Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta

Part 19

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--Una grazia--disse--mi resta a domandarvi, e non dovete negarmela, se volete che muoja in pace. Quando non ci sarò più, andate al campo francese, trovate mio marito (fra' soldati è chiamato Grajano d'Asti, ed è al soldo del duca di Nemours) e ditegli che alla mia ultim'ora ho domandato perdono a Dio, come lo domando a lui, se l'ho offeso: ditegli che, pel passo in cui mi trovo, gli giuro che l'anima mia uscendo di questa vita, è pura com'era quando mi ricevette da mio padre: che non maledica la mia memoria, e faccia dir una messa in suffragio dell'anima mia.

--Siate benedetta!...... State quieta, il vostro desiderio sarà adempiuto.

--Un'altra grazia vorrei chiedervi--seguitò Ginevra...--Non so se sia bene o male.... ma Dio, che vede il mio interno, sa se parlo a buon fine.... Vorrei che cercaste anche di lui.... d'Ettore Fieramosca, voglio dire, che è lancia del signor Prospero....... ditegli che pregherò per lui, e che gli perdono..... cioè..... no, non gli parlate di perdono..... alla fine non son poi certissima..... potrebbe esser stato un altro che gli somigliasse.... No, no, ditegli soltanto che pensi all'anima... che conosco adesso in quanto errore eravamo... si ricordi dell'altra vita, che questa passa come un fumo, e glielo dice chi n'è alla prova, e gli vuol.... e pensa al suo vero bene. Ditegli poi che se Dio, come spero, m'accoglie nella sua misericordia, pregherò per lui, onde vinca la sfida, e sia difeso l'onor dell'armi italiane.--

Fra Mariano diede un sospiro e disse:--Anche questo farò.--

La moribonda stette alquanto in silenzio, e le corse alla mente Zoraide, la sua protetta, colla quale in quegli ultimi giorni aveva pur avuto qualche rancore: supplicò il frate che cercasse di lei nel monastero di Sant'Orsola, e le recasse cogli ultimi saluti un suo monile, pregandola a portarlo per amor suo: raccomandò a lui quella povera derelitta, le trovasse egli un ricovero onorevole, e soprattutto cercasse di farla cristiana. Dopo di che seguitava:

--Un'ultima carità poi vi dimando, e certo me l'accorderete. Fatemi seppellire nella cappelletta sotterranea di Sant'Orsola, vestita dell'abito del monastero. Mi consola il pensare che dormirò in pace vicino all'immagine di quella Vergine, che ha pur finalmente ascoltate le mie preghiere, e posto un termine alla mia miseria.

--Ebbene--disse Fra Mariano frenando a stento le lagrime--il vostro volere sarà eseguito in tutto.--

Uscì ciò detto, e fatta rientrare Vittoria Colonna, prese egli la parola per non lasciare che Ginevra, alla quale veniva mancando la lena, s'affaticasse col parlar troppo, e disse:

--Signora! vi prego di cercar di Donna Elvira e far che venga qui: questa povera giovane vorrebbe dirle due parole.--

Vittoria, che non s'aspettava a questo, rimase così un momento sospesa, pure s'avviò senza replicare, mentre Ginevra le diceva:--Mi perdoni se le do questo disagio, ma non è tempo da perdere.--

Era presso alle quattro ore di notte, ed il ballo era finito da pochi momenti: le sale s'andavano votando: sfilavano giù per lo scalone gl'invitati accompagnati dai baroni dell'esercito spagnuolo.

Consalvo aveva in quel punto dato commiato al duca di Nemours ed ai suoi cavalieri, che, montati a cavallo, se ne ritornavano al campo preceduti da molte torce.

Nel cortile era un brulicare di gente a piedi ed a cavallo, un rumore, un gridare che rimbombava per tutto il castello. Le donne partendo salivano in groppa agli uomini di loro compagnia, come s'usava in quel secolo, e così diminuendo sempre la folla e lo strepito, in poco tempo rimase affatto vuoto il cortile, se non che qualche servo lo traversava per suo ufficio: s'udivano aprire e chiuder porte, si vedean girar lumi sulle logge e per le finestre, ed alla fine quando l'orologio battè le sei ore, la guardia della porta alzò il ponte che dava sulla piazza, e, cessato il suono delle catene che lo reggevano, succedette un silenzio che non fu più interrotto pel rimanente della notte.

Vittoria intanto aveva attraversato le sale ove si attendeva a spegner i lumi e dar sesto al mobile; giunse alla camera ove già s'era ritirata Donna Elvira che cominciava a levarsi d'attorno gli ornamenti e le gale. La trovò in quest'occupazione ajutata da due cameriere, la cui opera, al modo dispettoso col quale le trattava, pareva non le fosse troppo gradita: era accaldata, rossa in viso, ed all'aspetto tutt'altro che soddisfatta della sua serata. Quando vide entrar Vittoria, un intimo senso prodotto forse da un nascosto rimorso le fece nascer il pensiero che la sua amica avesse a parlarle su un tuono che in quel momento le pareva duro di sopportare. Quest'idea fu cagione che l'accogliesse con un atto di sorpresa che non celava interamente l'impazienza. Vittoria se n'avvide, ma senza darne segno, le disse con tutta dolcezza, che la pregava ritardasse in suo servigio di andar a letto per un quarto d'ora, e venisse a quello di Ginevra che la domandava. Dovette per conseguenza spiegarle come si trovasse quivi costei; e la figlia di Consalvo, che, come tutti i capi sventati in genere, aveva in fondo buon cuore, fu contenta d'andarvi, tanto più che vide la cosa prender miglior piega che non s'aspettava.

Vennero dunque insieme alla camera di Ginevra, ed entrate s'avvicinarono al letto. La bellezza di Donna Elvira non avea tanto spiccato allorchè il suo vestire e la pettinatura era foggiata col maggiore studio, quanto ora appariva in quel disordine che lasciava ondeggiar liberi sul collo e sulle spalle i suoi lunghissimi capelli d'oro; Fra Mariano abbassò gli occhi, e la povera Ginevra nel mirarla sentì un fremito interno, e diede un sospiro, al quale il buon frate non potè negar compassione. Rimasero così le tre donne mute alcuni minuti, dopo i quali, alzandosi Ginevra sul gomito, disse:

--Signora! voi stupirete ch'io sia tanto ardita di disturbarvi, non conoscendovi, nè essendo conosciuta da voi; ma a chi si trova a questo passo si perdona tutto. Prima però di parlarvi più aperto debbo domandarvene licenza: posso dirvi due parole con libertà? Qualunque sia la vostra risposta, essa sarà chiusa fra poco nell'avello con me; ma posso parlare presente questa signora, o volete che siam sole?

--Oh!--disse Donna Elvira--questa è la più cara amica ch'io m'abbia, ed essa m'ama più assai che non merito, onde dite pur su, cara la mia signora, che son qui per ascoltarvi.

--Quand'è così, e giacchè me ne date licenza, ecco la sola interrogazione che vorrei farvi.--

Ma a questo punto, come per prender vigore, e preparar la frase che non sapeva come incominciare, si fermò un momento. Il proposito di perdonar a quella che le era cagione di così disperato dolore, era stato fermato con tutta la sincerità del cuore; ma chi vorrebbe esser tanto severo da far un delitto all'infelice se al momento di divenir certissima che i suoi occhi non l'avean ingannata e che il giovane veduto a' piedi di Donna Elvira era Ettore veramente, si sentisse una ripugnanza invincibile ad acquistar questa certezza? Chi avrebbe cuore di condannarla se nutrisse ancora un'indefinita speranza d'aver preso scambio, e di sapere che Ettore era ancora quello di una volta?

Comunque sia, dobbiam dire che crediamo questi sentimenti non fossero estinti interamente, e ne nascesse la breve dubitazione che produsse quel momento di silenzio.

Pure alla fine disse risolutamente, e con voce chiara e spiccata:

--Ditemi dunque, e perdonatemi se ardisco domandarvi tanto: non eravate voi stasera sulla loggia che guarda la marina, circa le tre ore, e non era a' vostri piedi Ettore Fieramosca?--

Quest'interrogazione egualmente inaspettata e diretta, scosse le due giovani quantunque per diverse cagioni; il viso di Donna Elvira divenne color di brace, ella rimase senza poter profferir sillaba. Ginevra che la guardava fissa in viso, capì tutto, si sentì agghiacciare il sangue, e riprese con voce mutata:

--Signora! son troppo ardita, lo conosco, ma vedete, io muojo, e vi domando pel perdono che tutti speriamo nell'altra vita, di non negarmi questa grazia; rispondetemi: eravate voi....? era esso....?--

Donna Elvira credeva di sognare; volgeva lo sguardo timido a Vittoria, la quale leggendole negli occhi che temeva la sua severità, e conoscendo non esser quello il momento di mostrarla, l'abbracciò, e senza profferir parole la rassicurava.

Ginevra si sentiva morire nell'incertezza: stese le palme aperte e tremanti alla donzella, e con voce che potè dirsi grido disperato replicò:

--Ebbene, dunque?....

Donna Elvira si strinse atterrita nella sua amica, abbassò gli occhi, e rispose:

--Sì.... eravam noi....--

Il viso dell'infelicissima Ginevra fece una mutazione come se si fosse dimagrato tutto in un tratto; pure a stento si sollevò a sedere sul letto, prese per la mano Donna Elvira, se la fece accostare, le gettò le braccia al collo, e disse:--Dio dunque vi benedica e vi renda felici.--

Ma quest'ultima parola fu appena udita, e forse, prima d'essere stata articolata interamente, già l'anima sua riceveva in cielo il premio della vittoria più ardua che possa riportare una donna sopra sè stessa, del perdono più magnanimo che possa accordar un cuore umano.

Le sue braccia che erano intrecciate al collo della figlia di Consalvo, perdendo la forza ricaddero insieme col corpo che ritornò supino sul letto. Il suo volto prese in un momento l'atto e il colore della morte: la conobbero le due donzelle, mandarono un grido. Il frate rimase per alcuni momenti come senza respiro: alla fine disse, giugnendo le mani--Questa è sembianza di paradiso.--Poscia inginocchiatisi tutti e tre orarono pel riposo di quell'anima che tanto ne abbisognava, e l'avea saputo così ben meritare. Composero le sue mani sul petto, e Fra Mariano intrecciatale fra le dita la corona che aveva alla cintola, postole a' piedi un lume, disse: _requiescat in pace_; ed in cuor suo ora pregando per lei, ora volgendosi a domandar la sua intercessione come d'un'anima che gli pareva per fermo dover essere in luogo di salvamento, condusse le due donzelle fuori di quel luogo funesto, e, ritornato presso la defunta, vi passò in orazione le ore che mancavano al giorno.

* * * * *

Una delle mire principali di Consalvo nell'accordar il suo consenso alle disfide che si dovevan combattere fra Spagnuoli e Francesi, e fra Italiani e Francesi, era stato il guadagnar tempo onde potessero giungere gli ajuti che aspettava di Spagna per mare, privo dei quali essendo troppo inferiore di forze all'esercito nemico, gli era convenuto star chiuso in Barletta senza poter tentar fazione che fosse d'importanza. Nel corso però della giornata, in cui si trovava avere ospiti suoi i baroni francesi, gli erano state recate lettere che gli annunciavano vicino l'arrivo delle navi cariche d'uomini, le quali, superata già la punta di Reggio, poco potevan tardare a comparire avanti a Barletta. Conoscendo perciò che non gli tornava il trarre le cose più in lungo, e che non avrebbe bisognato lasciar cader l'animo che veniva ad accrescersi fra' suoi per l'arrivo de' nuovi soldati, fece in modo, parlando di questi scontri col duca di Nemours e cogli altri Francesi, di persuaderli a prendere il giorno più vicino che si potesse. Così fu deciso che gli Spagnuoli combattessero l'indomani del ballo, in uno spazio lungo il mare, mezzo miglio fuor della porta che va a Bari, e gli Italiani il terzo giorno, in un luogo che già da Brancaleone e da Prospero Colonna era stato veduto e stimato a proposito, ed era posto presso la terra di Quarato, a mezza strada fra Barletta, ed il campo francese.

I cavalieri delle due parti, avvisati dai loro capi di quanto era stato deciso, pensarono tosto ai fatti loro: i Francesi, quelli che dovean combattere, lasciato il ballo, tornarono al campo prima degli altri per aver tempo di dar ordine a quanto occorreva per la battaglia, e gli Spagnuoli del pari, tornati ognuno al suo alloggiamento, attesero ad allestirsi, e fare in modo d'aver qualche ora di riposo prima della mattina. Ad Inigo ed a Brancaleone fu data la nuova quando, già allogata Ginevra nella camera d'onde non dovea uscir viva, erano andati pel frate, ed il primo, che era del numero de' combattenti, per dar ordine alle cose sue, dovette lasciar al compagno il pensiero di ritrovar Fieramosca ed ajutarlo in questi suoi casi. Si strinsero la mano lasciandosi e dicendo Inigo:

--Come potrà combattere domani l'altro, se stasera non poteva reggersi in piedi?--

Brancaleone per sola risposta scosse il capo mordendosi il labbro inferiore, e mostrando nell'aspetto che sentiva tutta la verità della riflessione dello Spagnuolo. Si tolse di quivi, e, sceso al porto, salì in un battello sollecitando d'esser presto al monastero per dire ad Ettore, come avevan promesso, qual fosse stato l'esito delle loro ricerche.

Prima però di narrare in che stato trovasse il suo amico, che avea lasciato tanto a mal termine, dobbiamo, prevenendo ciò che accadde la mattina seguente, narrar il fine dell'impresa degli Spagnuoli.

Quando le due compagnie di undici uomini d'arme per parte si trovarono sul campo, era già uscito il sole da un'ora. Fra gli Spagnuoli, Inigo, Azevedo, Correa, il vecchio Segredo, Don Garcia di Paredes erano i più rinomati; e gli altri, quantunque meno conosciuti, eran tutti buona gente d'arme e bene a cavallo: Pedro Navarro avea da Consalvo ricevuto l'incarico di servir di padrino. Dalla parte francese questo era dato a monsignor della Palissa, che fra' suoi guerrieri contava Bajardo l'onore della milizia d'allora. La battaglia si mantenne per molto tempo con pari fortuna dalle due parti. Segredo alla fine ebbe da un colpo di spada recise le redini, che teneva tirate; onde portato a furia dal cavallo, stava per uscir del campo. Questo caso, preveduto dai regolamenti dei duelli, si teneva per una sconfitta, e colui al quale accadeva dovea darsi prigione. Vedendo il buon Segredo che il cavallo stava per varcar i limiti ch'eran segnati intorno intorno da grossi pezzi di macigno, si buttò a terra, e quantunque per la difficoltà del salto, e forse perchè gli anni lo rendevano meno agile, cadesse in ginocchio, si difendea arditamente da due uomini che a cavallo lo combattevano. Ma la spada gli andò in pezzi, e non trovandosi altr'arme, ed essendogli riuscito vano il rifuggirsi fra' suoi che si trovavan distanti, dovette arrendersi e ritirarsi dal campo. La cosa era però andata tanto coll'onor suo, che da tutti fu lodato, e compianta la sua disgrazia. Dopo quest'accidente seguitandosi a combattere parve che la fortuna andasse inclinando alla parte spagnuola. A molti Francesi erano stati uccisi i cavalli: e qui è bene d'avvertire il lettore che, malgrado le antiche regole cavalleresche, si soleva spesso in queste disfide esser prima d'accordo di poterli ferire, onde fossero più vera immagine della guerra, ove non più o rarissimo s'usava questa cortesia, e per mostrare anche maggiormente la perizia de' combattenti. Dopo due ore di menar le mani i padrini fecero dar nelle trombe, e così divisa la zuffa accordarono un breve respiro.

Gli Spagnuoli erano tutti a cavallo, ed alla loro truppa non mancava che Segredo. De' Francesi un solo s'era dovuto dar prigione ed in ciò eran pari, ma giacevan sul campo sette de' lor cavalli uccisi. Bajardo però era ancora in sella. Dopo una mezz'ora di riposo fu ripreso il combattimento, e, malgrado gli sforzi degli Spagnuoli, i loro nemici si mantenevano quasi direi trincerati dietro i corpi de' cavalli, sui quali que' degli avversarj, benchè ammazzati di speronate, non vollero mai passare. Così dopo molto affannarsi e maneggiarsi inutilmente, venne dai Francesi la proposta di finir la battaglia e restarne con pari onore.

CAPITOLO DECIMOTTAVO.

L'ostinata difesa dei Francesi, e la difficoltà di vincerli del tutto, ristretti com'erano dietro i corpi de' loro cavalli, fece sì che la maggior parte degli Spagnuoli inclinassero a prestar orecchio alla loro proposta. Ma non vi si piegava Diego Garcia: gridava inferocito ai suoi compagni esser vergogna il ritirarsi avanti ad uomini mezzo vinti, e doversi finir l'impresa per mostrar che gli Spagnuoli a piedi come a cavallo valevano più di loro; e non trovandosi altr'arme fuorchè la spada, colla quale non poteva giugnerli, si chinava a terra infuriato, ed alzando que' gran sassi che fissavano i limiti del campo e che un uomo di forza ordinaria avrebbe mossi a stento, li scagliava in mezzo allo squadrone nemico. Ma non era difficile schivarne la percossa, e perciò non potè nè pur per questa via riuscire a danneggiarli. Non ostante si riaccese la zuffa, e durò finchè il sole già cadeva verso occidente, ed i Francesi bravissimamente seguitarono la loro difesa, tantochè convenne alla fine alle due parti di rimanersi: i giudici decretarono uguale l'onore della giornata, dando agli Spagnuoli vanto di più valenti, e quello di più costanti ai Francesi. I due prigioni furon barattati; e tutti stanchi, affannati e pesti ripresero la via, gli uni del campo, gli altri della città.

Quando v'entrarono gli Spagnuoli, era quasi sera. Scavalcarono al castello, e, presentatisi a Consalvo, narrarono com'era passata la cosa. Si turbò forte il gran Capitano sgridandoli perchè, avendo così ben cominciato, non avesser saputo finire. In quest'occasione si mostrò in tutta la sua luce la nobil natura di Diego Garcia. Egli che in campo aveva anche con aspre parole rimproverato ai compagni che lasciassero la cosa imperfetta, ora alla presenza di Consalvo prese arditamente a difenderli, dicendo aver essi fatto il potere da uomini dabbene quali erano, e condotta a fine la loro impresa, che era far confessare ai Francesi valer essi al par di loro nella battaglia a cavallo. Ma Consalvo male accettando queste scuse, e, troncate le parole col rispondere _Por mejores os embié yo al campo_[12], li licenziò.

Ripigliamo ora il filo di ciò che accadde la sera innanzi a Brancaleone dopo lasciato Inigo per tornar presso Fieramosca.

Quando approdò all'isola di Sant'Orsola, la premura di giugnervi presto che aveva provato nel tragitto, si calmò riflettendo al modo col quale doveva annunziare ad Ettore i casi di Ginevra, e lo stato in cui l'aveva lasciata. Salì lentamente la scala che conduceva sulla spianata del convento, e, ricomposte l'idee, si avviò alla foresteria. Ma il discorso che aveva preparato si trovò inutile. Entrando nella camera vide Zoraide seduta al capezzale che col dito gli accennò di non far romore, e Ettore che dormiva profondamente. Si ritirò indietro pian piano, mentre la giovane alzatasi e rimasta un momento a guardar Fieramosca, visto che riposava tranquillo, uscì in punta di piedi, e seguì Brancaleone in una delle camere vicine.

--Tutto va bene--disse Zoraide:--domani Ettore sarà come se non avesse avuto male. Ma, e Ginevra, dov'è? ne avete trovata la traccia?

A Brancaleone tornò il fiato in corpo sentendo le nuove di Fieramosca, e rispose:

--Ginevra è nella rocca in buone mani, e presto la potrete vedere; ma, ditemi: Ettore sarà poi guarito veramente? Dopo domani si dovrà combattere.

--Ebbene, combatterà.--

Una certa espressione misteriosa che accompagnava le parole di Zoraide stimolò la curiosità di Brancaleone, il quale volendo saper più precisamente di che sorta fosse il male del suo amico, udì che era stato ferito, ma leggermente, nel collo, senza però che Zoraide gli parlasse del pugnale avvelenato. Tuttavia non vedendo naturali le espressioni della giovane, seguitò ad interrogarla, ma non gli riuscì di cavarne spiegazioni più chiare:

--V'è una favola fra noi in Levante--dicea Zoraide, sorridendo mestamente--che racconta d'un leone del deserto, al quale un topo salvò la vita. Di più non vi voglio dire, e vi basti sapere che fra poche ore il braccio d'Ettore sarà forte come il collo d'un toro selvaggio. Ora però non v'è da far altro fuorchè lasciarlo in quiete; domani si sveglierà a tempo per potersi metter in ordine; io ritorno vicino a lui per esser pronta ad ogni bisogno; fidatevi di me: dell'arte di curar ferite ne son maestra, e ne ho saputo sanare di più pericolose.--

Brancaleone visto che non gli rimaneva altro a fare presso il ferito, raccomandò a Zoraide che quando Ettore si fosse svegliato lo racquetasse sul conto di Ginevra, gli annunziasse il combattimento pel giorno vegnente, gli dicesse che sarebbe venuto egli stesso sul mezzogiorno, ove non fosse comparso prima di quell'ora in città. Rimasti così d'accordo, se ne ritornò a Barletta, ove, prima d'andarsene a casa, volle passar dal castello per sapere che ne fosse di Ginevra. Ma trovò chiusa la porta e alzato il ponte; onde gli convenne differir di chiarirsi alla mattina vegnente.

Appena fatto giorno vi corse, e trovò ch'eran usciti allora gli undici guerrieri spagnuoli per andar al campo seguitati da tutti quelli che si trovaron liberi d'accompagnarli, onde pochissima gente v'era rimasta. Salì le scale senza trovar a chi domandare; venne sino all'uscio ove la sera prima aveva lasciata Ginevra, e bussò. Fra Mariano, che v'avea passata la notte, gli aperse, e venuti in una camera vicina, narrò a Brancaleone l'accaduto.

Tanto più rimase questi afflitto e travagliato dalla trista nuova, quanto che vedeva cadere una tanta sventura sul suo amico, nel momento in cui era meno preparato a sopportarla, e quando per l'imminente battaglia avea bisogno di tutte le sue forze; temeva che, accasciato sotto il peso del dolore si mostrasse inferiore a sè stesso in una prova tanto ardua ed importante. Pensato perciò al rimedio, stabilì col frate di celar questa morte per tutto quel giorno, e l'indomani soltanto assumesse quegli il carico di far portar la defunta al monastero, com'era stato suo volere, mentre Ettore fosse occupato a combattere co' suoi compagni. Credettero non difficile serbar il segreto per questo giorno in cui la rocca era quasi deserta, e stimarono di dirlo soltanto a Consalvo, onde accordasse gli ajuti che sarebbero occorsi per far il trasporto del corpo ed i funerali con un poco d'onore.

Per quel che spettava a Fieramosca, al quale bisognava pur dare qualche spiegazione, concertarono che Brancaleone gli dicesse: Ginevra star bene, non poterlo vedere per quel giorno, e che soltanto gli faceva sapere si ricordasse dell'onore italiano, combattesse con quella virtù che meritava una tanta cagione, e ch'essa pregherebbe per lui, e pei suoi compagni: le quali cose si potevan dir tutte senza bugia, ed erano tali da riconfortarlo, e farlo andar franco alla battaglia.

Dato sesto così a questa faccenda importantissima, scese Brancaleone in piazza, e venuto alla casa de' fratelli Colonna, li trovò ambedue nel cortile che, avendo radunati i tredici Italiani, ne rivedevan minutamente l'arme, le bardature, i cavalli, onde per l'indomani si trovassero in assetto, e non vi fosse parte dei loro arnesi che non fosse a prova.

Brancaleone, che aveva avuto avviso di questo ritrovo, vi avea mandato i suoi scudieri e quelli di Fieramosca coi cavalli e l'armi. Ma il loro padrone mancava, ed alle interrogazioni di tutti rispondevano dicendo che non s'era veduto e che di più non sapevano.

Prospero Colonna udì queste novelle con maraviglia, che si cambiò presto in ira; onde, quando comparve Brancaleone, domandò con volto severo:

--E dov'è Fieramosca, che non compare?

--Eccellenza!--rispose Brancaleone--sarà qui a momenti; il suo indugio non è volontario.... un caso improvviso e d'importanza....

--Qual cosa vi può esser per lui più d'importanza che la faccenda di domani? Non avrei creduto che potesse avere adesso altro pensiero.--

Fanfulla che, ricordando i casi della sera scorsa, voleva trovar qualche verso d'avviare il discorso in modo da poterne parlare, disse ridendo:

--Eh! stanotte avrà ballato troppo, o avrà trovato qualche chiodo nuovo per cacciare quello vecchio, e allora si sa che alzarsi troppo presto rincresce....