Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta

Part 21

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Ad uguale distanza da Barletta e dal campo francese, dove la pianura accostandosi alle colline comincia ad elevarsi, si stende, fra certi monticelli bassi, un piano di circa trecento passi per ogni verso, formato probabilmente da qualche antica alluvione. Il terreno di minuta ghiaja e di sabbia silicea rassodato dal tempo è sgombro d'arbusti e d'erbe, ed offre alla zampa dei cavalli un andar franco e sicuro. Questo era il luogo scelto pel combattimento. Dal giorno innanzi per cura d'uomini mandati dalle due parti, fu livellato ove era qualche ineguaglianza di terreno; fissati i limiti con un solco e con grosse pietre disposte all'intorno; ed all'ombra di grandissimi lecci che crescevano sul ciglio d'un greppo, dal quale si dominava tutto il campo, vennero situati sedili pei giudici, sotto una specie di tenda a strisce bianche e vermiglie annodata ai rami degli alberi. Avanti a questo tribunale eran piantate in fila alla vista di tutti ventisei lance cogli scudi degli uomini d'arme delle due nazioni, ed i loro nomi scritti a grandi lettere su un cartellone. Dalle terre e ville del contorno la curiosità aveva radunata gran folla di contadini e signorotti di campagna, che prima del levar del sole già si trovavano allogati per l'alture circonvicine. Quelli che fra loro tenevano un certo grado sedean coi vecchi e colle donne sull'erba; gli altri, come ragazzi, poveri, monelli, s'arrampicavano su per gli alberi, e mostrandosi qua e là fra le foglie facean contrastare col verde il colore de' visi e de' panni.

Bello spettacolo era (specialmente per chi, ponendosi all'estremità del campo, volgesse le spalle all'interno delle terre ed il viso alla marina) il vedere una così ricca scena campestre ravvivata da tal moltitudine piena di tanto moto e di tanta vita: a destra elevarsi sul cielo le grandiose masse degli elci, ed al color cupo delle lor foglie mischiarsi il verde più vivace e gajo d'arboscelli minori; su un piano più lontano dietro questi, la terra di Quarato, della quale si scopriva soltanto la porta difesa da una torre addossata a rupi, al cui piede serpeggia la strada: in mezzo il campo, ed al di là il lido dell'Adriatico, la città e il castello di Barletta, e le forme colorite degli edifizi spiccate sulla tinta azzurra del mare: più lontano il ponte e l'isola di Sant'Orsola, gli alti gioghi del Gargano, e la linea dell'orizzonte: a manca poi, le colline che a poco poco si vengono alzando; e rimpetto al luogo destinato ai giudici, sovra un terreno disuguale, vestito d'erba fresca, gruppi di altissime querce coi tronchi rivestiti d'edera, e nel pieno vigore della più ricca vegetazione. La nebbia formatasi nella notte, squarciandosi alla brezza dell'aurora, veleggiava nelle regioni superiori dell'aria in nuvole di forme fantastiche, che già percosse dal sole ne rifrangevan i raggi indorati. Altre strisce di nebbia più densa restavano leggermente posate sulla pianura, somigliando a letti di cotone bianchissimo, sovra i quali sorgevano qua e là gruppi d'alberi più alti, e le creste di qualche collinetta. Il disco del sole vicino ad uscir dal mare spandeva in cielo la sua luce rancia, lasciando muti gli oggetti terrestri, illuminati soltanto dal riflesso dell'atmosfera. Tutti gli spettatori avean come involontariamente gli occhi volti verso il punto dove stava per comparire. Sull'ultima linea del mare parve alla fine quasi generata una scintilla di luce vivissima; crebbe, prese forma, uscì il sole maestoso come un globo di fuoco, e diffuse la sua luce, che diede forma e colore agli oggetti, e si duplicava oscillando riflessa nel mare.

Una squadra di fanti venuta quivi per tempo teneva sgombro il campo dal popolo che stava disperso in gruppi tutt'all'intorno, radunandosi più frequente nei luoghi ove molti venditori di comestibili e di vino avean tese le loro tende, ed alzati banchi e tavole. V'era fra questi l'oste del Sole, Veleno, che il lettore ben conosce, e che in uno dei luoghi più in vista aveva piantato il suo negozio ambulante sotto una frascata, alla quale già eran concorsi molti de' soldati suoi soliti avventori: due o tre gran padelle da friggere eran al fuoco su altrettanti fornelli di ferro portatili; una tavola composta d'asse rozze, e connesse alla meglio su varj pali, che fitti nel suolo servivano di gambe, era coperta di canestroni di pesce, carciofi, ortaglie d'ogni genere da friggere. Egli, con due grembiuli e la berretta di bucato, colle maniche della camicia rimboccate sino alla spalla, teneva sotto il braccio la pentola da infarinare, in una matto il piatto col fritto ancor crudo, nell'altra le mollette per prenderlo, e si affaccendava a preparar questo cibo tanto gradito agli Italiani meridionali, senza restar mai un momento dal cicalare, ridere, domandare e rispondere a tutti in una volta, e soltanto interrompeva a quando a quando questi dialoghi, o per cantar _La bella Franceschina_, o per gridar quanto n'avea nella canna: Ah che alici! ah che alici! son vive le trigliarelle! o non avete occhi, o non avete danari! ed altre simili inculcazioni che s'udivano da mezzo miglio lontano.

Alla fine, un mormorar più forte della folla che occupava i luoghi superiori fece volgere a tutti il viso verso quella parte, e passando di bocca in bocca giunse la nuova, che già si scorgeva il drappello francese. Pochi minuti dopo compariva alla voltata d'una strada, che usciva di dietro una collina, ed avanzandosi, venne a porsi in battaglia nella parte superiore del campo, volgendo la fronte al mare. Scavalcati i guerrieri ed un centinaio e mezzo di compagni ed amici che eran con loro, lasciaron ai famigli i cavalli, e, saliti al luogo dei giudici, si dispersero sotto i lecci aspettando l'arrivo degli Italiani. Sulla strada di Barletta un nuvolo di polvere, fra il quale si potè presto distinguere il lampeggiar dell'armi, mostrò che non eran per farsi troppo aspettare. Le turbe sin allora disperse si strinsero ai confini della lizza, studiando ognuno di cacciarsi avanti, malgrado che i fanti di guardia, con que' modi amorevoli che in ogni tempo ha sempre usato la soldatesca in simili occasioni, battendo sul suolo, e talvolta sulle punte dei piedi i calci delle ronche e delle picche, ricacciassero indietro l'onda che tentava di sopraffarli.

Giunsero gl'Italiani, si fermarono in faccia ai loro avversarj nell'ordinanza medesima, e scavalcati, salirono anch'essi sul rialto degli elci.

Dopo i saluti e le cortesie scambievoli, il signor Prospero e Bajardo, che erano i due padrini, s'abboccarono, e decisero che prima di tutto conveniva trarre a sorte i giudici.

Il lettore si maraviglierà, son certo, di non trovar il famoso Bajardo fra i combattenti in così importante occasione, e vederlo invece adempiere le parti di padrino: gli dirò dunque che non ne abbiam provata minor maraviglia di lui, nè sapremmo formar su questo fatto altra congettura se non supporre che qualche ferita non interamente sanata gl'impedisse di trattar l'armi, o che forse la quartana che lo travagliava in quel tempo, troppo gli scemasse le forze: a ogni modo sappiamo certissimo che egli non era fra i campioni.

Scritti dunque i nomi di alcuni caporali de' due eserciti spagnuoli, francesi ed italiani in egual numero; rotolati i brevi, e posti in un elmo, cadde la sorte su Fabrizio Colonna, Obignì e Diego Garcia di Paredes; i quali, sedendo al luogo preparato per loro, aprirono su una tavola il libro dei Vangeli, e ricevettero il giuramento de' ventisei guerrieri: col quale s'impegnavano a non adoperar frode nel combattere; asserivano non aver incanti nè sui loro corpi, nè sull'arme; ed incontrar quel cimento valendosi della sola virtù e delle forze naturali. Furon letti di nuovo ad alta voce i patti coi quali si rimaneva d'accordo che ogni uomo potesse riscattar sè, l'arme e 'l cavallo mediante cento ducati; ed uno fra gl'Italiani, votando sulla tavola il sacco del danaro che avean recato, lo contò, e lo consegnò ai giudici. S'aspettava quindi che i Francesi facessero altrettanto: visto che nessuno si moveva, Prospero Colonna disse loro più modestamente che potè:--Signori, e il vostro danaro?--

Si fece avanti La Motta, e rispose sorridendo:

--Signor Prospero, vedrete che questo basterà.--

Montò la stizza al barone romano per la millanteria inopportuna, ma si frenò, e disse soltanto:--Prima di vender la pelle conviene ammazzar l'orso. Ma non importa; e quantunque fosse patto fra noi di portar il riscatto, neppur per questo non vogliamo metter ostacoli alla battaglia.--Signori (aggiunse poi volto ai suoi), avete udito: questo cavaliere tien la cosa per fatta; sta a voi a chiarirlo del suo errore.--

Sarà inutile il dire che questi modi sprezzanti fecero ribollire il sangue agl'Italiani, ma nessuno rispose nè a La Motta, nè al signor Prospero, fuorchè con qualche digrigno, o qualche occhiata fulminante.

Terminati questi apparecchi, furon dai giudici licenziate le due parti e data loro una mezz'ora per prepararsi; dopo la quale un trombetta a cavallo, situato all'ombra degli elci, accanto ai giudici, darebbe tre squilli di tromba, segnale dell'assalto.

Ritornati a' loro cavalli e montati in sella, furon dai padrini disposti in fila a quattro passi di distanza l'uno dall'altro; e tanto il Colonna quanto Bajardo osservarono di nuovo i barbazzali, le cigne delle selle, le corregge e le fibbie dell'armature; e, se v'eran occhi esercitati ne' due campi, eran senza dubbio i loro.

Finita questa rivista, fermato il cavallo nel mezzo della linea, il signor Prospero disse ad alta voce:

--Signori! non crediate ch'io voglia dirvi parola per eccitarvi a combatter da uomini pari vostri: vedo fra voi Lombardi, Napoletani, Romani, Siciliani. Non siete forse tutti figli d'Italia ugualmente? Non sarà ugualmente diviso fra voi l'onore della vittoria? Non siete voi a fronte di stranieri che gridan gl'Italiani codardi? Una cosa sola vi dico: vedete là quel traditor scellerato Grajano d'Asti. Egli combatte per mantener l'infamia sul capo de' suoi compagni!... m'intendete!... Ch'egli non esca vivo di questo campo.--

Fieramosca che era vicino a Brancaleone gli disse sottovoce:--Ah! se il voto non mi legasse le mani!...--E Brancaleone gli rispose:--Lascia far a me che non ho voti; so io dove gliel'ho da appiccare!--

La voglia d'uccider Grajano era nata in lui dal giorno in cui, udite le vicende del suo amico, vide che poteva così toglier di mezzo l'ostacolo che si frapponeva fra esso e Ginevra. Sapendolo poi nel numero dei campioni francesi, conobbe che l'occasione non gli sarebbe mancata; ed il giorno della giostra, si rammenterà il lettore delle informazioni che si procacciò, mentre il cavalier astigiano s'armava accanto all'anfiteatro. Ora la fine impreveduta di Ginevra distruggeva il suo primo pensiero; tuttavia non abbandonò il disegno, e gli crebbe poi il desiderio di eseguirlo, per le parole del signor Prospero, al quale, come al capo della parte colonnese, obbediva ciecamente in tutto.

I due padrini intanto s'eran ritirati ai loro posti: Bajardo presso i giudici, ed il Colonna sotto le querce. Questi tutto armato, fuorchè il capo, su un gran cavallo nero coperto di una gualdrappa vermiglia ricamata in oro, alzava la fronte grave ed ardita verso i suoi, aspettando in silenzio la tromba. Avea accanto un suo paggio, bel giovane di sedici anni, vestito di cilestro, colle calze color di carmino, e varj caposquadra dell'esercito in diverse attitudini che, malgrado la loro immobilità, mostravano non so che d'energico e di marziale. A misura che s'avvicinava il momento, venivano a tutti mancando le parole; al più, s'udiva qualche monosillabo bisbigliato sommessamente fra' vicini; ed in questa quiete che dava all'adunanza un aspetto grave e solenne risonava solo di tempo in tempo lo scalpitare ed il nitrir dei cavalli, che tenuti in riposo e ben pasciuti, non potevan ora star fissi nell'ordinanza, rodevano i lunghi freni dorati, li coprivan di spuma, facendo arco del collo e della coda; e, rizzandosi sui piè di dietro, sbuffavano colle nari tese e sanguigne, e parevan dagli occhi gettar faville.

È difficile ai giorni nostri formarsi un'idea dell'aspetto marziale d'un uomo d'arme di quel tempo, coperto tutto di ferro esso e 'l cavallo. Ogni cavaliere colla visiera abbassata, chiuso nell'arnese, collo scudo al petto e la lancia alla coscia, inforcava una sella, i cui arcioni ferrati s'alzavano avanti e dietro come due ripari che rendevano quasi impossibile il cadere; incastrato così, stringendo le ginocchia, era talmente aderente al cavallo, che tutti i suoi moti gli si comunicavano con quell'unità che dovrebbe legare le due nature del centauro.

I cavalli avean le parti anteriori e laterali del capo difese da un guernimento di ferro, nel quale eran soltanto due buchi per gli occhi; in mezzo alla fronte una punta; il collo, le spalle ed il petto ugualmente coperto da piastre soprapposte a guisa di scaglie, e snodate, onde lasciar liberi tutti i moti; ed un arnese dello stesso artificio si stendeva sulla groppa e le parti laterali del ventre, lasciandone scoperto soltanto il luogo per le spronate. Le belle fattezze di questi nobili animali eran così deturpate da tutte quell'armature che parevano dalle gambe in fuori quasi altrettanti rinoceronti. Vedendoli fermi si sarebbe creduto impossibile che potessero muoversi non che correre; ma uno scuoter di briglia od un accostar del calcagno del cavaliere li trovava agili e pronti come fosser nudi, tanto maestrevolmente eran congegnate quell'armi.

Oltre lancia, spada e pugnale che ogni uomo d'arme portava sulla persona, avea appese all'arcione davanti una mazza d'acciajo, ed un'azza: e gl'Italiani avean gran nome nel maneggio di quest'armi. Il modo poi d'ornarsi era vario, secondo il capriccio d'ognuno: sulla cima degli elmi svolazzavan penne di molti colori disposte per lo più intorno ad un lungo pennacchio formato della coda del pavone. Alcuni invece di penne aveano strisce di stoffa frastagliata, dette dai Francesi _lambrequins_. Chi portava sopravveste, chi tracolle, chi avendo un'armatura ricca e ben lavorata, la lasciava scoperta: anche i cavalli avevan sul capo o penne o qualche altro ornamento, e le briglie larghe quasi un palmo a festoni, e di colori che chiamavan l'occhio: spesso per la fattura e per la ricchezza degli ornati erano esse sole di gran valore. Sugli scudi, oltre l'impresa che solevan portarvi dipinta, avean gl'Italiani fatto scrivere motti convenienti a quell'occasione: quello di Fieramosca diceva, per citarne uno: _Quid possit pateat saltem nunc Itala virtus_.

Un araldo alla fine venne avanti in mezzo al campo, e bandì ad alta voce, che alcuno non ardisse favorire o disfavorire nessuna delle parti nè con fatti, nè con voci, nè con cenni: ritornato presso i giudici, il trombetta diede il primo squillo di tromba: diede il secondo.... si sarebbe sentito volar una mosca: diede il terzo, ed i cavalieri con moto simultaneo allentate le briglie, curvati i dorsi sul collo dei cavalli, e piantando spronate che li levavan di peso, si scagliarono a slanci prima, poi di carriera serrata rapidissima gli uni su gli altri, levando il grido, _Viva Italia!_ da una parte, e _Viva Francia!_ dall'altra, che s'udì fino al mare. Avean circa centocinquanta passi da correre per incontrarsi. S'alzò a poco a poco la polvere, crebbe, si fece più densa, gli avvolse prima che si fossero giunti, li coperse e nascose affatto come un nuvolo quando si dieder di cozzo, urtandosi i cavalli fronte contra fronte, e i cavalieri rompendo le lance sugli scudi e le corazze degli avversarj con quel fragore che produce una frana di massi che rovinando su un pendio senza ostacoli da prima, poi trova una selva nella quale si caccia, e fiacca, sradica, fracassa ciò che trova. Fu tolto così agli spettatori la vista del primo scontro, ed appena in quell'ammasso confuso e polveroso d'uomini e di cavalli potevan distinguere il balenar dell'armi percosse dal sole, e qualche brano di penne, che la furia dei colpi aveva lacerate, volare avvolgendosi in quel turbine, ed allontanarsene poi sollevato dal vento. Il frastuono rimbombò per le valli dei contorni; Diego Garcia si percosse col pugno sulla coscia per la maraviglia e per la smania di non esser anch'esso là in mezzo; e questo fu il solo atto che si notasse fra gli spettatori attoniti ed immoti.

Rimase per alcuni secondi riunito quel gruppo di battaglia, ed un certo luccicar più sottile che qua e là balenava a traverso la polvere, mostrò che i cavalieri avean posto mano alle spade: s'udiva uno scrosciar di ferri, un martellar così a minuto come se in quello spazio fossero state in opera dieci paja d'incudini. Tutto quell'ammasso pieno d'una luce vivissima, e direi guizzante in sè stessa, era simile ad una macchina di fuoco d'artifizio, quando è velata in parte dal fumo: tanto era complicato e rapido il muoversi, lo stringersi, l'aprirsi, il ravvolgersi che faceva in tutte le sue parti.

L'ansietà di poter veder qualche cosa e sapere a chi toccasse il primo onore, era tale che ormai si stava per prorompere in grida; e già s'udiva un crescente bisbiglio, che fu però soffocato dai cenni degli araldi, non meno che dal vedere uscir fuori da quel viluppo un cavallo sciolto, talmente coperto di polvere, che neppur più si capiva di che colore avesse la sella: scorrendo pel campo di mezzo galoppo si trascinava fra le zampe la briglia mezza lacerata, e, mettendovi su or un piede, or un altro, si veniva dando strappate al freno che gli facean abbassar il capo, e lo mettevano a rischio di cadere; una larga ferita dietro la spalla versava una fontana di sangue nero e segnava la traccia; dopo non molti passi cadde sulle ginocchia sfinito, e si arrovesciò sul terreno. Fu conosciuto esser della parte francese.

Gli uomini d'arme intanto accoppiatisi combattevano spada a spada, e così due a due dando e ribattendo quei grandissimi colpi, e volteggiandosi intorno scambievolmente per torre il lor vantaggio, venivan dilatando la zuffa serrata dal primo assalto; la polvere cacciata dal vento più non toglieva la vista dei combattenti; si conobbe che l'uomo d'armi scavalcato era Martellin de Lambris. Fanfulla, per disgrazia del Francese, gli si trovò contra, e con quella sua pazza furia, nella quale era pur molta virtù e somma perizia, gli appiccò alla visiera la lancia in modo che lo spinse quant'era lunga a fargli assaggiar s'era soda la terra, e nel fare il bel colpo alzò la voce in modo che s'udì fra tanto strepito, e gridò:--E uno!--poi vedendosi non lontano La Motta che al colpo di Fieramosca avea perduta una staffa, seguitava:--I danari non basteranno...... sono pochi i danari....--Ed allargatasi poi la zuffa, disse al vinto:--Tu sei mio prigione......--ma l'altro rimessosi in piè gli rispose d'una stoccata che strisciò sulla corazza lucente del Lodigiano: non era scorso un secondo, e già la spada di Fanfulla era caduta a due mani sull'elmo del suo nemico, il quale sgangherato dalla prima percossa, a stento si resse in piedi; e Fanfulla gliene appoggiò un'altra, e un'altra, ed ogni volta gridava:--Son pochi i danari.... son pochi.... son pochi.....--e lo sforzo del colpo gli faceva pronunziar la parola con quella specie d'appoggiatura che udiamo uscir dal petto degli spaccalegna quando calan l'accetta.

Colui non si potè riavere mai da questa tempesta malgrado i suoi sforzi: venne a terra mezzo stordito, ma non volea perciò sentir parlar di resa; onde Fanfulla, invelenito, gli diede l'ultima, cogliendo il tempo in cui provava a rizzarsi in ginocchio, e lo distese immobile sul sabbione dicendogli:

--Sei contento ora?--

Bajardo, visto che colui si sarebbe fatto ammazzare inutilmente, mandò un re d'armi, il quale gettando il suo bastone fra i due guerrieri gridò ad alta voce: _Martellin de Lambris prisonnier_. Corsero alcuni uomini che l'aiutarono alzarsi, e sorreggendolo vennero a presentarlo al signor Prospero.

--Dio ti benedica le mani!--gridò questi al vincitore.

E diede ai suoi sergenti in guardia il barone francese che non volle lasciarsi toglier la barbuta, si gettò a giacere al piede d'una quercia, e vi rimase muto ed immobile.

Fanfulla avea voltato il cavallo, e messolo di mezzo galoppo per tornar nella battaglia, guardava intorno ove potesse giovar l'opera sua, e veniva per giuoco facendo in aria colla spada mulinelli, nel quale esercizio avea la più destra e spedita mano dell'esercito. Dando un'occhiata generale alla zuffa vedeva che la fortuna non inclinava punto pei nemici, e che gli uomini d'arme italiani facevano molto bene il dovere: allora alzò più che mai il grido, chiamando a nome La Motta, e ricominciando la novella de' _danari son pochi_; e queste tre parole le veniva cantando sull'aria d'una canzone che si udiva allora per le strade dai ciechi: onde l'atto del cavalcare in un certo suo modo sbadato e bizzarro, quel giocar di spada tanto mirabile, e pur fatto come scherzando, e 'l tuono della voce, tutt'insieme dava a quella canzonatura un non so che di così curioso che persino la seria fisonomia del signor Prospero dovette un momento lasciarsi aprire ad un sorriso.

Nel tempo impiegato a conseguir questa prima vittoria, Ettore Fieramosca aveva bensì colla lancia fatto staffeggiare La Motta, ma non gli era riuscito scavalcarlo. Era d'altra forza, e d'altro valore che il prigioniere di Fanfulla. Fieramosca geloso dell'onore riportato da questo, avea cominciato colla spada a lavorare in modo, che lo sprezzatore degli Italiani con tutta la sua virtù a stento potea stargli contra. Le ingiurie profferite da lui la sera della cena, quando avea detto che un uomo d'arme francese non si sarebbe degnato aver un Italiano per ragazzo di stalla, tornarono in mente a Fieramosca; e mentre spesseggiava stoccate e fendenti, schiodando e rompendo l'arnese del suo nemico, e talvolta ferendolo, gli diceva con ischerno:

--Almeno la striglia la sappiamo menare? Ajutati, ajutati, chè ora son fatti, e non parole.--

Non potè colui sopportar lo scherno, e menò un colpo al capo con tal furia che, non giugnendo Ettore ad opporre lo scudo, tentò ribatterlo colla spada; ma non resse, volò in pezzi, e quella del francese cadendo sul collarino della corazza lo tagliò netto, e ferì la spalla poco sopra la clavicola. Fieramosca non aspettò il secondo: spintosi sotto, l'abbracciò tentando batterlo in terra; l'altro, lasciata la spada pendente, tentava sferrarsi. Ciò appunto volea Fieramosca: sviluppatosi da lui prima che avesse potuto riprender la spada, dato di sprone al cavallo, lo fece lanciarsi da una parte; ed ebbe tempo di spiccar l'azza che pendea dall'arcione, colla quale tornò addosso all'avversarjo.

Il buon destriere di Fieramosca ammaestrato ad ogni qualità di battaglia, cominciò, avvertito da un leggier cenno di briglia e di sprone, a rizzarsi come un ariete che voglia cozzare, e far volate avanti, senza mai scostarsi tanto dall'avversarjo che il suo signore non lo potesse giungere. Vedendolo lavorare con tanta intelligenza, pensava Fieramosca: Ho pur fatto bene a condurti meco! E si portò tanto virtuosamente coll'azza, che venne riacquistando sul Francese il vantaggio che aveva perduto.