Santa Orsola, con le undicimila vergini portate dagli angioli.

La chiesa, lontana dall'abitato, rimaneva quasi sempre vuota. Le sole monache si radunavano in coro ad ore fissate del giorno e della notte per salmeggiare. Era verso sera, e mentre si cantava il vespro dietro l'altar maggiore con quella sua cantilena lunga e monotona, una donna pregava inginocchiata accanto ad un avello di marmo bianco ingiallito dagli anni, e coperto da un baldacchino parimente di marmo pieno di fogliami e d'animali all'uso gotico, ove riposavan l'ossa della fondatrice del monastero.

Questa donna, coperta sino a terra da un velo del color di que' marmi, pallida, immobile ad orare, sarebbe sembrata una statua posta ivi dall'artefice in orazione, se due lunghe trecce di capelli castagni non si fosser mostrate fuori del velo, e se le palpebre, che tratto tratto s'alzavano, non avessero lasciato trasparire due occhi azzurri ne' quali si scorgeva il fervore di una caldissima preghiera.

La povera Ginevra (era essa) avea ragione di pregare, poichè si trovava in quei termini ove al cuor d'una donna non bastano le proprie forze per vincer sè stesso. Si pentiva, ma troppo tardi, del partito preso di seguir Fieramosca, e d'unire in qualche modo la sua fortuna a quella dell'uomo che per prudenza e per dovere avrebbe dovuto fuggir più d'ogni altro. Si pentiva d'esser rimasta tanto tempo senza informarsi di suo marito se fosse vivo o morto. La ragione le diceva: quel che non si è fatto si può ancora fare; ma la voce del cuore rispondeva: è tardi; e questo _è tardi_ sonava come una sentenza irrevocabile. I giorni duravano lunghi, angosciosi, amari, spogliati d'ogni speranza di poter uscire di quel travaglio, se non altrimenti, almeno col darsi vinta all'una delle due forze che la combattevano. La sua complessione s'accasciava sotto il peso di questo continuo contrasto.

L'ore della mattina, quelle vicine al mezzo giorno, le riuscivano meno difficili. Lavorava di ricamo, avea libri, e l'orto del monastero per passeggiare. Ma la sera! I pensieri più tetri, le cure più moleste parevano, a guisa di quegl'insetti che al calar del sole si moltiplicano e divengono più infesti, aspettar quell'ora per assalirla tutti in una volta. Ginevra allora si rifuggiva in chiesa. Non vi trovava allegrezza, non pace, ma almeno qualche momento di consolazione.

La sua preghiera era breve e non variava mai. Vergine Santissima, diceva, fate ch'io desideri non amarlo; e talvolta aggiungeva: fate ch'io mi risolva a cercar di Grajano, e desideri trovarlo: ma spesso le mancava il cuore di profferir questa seconda preghiera.

Dal ripeter di continuo quelle parole, ne avveniva talvolta che cogliesse sè medesima nel pensiero di Fieramosca, appunto nel momento in cui la sua lingua pregava onde poterlo dimenticare. Allora sospirava, piangeva, ma scorgeva anche troppo qual fosse in lei la volontà più potente. Quel giorno tuttavia, per uno di quegli alti e bassi che sono nella nostra natura, le sembrò di potersi finalmente risolvere al miglior partito. L'idea d'una malattia che la sua salute cadente le mostrava vicina; l'idea della morte fra i terrori di una coscienza non pura, sopravvenne in un momento di titubanza, diede il tratto alla bilancia, e le fece prender la risoluzione d'informarsi di Grajano, e scoperto dove fosse, tornar con lui, in qualunque modo, ad ogni costo. Se Fieramosca fosse stato presente, gli avrebbe dichiarata la sua risoluzione allora allora, senza dubitar un momento; ma, disse, alzandosi per uscir di chiesa: Questa sera verrà e saprà tutto.

Le monache, finito il coro, uscivano tacite alla sfilata per una porticella che dava nel cortile del chiostro, e tornavano nelle loro celle.

Ginevra s'avviò dopo di loro. Entrò in un loggiato pulito come uno specchio che circondava un piccol giardino. Nel mezzo v'era un pozzo sotto una tettoja retta da quattro pilastri di pietra. Di qui, traversato un lungo andito, riuscì in un cortile di dietro. Il lato in fondo era formato da una casetta, ove non era clausura, separata dalla rimanente fabbrica, e vi s'alloggiavano i forestieri. Ginevra v'abitava colla giovane salvata da Fieramosca, ed occupavano due o tre camere; che, secondo l'uso de' monasteri, non avean comunicazione fra di loro, ma soltanto per un andito comune. Ginevra, entrando nella camera ove solevan passare insieme la maggior parte del giorno, trovò Zoraide occupata ad un telajo, e lavorando cantava una canzone in lingua araba piena di tuoni minori, come tutti i canti de' popoli del mezzogiorno. Guardò un momento il ricamo, e diede un sospiro (era un mantello di raso azzurro trapuntato d'argento che facevano insieme, destinato a Fieramosca); poi si pose a sedere ad un balcone ombreggiato da pampini, che guardava verso Barletta. Il sole s'era allora nascosto dietro le colline di Puglia. Poche strisce di nuvole stavano su pel cielo tutte accese al lampo solare, simili ai pesci d'oro notanti in un mar di fuoco. La loro immagine correva in lunga lista riflessa dall'onde, solcate qua e là da qualche vela di pescatori, che un leggiero levante spingeva alla spiaggia. L'occhio della giovane era fisso al molo del porto che aveva in faccia, dal quale spesso vedeva staccarsi una barchetta e venir verso l'isola.

Oggi essa la desidera più del solito, le pare che debba portarle una decisione; e qualunque sia, nel suo stato, sarà sempre un guadagno. Ma quei momenti d'aspettazione le parevano pur lunghi ed amari! Vorrebbe Ettore già presente, vorrebbe che avesse già udite parole tanto ardue a pronunziarsi: s'egli tardasse o non venisse, domani sarà ella ancor forte abbastanza?

Un punto oscuro che appena mutava luogo non tardò a comparire sul mare vicino al lido. Dopo un quarto d'ora s'era accostato, ingrandito, e quantunque appena si potesse distinguere che era un battello condotto da un uomo, Ginevra lo riconobbe, e sentì darsi una stretta al cuore. Per una subita rivoluzione di tutte le sue idee, le parve ad un tratto impossibile dirgli ciò che un momento prima aveva, o credeva avere irrevocabilmente fissato. Avrebbe veduta con piacere quella barchetta tornar indietro, ma invece avanti, avanti: già era presso l'isola; già s'udivano i remi tuffarsi, ed uscir dell'acqua.

--Zoraide, eccolo--disse volgendosi alla sua compagna, che alzò il capo appena, fece col viso l'atto di chi risponde, e tosto riabbassò gli occhi sul suo lavoro. Ginevra scese, e s'avviò al luogo ove s'approdava all'isola, e per una scala tagliata a scarpelli nel masso, giunse al mare appunto quando Fieramosca deponeva i remi in fondo al battello, e la prora si fermava contro lo scoglio.

Ma se alla donna mancava il cuore di dichiarare le sue risoluzioni, Fieramosca che aveva dal canto suo cose altrettanto gravi da svelarle, non si sentiva maggior animo di lei.