Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta
Part 4
L'occasione presente pareva ed era a lui di grandissima importanza, non solo perchè ne andava l'onore dell'armi italiane, ma perchè l'esito di questa fazione, nelle attuali circostanze ove fra due re potenti con incerta fortuna si combatteva, potea produrre gravi conseguenze per lui, per la sua casa e per la parte colonnese. Il vincere una disfida che avrebbe certamente fatto gran romore, dava molta riputazione agli uomini suoi ed alla sua bandiera; perciò, dei capitani spagnuoli e francesi qualunque restasse vittorioso, avrebbe alla conclusione avuto maggior riguardo ad offenderlo e maggior interesse a tenerselo amico.
A tutti è noto inoltre, quanto in terra di Roma fosse ostinato il contrasto fra la parte colonnese ed orsina, che malcondotte entrambe dalla forza e dalle frodi d'Alessandro VI e di Cesare Borgia potevano, o coi soccorsi stranieri o col proprio valore, ajutate da qualche felice occasione, pensare a rifarsi; onde se v'era mai stato tempo da dover tenere l'invito della fortuna ed afferrarla pe' capelli, era questo sicuramente.
Conosceva il sagace condottiere gli spiriti bollenti di Fieramosca, e quanto potesse in lui sete di gloria ed amor di patria: vedeva che da' suoi discorsi erano spesso infiammati gli animi de' compagni a mostrarsi Italiani, e sentì quanto poteva a quest'ora ajutare coll'esempio, e coi detti accendere vieppiù quel divino ardore che rende l'uomo pari alle grandi imprese.
A lui dunque si volse cominciando a parlare: disse già in parte conoscere l'accaduto, ma voler ora udirlo più distesamente, onde si potesse prender subito un partito. Ettore espose il fatto magnificando le parole d'Inigo dette in favore della nazione italiana: quand'ebbe finito, il signor Prospero alzandosi in piedi, parlò così:
--Illustri signori! Se voi non foste quelli che siete, ed io per la compagnia avuta con esso voi in tante battaglie non avessi esperienza dell'alto valor vostro, crederei fosse mestieri rammentarvi, come i nostri avi per le loro virtuose operazioni fecero salir tant'alto la gloria della patria che l'universo ne restò abbagliato; nè poterono le tenebre e le sventure di dieci secoli spegner gli ultimi raggi di tanta luce. Come costoro che d'oltremonti ora vengono a bersi il sangue italiano, e non contenti, aggiungono lo scherno all'offesa, tremavano allora al solo nome romano. Vi direi che tant'oltre è giunta omai questa loro sfacciata insolenza, che dopo d'avere strappato, e con quali arti sallo Iddio, la gloriosa corona che faceva Italia regina dei popoli, ed era stata compra con tanti sudori e tanto sangue, par loro non aver fatto nulla finchè ci vedono una spada in mano ed una corazza sul petto, e vorrebbero torci perfino di poter combattere e morire in salvazione dell'onor nostro. Vi direi: Su dunque: andiamo, corriamo tutti; si piombi su questi ingordi ladroni sprezzatori d'ogni diritto; e ben veggo nei vostri sguardi che le mie parole sarebber tarde a fronte delle spade italiane..... Ma invece..... l'ufficio di condottiero, duro pur troppo in così grave occasione, mi comanda di porre un freno al vostro valore, e m'è forza il dirvi che tutti non potrete combattere, e converrà concedere a poche spade la gloria della nostra vendetta. Il magnifico Consalvo, dovendo con forze minori sostenere i diritti del re cattolico, non consentirebbe che il sangue de' suoi soldati si spargesse per altre cagioni. Per dieci uomini d'arme otterrò, spero, salvocondotto e campo franco. Senza metter tempo in mezzo, vado, ed ottenuto che l'abbia, ritorno. Intanto ognuno di voi scriva su un foglio un nome: a Consalvo la scelta. Ma prima dovete giurare di stare a quanto verrà da lui stabilito.--
Il discorso fu accolto con un bisbiglio d'approvazione, e tutti giurarono. Furono scritti i nomi e dati al signor Prospero, il quale alzatosi da sedere, venne alla porta, ove due famigli gli tenevano apparecchiata una mula: vi salì, ed accompagnato da que' soli due s'avviò alla rocca.
Dopo una mezz'ora, che parve un secolo all'impaziente ansietà di que' giovani, ritornò; e scavalcato, entrò nella sala terrena rimettendosi ciascuno al luogo di prima: il silenzio e l'espressione degli occhi fissati tutti sul barone romano, mostravano quanto fosse la smania di conoscer la scelta, e la speranza d'ognuno d'averla favorevole.
--Il magnifico Consalvo--disse alla fine il signor Prospero, cavandosi di seno le carte e deponendole sulla tavola--si chiama grandemente soddisfatto del virtuoso proposito vostro: è certo che al vostro valore sarà questa facile impresa: concede salvocondotto e campo franco per dieci uomini d'arme; e non è stato piccol travaglio condurlo a questo numero: solo vi si piega per l'importanza del fatto.--
Spiegato allora il foglio che conteneva i nomi degli eletti, lesse i seguenti:
--Ettore Fieramosca.--Questi, vedendosi nominato il primo, strinse con allegrezza il braccio di Brancaleone che gli sedeva accanto, mentre gli occhi di tutti si volsero a lui mostrando che nessuno credeva potergli contendere il primo posto.--
Romanello, da Forlì. Ettore Giovenale, romano. Marco Carellario, napoletano. Guglielmo Albimonte, siciliano. Miale, da Troja. Riccio, da Parma. Francesco Salamone, siciliano. Brancaleone, romano. Fanfulla, da Lodi.
Chi si fosse trovato presente, senza conoscere nessuno di persona, avrebbe facilmente potuto distinguere dal viso contento coloro che la sorte destinava alla nobile impresa. Il volto sempre pallido di Fieramosca si tinse d'un bel vermiglio, e nel parlar che faceva ai compagni, i baffi castagni che gli vestivano il labbro tremavano, e facean conoscere quanto fosse forte la commozione interna che provava. I suoi pensieri più cari trovavano alla fine occasione di produrre opere degne di loro. Finalmente, diceva in cuor suo, potrà una volta il sangue italiano scorrere a miglior fine che a sempre difendere gli stranieri invasori. Se alcuno gli avesse detto allora «vinceranno i tuoi, ma tu vi morrai» si sarebbe chiamato contento mille volte: ma v'era pure speranza, e quasi certezza di vincere, e goder la vittoria; e pensava, dopo questa, come sarebbe stato il ritorno pieno di gloria, di feste e d'allegrezze (quanto è raro che l'uomo preveda il vero!): immaginava le lodi, l'onore eterno che ne verrebbe all'Italia ed al suo nome, e quanto i suoi più cari andrebbero orgogliosi per cagion sua. A questo punto un pensiero che gli sorse dal profondo del cuore, passò come una nube, ed oscurò un momento la gioja che gli splendeva sul volto: forse sventure passate fecero sentire al suo cuore l'acuta spina di funeste rimembranze: ma durò un momento. Poteva egli allora aver altra cura maggiore di quella della battaglia?
Prospero Colonna era stato scelto da Consalvo a maestro del campo, il che gl'imponeva l'obbligo di mandare il cartello della disfida, di metter a cavallo i suoi, di vedere che nulla mancasse loro di ciò che potea procurare la vittoria, d'aver l'occhio finalmente che si combattesse dalle due parti a buona e giusta guerra.
Si parlò prima di tutto del giorno e del luogo da fissarsi. Erano i primi del mese: fu stabilito si combatterebbe dopo la metà, onde rimanesse tempo largo ad allestirsi. Quanto al luogo, si sarebbe mandato uomini esperti a scegliere il più conveniente.
Dopo di ciò si stese il cartello, che fu scritto in francese, e consegnato a Fieramosca ed a Brancaleone onde lo portassero al campo nemico quell'istesso giorno. Disposte così le cose, si volse il signor Prospero ai dieci eletti, e disse loro:
--L'onor nostro, cavalieri, è sul filo delle vostre spade, e non saprei immaginare qual più degno e sicuro luogo si potesse trovargli. Ma per questo appunto conviene che giuriate di non entrare da oggi al dì della battaglia in alcun'altra impresa, onde non porvi a rischio di riportar ferite, o d'incontrare impedimento che potesse quel giorno togliervi d'essere a cavallo: e ben vedete, se ciò accadesse, non importa per qual cagione, quanto la nostra parte ne rimarrebbe vituperata.--Parve ad ognuno troppo ragionevole questa antiveggenza, nè vi fu chi negasse accettar sopra la sua fede la condizione proposta.
Intanto la maggior parte di quelli che vedevano con rammarico non aver ivi più nulla che fare, s'era andata dileguando alla sfilata. I soli dieci erano rimasti. Anch'essi, quando fu consegnato il cartello a Fieramosca, sgombrarono la sala; e questi accompagnato da Brancaleone s'avviò a casa per esser presto a cavallo e condursi al campo francese.
S'armarono ambedue così alla leggiera con giaco e maniche ed una cuffia di ferro, e preso con loro un trombetta si avviarono alla porta a San Bacolo, che rispondeva verso il nemico. Alzata la saracinesca ed abbassato il ponte, uscirono in un borgo che, abbandonato in quel trambusto dagli abitanti, era stato mezzo distrutto ed arso dalla licenza delle soldatesche d'ambe le parti. Di qui la strada prendeva per certi orti, poi usciva all'aperto, e per giungere al campo era qualche ora di cammino. Nel passare pel borgo, Ettore s'abbattè in certe povere donne, mezzo coperte di cenci, che traendosi dietro per mano, o recandosi in collo i loro bambini cascanti dalla fame, andavano frugando per quelle case abbandonate, se mai fosse sfuggita qualche cosa all'ingorda avarizia de' soldati che le avean messe a sacco. Il cuore del giovane faceva sangue a questo spettacolo, e non potendo dar loro ajuto non poteva nemmeno sostenerne la vista, onde punse il cavallo, e di trotto si dilungò sin fuori all'aperto.
L'insolita allegrezza che l'aveva ravvivato pensando alla prossima battaglia, fu per questo, in apparenza lieve accidente, ritornata in altrettanta mestizia, risorsero più forti i pensieri delle miserie d'Italia, e lo sdegno contro i Francesi che n'erano autori. Non potè nascondere a Brancaleone, che gli cavalcava accanto, la pietà che gli destavano i mali di quelle meschine; e quegli che in fondo era buono e caritatevole uomo, quantunque paresse ruvido pel continuo trovarsi in mezzo ai rischi e al sangue, le compativa e si dolea dei loro affanni insieme con lui.
Vistolo Fieramosca in questa disposizione d'animo, gli diceva crollando il capo:
--Ecco i bei presenti che ci recano questi Francesi; ecco il buono stato che ci portano!.... Ma se posso una volta veder questa razza di là dall'Alpi....--E voleva dire: faremo in modo di sbrigarci anche dagli Spagnuoli; ma si ricordò che era al loro servigio, e, rompendo a mezzo la frase, finì con un sospiro.
Brancaleone pensava più alla parte colonnese che al bene della sua patria, e non poteva entrar pienamente nei sentimenti del suo amico; ai quali però partecipando in qualche guisa, ed a suo modo, rispose:
--Se quest'esercito si potesse metter in rotta, non passerebbe forse molto tempo che avremmo ad assaggiare il vino del signor Virginio Orsino; e le cantine del castello di Bracciano vedrebbero una volta come son fatte le facce de' cristiani: e Palestrina, Marino e Valmontona, non vedrebbero più il fumo del campo di que' suoi ribaldi; nè sarebbero più desti a ogni tratto da quel maledetto grido, Orso! Orso! ma.... non si paga ogni sabato!--Da questa risposta conoscendo Ettore che se Brancaleone s'univa a' suoi desiderii, era però ben lontano dal concordare interamente con lui quanto ai motivi, tacque; e camminarono per buon tratto di strada senza che il silenzio venisse rotto da nessun dei due.
Il trombetta li precedeva d'un'arcata.
Non avrà il lettore scordati i cenni del prigioniere francese circa gli amori di Fieramosca. I suoi compagni che ne udivan parlare per la prima volta, si dolevano di questi suoi dispiaceri, e per l'affetto che gli portavano, e perchè in una brigata di giovani si soffre malvolentieri chi non mette del suo per mantenere ed accrescere il buon umore. Ora mentre in quella mattina si trattava l'affare della disfida a casa del signor Prospero, si bisbigliò di questi suoi casi, che vennero anche all'orecchio di Brancaleone. Era questi pochissimo curioso de' fatti altrui; non di meno, dopo aver cavalcato un pezzo così in silenzio, vedendo il suo compagno tanto sopraffatto dalla malinconia, gliene seppe male, e vincendo la natura sua si dispose tentarlo onde gli s'aprisse; e con parole di amica sollecitudine, venne al proposito di pregarlo volesse narrargli que' casi che gli eran cagione di tanta tristezza. E seppe così ben fare che ottenne il suo intento. Fieramosca d'altronde sapeva potersi fidare di lui, ed i termini in cui si trovava pure gli scioglievan la lingua, poichè da un cuore agitato da forte passione sfugge facilmente il segreto. Alzatigli così un poco gli occhi in viso, disse:
--Brancaleone, mi domandi cosa che non ho mai detto ad anima viva: e neppur a te la direi (non te l'aver per male) se non pensassi che potrei rimaner morto nella zuffa.... e allora?.... che ne sarebbe di...; sì, sì, tu mi sei vero amico, sei uomo dabbene, hai da saper tutto. Non ti dispiaccia ascoltarmi a lungo, che non potrei farti capace in poche parole di tanti e così strani accidenti.--
Brancaleone con gli atti del volto gli accennava quanto avea caro che dicesse, onde Fieramosca con un risoluto sospiro incominciò:
Quando sorsero i primi romori di guerra per parte del re cristianissimo, che minacciava scendere all'impresa del reame, ben sai ch'io mi trovava giovinetto di sedici anni ai servigi del Moro. Tolsi licenza, e mi parve dovere metter la vita in difesa de' reali di Raona che da tant'anni ci governavano. Venni a Capua; si mettevano in ordine le genti d'arme, e dal conte Bosio di Monreale che avea il carico del presidio, fui condotto e comandato alle difese della città. Le munizioni erano tutte in pronto, e per allora, non essendovi altro da fare, attendevamo a darci buon tempo. La sera si faceva la veglia in casa del conte, il quale, amico già di mio padre, mi teneva come figliuolo. Già prima d'andarmene col duca di Milano, spesso gli capitavo per casa. Ivi conobbi una sua figlioletta, e così fanciulli senza saperne più in là, ci portavamo maraviglioso amore. Il giorno ch'io mi mossi per andare in Lombardia, furono i pianti e le dipartenze inestimabili: io, mi ricordo, cavalcava un giannetto, il migliore che fosse mai, e nell'andarmene passai sotto le finestre di lei, che si domandava Ginevra, e benissimo atteggiavo il cavallo nel dirle addio colla mano; ella mi gettò di nascosto del padre e d'ognuno, perchè appena faceva giorno, una fascia azzurra che non ho mai lasciata d'allora in poi.
Ma queste erano cose da scherzo. In un anno ch'io stetti fuori mi s'era assai freddato questo primo amore. Tornato come ti dico, e riveduta Ginevra, che avendo messa persona era divenuta la più bella giovane del reame, aveva assai buone lettere, e cantava sul liuto che non avresti voluto sentir altro, non potei tanto schermirmi ch'io non ricadessi l'un cento più nel maggiore e più forsennato amore che s'udisse mai. Colei che si ricordava dei primi anni, e mi rivedeva onorato e con qualche nome nell'arme, quantunque come onesta non lo volesse mostrare, ben m'avvedevo che aveva caro udirmi quando narravo di quelle terre di Lombardia, delle guerre che avevo vedute, e delle corti ed usanze di colà; e s'ella amava ascoltarmi, io molto più amavo d'intrattenerla; e tanto andò la cosa innanzi che non potevamo vivere discosti un dito l'un dall'altro.
Io che in parte m'avvedevo come la s'avviasse, venivo riflettendo a quanti affanni andavamo incontro ambedue. A momenti cominciava la guerra: tristo chi in tale congiuntura si trova avvolto in legami d'amore. E dove prima cercavo ogni modo d'esser con lei, dopo, divisando ciò che meglio ci conveniva, e conosciuto che il nostro amore era altro che da motteggi, mi rimaneva tanto di forza che pur mi studiavo di mostrarlo meno, e cavarmelo dal cuore. La cosa andò così avanti un pezzo. Ma quel combattimento invece di scemare il mio amore l'accrebbe; e volendolo raffrenare di fuori, quello mi lavorava dentro, e quasi mi conducea pel mal cammino. Già m'ero fatto scuro in viso, e la notte per istracco che fossi non potevo prender sonno, e sempre coll'immaginazione fissa in lei, sentivo calarmi per le gote le lagrime calde calde sul guanciale, e stupivo di me medesimo.
Passarono così più settimane, e m'ero ridotto di qualità che bisognava pur risolversi a qualche partito. Tu già indovini a quale m'appigliai: un giorno sulle ventitrè ore la trovai sola in un suo giardino, e come volle la mia sorte, le dissi il gran bene ch'io le volevo, ed ella arrossendo, senza risponder parola si scostò lasciandomi afflitto e peggio contento che mai; e da quell'ora in poi parea cercasse tenermi discosto e quasi mai, quando v'erano altre persone, volgeva a me le parole: ond'io per disperato, nè potendo sopportare quell'inestimabile amore, risolsi in tutto andarmi con Dio, e cercar la morte ove allora già si combatteva. E passando appunto la compagnia del duca di San Nicandro, che andava alla volta di Roma, a raggiungere il duca di Calabria, mi misi in ordine per andarmene con essoloro. E senza dirle il mio proposito, un giorno volli ritentar la prova, ed alla stette salda; onde mi dovetti persuadere che quell'amore ch'io credevo scorgere in lei, era stato un sogno della mia immaginazione: e risoluto affatto (era la sera, ed alloggiava quella notte in Capua la compagnia del duca per partir la mattina) misi in ordine ogni cosa per esser a cavallo l'indomani. Me n'andai, come il solito, a veglia in casa del padre di Ginevra: eravamo soli noi tre intorno un tavoliere, e si giocava a tavola reale; quando mi venne in acconcio, dissi a lui, come avevo fisso di partire la mattina vegnente, che essendomi venuto a noja quell'ozio, volevo andar a combattere, perciò fosse contento darmi licenza. Il conte lodò il mio proposito, ed io colla coda dell'occhio pur guardavo, non privo affatto di speranza, che viso facesse Ginevra. Pensa quale diventai vistole mutar il color del volto, e farlesi rosse le palpebre? Di furto mi saettò un'occhiata che troppo mi diceva. Stetti infra due di non farne altro, ma conobbi che oramai non potevo ritrarmi coll'onor mio; e mi fu forza, quando mi trovavo il più contento e felice uomo del mondo, eseguire la mia malaugurata partenza: di qui nacque ogni mia sciagura.
Dio volesse che quando misi il piede alla staffa fossi caduto morto; sarebbe stato men male per lei e per me.
Mi condussi a Roma sempre maledicendo la mia fortuna, e giunsi in quella, che per una parte entrava re Carlo, e per l'altra i nostri si ritraevano a furia. Vi fu qualche leggiero scontro, ed io tanto mi spinsi avanti fra certi Svizzeri, che fui lasciato per morto con due roncolate nel capo, onde penai gran tempo a guarire.
Queste ferite le toccai presso Velletri: portato nella terra e medicato, ebbi a star quivi due mesi, senza saper più nulla di Ginevra nè del padre, e solo udivo d'ora in ora le triste novelle del reame che vi giungevano, ed eran fatte dalla gente di casa sempre maggiori, e con tante favole tra mezzo che non potevo in esse distinguere cosa buona.
Pure alla fine ritornato gagliardo, e volendo uscire di tanto travaglio, montai una mattina a cavallo e me ne venni a Roma. Ivi era un disordine grandissimo; e papa Alessandro che al passaggio del re poco gli s'era mostrato amico, vedendo ora spacciate le cose del reame, e che già della lega fra il Moro ed i Veneziani si bisbigliava, onde ai Francesi conveniva dar volta, stava in sospetto grandissimo ed il meglio che poteva s'armava ed afforzava Roma e 'l castello. Appena scavalcato andai a far riverenza a monsignor Capece, che molto m'accarezzò, e volle in tutti i conti levarmi d'in sull'osteria.
Intanto cresceva il romore in Roma, ed aspettandosi a giorni la vanguardia del re, composta di Svizzeri, molto si temeva da tutti, ed ognuno pensava a' fatti suoi.
Comparve alla fine l'esercito. Il papa col Valentino s'era fuggito a Orvieto. Le genti francesi parte s'alloggiarono in città, parte fuori in Prati[5]; e si comportavano assai bene co' cittadini, tantochè ognuno si veniva rassicurando. Dopo pochi giorni il re andò alla volta di Toscana: pure per Roma passavano tuttavia or l'uno or l'altro di quei capi, conducendosi alla spicciolata, onde fosse minore il disagio delle vettovaglie. Erano oramai quietati i timori, ed ognuno attendeva come il solito alle faccende. Io che sempre dal pensiero di Ginevra era travagliato, appena potei coll'onor mio, mi spiccai da monsignor Capece per tornare a casa, e saper notizie certe di là; chè in tutto questo tempo non m'era venuto fatto di parlare con chi n'avesse contezza.
Una mattina di buon'ora mi posi in cammino, disposto di cavalcare quel giorno sino a Citerna, e da strada Julia ove stava monsignore, presi per piazza Farnese, drizzandomi verso porta San Giovanni. Sotto il Coliseo mi si fece incontro una truppa di Francesi con bagaglie; e come furon presso, vidi che venivano con una lettiga ove giaceva mal condotto uno de' loro capitani, e dalle fasce che avea attorno alle tempie si capiva che doveva esser ferito nel capo. Mentre scansato il cavallo, m'era soffermato un poco per guardar costui, fui desto da un acuto grido, e, volgendomi a quello vidi Ginevra a cavallo, che dall'altra parte veniva in compagnia con essoloro. Ma oh Dio, quant'era cambiata! Fu un miracolo s'io non caddi in terra: il petto mi scoppiava sotto la corazza: pure avvisando ciò che poteva essere, finsi seguire il mio cammino; poi, voltato il cavallo, senza mai li perder di vista, e pensando al peggio, tenni loro dietro sino all'alloggiamento.
Ben puoi credere ch'io non fui ardito farmi rivedere a monsignore, che mi credeva già lungi di molte miglia, e tanto meno presentarmi a Ginevra, temendo, s'io le parlavo, udir da lei ciò che mai non avrei sofferto ascoltare; e bramoso pure di chiarire la cosa non sapevo che risolvere. Portato dal cavallo che tendeva a ritornare alle stalle di monsignore, mi trovai in Banchi alla chiavica, presso alla bottega di un tal Franciotto, detto dalla Barca, perchè la professione sua era levar le mercanzie da Ostia per portarle a Ripa grande. Era costui mio amicissimo, e fattomisi incontro, scavalcai, e trattolo da parte, gli dissi che per alcuni rispetti m'ero partito da monsignore, e mi conveniva tenermi celato; perch'egli m'offerse una sua casetta che aveva in borgo, e tosto mi vi condusse. Io presi partito di dirgli: che avevo veduto una donzella della quale conoscevo il casato, con certi Francesi; ed avrei voluto sapere com'era quivi capitata, per porgerle ajuto se fosse stato mestieri: ed insegnatogli il luogo ov'era andata a smontare, lo pregai s'ingegnasse parlare con alcuno de' famigli, e farmi trovare in parte, ove, senza scoprirmi, potessi ottenere il mio desiderio. Egli ch'era di sottile ingegno benissimo seppe contentarmi. Verso mezz'ora di notte venne per me, e mi condusse ad un'osteria, ove trovammo un suo giovane che aveva già uccellato uno degli scudieri di quel barone francese, e fattolo bere, l'avea messo in sul raccontare, ed appunto giungemmo quand'era tempo.
Franciotto in poche parole lo condusse a dire ciò che mai non avrei voluto sapere: e sul fatto della donna ci narrò che giungendo essi a Capua, e quei di dentro facendo resistenza grandissima, entrarono a forza, e quasi la terra andò a sacco: che il suo padrone Claudio Grajano d'Asti (così ci disse chiamarsi) entrato con molti soldati in casa il conte di Monreale, che ferito nell'assalto, era stato ivi portato e più non poteva difendersi, giunse alla stanza ove giaceva, e la figlia buttandosi in ginocchio, raccomandava sè e 'l padre. Grajano stava in cagnesco, e piuttosto volto al male; onde il conte alzandosi sul gomito il meglio che potè, gli disse: quanto possiedo al mondo sia vostro, ed abbiate in isposa questa mia figlia; ma sia salva l'onestà sua dalle mani di costoro. E Ginevra tremando per la vita del padre e per sè stessa, non si seppe opporre. Due giorni dipoi il conte morì.