Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta
Part 16
La partita di Fieramosca dal ballo così a furia, e tanto mutato in viso, fu osservata da molti, ma non pensarono a seguirlo, udendo da Garcia il motivo che ne era stato addotto da Ettore medesimo. Inigo però e Brancaleone, che più degli altri lo amavano, non potendosi così di leggieri soddisfare, gli tennero dietro, e quantunque non lo potesser raggiungere, l'ebbero però sempre in vista, e furono al portone pochi momenti dopo di lui.
Trovarono Fieramosca che, afferrato Pietraccio, lo trascinava dicendo:--Andiamo dunque, presto, presto.--Vide i compagni, e disse loro con gran prestezza:--Se mi siete amici, venite meco ed ajutatemi contra quel traditore del Valentino; entriamo in un battello, siamo sette uomini, saremo presto a Santa Orsola.--Brancaleone, guardando sè ed i compagni, rispondeva:--E dove son l'armi?--Difatti nessuno di lor tre avea neppur la spada. Fieramosca dava in ismanie, batteva i piedi, cacciandosi le mani nei capelli e pareva presso ad uscir di senno. Allora Brancaleone, che al bisogno sapeva trovar parole e ripieghi diceva:--Tu Ettore va al mare con costoro, metti in ordine il battello e i remi, ed aspettaci: e tu Inigo vien meco;--e partì con lui correndo, mentre Fieramosca gli gridava dietro:--Presto, presto: son tre ore a momenti;--e quantunque i suoi amici non intendessero nè il senso di queste parole, nè il motivo di tanta fretta, conoscendo che dovea esser cosa di gravissima importanza entraron di volo nella casa dei fratelli Colonna e nella saletta terrena ov'eran l'armi, e spiccati dal muro giachi, elmi e spade per tre persone, con egual precipizio si cacciarono a correre, e l'ebber tosto raggiunto che già stava in barca: vi buttaron quelle loro armature, e saltandovi dentro Inigo ch'era rimaso l'ultimo con un piede appuntato alla riva la spinse in mare, ed arraffati i remi vi si curvavan sopra, e li facevan piegar per lo sforzo. Uscendo dai piccol porto che era dietro la rocca dovean passar sotto la torre dell'orologio: quando vi furono, s'udì su dall'alto quello scattare che fanno le ruote poco prima di batter l'ore. Il povero Ettore si curvò nelle spalle abbassando il capo con un moto istantaneo, come se avesse aspettato che quella torre gli cadesse allora allora sul cranio; dopo alcuni secondi il campanone diede i tre tocchi fatali, e se ne udì il suono cupo che, perdendosi nell'aria in oscillazioni decrescenti, venne debolmente ripetuto da un eco lontano.
Prima di veder l'esito del viaggio di costoro ci conviene per poco ritornare nella sala del ballo.
Fanfulla, che il caso o la sua astuzia avea reso padrone del segreto di Donna Elvira, s'era disposto in cuor suo di farselo fruttare, ma non sapeva trovarne il modo; finchè, vedendo partire con tanto impeto il suo preferito rivale senza mantello nè berretta, gli nacque un pensier pazzo; ed egli che mai non istava un momento in forse ove si trattasse di soddisfare un capriccio, che che ne dovesse venire, tosto più pazzamente si pose ad eseguirlo.
Avea tenuto d'occhio la figlia di Consalvo, e l'avea veduta, appena finito il ballo, avviarsi alla loggia, e conobbe che non s'era potuta avvedere della partita di Fieramosca. Corse sollecito alla camera dei mantelli ove tutti avean ripreso il loro, e v'era rimasto soltanto, oltre il suo, quello di Fieramosca e la sua berretta di velluto scuro ornata di molte piume cadenti: se la pose in capo in modo che le piume gli adombrassero parte del volto; sulle spalle si gettò il mantello azzurro del suo amico, e, a non guardarlo in viso, ognuno avrebbe detto che era Fieramosca. Così vestito, se n'andò fra gente e gente, cheto cheto sulla loggia ove non eran lumi, e venivan soltanto dissipate le tenebre dal chiarore di quelli di dentro: molte casse d'agrumi disposte intorno ad una vaschetta, dal mezzo della quale zampillava l'acqua, ingombravano il luogo in modo che era facile celarsi da quelli che vi fosser venuti uscendo dalle sale del ballo. Quando Fanfulla entrò sulla loggia, per sorte non v'era persona; andò avanti cautamente, e vide Donna Elvira seduta presso al parapetto che dava sul mare, con un gomito appoggiato alla ringhiera di ferro; reggendosi ella il capo colla mano stava immobile guardando il cielo.
La luna era oscurata in quel momento da alcune nuvolette che le passavano avanti spinte dal vento. Fanfulla conobbe che se non coglieva quel punto, tornando chiaro, sarebbe stato più probabile che fosse riconosciuto; s'accostò pianamente in punta di piedi a Donna Elvira, che non lo sentì finchè non le fu vicino; e quando ella volse il capo per guardarlo, Fanfulla abbassando il suo con molta grazia e destrezza, in atto di riverenza pose un ginocchio a terra vicino a lei, e, presale la mano, v'impresse su le labbra, e seppe così ben fare che riuscì a celare il viso interamente, e la figlia di Consalvo non ebbe il più leggier dubbio ch'egli non fosse Fieramosca.
Fece per ritrarre a sè la mano, e ciò, secondo l'usanza di tutti i tempi, le fu con perdonata violenza vietato: quantunque l'indole di Donna Elvira fosse capricciosa, leggera e fatta a suo modo, vogliamo però credere che il trovarsi in un colloquio così stretto con un giovane, le facesse provare un certo rimorso, e tremasse anche in parte pel sospetto di non venir ivi trovata dal padre o più ancora dalla sua severa amica.
Un soffio di vento più forte tolse alla luna il velo che la copriva; e questa, essendo piena, rischiarò di un raggio limpidissimo tutto quel luogo, ed il fulgido vestire di Fanfulla e d'Elvira. Forse nessun de' due se n'accorgeva; ma un grido acidissimo di una voce femminile, che veniva dal piè della loggia alta poche braccia sul mare, li fece riscuotere; e conoscendo che altre persone del ballo avendolo udito potevan uscir sulla loggia, sollecitamente tornarono per diverse parti nella sala, ove i pochi che avean posto mente a quel grido, distratti da altre idee, più non se ne curarono. Il primo era però stato seguìto da un secondo più debole, e che morendo fra le fauci di quella che lo gettava, fu seguìto dallo strepito sordo d'un corpo umano che cadde nel fondo d'un battello; ma la loggia era deserta: nell'interno tutti erano intenti alla festa: nessuno s'affacciò per vedere qual fosse la meschina che domandava soccorso.
Mentre queste cose accadevano nella rocca, la barchetta che portava Fieramosca e i suoi compagni, spinta da sette uomini robusti volava ondeggiando sul mare alla volta del monastero, lasciandosi dietro una lunga striscia di spuma. Brancaleone vedendo che Fieramosca non pensava che a buttarsi sul remo con quanto n'avea nelle braccia, disse risolutamente:--Orsù, Ettore, non so dove ci conduca, ma per certo, non par cosa da motteggio, e se s'ha a far davvero, finchè questi giachi sono in fondo alla barca ci vorranno giovar poco.--Persuasi da queste parole, si misero quell'arme attorno, usando cautela che un solo per volta lasciasse il remo per vestirsene. Cintesi le spade ed allacciatisi in capo certi cappelli di ferro leggeri, si diedero a vogare con nuova furia, sempre ficcando gli occhi pel piano del mare se potessero scoprire i loro avversarj. Ettore, strada facendo, raccontò con interrotte parole per qual cagione gli occorresse il loro ajuto: videro in quella una barchetta poco lontana, e si torsero a quella volta; ma nell'avvicinarsele s'accorsero che era condotta da una sola persona che lentamente andava verso Barletta. Per non perder tempo si drizzarono di nuovo al monastero senza aver potuto chiarirsi della figura di quello che remigava. Inigo consigliava che s'andasse accosto se mai avesse saputo o visto nulla; ma Ettore nol permise: l'ora fissata era trascorsa, e appena poteva sperar di giungere in tempo. Eppure se avesse seguìto il consiglio d'Inigo quante sventure avrebbero sfuggite!
Il monastero di Santa Orsola si veniva facendo più grande. Fieramosca vi teneva gli occhi fitti, e vedeva tutte le finestre senza lume: a due tiri d'archibugio, ecco da manca venir un battello basso e lungo che andava come una rondine a fior d'acqua. Ettore, Inigo e Brancaleone dissero sotto voce e tutti insieme:--Eccoli--; e voltata la prora a quella banda, raddoppiaron gli sforzi: l'altra barca, accorgendosi del loro disegno, si mise presto a fuggire: ma ai persecutori parve triplicato il vigore: visibilmente diminuisce lo spazio che separa i due battelli; già si possono udir le parole dall'uno all'altro; già Fieramosca alzandosi quanto può, senza lasciar il remo, scorge una donna stesa a poppa con due uomini che la guardano, e grida:--Traditori!--con un ruggito che rimbomba entro le mura del monastero.
--Andiamo, andiamo, voga, arranca--dicevan tutti insieme affannati, e co' denti stretti; ma già quasi colla prora toccano la poppa nemica. Ettore presto come il baleno lascia il remo, e colla spada in alto si lancia fra i nemici che spingendo l'arme innanzi l'aspettavano bene apparecchiati. L'urto, che dovette dar al suo battello per ispiccare il salto, lo fece rimaner addietro dall'altro, onde si trovò solo, e ricevette nel busto e nel capo parecchi colpi, dai quali lo scamparono il giaco e la cervelliera. Ma già i suoi compagni, vedutolo in tanto pericolo, lo avevan raggiunto. Pietraccio che si trovava più vicino, salta il secondo, ma non fu appena ove credeva trovare il Valentino, che un colpo di remo sul capo lo batte in terra tramortito. Inigo e Brancaleone sono accanto ad Ettore, e combattendo in tanta strettezza spada a spada (e tutti la sapean maneggiare), nè essi potean molto nuocere ai nemici, e nè pure riceverne gran danno, avendoli di fronte ristretti nel fondo della barca; onde a vicenda si davano e si ribattevano colpi e stoccate con grandissima prestezza; ed in questa confusione facendo barcollare il battello andavano ora di qua ora di là a rischio di farlo rivoltare.
I compagni di Pietraccio non avean potuto venir avanti a combattere, chè il luogo non capiva più di tre uomini di fronte; ma non perciò furono inutili. Presero la donna rimasta a poppa, e di peso la portarono nella loro barca. Della qual cosa accortisi i tre combattenti (così consigliando Brancaleone sotto voce) pianamente si venner ritirando, e saltati a un tratto da questa nella loro, permisero agli altri di scostarsi. Ettore non si sarebbe così facilmente levato dal giuoco, se fra' nemici avesse ravvisato il Valentino; ma non vedendolo, conobbe che in questo fatto aveva soltanto posto a rischio i suoi bravi, e gli parve troppo bassa impresa imbrattarsi nel loro sangue. Di più, visto che Ginevra era salva (almeno così stimava) credette miglior partito attendere a riconfortarla. Don Michele dall'altra si rose di vedersi rapire il frutto di tante brighe, e di non aver pensato nella prima confusione a metter la donna in salvo a prora; ma la cosa era fatta, e ben sapeva che voler ora tentare contra questi giovani bravissimi di riaver la sua preda, era un voler fare un buco nell'acqua. Ma lo sgherro del Valentino non avea però lasciata la sua sconfitta interamente senza vendetta. Mentre i tre compagni si ritraevano alla lor barca, gli era venuti stringendo colla spada nella diritta e 'l pugnale nella manca; ed a Fieramosca, che era rimasto l'ultimo, vibrò molti colpi, e nell'atto che scavalcava l'orlo, gli venne fatto di pungerlo colla daga leggermente nel collo, ma nel calore della mischia Ettore non se n'avvide.
Così scostatisi scambievolmente, gli uni seguirono il loro viaggio verso Barletta, e gli altri si drizzarono al monastero.
La donna era avvolta in un lenzuolo. Fieramosca tutto ancora ansante la pose seduta meglio che potè, e liberatala dal panno che la copriva, invece di Ginevra trovò Zoraide svenuta: in tutt'altro momento avrebbe benedetto Iddio d'averla liberata; ma allora si trovava non aver fatto nulla quando credeva tutto finito. Che cos'era stato di Ginevra? Come trovava ora qui costei? Sospirò profondamente, battendosi col pugno la fronte, ed affrettando sè e i compagni (stupiti di non vederlo contento, poichè non conoscevano lo scambio), in pochi momenti si trovò nell'isola, e su per le scale in un lampo fu nella camera di Ginevra: trovò tutto aperto e tutto vuoto, e l'isola e il monastero in profonda quiete. Mentre usciva per cercar altrove qualche contezza, i suoi compagni giungevan nell'andito sorreggendo Zoraide che aveva ripreso gli spiriti, e che alle premurose interrogazioni di Fieramosca non sapeva risponder altro se non che, verso le tre ore era stata svegliata a un tratto da molti uomini, i quali, entrandole in camera, l'avean avvolta nel lenzuolo e portata con loro in una barca, e d'altro non si ricordava; che di Ginevra non sapeva nulla, non avendola veduta dalla metà dello scorso giorno, in cui essendosi accorta che stava sopra di sè malinconica, avea creduto bene di non darle noja, ed all'ora solita era andata a letto senza cercar di lei.
Tutta questa storia Ettore l'ascoltava in piedi, cogli occhi fitti in Zoraide, ed alla fine delle sue parole si veniva a mano a mano mutando in viso facendosi pallido ed infossando le gote: all'ultimo dovette sedere, e facendo forza per rialzarsi, le ginocchia gli mancavano. Uno di loro intanto era andato a picchiare alla porta del chiostro, e fatto risentir Gennaro, ritornava col lume. Brancaleone ed Inigo rimaser colpiti all'aspetto di Fieramosca cambiato in pochi momenti da metter spavento, e l'attribuirono alla fatica ed all'angoscia dell'animo. Tentò la seconda volta di rizzarsi, ma le forze l'aveano abbandonato interamente, e ricadendo col capo in dietro sulla sedia disse con voce alterata:--Brancaleone! Inigo! io mi sento il maggior male ch'io avessi mai, e non sono da tanto che potessi alzar una penna, non che la spada: il tempo vola, e che cosa sarà di Ginevra? Potessi ritornar gagliardo un'ora!... e poi esser fatto in polvere.... Vi prego, carissimi compagni, non tardate un momento.... andate voi.... neppur so dirvi dove.... ma tornate a Barletta, cercate, liberate costei, trovatela in tutti i modi. Dio eterno! ch'io non possa far un passo per lei!....--e volle riprovare, ma non gli fu possibile, e di nuovo pregò più caldamente i compagni che lo lasciassero, e corressero ad ajutar la donna; ed aggiunse tante istanze che coloro, conoscendo non esser tempo da perder in consigliarsi, promettendogli di tornar presto con qualche nuova, lo lasciarono; e, messisi in mare con egual prestezza, si dirizzarono alla città.
Zoraide intanto tutta sollecita si dava da fare per soccorrere il suo liberatore con parole ed atti pieni di tenera amorevolezza, e slacciatogli l'elmo s'affannava a sfilargli il giaco di maglia: quando vi fu riuscita, nell'asciugargli la fronte e 'l collo dal sudor freddo che ne grondava, si accorse della ferita che avea toccata poco sotto il collarino della camicia.
--Ohimè! sei ferito!--gridò; e tosto con un panno tergendo il poco sangue che era uscito, e che, nascondendo la ferita, la facea parer maggiore, si racquetava vedendola così leggera e diceva:
--Oh non è nulla! è una scalfittura;--ma riguardando poi più attentamente col lume, vedeva intorno alla ferita formarsi come una rosa d'un rosso pavonazzo, ed osservando il viso di Fieramosca vi scorgeva negli occhi e sulle labbra nascere un certo livido, le mani e l'orecchie color di bossolo, fredde ed irrigidite. Per esser nata e vissuta in levante, avendo pratica di trattar ferite d'ogni specie, tosto le nasceva il sospetto che il pugnale fosse avvelenato. Pregava il giovane a porsi sul letto; e reggendolo, non senza fatica, riusciva a farvelo salire; tastandogli il polso lo sentiva batter lento lento e come imprigionato.
Ma le pene del corpo eran nulla per Fieramosca a petto delle idee angosciose che a mano a mano gli s'andavano moltiplicando, presentandosi alla sua mente sotto forme sempre nuove. I casi accaduti in quella sera, ed il pericolo di Ginevra non gli avean lasciato fin allora pensare ad altro che ad essa; ma come al condannato l'ultima notte della sua vita, se può aver qualche ora di sonno, nello svegliarsi gli piomba tutt'a un tratto sul cuore l'idea della morte imminente, nello stesso modo appena potè Fieramosca risentirsi dallo sbalordimento in cui era, gli sovvenne della sfida, del giuramento prestato di non esporsi a rischi di riportar ferite: pensò della vergogna che era per incontrare mancandovi, del dolore di non poter alzar la spada coi suoi compagni; dello scherno che farebbero i Francesi di lui, del perduto onore italiano; e queste immagini tutte insieme lo saettarono di tanta forza nella parte più sensibile del cuore, che tutti i muscoli del suo corpo si contrassero con un moto convulsivo, e gli uscì dal petto un sospiro così amaro, che Zoraide balzò in piedi sbigottita, domandandogliene la cagione. Ettore esclamava:
--Io son vituperato per sempre! La sfida, Zoraide, la sfida! (si batteva col pugno la fronte); mancano pochi giorni, e mi sento ridotto di qualità, che non potrei tornar gagliardo neppure in un mese. Oh Dio! per che gran peccato mi tocca questa sciagura?--
La giovane a queste parole non sapeva che rispondere, ma probabilmente più che alla battaglia pensava al presente pericolo di colui che tanto le stava nel cuore; pericolo che la sua esperienza le mostrava ogni tratto divenir più grave. A quel momento d'orgasmo avea con un subito passaggio tenuto dietro una specie di letargo: era caduto supino, la testa rovesciata sul guanciale, più pallido che mai; il batter delle vene del collo si mostrava convulse, e, guardando Zoraide la ferita, trovò il rosso attorno cresciuto quasi d'un dito.
Ed Ettore pur seguitava a dolersi, e diceva:--Ecco il campione dell'onore italiano! ecco il glorioso fine della battaglia, delle braverie e dei vanti che n'abbiamo menati! eppure in faccia a Dio, dov'è il mio delitto? potevo fare altrimenti che non ho fatto?--
Ma queste ragioni eran ben lungi dal recargli sollievo, e pensava:
--E a chi racconterò questa storia? a chi dirò le mie ragioni? ed anche dicendole non parrà vero ai nemici poter fingere di non crederle, e dire: Ettore immaginò queste ciance perchè avea paura di noi.--
Mentre con queste immaginazioni s'agitava la mente, il veleno pur troppo innestatogli dal pugnale di Don Michele faceva progressi serpendogli per le vene che si diramano sulla superficie del cranio, e a gradi a gradi si sentiva intorbidare la vista ed il lume dell'intelletto, con uno stiramento alle tempie pel quale gli pareva veder tutti gli oggetti prima traballare, poi dar volte sempre più rapide, sparse di punti lucidi che l'abbagliavano. Zoraide gli stava ritta accanto guardandolo tutta sgomentata e tremante, ed Ettore le teneva in viso gli occhi aperti e fissi. E con quella vacillazione di sensi, al debol chiarore del lumicino che andava morendo, vedeva progressivamente scomporsi le fattezze della giovane e i suoi lineamenti mutarsi in quelli di La Motta: questa larva stirando gli angoli della bocca formava un riso amaro e spaventevole; andava ingrossando e dilatando le labbra, e n'usciva la forma di Grajano d'Asti, che da piccolo a poco a poco cresceva, e spalancate anch'esso le fauci in egual modo, produceva la pallida sembianza del Valentino: così queste forme nascendo l'une dall'altre presentarono come una fantasmagoria di quei personaggi che dovevano a quell'ora star più spiccatamente dipinti nella mente dell'infermo. Fra l'altre venne anche l'immagine di Ginevra alla quale, chiamandola a nome con parole caldissime d'amore, diceva: Lasciarmi morir così! io che t'amai tanto! levami di questo pozzo..... toglimi queste tarantole che mi strisciano sul viso.... Ed altre tali vane parole. Al fine delle quali, tutte le figure che credeva scorgere, si vennero confondendo insieme, formarono dapprima una tinta unita, rossa e tremola come un lampeggiar prolungato, che poi oscurandosi e perdendosi gradatamente si estinse del tutto, quando le facoltà morali e corporee del giovane furono interamente sospese.
CAPITOLO DECIMOSESTO.
Per condurre di pari il racconto de' molti accidenti che accaddero separatamente in quella sera ai varj attori di questa storia, ci è convenuto lasciar il lettore sospeso sul conto di ciascuno; e quantunque sia questo il costume di molti narratori, non crediamo che riesca gradito quando il libro che si ha fra le mani è da tanto d'inspirar il desiderio di conoscere il fine. Non ci scuseremo presso il lettore d'aver seguìto un tal metodo, che del resto era indispensabile nel caso nostro: questa scusa sarebbe un atto di vanità che potrebbe far ridere alle nostre spalle; e la modestia, che in alcuni è una virtù, in molti è un tornaconto.
Comunque stia la cosa, dobbiamo abbandonar per poco anche Fieramosca; tornar alla rocca e trovar il Valenza che vi lasciammo nelle camerette basse guardanti la marina.
Il primo de' due fini pei quali s'era condotto all'esercito spagnuolo, malgrado la sua astuzia, gli era andato fallito; nè avea potuto infondere a Consalvo bastante fiducia per indurlo a far lega con esso lui, od almeno a spalleggiarlo. Lo Spagnuolo, serbandogli fede quanto al tenerlo celato, avea declinate le sue domande, accogliendolo poi del resto con quell'onore che, se non si doveva alle sue qualità, si credeva dovuto al suo grado. Nei sette o otto giorni che scorsero fra l'attaccarsi e lo sciogliersi di questa pratica, stette così quasi sempre chiuso nelle sue camere per non dar indizio di sè; e se qualche rara volta uscì a prender aria, fu di notte e colla maschera al viso, come in quel secolo s'usava fra gli uomini d'alto stato, e spesso per ajutare col segreto le poco lodevoli operazioni. Ma, come dicemmo, alle mire politiche s'univano macchinazioni contro quella che era stata ardita abbastanza per mostrargli sprezzo; e queste macchinazioni, mediante la destrezza di Don Michele, e secondo le sue promesse, dovevano in quella sera avere il loro effetto. Parrà forse difficile ad alcuno il concepire come quest'insigne ribaldo, rotto ad ogni sfrenatezza, potesse tanto stimare il possesso di una femmina, e seguirne con tanto studio la traccia. Ed in fatto sarebbe errore l'ammettere che l'amore, anche nel senso più abbietto, guidasse i desiderj del Valentino. Ma Ginevra aveva resistito, resistito mostrando sprezzo ed orrore per lui; viveva, a creder suo, felice con un altro; gli pareva rimanere al di sotto e schernito: e chi nell'universo doveva potersi vantare d'aver fatto stare Cesare Borgia?
Di quante donne aveva incontrate che avesser pregio di bellezza, tutte aveva lasciato o colpevoli od infelici; e ve n'era pur fra queste delle virtuose e dabbene, e di tali che strette per sangue ad uomini potenti dovevan tenersi sicure. Si poteva ora sopportare che una femminella poco nota e meno curata si facesse beffe a tal segno di lui che faceva tremare Italia da un capo all'altro?
A quest'ora però il Valentino si trovava presso a poter far le sue vendette, e diceva fra sè: il disagio d'essere stato in questa segreta me l'avrai da pagar caro! E per verità il soggiornare in camerucce simili ad una prigione, avvezzo com'era al vivere splendido della corte romana, doveva parergli duro, se a quell'uomo fosser mai parse dure cento privazioni per ottenere un suo fine. I modi tuttavia d'impiegare il tempo non gli erano mancati interamente. Oltre le ore che aveva dovuto passar con Consalvo, e quelle spese ad ordir con Don Michele la traccia di loro impresa, gli pervenivano pure di giorno in giorno dalla Romagna messi che spediti di colà da' suoi più fidati gli portavan lettere, carte, avvisi sugli affari correnti; giugnevano e ripartivano la notte, verificando in ogni cosa l'asserzione di Niccolò Machiavelli che, scrivendo al Comune di Firenze poco prima di quest'epoca, diceva: _Di quante corti sono al mondo, quella ove più si serba il segreto è la corte del duca_. E benchè non aggiungesse chiaramente il perchè, lasciava intendere che alle lingue imprudenti veniva imposto il silenzio dell'avello.